L’importanza di guardare il dito, piuttosto che la Luna

image

«Si può dunque dire che è nella catena del significante che il senso insiste, ma che nessuno degli elementi della catena consiste nella significazione di cui è capace in quello stesso momento».

Jacques Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, in Scritti, Einaudi, Torino 2002, p. 497.

                                                       ***

Siamo inchiodati al simbolo che insegue il senso, come Achille la tartaruga. È stato detto tanto tempo fa, nel 1957, ma ancora oggi la sentenza mantiene al sua attualità. Lacan sostiene che il senso esiste, ma sottostà alla parola, le è subordinato. Per trovare il senso dobbiamo sempre usare una parola per indicarlo. È la catena significante.
In altre parole guardiamo sempre il dito, mai la Luna. Come un occhio strabico, arriviamo a fissare la Luna (un senso c’è), ma dobbiamo continuare a mantenere lo sguardo sul dito (non si smette mai di parlarne), proprio per non perdere di vista la Luna. Ma ciò non ci rende stolti, soltanto però se guardiamo il dito consapevoli che non possiamo fare altrimenti.
Slavoj Žižek porta spesso un esempio efficace per raffigurare questo strano mix di incanto e stupidità, il fatto che il θαυμάζειν (thaumàzein), lo stupore, non sta nell’essere meravigliati del sole che sorge, piuttosto che il parlarne non smette di meravigliarci: il sole sorge sempre uguale, da miliardi di anni, che noia! Piuttosto è il raccontarlo che non ci annoia.
La storia è quella sempiterna del rovesciamento: un prototipo del razionalista laico, in questo caso il fisico Niels Bohr, tiene da sempre un ferro di cavallo sopra l’ingresso di casa (o nel laboratorio).

– “Perché? Proprio tu?” gli domandano i colleghi, stupiti.
– “Perché anche se non ci credo, dicono che funzioni” sentenzia il fisico.

Non si tratta di un “non è vero ma ci credo”, quello lo dice lo stolto che non sa di essere stolto. Piuttosto è “non è vero, non ci credo, ma funziona”.
Significa che possiamo crogiolarci quanto vogliamo nella rivoluzionaria scoperta antropologica che il linguaggio (in senso lato: tutto ciò che indica un senso rispetto a ciò che ci urta, un qualunque oggetto) non sia altro che un’invenzione, e con esso tutte le culture, le religioni e le istituzioni che sul simbolo – ciò che mette (βολή, getta) insieme (σύμ) significante e significato – basano se stesse. Possiamo fare gli illuministi quanto vogliamo, possiamo cinicizzare il mondo all’infinito, scetticizzare su ogni cosa, dall’alto della consapevolezza che c’è un sacco di oppio in giro tra i popoli.
Ma, checché se ne dica, il dito resterà sempre lì, possiamo amputarlo, ma sarebbe un orrore.
È vero, il dito ci rende stolti. Ma sarebbe davvero da stupidi ritenere che serva solo a distrarci, dimenticando che è lo stesso dito con cui si manda a quel paese.

Dani Alves, psicanalista

image

In psicanalisi si chiama ripetizione, ovvero la persistenza di un concetto o di una sensazione. E’ il punto di ancoraggio del nevrotico, l’allucinazione dello psicotico, o la semplice ansia, l’angoscia, il chiodo fisso per quelli a cui prima o poi passa. E’ in sostanza l’ossessione, la persistenza dell’identico che ritorna, inesorabilmente, incessantemente. Può rappresentare una fonte di ispirazione, ma anche un incubo. E’ la morte, l’orrore del corpo freddo, l’ineluttabile destino di tutte le cose viventi che, nella loro infinita varietà dinamica e mutevole, vanno inesorabilmente verso la cessazione di ogni movimento. Ripetizione è la nausea sartriana della persistenza dell’esistenza.
Dani Alves, giocatore del Barcellona, ha applicato senza saperlo questo principio all’antirazzismo, rendendolo devastante per efficacia. Il 27 aprile, contro il Villareal, gli hanno lanciato una banana. Senza battere ciglio Alves l’ha presa, gli ha dato un morso, l’ha gettata a terra e ha battuto un calcio d’angolo. Il gesto è diventato virale, con tantissimi narcisi che non aspettavano altro per farsi un selfie finalmente diverso, con una banana in mano per esempio. 
L’efficacia antirazzista del gesto del giocatore del Barça sta tutta nella ripetizione. Alves non ha reagito per opposizione (protestando, offendendosi) ma al contrario per affermazione, ripetendo il gesto che ha subìto. Dagli spalti l’invito era chiaro, con tutto il carico di invenzioni che caratterizza l’offesa razzista: “Tu, negro, che sei un gradino sotto la scala evolutiva dell’essere umano [invenzione], mangiati questa banana come fanno le scimmie [invenzione]”. A questo sobrio, scherzoso e leggero messaggio, Dani ha risposto come risponderebbe ogni persona serena in un contesto come quello del gioco: ha accolto l’invito razzista, smontando di fatto ogni possibile provocazione.

image

E’ quello che fanno gli afroamericani del ghetto quando tra di loro si chiamano negri (niggernigga). Pronunciano la stessa parola con lo stesso significato ma in un altro contesto: rispettano la sintassi, la semantica, ma non la pragmatica. Il trucco sta nel ripetere, senza badare a chi proferisce, e a proferirla non è più il carnefice, ma la vittima. Attraverso la ripetizione, la parola viene sradicata e riutilizzata nel suo significato più puro, neutro. Il suo senso viene ribaltato, pur mantenendosi inalterato: negri sono e negri rimangono. Con la differenza che il gesto, la profanazione, la profonda offesa della parola nigger viene presa alla lettera: nigger è un termine neutro di origine spagnola che indica la persona con la pelle scura. “Sono io!” afferma il negro ingenuo che non sa cosa nigger significhi, se non, appunto, con-la-pelle-scura. Così il “negro” detto “fra negri” non è più discriminante, anzi lo è (se c’è un negro, è perché c’è un bianco), ma al contrario: sono io, negro, che mi distinguo da te, bianco. E nigga diventa solidarizzante, comunitarizzante. Nigger è tra pari sinonimo di fratello, mentre tra schiavo e padrone indica al contrario il nemico (ancora oggi non conviene a un bianco apostrofare un negro, a meno che non gli sei amico, con un hey nigga!). In entrambi i casi, però, il significato è esattamente lo stesso, non viene alterato. Quando viene ripetuta alla lettera, persistendo identica a se stessa in un nuovo contesto, una parola muore nel suo uso corrente (“negro” è una parolaccia; le banane le mangiano i negri e i finocchi) per svelarsi nel suo proprio significato (“negro” significa “con-la-pelle-scura”; la banana è un frutto che si mangia). La persistenza della ripetizione è la parola nella sua identità propria.
Dani Alves, come tutti i nigger, come tutti gli esseri umani di tutto il pianeta terra, mangia le banane. E quando gli hanno offerto una banana si è limitato a mangiarla, capovolgendo il messaggio:

– “Mangia la tua banana, negro”
– “Ok. Mh, buona”

Quale carceriere non andrebbe su tutte le furie?
Per concludere, il gesto di Alves, ripetendo il movimento vitale dell’offesa razzista, di fatto arresta e annulla l’efficacia del gesto, ammazza il razzismo mettendogli di fronte uno specchio. E l’ondata di selfie con banana al seguito sta lì a sottolinearlo: rafforza e ripete la ripetizione fino alla nausea, fino alla morte.
Il razzismo nello sport – il razzismo urlato per attirare l’attenzione, non quello utilizzato scientificamente per attaccare e isolare una minoranza (come invece ha fatto Donald Sterling proprio negli stessi giorni) – non si combatte con l’antirazzismo, ma assumendo su di sé la sua banalità, il semplicistico e antiscientifico ragionamento che sta alla base di ogni offesa razzista. 
Negli stadi il gioco del razzismo viene preso troppo seriamente, aumentando enormemente il suo impatto sull’opinione pubblica, più di quanto vorrebbe colui che ha lanciato una banana. Dani Alves ha riportato la questione sul terreno che gli compete, fuori dalle trasmissioni tv del pomeriggio e dalle conferenze stampa degli allenatori, piuttosto inchiodandola lì dove nasce.
In questi contesti la ripetizione del gesto razzista da parte di chi subisce l’ingiuria smaschera l’ingenuità dell’ingiuria, la banalità del ragionamento dietro l’offesa. La banalità della banana.

Se nella interpretazione dei Suoi sogni incontra difficoltà così notevoli, e dunque dentro di Lei si sono sollevate resistenze così forti contro una serie di stimoli che si sono prodotti nella Sua psiche, istruirLa nell’interpretazione dei Suoi sogni equivale a farLe imboccare la strada dell’autoanalisi. Ma, una volta che abbia avuto inizio, l’autoanalisi non cessa subito, e forse Ella è occupato da lavori che non tollerano turbamenti e interruzioni. Se è in grado di superare questi pericoli e di perdonarmi l’indiscrezione, con cui dovrò frugare e investigare dentro di Lei, se può tollerare gli effetti penosi che forse dovrò risvegliare in Lei: insomma se intende rivolgere contro la Sua stessa intimità l’amore implacabile della verità proprio del filosofo, sarò ben lieto di fare, per Lei, la parte dell’«Altro» in questo lavoro.

La risposta di Sigmund Freud a Heinrich Gomperz che, un mese dopo l’uscita de L’interpretazione dei sogni, scrive a Freud per dirgli che non riesce a interpretare i propri sogni seguendo il metodo del libro. In Sigmund Freud, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 203.

                                                       —-

In una straordinaria sintesi con pochi punti e molte virgole, Freud condensa la psicoanalisi in queste poche parole, in un momento [1899] in cui la psicoanalisi ancora non esisteva.

1. La psicoanalisi è una certa pratica filosofica: «l’amore implacabile della verità».
2. Il suo metodo è un’autoanalisi che sconvolge l’esistenza, risvegliando «effetti penosi». Insomma non è una spa. Se si è occupati da «lavori che non tollerano turbamenti e interruzioni» meglio lasciar perdere.
3. Infine l’analista non c’entra niente con tutto ciò, occupando «la parte dell’Altro in questo lavoro».