Sull’utilità e il danno dei sindacati

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A seguire il dibattito degli ultimi giorni in Italia sulla crisi della sinistra, le cose da fare “da sinistra”, le polemiche tra imprenditori “di sinistra”, si diventa matti. Giusto per citarne tre che mi sono capitati sottomano ultimamente.

1. Miliardari che bacchettano miliardari per le proposte indecenti sullo sciopero.

2. Sceneggiatori che appoggiano Renzi perché seguire lui è l’unica strada progressista.

3. Infine, un quotidiano liberale che liquida i sindacati italiani, ormai inutili e reazionari.

Cosa fare in questi casi, contro il logorio del dibattito giornalistico moderno? Innanzi tutto partire da un’importante considerazione: non c’è attualmente alcuna politica di sinistra, né nel mondo né quantomeno in Italia. Per sinistra si intende una pratica di emancipazione degli emarginati, degli sfruttati, dei precari, dei poveri, insomma quella volontà politica di far partecipare attivamente nella società, restituendogli diritti negati, quelli che il filosofo francese maoista Alain Badiou chiama gli inesistenti. Volendo essere meno radicali e più democratici: dare la possibilità a tutti di realizzare sé stessi sulla base delle proprie necessità e dei propri bisogni. Ok, anche questo è radicale.

In ogni caso, per evitare la confusione di fronte a un dibattito quotidiano sui giornali italiani che mangia se stesso avviluppandosi in un narcisistico delirio. Se siete stressati dalle opinioni e vi ritrovate senza bussola, fatevi questa semplice domanda: si sta parlando degli inesistenti? Vedrete che tutto diventa più chiaro.

1. Oscar Farinetti, alla guida di una società che promuove cibo costoso e di qualità, polemizza sull’utilità dello sciopero con Davide Serra, amministratore delegato di un fondo da una decina di milioni di euro di utili quasi tutti divisi tra gli azionisti.

2. Uno sceneggiatore esperto di estetica e arte fa una dichiarazione d’amore a un politico che pone le sue fondamenta etiche sulla comunicazione.

3. Il quotidiano liberale Wall Street Journal vede nei sindacati italiani un cumulo di pensionati che del futuro politico di una nazione non possono materialmente farne parte.

Forse, di questi tre episodi citati, l’unico che potrebbe rappresentare un prolifico punto di riflessione “sulla sinistra” è il terzo, se non fosse che ad esso si aggiungerebbero festanti neoliberali d’assalto che aumenterebbero la confusione, non aspettano altro che la sparizione dell’ultimo gruppo rappresentativo dei lavoratori per fare i loro porci comodi.

Che il sindacato in Italia rappresenti ormai pensionati senza futuro e non precari senza contratto che sono l’ossatura lavorativa attuale, è un punto fermo. Se non fosse che il sindacato in Italia da un lato davvero rappresenta i lavoratori italiani: pensionati. L’Italia è un paese per vecchi e se il sindacato rappresenta lavoratori che difendono contratti a tempo indeterminato che ormai nessuno ha più è semplicemente perché sono la miglior rappresentazione dell’Italia del lavoro che si possa fare: vecchia e inserita in un contesto globale che il contratto indeterminato l’ha semplicemente liquidato.

Piuttosto è la natura della rappresentatività politica dei lavoratori a dover cambiare. Il lavoro è cambiato, strutturalmente, dopo decenni di neoliberismo sfrenato. La rappresentatività in Italia è rimasta inchiodata invece a dinamiche che non esistono più, così nei sindacati sono rimasti solo i pensionati, gli unici che possono dare importanza all’articolo 18 e al contratto a tempo indeterminato di cui godono solo ultra-quarantenni. Ma, di nuovo, sono loro i lavoratori in Italia, a differenza del resto del mondo.

Stiamo dimenticando gli inesistenti. Sono anche lorol’ossatura lavorativa italiana. Precari, contratti a progetto, a tempo determinato. Ma, come il lavoro nero, semplicemente non sono calcolati, appunto perché non rappresentati. Dov’è il sindacato dei precari? Dovrebbe essere questo il sindacato del futuro in Italia, se non fosse una contraddizione in termini.

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