This dick ain’t free

In tempi di stepchild, qualunque sia il tuo ruolo la cosa importante è non confondere i generi, che restano due.

Il rap, generalmente, ha bisogno di una base stabile, monotona, per rappare, perché improvvisa. È una regola di simmetria. Se anche la base improvvisasse ne uscirebbe un brano difficile da digerire per le orecchie, poco gradevole, scombussolante.

In For free succede proprio questo. Kendrick Lamar rappa su una base sregolata e improvvisata. Perché?

Perché c’è un’inversione di ruoli, o meglio l’inversione di un ruolo. C’è una donna che manda a quel paese il suo uomo. Fottiti stronzo, non chiamarmi più. Allora lui che fa, non reagisce come un uomo ma come una donna. Ah, sì? Questo cazzo non è gratis bella. Ho bisogno di quaranta acri e un mulo, non di quaranta briciole e un pitbull del cazzo. Genital’s best friend, this dick ain’t free. Now my dick ain’t free.

La cosa è spiazzante. Lei ci resta di stucco e lui non può che recitarla effeminata questa parte. Srotola un elenco di fatti di cui è stufo, lui povero negro con aspirazioni emancipatorie, come tutti i negri, che ha le palle piene di soddisfare il desiderio di libertà come fosse un capriccio femminile. Parole su una base musicale a cascata e apparentemente caotica come solo il jazz sa fare. Parole però sulla bocca del genere sbagliato quando dall’altro lato c’è lo stesso genere. Now my dick ain’t free.

È una questione di simmetria. Che sia donna o uomo chi parla, si deve avere la possibilità di speculare: dall’altra parte ci deve essere l’altro genere, che sia donna o uomo.

Di fronte a questa violazione della simmetria, lei, dopo tutta sta tiritera isterica, ristabilisce in una frase l’ordine delle cose, sentenziando chiaro e tondo che solo lei ha il potere della fessa, non esiste il potere del cazzo. L’uomo non ha niente da negoziare, solo da offrire:

Ora ti faccio fottere da Zio Sam bello, tu non hai alcun re.

Mac Demarco, hipster fuori, autore dentro

Mac Demarco

Mac Demarco

Kurt Cobain era incazzato nero per via del nuovo ordine mondiale che si andava profilando all’inizio degli anni ’90. Ventuno anni dopo che l’ordine mondiale è rimasto sostanzialmente lo stesso – e fa pure schifo – Kurt Cobain è diventato Mac DeMarco. La rabbia si è trasformata in goliardia, la musica si è calmata, e il sovversivo nichilismo autodistruttivo è diventato pura dementia. L’unica cosa rimasta, la trascuratezza.

Classe 1990, canadese, pare fumi parecchie sigarette. Gli piacciono tanto le musicassette, i suoi album li registra così. Il primo, YING YANG, un lavoro rock dove si intuisce già il Mac Demarco che sarà (non l’ho ascoltato molto, per cui accontentatevi di questo cliché), dovrebbe essere una demo perché è autoprodotto, ma è un album a tutti gli effetti. Il secondo, anche questo si maschera dietro un “EP”, si chiama Rock and Roll Night Club, il lavoro con cui Mac viene conosciuto dal mondo. Un album fatto male, non c’è dubbio, nel senso che è registrato proprio male. Intervallato da incursioni radiofoniche finte, è un mix di ritmiche blues con cantate tra il soul e il brit-pop (la voce richiama Damon Albarn).

Urla alla camera con un cappello di lana in testa che ci saranno trenta gradi. Ha uno spazio tra gli incisivi frontali che sembra fatto apposta per renderlo più punk. È brillo di birra economica quel tanto che basta per essere allegro, ma non troppo da impedirgli di suonare. Tanto strimpella (non è vero, questo articolo è pieno di ironie, scovatele!). Tanto, non siamo mica negli anni ’90 che bisogna per forza stare incazzati. Non avendo niente di tragico da raccontare della sua infanzia, si diverte a fare il punkettone mandando bacetti. È proprio il figlio dei nostri tempi, dove la dissoluzione estetica e politica del rock anni ’90 ci ha permesso di apprezzare Elio e le Storie Tese. Mac Demarco è un incrocio tra un appassionato blues-rocker, il più classico degli hipster analogici e Maccio Capatonda. Una miscela che trasfigura il moscio low-fi in un’arte originale, ricca della leggerezza dell’ironia.

Cosa suona Mac Demarco? A missare i suoi pezzi, aggiungendo un minimo di pulizia del suono, uscirebbero suoni più banali, la sua forza sta infatti in un’ottima tecnica blues-rock combinata ad una sciatta postproduzione. La prima volta che l’ho ascoltato (grazie a quella meravigliosa Pitchfork app di Spotify che bastava cliccare sulle copertine per ascoltare al volo le nuove uscite ma che poi è stata eliminata mortacci loro) era perché mi incuriosiva la copertina di Rock and Roll Night Club: un uomo che si sparge rossetto sulla bocca con aria disinvolta e per nulla gayofila. Si intuiva subito la minchiaggine, così volevo vedere di che musica si trattava. Premo play e mi parte una cosa registrata male. Fu amore a prima vista.

È questo gioco di contrasti che ci piace, tra lo spessore musicale, la pessima registrazione e una personalità da adolescente demente. Quello che avremmo sempre voluto chiedere alla nostalgia musicale del low-fi: l’autoironia. È un certo uso del low-fi ad essere il suo asso nella manica, quel genere che andava forte negli anni ’00, nel post-post rock, quando ci si era talmente sganasciati i maroni di definire i generi musicali che ormai ci si scocciava pure di post produrli. Solo che Mac il low-fi non lo fa perché si porta, o perché è “dolcissimo e bellissimo”, ma perché così gli viene. Insomma, Mac Demarco è indie, ma non è colpa sua, e non gliene importa. È un mix irresistibile di estetismo grunge, rhythm and blues e dementia. È l’esempio più schietto che in natura niente si crea dal nulla, soprattutto in musica. Ed ha un sound inconfondibile. Ti basta ascoltare pochi secondi, manco fossero gli U2, per dirti ah, sì, è un Mac. Un autore.

Dopo Rock and Roll Night Club è seguito II, con in copertina un ragazzo che stringendo una brutta chitarra elettrica fa il segno della vittoria con un cappello della Standa in testa. Ridicolo, ma non la musica. Un’estetica che è il suo guscio, utile forse a proteggere la sua preziosa creatività dalle etichette facili. Anche II è sporco e sognante quanto Rock and Roll. Li ho ascoltati insieme, non ho avuto il tempo di digerirli singolarmente perciò li percepisco come un’unica striscia creativa, tra l’altro sono usciti a distanza di qualche mese l’uno dall’altro. La terza fatica, Salad Days, esce due anni dopo, nel 2014, ed è il suo lavoro minore. L’errore è stato quello di missare i pezzi dando più presenza alla batteria, e il risultato non è stato un granché: troppo pulito, asciutto, poco significativo. Così il suo entrourage si sarà reso conto che è meglio restare se stessi: trascurati. E infatti la sua quarta fatica, uscita un mese fa, è un ritorno alle sciatte origini (per usare un cliché, solo che ho aggiunto “sciatto”). Si chiama Another one, a sottolineare una prolifica attività musicale: quattro album in tre anni. È il lavoro più scanzonato. Parla d’amore. L’album più leggero che l’artista canadese che veste grunge, suona blues e registra male abbia fatto finora.

Bassa fedeltà e cazzeggio. Un connubio che ancora nessuno aveva fatto all’indomani del post-post-post-rock. Grande Mac, ti vogliamo bene. Un abbraccio da parte mia e di Gianni Morandi, che anche se non ti conosce sono sicuro che ti abbraccerebbe se glielo chiedessi. Tanto lui abbraccia tutti.

Vi saluto con questa ultima clip, montata male.

Camminare con la bocca salata

pino

Noi napoletani siamo provinciali, subito invidiosi se c’è qualcuno che fa arte in autonomia, che crea qualcosa senza chiedersi se possa compiacere i dirimpettai, che magari di arte non capiscono nulla. Cerchiamo subito di acchiappare e trattenere chi vorrebbe seguire la sua strada perché altrimenti ne perderemmo il potere di controllo. Il sentimento di tradimento e malinconia che ci caratterizza è una dimostrazione di ingenuità, tanto siamo concentrati sulla teatralità del fare. Pino l’ha capito subito, prestissimo, ha capito che se voleva diventare un grande musicista doveva smarcarsi da tutto questo. A 18 anni scrive Napul’è. All’età in cui si vive alla giornata aveva già dato il meglio di sé. Due, tre dischi in cui c’è tutta la sua carriera. Un blues mediterraneo in una miscela esplosiva. È questa la differenza che fa il genio.

Pino Daniele è ambivalenza pura. È riuscito a uscire dalla “provincialità” e a farsi grande, e per farlo ha dovuto lasciare una città che altrimenti lo avrebbe stritolato, appunto, nel provincialismo. È tutta qui la ragione per cui lo amiamo tanto, la stessa per cui non piace: resta uno straordinario neomelodico che si porta la provincia dentro. È un profondo cantante malinconico.

Una canzone su tutte, Chi tene ‘o mare. È la canzone di Pino e di Senese, si sforza di essere blues (Pino) e jazz (Senese) nonostante sia profondamente neomelodica. Le parole sono poesia ma non è chiaro quello che vuole dire. Che significa che chi vive vicino il mare “cammina con la bocca salata”? Che non è amarezza, altrimenti la bocca sarebbe appunto amara. È piuttosto una bocca secca, prosciugata. Per me questa canzone significa che chi vive in un posto splendido e accogliente come Napoli s’illude che la natura basti alla bellezza, è fess e cuntent. Non è vero che è bello vivere in un posto in cui la natura è tremendamente generosa. Questo lo dicono solo i turisti, chi viene, ammira e va via. Chi al contrario vive in posti così porta na croce: il fardello di chi si fissa sulla bellezza, di chi crede che il mare (nel senso della natura, delle cose il cui stato non dipende da noi) basti per tutto e non si occupa delle cose a portata di mano. È il fardello dei popoli del Mediterraneo che vivono in un lago sereno e, magari proprio per questo, non riescono ad autogestirsi. Chi tene ‘o mare, ‘o ssaje, nun tene niente.

Pino Daniele è un perfetto misto di blues (o sap caaaaa) e neomelodicità (è fess e cuntento). Un nero a metà. È arrivato come un fulmine tra gli anni ’70 e ’80. Guardava all’ammerica e alla sua straordinaria ricchezza musicale, conscio che il suo linguaggio, quello di un diplomato ragioniere cresciuto a Santa Maria la Nova, era lo stesso. Il suo successo è il segreto della creatività: la fecondità è frutto di commistioni bastarde. Lo dice anche la legge di natura: replicare lo stesso DNA alla lunga stanca e avvizzisce, bisogna variare.