Paura, reverenza, terrore

leviatano

Viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano il terrore, lo esercitano, talvolta lo subiscono. È il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione, e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo molto simile a quello pensato e indagato da Hobbes.

Ma qualcuno potrebbe sostenere che Hobbes ci aiuta a immaginare non solo il presente ma il futuro: un futuro remoto, non inevitabile, e tuttavia forse non impossibile. Supponiamo che la degradazione dell’ambiente aumenti fino a raggiungere livelli oggi impensabili. L’inquinamento di aria, acqua e terra finirebbe col minacciare la sopravvivenza di molte specie animali, compresa quella denominata Homo sapiens sapiens. A questo punto un controllo globale, capillare sul mondo e sui suoi abitanti diventerebbe inevitabile. La sopravvivenza del genere umano imporrebbe un patto simile a quello postulato da Hobbes: gli individui rinuncerebbero alle proprie libertà in favore di un super-Stato oppressivo, di un Leviatano infinitamente più potente di quelli passati. La catena sociale stringerebbe i mortali in un nodo ferreo, non più contro l’«empia natura», come scriveva Leopardi nella Ginestra, ma per soccorrere una natura fragile, guasta, vulnerata.

Carlo Ginzburg, Paura, reverenza, terrore, II. Rileggere Hobbes oggi, Adelphi, Milano 2015.

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Controlla bene

asd

La sera del 18 luglio a Würzburg, nel sud del paese, un ragazzo ha aggredito quattro turisti di Hong Kong con accetta e coltello […].  Si indaga sul fatto se abbia urlato “Allahu akbar” durante l’attacco.

Internazionale, 19 luglio 2016

Bouhlel aveva manifestato recentemente un interesse per l’islamismo radicale. François Molins [procuratore dei Parigi] ha detto che Bouhlel «non capiva perché il Daesh non potesse pretendere un territorio». Molins ha comunque confermato che Bouhlel conduceva una vita lontana dalle regole dell’Islam, consumando alcol, droghe e carne di maiale, e aveva «una vita sessuale sregolata».

ilPost, 18 luglio 2016

David S., che secondo i giornali tedeschi si chiamava David Ali Sonboly, nel 2015 era stato ricoverato per due mesi in una clinica psichiatrica, e da allora era in terapia. Thomas Steinkraus-Koch, portavoce del procuratore di Monaco, ha aggiunto che la procura non ha trovato prove di motivazioni politiche.

ilPost, 24 luglio 2016

In Germania un richiedente asilo siriano si fa esplodere ferendo 12 persone. L’uomo voleva entrare a un festival musicale ad Ansbach, vicino a Norimberga, ma non aveva il biglietto. Aveva un permesso di soggiorno temporaneo perché la sua domanda di asilo era stata respinta. Il ministro dell’interno bavarese Joachim Herrmann non ha escluso la matrice del terrorismo islamico.

Internazionale, 25 luglio 2016

No no. Non posso continuare a controllare il cellulare.

Non posso smettere di controllare.

No, no.

I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone

5184

Coda fuori il porto di Dover per imbarcarsi verso la Francia, 23 luglio 2016

 

Controlla bene

asd

Controlla bene ho detto

dfg

E abbassa lo sguardo

cvb

This dick ain’t free

In tempi di stepchild, qualunque sia il tuo ruolo la cosa importante è non confondere i generi, che restano due.

Il rap, generalmente, ha bisogno di una base stabile, monotona, per rappare, perché improvvisa. È una regola di simmetria. Se anche la base improvvisasse ne uscirebbe un brano difficile da digerire per le orecchie, poco gradevole, scombussolante.

In For free succede proprio questo. Kendrick Lamar rappa su una base sregolata e improvvisata. Perché?

Perché c’è un’inversione di ruoli, o meglio l’inversione di un ruolo. C’è una donna che manda a quel paese il suo uomo. Fottiti stronzo, non chiamarmi più. Allora lui che fa, non reagisce come un uomo ma come una donna. Ah, sì? Questo cazzo non è gratis bella. Ho bisogno di quaranta acri e un mulo, non di quaranta briciole e un pitbull del cazzo. Genital’s best friend, this dick ain’t free. Now my dick ain’t free.

La cosa è spiazzante. Lei ci resta di stucco e lui non può che recitarla effeminata questa parte. Srotola un elenco di fatti di cui è stufo, lui povero negro con aspirazioni emancipatorie, come tutti i negri, che ha le palle piene di soddisfare il desiderio di libertà come fosse un capriccio femminile. Parole su una base musicale a cascata e apparentemente caotica come solo il jazz sa fare. Parole però sulla bocca del genere sbagliato quando dall’altro lato c’è lo stesso genere. Now my dick ain’t free.

È una questione di simmetria. Che sia donna o uomo chi parla, si deve avere la possibilità di speculare: dall’altra parte ci deve essere l’altro genere, che sia donna o uomo.

Di fronte a questa violazione della simmetria, lei, dopo tutta sta tiritera isterica, ristabilisce in una frase l’ordine delle cose, sentenziando chiaro e tondo che solo lei ha il potere della fessa, non esiste il potere del cazzo. L’uomo non ha niente da negoziare, solo da offrire:

Ora ti faccio fottere da Zio Sam bello, tu non hai alcun re.

Tağdid

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Preghiera al Cairo, Egitto, 1865 (via)

Tağdid, «rinnovamento», è la parola simbolo di un movimento che, all’alba del XXI secolo cristiano e del XV secolo islamico, si diffonde dall’Africa in tutto il Medio Oriente fino a raggiungere il Pakistan, la Malesia e l’Indonesia! […]. Ricorderemo qui come si è arrivati a questo sorprendente sviluppo.

• La stagnazione culturale dell’islam, latente già dal XII secolo ed evidente dal XV secolo, la perdita di prestigio politico a partire dal XIX secolo e infine l’acuta crisi d’identità provocata dal colonialismo e dall’imperialismo occidentali.

• L’indipendenza politica di molti paesi islamici dalle potenze coloniali durante gli anni 1950-1960 […] creò i presupposti necessari per il rifiorire della religione in questi stati islamici (oggi ammontano a oltre 50 in tutto il mondo e fanno capo all’Organizzazione della Conferenza Islamica, l’OCI). Il 12 e 13 febbraio del 2004 l’OCI si è riunita a Istanbul, manifestando, insieme alla Ue, netta disapprovazione per il concetto geopolitico di «scontro di civiltà» elaborato già da tempo dai teorici americani «neoconservatori».

• Dopo tutte le promesse non mantenute del nazionalismo arabo, del panarabismo e del socialismo arabo, i successi militari-economici conseguiti dal 1973 in avanti, come le vittore nella guerra arabo-israeliana e l’embargo del petrolio, e soprattutto l’ascesa al potere dell’ayatollah Khomeini nel 1979 con la deposizione dello shah e l’umiliazione inferta agli Stati Uniti (vedi la vicenda degli ostaggi di Teheran) hanno contribuito alla nascita di un forte senso d’identità e di orgoglio

• Contemporaneamente, le delusioni del mondo occidentale e l’incapacità di risolvere i problemi economici e sociali interni dimostrata dai governi islamici filo-occidentali hanno messo in profonda crisi il paradigma moderno – sia nella sua versione socialista-sovietico-cinese sia in quella capitalistico-europeo-americana. Nella prima la giustizia sociale sacrificava ogni forma di libertà; nella seconda la libertà sacrificava ogni forma di giustizia sociale.

• Di fronte all’esclusiva attenzione del mondo occidentale e dell’Est europeo verso la soddisfazione dei bisogni materiali, si diffondeva nei paesi islamici una maggiore attenzione verso i valori spirituali, morali e religiosi. La trasfusione tecnologica occidentale, che avrebbe dovuto avviare verso la guarigione i paesi islamici, era fallita: la più lampante dimostrazione era il caso dell’Iran, che aveva rappresentato il fiore all’occhiello della politica degli aiuti occidentali al mondo arabo dopo la Seconda guerra mondiale

E da tali premesse che nasce la domanda: come dobbiamo valutare la rinascita del mondo islamico all’alba del XXI secolo? Si tratta di una semplice reazione militante-politica sia al colonialismo e all’imperialismo occidentali che, dall’altra parte, al crollo del comunismo sovietico? O è la temibile e ambivalente conseguenza della politica degli aiuti dell’Occidente con il suo trasferimento di tecnologia? Risposta: è tutte queste cose insieme!

Hans Küng, Islam: passato presente e futuro, Rizzoli-Bur, Milano 2005, parte V (E).

Cabeza de Vaca e gli Indi

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Deserto del Kanab, Grand Canyon, Mohave County, Arizona. William Henry Holmes, 1877.

Dall’isola di Malfato, tutti gl’Indi che in quel paese vedemmo hanno per usanza, dal giorno che le donne loro si sentono gravide, non dormono con esse finché sieno passati duoi anni dall’aver creati i figliuoli, i quali elle allattano finché sono d’età di dodeci anni, che già sono da sapersi da se stessi procacciar da mangiare. Dimandavamoli noi per qual cagione così gli nodrissero, e ci rispondevano che lo faceano per la molta fame che era in quel paese, dove, come noi vedevamo, alcune volte conveniva star tre e alcune volte quattro giorni senza mangiare: e per questo gli lasciavano allattare, perché in quei tempi non morisser di fame; e se pure ancora alcuni ne fussero scampati, sarebbero stati troppo delicati e di poca forza […].

Tutti costoro hanno usanza di separarsi dalle mogli loro quando tra loro non è conformità o accordo, e si rimaritano essi ed esse con chi vogliono: e questo si fa tra i giovani, ma quei che già hanno figliuoli non lasciano mai le lor mogli. E quando contendono con altri popoli e fanno questioni un con l’altro, si danno pugni e bastonate finché sono molto stanchi, e allora si spartono, e alcuna volta gli spartono le donne entrando tra loro, perché uomini non entrano a spartirtli: e per qualsivoglia colera o passione che abbiano, non combattono con archi né frezze. E dipoi che si hanno dati pugni e bastonate e finita la mischia, prendono le case e le donne loro e se ne vanno a vivere per i campi e separati dagli altri, finché lor si passa lo sdegno e la colera; e quando già stanno così senza colera, se ne tornano alla gente loro, e da indi inanti sono amici come se mai non fusse stata tra lor cosa alcuna, né è bisogno che altri s’interponga a far le paci o l’amicizie, perché in questa guisa le fanno da se stessi […].

Tutti sono gente di guerra, e usano tanta astuzia per guardarsi da’ lor nemici, come farebbono se fussero nodriti in Italia e in continua guerra.

Álvar Núñez Cabeza de Vaca, Naufragi, cap. XIV, Finisterrae, Mantova 2008

Il selvaggio West e l’Altro

Il Petrified Forest National Park, Arizona, USA

Il Petrified Forest National Park, Arizona, USA

Il Sudovest è la parte meno americana degli Stati Uniti; come osservava la guida Wpa del New Mexico nel 1940, «in alcuni luoghi la vernice dell’americanizzazione è davvero sottile». Per questo motivo la regione attira dalla moderna America anglosassone e dall’Europa persone che sono alla ricerca di ciò che gli antropologi chiamano l’Altro. Il Sudovest consente di incontrare due categorie fondamentali dell’Altro, gli indiani e gli ispanici, senza neppure lasciare il Paese, ed è dunque un logico punto di partenza. Nel 1970 non lo sapevo ancora, ma era anch’io un fuggitivo. Per il momento il mio disagio nei confronti della cultura dominante mi aveva soltanto fatto capire che non volevo vivere in città. Non ero «un uomo da marciapiede» come affermava Georgia O’Keeffe, un altro membro del gruppo. Ma nei successivi venticinque anni, l’interesse per l’Altro, il desiderio di reinventare me stesso all’interno di una cultura alternativa, mi avrebbero portato a viaggiare in tutto il mondo. Le persone che si avventurano in una ricerca di questo genere hanno quattro mete privilegiate: il Sudovest americano, l’Amazzonia, l’Africa e il Tibet. Io le avrei visitate tutte, tornando nel Sudovest più di dodici volte. Il Sudovest sarebbe stato il termine di paragone su cui avrei valutato i miei progressi, e lì avrei incontrato o conosciuto indirettamente altri individui di cultura anglosassone come me, anime affini, compagni di fuga che erano stati attirati da questa assolata e mistica parte del mondo, dove molte zone non sono sintonizzate sulla lunghezza d’onda degli Stati Uniti. E fu nel Sudovest che compresi finalmente come la mia ricerca partisse da un presupposto sbagliato, poiché non esiste un’alterità indipendente dalle proiezioni di ciascuno, e la abbandonai. A quel punto avevo viaggiato così tanto che nulla mi sembrava esotico. Avevo capito che nessun modello sociale è privo di aspetti venali. Potremmo dire che avevo incontrato l’Altro, e l’Altro ero io.

Alex Shoumatoff, Leggende del deserto americano, Einaudi, Torino 2015, p. 16.

I criminali sono buoni o cattivi?

Jonathan Banks e Mark Proksch in

Jonathan Banks e Mark Proksch in “Pimento”, Better Call Saul S01E09

«La morale è che sei vuoi fare il criminale, devi studiare»

«Aspetta, io non sono uno dei cattivi…»

«Non ho detto che sei uno dei cattivi, ho detto che sei un criminale»

«Qual è la differenza»

«Ho conosciuto bravi criminali e cattivi poliziotti. Pessimi preti, ladri onorevoli. Puoi decidere da quale parte della legge stare, ma se fai affari con qualcuno, devi mantenere la tua parola. Te ne puoi andare a casa con i tuoi soldi, e non rifarlo mai più, ma tu hai preso qualcosa che non ti apparteneva, e l’hai venduta per un profitto. Ora sei un criminale. Buono, cattivo, spetta a te»

Jonathan Banks e Mark Proksch in una scena di Pimento, Better Call Saul, S01E09.

***

La morale e la legge sono come le patatine fritte e la nutella. Sono buone, sono cibo, ad alti dosaggi fanno male (moralismo e legalità), ma soprattutto non vanno mischiate. Giorgio Agamben, promessa della giurisprudenza prima di incontrare gli strutturalisti francesi, ha inventato un concetto che rende l’idea di questa incongruenza tra legge, norma e regola da una parte, e tra moralità, etica e bontà dall’altro: inoperosità.

La legge è inoperosa. Che significa? Che il diritto, nel quale la legge opera, da qualche secolo a questa parte non è più un’emanazione (di dio, della natura) ma soltanto una decisione degli uomini. Il reato, dice l’abc della giurisprudenza, è un fatto suscettibile di pena, la pena una condanna conseguente a un reato, e il cerchio si chiude. La legge gira a vuoto su sé stessa, opera sul piano della decisione tra ciò che è legale e illegale, non più su un’oggettiva condotta retta, morale.

Agamben ci insegna che la legge è l’esercizio di un potere che si esplica in due atti: inclusione ed esclusione. La particolarità di questo duplice gesto è nell’atto di esclusione, che non è propriamente un’esclusione ma sempre un’inclusione. Sembra un’espressione alla Derrida, ma il discorso è facile. È l’enigma di San Paolo. Se tutti rispettassimo la legge, se fossimo tutti all’interno della sfera del diritto, la legge non servirebbe più a nulla. La legge in una società ideale giusta è un controsenso: una società che rispetta integralmente la legge fa sparire ogni necessità di qualsiasi legge. (Da qui l’intuizione di Hobbes di ritenere che l’uomo è un cazzimoso lupo solitario che deve essere imbrigliato nell’ordinamento del diritto. “Egli non sa cos’è l’amore” commenterebbe San Paolo).

È necessario che ogni tanto la legge venga violata, altrimenti come esercitare il diritto? La conseguenza è che la lotta contro una legge ingiusta non deve configurarsi propriamente come una lotta contro la legge, perché è proprio quello che la legge vuole. È come la melma di Ghostbuster II, più ti arrabbi meglio è, per lei. I fought the law, the law won.

La grande scoperta della teoria del diritto dell’ultimo paio di secoli è che l’illegalità non è in opposizione alla legalità, ma la sua cosa più propria. L’esterno, ciò che è illegale, fa parte della legge, ne definisce il contorno. È norma, è prassi per la legge, tanto rispettarla quanto violarla. È sadica, ti chiede di violarla, fa la faccia brutta se lo fai ma fondamentalmente ha bisogno di criminali. Come dice la psicoanalisi e una dozzina di libri di Žižek, la legge è come il Super-io: vuole sempre più di quello che puoi dargli e gode nel vederti fallire. Ciò che bandisce, gli appartiene. Si determina così una soglia labile tra legale e illegale, è la ragione per cui le leggi col tempo cambiano, per cui un’azione può andare contro la legge in un periodo storico e in un altro no. Per questo legiferare sui “diritti dell’uomo” è tremendo, perché così l’umano viene insieme incluso ed espulso dallo stato di diritto, assumendo l’inclusione di un uomo e l’espulsione di un non-uomo: avremo sempre bisogno di barbarie, altrimenti come esercitare i “diritti dell’uomo”? I diritti umani sono il rovescio perverso delle leggi razziali.

Ciò che ci mostrano Tony Soprano, Walter White, Mike Ehrmantraut, è che una società fatta di persone che confondono norma e moralità, è una società destinata alla distopia. È una società di automi, morta, quella che crede che si possa rispettare integralmente la legge. Fare la cosa giusta non è sempre il rispetto delle regole. È il quieto vivere, ma il rischio è di ritrovarsi a mangiare nutella spalmata sulle San Carlo dicendoti quanto è buona. Eichmann adorava farlo, eseguiva ordini, giusto?

Perfino il grado zero di moralità, quella utilitarista di Mike (che tu sia criminale o no, quando fai affari devi mantenere la parola) è già fuori dalla legge. La peggiore morale che tu possa immaginare, quella dei buoni affari, ha già quella dignità che qualifica la bontà di un uomo d’onore. La legge non potrà mai darti questa dignità. È ridicola la rispettabilità di un uomo che si limita a rispettare la legge. Il piano di azione morale può coincidere con quello del diritto, possono fare qualche volta un po’ di strada assieme, ma non condividono più lo stesso campo. Si rispetta la legge perché per mettere ordine alle cose non abbiamo di meglio. Si rispetta la legge perché conviene, non perché sia giusto.