Giusto per esser chiari: è stato razzismo

Willy Monteiro Duarte

Alla fine è stato un episodio di razzismo, per il semplice fatto che era nero. Poi uno può pensare quello che vuole, che bisogna prima informarsi, che bisogna prima vedere bene cosa è successo, che ci sono le aggravanti e le attenuanti. Ciò non toglie che sia stato un episodio di razzismo.

Come una buona ipotesi scientifica, bisognerebbe suffragare l’ipotesi più semplice piuttosto che cercare di trovare la conferma a un’ossessione complessa tenendosi la testa tra le mani: [non era razzismo, non era razzismo, non era razzismo ] erano solo pazzi e lui nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che sfiga. Che sfigato.

Fondamentalmente, non ce ne frega nulla se sia stato razzismo oppure no. E questo è un peccato, visto che è stato razzismo. Che non ce ne frega nulla lo si vede dal fatto che siamo più pronti a discutere di palestre e arti marziali piuttosto che ragionare sulla qualità razzista dell’evento.

Io le ho fatte arti marziali e non avete idea di quante volte, tra il serio e il faceto, c’è stata la battuta del cazzo “andiamo per strada a menare, così ci alleniamo!”. Alla fine ha anche un suo senso, in linea generale. Sicuramente ci si allena.

Preferisco la semplificazione anti-razzista che il lambiccamento delle attenuanti che già partono sopravvalutando l’attore. Chi se ne frega se era militante, o fascista. A monte c’è una cosa ancora più grave: era gente che non solo aveva voglia di menare quella sera ma che si è scientemente prodigata per farlo, forte delle tecniche di combattimento apprese in palestra. Poi, caduto dal cielo, gli è capitato tra le mani un nero, a cui è più facile dargli calci e pugni. Dubito si possa contraddire un’affermazione del genere, considerando decenni di esperimenti sociali e psicologici sul razzismo inconscio, culturale, che appartiene a tutti. Non basta questa come motivazione razziale?, o dobbiamo aspettare che la legge sentenzi, magari aggiungendo finalmente l’aggravante: era nero.

Non è morto perché era nero, è morto perché, essendo nero, c’era una maggiore disinvoltura nel picchiarlo fino all’accanimento, fino alla morte, così come per Cucchi picchiarlo era semplicemente più facile perché era un tossico di merda. Gli è andata male, poteva uscirne vivo. Ma era nero, era un tossico di merda, e ha rischiato molto di più. Potevano uccidere così anche un bianco, come già succede, come hanno ucciso Cucchi. Ma hanno ucciso un nero e un nero è più facile da uccidere. I neri, i tossici e i ricchioni sono più facili da uccidere.

Il giudice: non me ne frega un cazzo, era nero. Punto. Probabilmente il processo renderà giustizia della bassa pregnanza del dibattito pubblico.

Se il presupposto è che per essere razzisti bisogna essere politicamente istruiti, allora razzista è solo chi ha letto Fanon. Milioni di persone credono pigramente in una congiura di pedofili che si riuniscono in pizzeria però, cavolo, per essere razzista devi esserne consapevole. Nel razzismo ci siamo immersi ed è logico che a volte non ci va di riconoscerlo.

Nnaaah. Questo non è razzismo, è solo sfortuna.

Sfigato.

Ripeto, è difficile entrare nella testa dei picchiatori ma tra le due semplificazioni preferisco la seconda:

• non era razzismo, difficile dimostrarlo

• era razzismo, perché è stato ucciso un nero

A parte le anime belle, non possiamo non riconoscerci in questa distinzione inconscia, culturale: c’è il nero e c’è il bianco, lo sfigato e il figo. È la stessa ragione per cui può venire più facile, sull’autobus, cedere il posto a un bianco piuttosto che a un nero. E non perché queste differenze siano reali, che siamo tutti razzisti blabla. No, no, non è questo il punto.

Decenni di esperimenti sociali e psicologici hanno mostrato una cosa molto semplice: che siamo animali, siamo gregari. È l’atteggiamento culturale, proveniente da istinti naturali, di esercitare il potere su una minoranza. Ce lo dice il nome – minoranza – e ce lo racconta la storia della specie homo che lo sfruttamento delle minoranze e l’esercizio della violenza sulle classi più deboli (i poveri, i giovani, se neri ancora meglio, se pure tossici, se non addirittura ricchioni, allora siamo in paradiso) possono essere sempre, in qualche modo, giustificate. Perché la maggioranza ha sempre ragione e la sopravvivenza della comunità viene prima di tutto. Salvo poi mobilitare una maggioranza di milioni e milioni di schiavi per secoli e secoli (in periodi storici diversi), trasformarla in minoranza e mandare a farsi fottere tutta questa bella filosofia della comunità. E questo non significa che una sana dialettica tra minoranza e maggioranza, quando autentica, non sia essenziale alla sopravvivenza di una comunità. Significa solo che ce ne fottiamo, della comunità.

L’anti-razzismo, così come l’anti-fascismo, non sono predisposizioni naturali ma scelte. Siamo razzisti e fascisti per natura, perché siamo animali. Il fatto è che a un certo punto si sceglie – ah, mi raccomando, non scegliere significa scegliere, volente o nolente, l’astensione non esiste in questo caso: o è bianco o è nero, e se ti astieni sei un fifone, manco le palle di riconoscere il tuo fascismo c’hai. Di fronte all’istinto di sopraffare, umiliare, sfruttare e uccidere tipico dell’animale, che deve sopravvivere, l’uomo, attraverso il formidabile strumento della ragione, si emancipa da questa condizione fino a credere di potersi emancipare dalla natura (che sia possibile, oppure no, staremo a vedere).

Si sceglie semplicemente di non essere razzisti, o fascisti, non si nasce con una predisposizione naturale a non esserlo. La predisposizione naturale è fottere, mangiare e cacare, a ciclo continuo, fino alla morte, e questo il consumismo economico e culturale lo ha capito fin troppo bene.

L’anti-razzismo è un’attività di vigilanza su sé stessi affinché non ci si faccia sopraffare da questi istinti, se non addirittura si lotta affinché, con l’educazione e l’apparato culturale di una società, si insegni a tutti a riconoscere il proprio razzismo, il proprio fascismo. Siamo contraddittori, siamo bestie con un’intelligenza incredibile e l’orientamento politico egalitario è essenziale a questa scelta: la volontà di ridurre al minimo questa contraddizione.

Scusate, ho divagato. Alla fine era solo nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Come Stefano Cucchi.

Dani Alves, psicanalista

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In psicanalisi si chiama ripetizione, ovvero la persistenza di un concetto o di una sensazione. E’ il punto di ancoraggio del nevrotico, l’allucinazione dello psicotico, o la semplice ansia, l’angoscia, il chiodo fisso per quelli a cui prima o poi passa. E’ in sostanza l’ossessione, la persistenza dell’identico che ritorna, inesorabilmente, incessantemente. Può rappresentare una fonte di ispirazione, ma anche un incubo. E’ la morte, l’orrore del corpo freddo, l’ineluttabile destino di tutte le cose viventi che, nella loro infinita varietà dinamica e mutevole, vanno inesorabilmente verso la cessazione di ogni movimento. Ripetizione è la nausea sartriana della persistenza dell’esistenza.
Dani Alves, giocatore del Barcellona, ha applicato senza saperlo questo principio all’antirazzismo, rendendolo devastante per efficacia. Il 27 aprile, contro il Villareal, gli hanno lanciato una banana. Senza battere ciglio Alves l’ha presa, gli ha dato un morso, l’ha gettata a terra e ha battuto un calcio d’angolo. Il gesto è diventato virale, con tantissimi narcisi che non aspettavano altro per farsi un selfie finalmente diverso, con una banana in mano per esempio. 
L’efficacia antirazzista del gesto del giocatore del Barça sta tutta nella ripetizione. Alves non ha reagito per opposizione (protestando, offendendosi) ma al contrario per affermazione, ripetendo il gesto che ha subìto. Dagli spalti l’invito era chiaro, con tutto il carico di invenzioni che caratterizza l’offesa razzista: “Tu, negro, che sei un gradino sotto la scala evolutiva dell’essere umano [invenzione], mangiati questa banana come fanno le scimmie [invenzione]”. A questo sobrio, scherzoso e leggero messaggio, Dani ha risposto come risponderebbe ogni persona serena in un contesto come quello del gioco: ha accolto l’invito razzista, smontando di fatto ogni possibile provocazione.

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E’ quello che fanno gli afroamericani del ghetto quando tra di loro si chiamano negri (niggernigga). Pronunciano la stessa parola con lo stesso significato ma in un altro contesto: rispettano la sintassi, la semantica, ma non la pragmatica. Il trucco sta nel ripetere, senza badare a chi proferisce, e a proferirla non è più il carnefice, ma la vittima. Attraverso la ripetizione, la parola viene sradicata e riutilizzata nel suo significato più puro, neutro. Il suo senso viene ribaltato, pur mantenendosi inalterato: negri sono e negri rimangono. Con la differenza che il gesto, la profanazione, la profonda offesa della parola nigger viene presa alla lettera: nigger è un termine neutro di origine spagnola che indica la persona con la pelle scura. “Sono io!” afferma il negro ingenuo che non sa cosa nigger significhi, se non, appunto, con-la-pelle-scura. Così il “negro” detto “fra negri” non è più discriminante, anzi lo è (se c’è un negro, è perché c’è un bianco), ma al contrario: sono io, negro, che mi distinguo da te, bianco. E nigga diventa solidarizzante, comunitarizzante. Nigger è tra pari sinonimo di fratello, mentre tra schiavo e padrone indica al contrario il nemico (ancora oggi non conviene a un bianco apostrofare un negro, a meno che non gli sei amico, con un hey nigga!). In entrambi i casi, però, il significato è esattamente lo stesso, non viene alterato. Quando viene ripetuta alla lettera, persistendo identica a se stessa in un nuovo contesto, una parola muore nel suo uso corrente (“negro” è una parolaccia; le banane le mangiano i negri e i finocchi) per svelarsi nel suo proprio significato (“negro” significa “con-la-pelle-scura”; la banana è un frutto che si mangia). La persistenza della ripetizione è la parola nella sua identità propria.
Dani Alves, come tutti i nigger, come tutti gli esseri umani di tutto il pianeta terra, mangia le banane. E quando gli hanno offerto una banana si è limitato a mangiarla, capovolgendo il messaggio:

– “Mangia la tua banana, negro”
– “Ok. Mh, buona”

Quale carceriere non andrebbe su tutte le furie?
Per concludere, il gesto di Alves, ripetendo il movimento vitale dell’offesa razzista, di fatto arresta e annulla l’efficacia del gesto, ammazza il razzismo mettendogli di fronte uno specchio. E l’ondata di selfie con banana al seguito sta lì a sottolinearlo: rafforza e ripete la ripetizione fino alla nausea, fino alla morte.
Il razzismo nello sport – il razzismo urlato per attirare l’attenzione, non quello utilizzato scientificamente per attaccare e isolare una minoranza (come invece ha fatto Donald Sterling proprio negli stessi giorni) – non si combatte con l’antirazzismo, ma assumendo su di sé la sua banalità, il semplicistico e antiscientifico ragionamento che sta alla base di ogni offesa razzista. 
Negli stadi il gioco del razzismo viene preso troppo seriamente, aumentando enormemente il suo impatto sull’opinione pubblica, più di quanto vorrebbe colui che ha lanciato una banana. Dani Alves ha riportato la questione sul terreno che gli compete, fuori dalle trasmissioni tv del pomeriggio e dalle conferenze stampa degli allenatori, piuttosto inchiodandola lì dove nasce.
In questi contesti la ripetizione del gesto razzista da parte di chi subisce l’ingiuria smaschera l’ingenuità dell’ingiuria, la banalità del ragionamento dietro l’offesa. La banalità della banana.