Riformisti/comunisti: diatheke

Gauchet_Badiou

Badiou: Marcel Gauchet, per concludere vorrei renderla partecipe dell’intuizione che ho avuto sentendola parlare di Rousseau e della possibilità di quel soggetto politico collettivo che va sotto il nome di democrazia. Penso di poter dire che, in realtà, non sono il solo ad essere in attesa di un evento…
Gauchet: In che senso? Cosa intende dire?
Badiou: Ritengo che, nonostante la sua prudenza, lei creda nella politica e che per questo sia in attesa di un evento nel senso in cui io l’ho definito. Un evento imprevedibile, come qualsiasi altro evento, ma che consenta l’emergere di una soggettività riformista…
Gauchet: Forse…
Badiou: Affinché quest’evento faccia la sua comparsa, vorrei farle ammettere che anche lei ha un bisogno vitale dell’ipotesi comunista. Mi permetta di esporle questo aspetto che ha un carattere insieme storico, tattico e filosofico. Lei mi sembra convinto del fatto che l’ipotesi comunista non presenti alcun interesse ai fini della realizzazione della sua ambiziosa versione del riformismo. Io vorrei ribatterle che le cose non stanno affatto così. In realtà, essa è per lei assolutamente necessaria. Se guardiamo alla storia recente, i rari momenti che più o meno si avvicinano allo scenario che lei ha in testa si sono realizzati proprio a causa della presenza reale di un universo altro, di un’ipotesi altra, ovvero dei comunisti. Il grande sussulto riformista successivo al 1945, che lei ha spesso menzionato, è stato possibile grazie al fatto che de Gaulle ha dovuto mettersi d’accordo col Pcf, all’epoca il partito più forte che ci fosse in Francia, fregiantesi dell’etichetta di «partito dei centomila fucilati». Al momento della Liberazione il generale aveva senz’altro degli alleati internazionali, poteva vantare un certo credito presso le autorità militari, ma le truppe civili, se così posso dire, si concentravano per lo più dall’altra parte… Non penso che de Gaulle fosse in cuor suo un nemico giurato del capitalismo o un ardente sostenitore delle nazionalizzazioni. Sta di fatto che è stato costretto a negoziare, a fare delle concessioni… Il programma del Consiglio nazionale della Resistenza viene oggi sventolato come un esempio di ritorno alla democrazia. Ma la stessa esistenza del Consiglio era la prova del fatto che de Gaulle era obbligato a venire a patti coi comunisti! Tale patto non va visto come qualcosa di interno alla dinamica generale dello sviluppo capitalistico, ma come il prodotto dell’esistenza dei partiti comunisti e del blocco socialista. E il contesto della ricostruzione, con i suoi imperativi economici e politici specifici, spiega la circostanza per cui gli squali capitalisti hanno all’epoca rigato dritto tollerando riforme di vasta portata che non andavano nella direzione da loro auspicata. Quest’ampio consenso si è in seguito sfaldato mano a mano che il blocco comunista cominciava a manifestare crepe sempre più vistose. Da quando il comunismo storico è crollato definitivamente, le democrazie non sono più state soggette alla sfida del loro avversario. L’ondata neoliberista contro la quale lei insorge è quindi dilagata, andando a riempire il vuoto che si era creato. In assenza di un Altro che le minacci, le democrazie liberali sono tornate ad essere i fedeli vassalli del capitale e dei suoi detentori, i quali non si sentono più obbligati ad accettare i princìpi della moderazione e della redistribuzione.
Gauchet: Per quanto riguarda la congiuntura del 1945, quello che dice è storicamente esatto.
Badiou: Sì, ma questo fatto storico ha anche delle conseguenze tattiche e filosofiche per l’oggi. Se non viene rilanciata l’ipotesi comunista, l’ipotesi riformista che lei sostiene non ha alcuna speranza di realizzarsi. Al di là della strategia, ciò significa forse anche che la stessa democrazia ha bisogno di essere pungolata da una qualche alterità, sia essa interna o esterna alla forma democratica stessa. Insomma, tutto sommato, dovrebbe ringraziarmi! Non andrebbe in pratica da nessuna parte senza di me. Sto solo cercando di aiutarla!
Gauchet: Sì, la prego, mi dia una mano facendo prendere ai miei avversari un bello spavento! Per quel che mi riguarda, continuo a voler rimanere nell’alveo della democrazia liberale, e penso che il vero cambiamento sia alla mia portata molto più di quanto non sia alla sua, se così posso esprimermi. Tuttavia non resisto alla tentazione di risponderle nel seguente modo: proponendosi di aiutarmi, lei riconosce implicitamente che l’ipotesi comunista che intende rilanciare è in realtà priva di consistenza e che i suoi «effetti di realtà» si limitano al compromesso che consentirà di ottenere all’interno delle democrazie rinnovate. Mi vuol far dire che un riformismo conseguente ha bisogno del sostegno dell’ipotesi comunista? Ebbene, ammetto volentieri che per far sì che la politica riprenda il controllo della globalizzazione neoliberista tutte le forze disponibili allo scopo sono necessarie. Aggiungo anche che l’ipotesi comunista, che personalmente preferirei chiamare «utopia comunista», è necessariamente parte dell’orizzonte delle nostre società, al pari dell’utopia anarchica, in quanto è un prolungamento del principio di eguale libertà su cui esse si fondano. Penso pertanto che non possiamo farne a meno. Ma lei, interpretando l’ipotesi comunista come un alleato necessario del realismo democratico, trasforma la sua prospettiva radicale in un’anatra zoppa. È una bella ammissione, la sua! Stanti così le cose, posso anche sottoscrivere il patto che mi propone.
Badiou: Una grande alleanza al termine di questa discussione così accesa? Il patto fra di noi non potrà mai eliminare le nostre differenze e, quanto a me, non entrerò mai nell’alveo della democrazia parlamentare, eppure certo, perché no, eccoci di fronte a un epilogo quanto meno inaspettato! Anche gli avversari più irriducibili possono trovare un accordo se sanno comprendere che, in fin dei conti, ciascuno a modo suo e con le proprie armi, combattono lo stesso nemico.

Che fare? Dialogo sul comunismo, il capitalismo e il futuro della democrazia, in Micromega 1/2016, capitolo Alla ricerca di un patto perduto?, poss. 2179-220 (Kindle). Titolo originario: Que faire? Dialogue sur le communisme, le capitalisme et l’avenir de la démocratie © Philo éditions, Paris 2014.

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Buone democratiche intenzioni

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Warren Richardson, “Hope for a new life”, Röszke, Ungheria, 28 agosto 2015, World Press Photo of the Year 2015

Lei ragiona come se in politica esistessero delle buone intenzioni, nella misura in cui tale politica è «democratica» nell’accezione da lei difesa. Forse le sembrerò troppo cupo e pessimista, eppure no, non credo che dovremmo comportarci come se nella politica «democratica» esistessero delle buone intenzioni. In realtà ci sono solo affari e interessi e c’è anche, presso una larga fascia dell’opinione pubblica, insieme al rifiuto di ogni idea generale di emancipazione, un consenso timoroso e vigliacco che mira a preservare in maniera indefinita i privilegi occidentali. Di qui anche le vergognose strizzatine d’occhio, sempre più evidenti, al razzialismo culturale e all’idea della superiorità dell’Occidente e, più in generale, la paura dello straniero, del migrante che arriva e mangia a sbafo alla nostra tavola. I politici delle «democrazie» asservite al capitale passano il loro tempo a «giustificare» queste derive chiamando in causa la «difficoltà della situazione». Per ritrovare un po’ di dignità e di buon senso è necessario rompere in maniera radicale con l’idea che il nostro sistema politico possa essere mosso da buone intenzioni.

Alain Badiou in conversazione con Marcel Gauchet, Micromega, 1/2016, pos. 1610 (Kindle), Fine o prosecuzione della logica imperiale?

 

Chi sono i terroristi/3 – Conversazione tra Badiou e Hazan

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[Il 24 dicembre 2008, sulla rivista Politis, è stato pubblicato un articolo, riportato dal collettivo francese Le parole sono importanti, firmato dal filosofo Alain Badiou e dello scrittore Eric Hazan a proposito della parola terrorismo. Lo spunto allora era il caso dell’ex prefetto di Var, in Francia, Jean-Charles Marchiani, riconosciuto prima colpevole di abuso di beni aziendali – per commissioni guadagnate illegalmente per un importo di 10 milioni di franchi -, incriminato per aver preso parte a un traffico di armi con l’Angola e infine graziato dal presidente Sarkozy dopo soli sei mesi di carcere. «Mentre Julien Coupat – osserva il collettivo Le parole – ancora langue in carcere senza processo, perché è semplicemente sospettato di aver sabotato delle sospensioni a catenaria dei treni di Stato della SNCF. Soltanto per questo motivo, questo presunto sabotaggio è stato elevato dallo Stato sarkozyano al rango di atto terrorista, qualificazione che giustifica – e non serve che a questo – qualsiasi misura preventiva e qualsiasi trattamento d’eccezione». Il testo di Badiou e Hazan potete leggerlo in francese qui]

«Impresa individuale o collettiva finalizzata a turbare gravemente l’ordine pubblico attraverso l’intimidazione o il terrore».

Questa è la definizione di terrorismo nel codice penale [francese]. Una tale impresa, concertata e di grande ampiezza, è condotta sotto i nostri occhi da mesi. I sistemi di intimidazione sono molti e vari: riconoscimento visivo per strada, nella metropolitana ronde minacciose di GPSR (Groupes de protection et de sécurisation des réseaux) con i loro cani da guardia, filtraggio delle uscite della città da parte della polizia, monitoraggio delle periferie dal cielo da droni con visori notturni. Senza contare l’intimidazione dei giornalisti, minacciati di perdere il loro posto con una telefonata “dall’alto”.

In termini di terrore, la recente irruzione all’alba in un piccolo villaggio in Corrèze di forze speciali incappucciate e armate, è stata filmata e fotografata in modo che tutta la Francia poteva immaginare il terrore dei bambini davanti la comparsa di questi extra-terrestri.

Non abbiamo dimenticato la morte di Chulan Zhang Liu, la ragazzina cinese che si è gettata dalla finestra l’anno scorso, tanto era terrorizzata da un controllo di polizia che cercava i sans papiers.

Né gli adolescenti in carcere che spingono la loro indisciplina fino al punto di suicidarsi.

Né le ragazze del collegio di Marciac terrorizzate dai cani poliziotto.

Senza dimenticare il terrore dei malati di mente che popolano le carceri e le panchine nella stagione fredda, e al quale il capo dello Stato ha promesso appropriate misure tecno-mediche per la minaccia che rappresentano.

La lotta antiterrorismo, con le sue sorelle minori che sono la lotta all’immigrazione clandestina e la lotta alla droga, sono lotte che non hanno nulla a che vedere con ciò che pretendono di combattere. Questi sono esercizi di governo, modalità di controllo della popolazione attraverso intimidazione e terrore. Coloro che oggi hanno in mano l’apparato statale sono consapevoli della impopolarità senza precedenti di quello che loro chiamano riforme. Sanno che una scintilla può avviare un incendio. Hanno creato un sistema terroristico per prevenire e trattare i gravi problemi che provocano. Gli eventi in Grecia vanno a rafforzare le loro paure, il che può far pensare che sono sufficientemente giustificate. Infatti, com’è scritto nell’articolo 35 della Costituzione del 1793:

«Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri».


Nella foto in alto, un momento del blitz del 9 gennaio 2015 all’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, Parigi. Grazie a Edoardo Acotto per la segnalazione del pezzo e la consulenza nella traduzione.

Sull’utilità e il danno dei sindacati

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A seguire il dibattito degli ultimi giorni in Italia sulla crisi della sinistra, le cose da fare “da sinistra”, le polemiche tra imprenditori “di sinistra”, si diventa matti. Giusto per citarne tre che mi sono capitati sottomano ultimamente.

1. Miliardari che bacchettano miliardari per le proposte indecenti sullo sciopero.

2. Sceneggiatori che appoggiano Renzi perché seguire lui è l’unica strada progressista.

3. Infine, un quotidiano liberale che liquida i sindacati italiani, ormai inutili e reazionari.

Cosa fare in questi casi, contro il logorio del dibattito giornalistico moderno? Innanzi tutto partire da un’importante considerazione: non c’è attualmente alcuna politica di sinistra, né nel mondo né quantomeno in Italia. Per sinistra si intende una pratica di emancipazione degli emarginati, degli sfruttati, dei precari, dei poveri, insomma quella volontà politica di far partecipare attivamente nella società, restituendogli diritti negati, quelli che il filosofo francese maoista Alain Badiou chiama gli inesistenti. Volendo essere meno radicali e più democratici: dare la possibilità a tutti di realizzare sé stessi sulla base delle proprie necessità e dei propri bisogni. Ok, anche questo è radicale.

In ogni caso, per evitare la confusione di fronte a un dibattito quotidiano sui giornali italiani che mangia se stesso avviluppandosi in un narcisistico delirio. Se siete stressati dalle opinioni e vi ritrovate senza bussola, fatevi questa semplice domanda: si sta parlando degli inesistenti? Vedrete che tutto diventa più chiaro.

1. Oscar Farinetti, alla guida di una società che promuove cibo costoso e di qualità, polemizza sull’utilità dello sciopero con Davide Serra, amministratore delegato di un fondo da una decina di milioni di euro di utili quasi tutti divisi tra gli azionisti.

2. Uno sceneggiatore esperto di estetica e arte fa una dichiarazione d’amore a un politico che pone le sue fondamenta etiche sulla comunicazione.

3. Il quotidiano liberale Wall Street Journal vede nei sindacati italiani un cumulo di pensionati che del futuro politico di una nazione non possono materialmente farne parte.

Forse, di questi tre episodi citati, l’unico che potrebbe rappresentare un prolifico punto di riflessione “sulla sinistra” è il terzo, se non fosse che ad esso si aggiungerebbero festanti neoliberali d’assalto che aumenterebbero la confusione, non aspettano altro che la sparizione dell’ultimo gruppo rappresentativo dei lavoratori per fare i loro porci comodi.

Che il sindacato in Italia rappresenti ormai pensionati senza futuro e non precari senza contratto che sono l’ossatura lavorativa attuale, è un punto fermo. Se non fosse che il sindacato in Italia da un lato davvero rappresenta i lavoratori italiani: pensionati. L’Italia è un paese per vecchi e se il sindacato rappresenta lavoratori che difendono contratti a tempo indeterminato che ormai nessuno ha più è semplicemente perché sono la miglior rappresentazione dell’Italia del lavoro che si possa fare: vecchia e inserita in un contesto globale che il contratto indeterminato l’ha semplicemente liquidato.

Piuttosto è la natura della rappresentatività politica dei lavoratori a dover cambiare. Il lavoro è cambiato, strutturalmente, dopo decenni di neoliberismo sfrenato. La rappresentatività in Italia è rimasta inchiodata invece a dinamiche che non esistono più, così nei sindacati sono rimasti solo i pensionati, gli unici che possono dare importanza all’articolo 18 e al contratto a tempo indeterminato di cui godono solo ultra-quarantenni. Ma, di nuovo, sono loro i lavoratori in Italia, a differenza del resto del mondo.

Stiamo dimenticando gli inesistenti. Sono anche lorol’ossatura lavorativa italiana. Precari, contratti a progetto, a tempo determinato. Ma, come il lavoro nero, semplicemente non sono calcolati, appunto perché non rappresentati. Dov’è il sindacato dei precari? Dovrebbe essere questo il sindacato del futuro in Italia, se non fosse una contraddizione in termini.

Che cos’è l’intellettuale

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 «Alla fine della seconda guerra mondiale, due sono state [in Francia] le forze emergenti, poiché entrambe all’origine della resistenza all’occupazione nazista: i gollisti e i comunisti. Tali forze si intendevano tacitamente su due regole fondamentali: innanzitutto, lo Stato aveva delle responsabilità economiche e sociali, da cui la serie importante di nazionalizzazioni (banche, industria automobilistica, energia…), la pianificazione centralizzata, la previdenza sociale ecc. In secondo luogo, la Francia non doveva allinearsi integralmente agli Stati Uniti, da cui il patto franco-sovietico siglato da De Gaulle. Questi due punti di accordo facevano da sfondo alla contrapposizione tra la destra gollista e la sinistra socialista. Per quanto riguarda l’intellettuale di sinistra, questi era essenzialmente un “compagno di strada” del Partito comunista, nel senso che considerava che le regole comuni scaturite dalla Resistenza e dalla Liberazione andassero riprese nel senso della sinistra, e non limitate come voleva la destra. Da qui l’impegno sociale (con il popolo e gli operai contro i borghesi), la neutralità in politica estera (né con gli Stati Uniti né, troppo direttamente, con l’URSS), l’anticolonialismo. Oggi tutto ciò non ha più nessuna pertinenza. Le categorie di “sinistra” e “destra” si sono americanizzate: sono solo sfumature nella gestione capitalista. Tutti si richiamano alla “democrazia” – che io personalmente preferisco chiamare “capital-parlamentarismo” – come all’unico regime politico accettabile. Gli intellettuali dominanti sono diventati pappagalli della cosiddetta democrazia, e fanno la morale alla terra intera su basi che sono in realtà imperialiste. Ho sentito con le mie stesse orecchie una quantità di intellettuali di “sinistra” approvare caldamente il bombardamento di Kabul da parte dell’aviazione americana in nome delle liberazione delle donne afghane… La verità è che le categorie politiche stesse sono in rovina, e che la figura dell’intellettuale pubblico è diventata una caricatura».

Alain Badiou intervistato da Livio Boni e Andrea Cavazzini in Allegoria n. 58.

                                                       ***

La posizione di Badiou non è anti-intellettuale ma contro L‘intellettuale. Non è insomma una posizione contro la categoria. “Intellettuale” è una figura fondamentale che accompagna (“compagno di strada” dice il filosofo) un movimento politico e/o culturale. Lo commenta, lo giudica, lo radicalizza, lo semplifica, lo rende creativo o lo affossa. Intellettuale sta all’epoca storica che vive come il giornalista alla notizia: l’uno e l’altro non possono contaminarsi, pena la confusione su ciò che succede per il primo, la falsità di quel che dice per il secondo. “Intellettuale” è come “politico”: è una vocazione non una professione. Non la si sceglie, ma si è scelti. E’ questo il senso della frase: “Io non volevo neanche farlo il presidente, ma devo farlo perché molti me lo chiedono”, perché sono stato chiamato. Oggi però questa frase, che racchiude l’onore e la rispettabilità di una vocazione, si è trasformata nel suo contrario: “Io non volevo neanche farlo il presidente, il politico, l’intellettuale, mi fanno schifo, ma sono costretto a farlo, sono costretto a scendere in campo per difendere i miei interessi”. Ecco che l’intellettuale, anche quando è “chiamato”, rischia costantemente di diventare l‘intellettuale, perché può essere chiamato dalle persone sbagliate. Il genere peggiore di questa categoria è l’opinionista, colui che non solo si accontenta di snocciolare opinioni e mai verità, ma addirittura pretende che le sue opinioni siano spacciate come verità, nella consapevolezza che dureranno il tempo di un dibattito in tv. Belli i tempi dei sofisti, gli opinionisti del IV secolo avanti cristo. Quelli almeno, però, ti insegnavano un mestiere.

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Nella foto, Jean-Paul Sartre

Privato-pubblico o che cos’è l’amore

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«Ammettiamolo, questa faccenda della famiglia e della dialettica tra privato e pubblico è la croce del comunismo, perché l’amore, che è a sua volta verità, esige ritiro, esige che gli sia accordata una parte di invisibilità. Non possiamo intraprendere la strada che, in nome del reale fardello reazionario costituito dalla vita familiare, pretenderebbe di eliminare ogni distinzione tra vita pubblica e vita privata. La minaccia del resto non viene unicamente dalle imprese comuniste. La democrazia corrotta, che è il regime politico del capitalismo crepuscolare, adora anch’essa la “trasparenza” e gli uomini politici espongono alla luce del sole le loro scappatelle, quando non sono le loro orge. La volontà di farla finita con i segreti dell’amore era flagrante in quei Paesi in cui si dichiarava che la politica sta “al posto di comando”. Ma è altrettanto attiva nei Paesi in cui al posto di comando sta il denaro: la segreta gratuità dell’amore esaspera i capitalisti al governo, preferiscono di gran lunga i succosi profitti pubblici della pornografia».

Socrate in Alain BadiouLa Repubblica di Platone, 445e-471c, Ponte delle Grazie, Milano 2013, pp. 192-193.

A che serve la filosofia (e la comunità)

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«Ciò che la filosofia stessa rivela, una volta giunta al limite, è che l’esistenza non è un’autocostituzione di senso, ma ci offre piuttosto l’essere che precede il senso. Di qui l’immancabile effetto comico della filosofia: fallisce a colpo sicuro il reale dell’esistenza.
Immagino che non ci sia nessun vero filosofo che non si sia sentito, almeno una volta nella vita, stretto dall’angoscia di questa beffa. Non uno che si sia detto, almeno una volta, che tutto il lavoro del pensiero è un onere inutile e grottesco, mentre l’esistenza, la vita, la morte, il pianto, la gioia, l’infimo spessore quotidiano lo precedono sempre e di molto. Viceversa la comunità tollera soltanto con humour o con ironia colui che la tradisce più di tutti gli altri. In un certo senso l’unica questione sarebbe questa: perché continuano ad esserci dei filosofi e perché la comunità continua a far loro posto? Perché questa funzione non è scomparsa insieme con la ricerca della pietra filosofale?

Sul suo limite la filosofia ha dunque a che fare col fatto che il senso non coincide con l’essere (almeno finché l’essere è considerato il luogo del senso). E’ quindi il limite dove anche la comunità si sospende: non c’è un’autocomunicazione del senso e la comunità non ha forse niente e soprattutto non è niente di comune. Essa non ha neppure co-umanità, co-naturalità o co-presenza con una qualunque cosa di un mondo che essa rende inabitabile man mano che lo investe. Al limite – della comunità, della filosofia – il mondo non è un mondo – è un cumulo, e forse immondo. Non possiamo più dire: «ecco il senso, ecco la co-umanità ed ecco la filosofia – o le sue filosofie, nella loro feconda competizione…». Si sa soltanto questo: il senso non può appropriarsi il reale, l’esistenza.
Tale è il ‘senso’ di tutti i ‘temi’ maggiori del pensiero contemporaneo – che si tratti dell”essere’, del ‘linguaggio’, dell”altro’, della ‘singolarità’, della ‘scrittura’, della ‘mimesi’, della ‘molteplicità’, dell”evento’, del ‘corpo’ o di molti altri ancora. Si tratta sempre di ciò che si potrebbe chiamare, nel lessico tradizionale delle dottrine, un realismo della verità inappropriabile».

Jean-Luc NancyLa comunità inoperosa, Cronopio, Napoli 2013, pp.178-180.

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A questo punto, continuando nel percorso decostruzionista, direi che ci calza a pennello Badiou:

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«La filosofia ha in realtà una doppia origine, e credo che non si insista a sufficienza su questo punto. La filosofia non è nata in modo semplice: come tanti altri mostri, è nata due volte. E’ nata una prima volta con tutti quelli che chiamiamo i presocratici: Parmenide, Eraclito, Empedocle. Ma tutti loro erano poeti, dunque la filosofia è nata la prima volta nella poesia. E’ nata una seconda volta, probabilmente con Platone, o con Socrate, e questa seconda nascita era contraria alla prima. La seconda nascita è una critica della prima. 
Il poeta parla mediante l’autorità della parola. Se leggete ciò che rimane di Eraclito e di Parmenide, potrete sentire bene questa autorità pura della parola: “del non-essere non ti permetto di dirlo né di pensarlo”; “tutto scorre, nulla rimane immobile”. Questo è il tono della prima filosofia, un tono ancora molto vicino a quello della parola sacra, quella parola che dichiara che la sua verità è legata a colui che parla. La filosofia è nata con quell’autorità.
La seconda nascita è invece la critica radicale di questo punto e comporta un’idea completamente diversa: l’idea che la verità di ciò che viene detto non deve dipendere da colui che parla, la parola della verità non è parola sacra, bensì parola che deve essere provata. Si tratta di un conflitto molto profondo perché riguarda l’origine stessa della verità. La verità è ispirazione soggettiva? Oppure è un sistema di dimostrazioni e argomenti che chiunque può far proprio, riprodurre e discutere?»

Alain BadiouDel capello e del fango, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2009, pp. 52-53.

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L’affresco di Raffaello Sanzio è quindi sbagliato: non sono Platone e Aristotele i fratelli coltelli, ma Parmenide e Socrate, che guarda caso sono uno sopra l’altro.
Ad ogni modo, filosofia è convincere argomentando. Eggrazie che poi ti si scolla essere e senso, esistenza ed essere, cose e parole. Se davvero filosofia è, nel dire, tenere insieme due intenzioni contrapposte, allora si merita la sua fine, il suo proprio fine, la sua indecidibile scoperta: la verità è inappropriabile.