Giusto per esser chiari: è stato razzismo

Willy Monteiro Duarte

Alla fine è stato un episodio di razzismo, per il semplice fatto che era nero. Poi uno può pensare quello che vuole, che bisogna prima informarsi, che bisogna prima vedere bene cosa è successo, che ci sono le aggravanti e le attenuanti. Ciò non toglie che sia stato un episodio di razzismo.

Come una buona ipotesi scientifica, bisognerebbe suffragare l’ipotesi più semplice piuttosto che cercare di trovare la conferma a un’ossessione complessa tenendosi la testa tra le mani: [non era razzismo, non era razzismo, non era razzismo ] erano solo pazzi e lui nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che sfiga. Che sfigato.

Fondamentalmente, non ce ne frega nulla se sia stato razzismo oppure no. E questo è un peccato, visto che è stato razzismo. Che non ce ne frega nulla lo si vede dal fatto che siamo più pronti a discutere di palestre e arti marziali piuttosto che ragionare sulla qualità razzista dell’evento.

Io le ho fatte arti marziali e non avete idea di quante volte, tra il serio e il faceto, c’è stata la battuta del cazzo “andiamo per strada a menare, così ci alleniamo!”. Alla fine ha anche un suo senso, in linea generale. Sicuramente ci si allena.

Preferisco la semplificazione anti-razzista che il lambiccamento delle attenuanti che già partono sopravvalutando l’attore. Chi se ne frega se era militante, o fascista. A monte c’è una cosa ancora più grave: era gente che non solo aveva voglia di menare quella sera ma che si è scientemente prodigata per farlo, forte delle tecniche di combattimento apprese in palestra. Poi, caduto dal cielo, gli è capitato tra le mani un nero, a cui è più facile dargli calci e pugni. Dubito si possa contraddire un’affermazione del genere, considerando decenni di esperimenti sociali e psicologici sul razzismo inconscio, culturale, che appartiene a tutti. Non basta questa come motivazione razziale?, o dobbiamo aspettare che la legge sentenzi, magari aggiungendo finalmente l’aggravante: era nero.

Non è morto perché era nero, è morto perché, essendo nero, c’era una maggiore disinvoltura nel picchiarlo fino all’accanimento, fino alla morte, così come per Cucchi picchiarlo era semplicemente più facile perché era un tossico di merda. Gli è andata male, poteva uscirne vivo. Ma era nero, era un tossico di merda, e ha rischiato molto di più. Potevano uccidere così anche un bianco, come già succede, come hanno ucciso Cucchi. Ma hanno ucciso un nero e un nero è più facile da uccidere. I neri, i tossici e i ricchioni sono più facili da uccidere.

Il giudice: non me ne frega un cazzo, era nero. Punto. Probabilmente il processo renderà giustizia della bassa pregnanza del dibattito pubblico.

Se il presupposto è che per essere razzisti bisogna essere politicamente istruiti, allora razzista è solo chi ha letto Fanon. Milioni di persone credono pigramente in una congiura di pedofili che si riuniscono in pizzeria però, cavolo, per essere razzista devi esserne consapevole. Nel razzismo ci siamo immersi ed è logico che a volte non ci va di riconoscerlo.

Nnaaah. Questo non è razzismo, è solo sfortuna.

Sfigato.

Ripeto, è difficile entrare nella testa dei picchiatori ma tra le due semplificazioni preferisco la seconda:

• non era razzismo, difficile dimostrarlo

• era razzismo, perché è stato ucciso un nero

A parte le anime belle, non possiamo non riconoscerci in questa distinzione inconscia, culturale: c’è il nero e c’è il bianco, lo sfigato e il figo. È la stessa ragione per cui può venire più facile, sull’autobus, cedere il posto a un bianco piuttosto che a un nero. E non perché queste differenze siano reali, che siamo tutti razzisti blabla. No, no, non è questo il punto.

Decenni di esperimenti sociali e psicologici hanno mostrato una cosa molto semplice: che siamo animali, siamo gregari. È l’atteggiamento culturale, proveniente da istinti naturali, di esercitare il potere su una minoranza. Ce lo dice il nome – minoranza – e ce lo racconta la storia della specie homo che lo sfruttamento delle minoranze e l’esercizio della violenza sulle classi più deboli (i poveri, i giovani, se neri ancora meglio, se pure tossici, se non addirittura ricchioni, allora siamo in paradiso) possono essere sempre, in qualche modo, giustificate. Perché la maggioranza ha sempre ragione e la sopravvivenza della comunità viene prima di tutto. Salvo poi mobilitare una maggioranza di milioni e milioni di schiavi per secoli e secoli (in periodi storici diversi), trasformarla in minoranza e mandare a farsi fottere tutta questa bella filosofia della comunità. E questo non significa che una sana dialettica tra minoranza e maggioranza, quando autentica, non sia essenziale alla sopravvivenza di una comunità. Significa solo che ce ne fottiamo, della comunità.

L’anti-razzismo, così come l’anti-fascismo, non sono predisposizioni naturali ma scelte. Siamo razzisti e fascisti per natura, perché siamo animali. Il fatto è che a un certo punto si sceglie – ah, mi raccomando, non scegliere significa scegliere, volente o nolente, l’astensione non esiste in questo caso: o è bianco o è nero, e se ti astieni sei un fifone, manco le palle di riconoscere il tuo fascismo c’hai. Di fronte all’istinto di sopraffare, umiliare, sfruttare e uccidere tipico dell’animale, che deve sopravvivere, l’uomo, attraverso il formidabile strumento della ragione, si emancipa da questa condizione fino a credere di potersi emancipare dalla natura (che sia possibile, oppure no, staremo a vedere).

Si sceglie semplicemente di non essere razzisti, o fascisti, non si nasce con una predisposizione naturale a non esserlo. La predisposizione naturale è fottere, mangiare e cacare, a ciclo continuo, fino alla morte, e questo il consumismo economico e culturale lo ha capito fin troppo bene.

L’anti-razzismo è un’attività di vigilanza su sé stessi affinché non ci si faccia sopraffare da questi istinti, se non addirittura si lotta affinché, con l’educazione e l’apparato culturale di una società, si insegni a tutti a riconoscere il proprio razzismo, il proprio fascismo. Siamo contraddittori, siamo bestie con un’intelligenza incredibile e l’orientamento politico egalitario è essenziale a questa scelta: la volontà di ridurre al minimo questa contraddizione.

Scusate, ho divagato. Alla fine era solo nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Come Stefano Cucchi.

Abbattere statue. Sì, la società è fondata sul sangue. E ora che l’hai scoperto?

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Walter White. Padre di famiglia, pluriomicida, chimico brillante

Lo sappiamo che il blues è figlio della schiavitù? Che se i bianchi non avessero schiavizzato milioni di persone non ci sarebbe stata la contaminazione tra musica popolare e colta? Che se gli aristocratici compositori bianchi, verso la seconda metà dell’Ottocento, non si fossero messi a trascrivere e saccheggiare quello che ascoltavano per strada col cazzo che oggi avremmo O partigiano portami via? Che se tra il XVII e il XIX secolo non ci fosse stata una immane deportazione continentale oggi non potremmo fraternizzare con i deboli e i disadattati suonandogli la grande musica del blues e del jazz?

Homi Bhabha, pensatore post-coloniale, definisce la cultura come l’oscillazione tra il pedagogico e il performativo: la tradizione e la generazione che la vive. Ogni venticinque anni, circa, le tradizioni sono messe in discussione e hanno l’occasione per trasformarsi restaurandosi, trasmutandosi o cancellandosi. C’è un certo grado di aleatorietà in questo rapporto, una certa precarietà. In altre parole, non sembra che le culture siano oggetti razionali, che riflettano uno stato di natura.

La storia spicca il volo solo quando sono tutti morti, e riscrive a piacimento quello che si è sedimentato. La cronaca, che racconta il presente, è instabile e soggetta agli umori della narrazione dominante. La verità arriva solo quando sono tutti morti, e a volte riscrive meglio quello che è stato scritto velocemente e male con la cronaca. E non possiamo farci nulla, ogni volta.

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Questo libro vi farà vedere il blues con altri occhi, nonostante sia della casa editrice di Giorgio Agamben

L’abbattimento delle statue è un atto performativo. E il pedagogico, dov’è? La consapevolezza storica – e lo dicono tutti gli studiosi post-coloniali, cioè quelli di colore, i coloni, i buoni, non i cattivi – è che si dovrebbe prima di tutto accettare come un dato di fatto ineluttabile che siamo tutti figli di pezzi di merda.

L’abbattimento di una statua dovrebbe essere il risultato finale di un percorso di autoanalisi culturale, quella che scopre la violenza, il sopruso e lo sfruttamento alla base dei rapporti tra le persone e dello scambio delle merci. Che estende la violenza non solo al retaggio coloniale (ti piacerebbe, vero?) ma alla fondazione di qualsiasi ordinamento sociale.

L’economia, così come lo stato di diritto, sono azioni coercitive, si decidono, non cadono dal cielo, e vengono entrambe decise con qualità determinate dai vantaggi che ne ricava il gruppo di interesse dominante, il quale a volte, raramente, coincide con una maggioranza. A volte può succedere che questo tipo di stato di diritto deciso si riveli anche il più giusto, equo, ma anche questo lo si potrà scoprire solo quando sarà tutto finito, quando saranno tutti morti.

L’abbattimento delle statue senza questa consapevolezza tragica è una posa.

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Che c’è, Hank, sei scioccato dal post-colonialismo?

La famiglia è il luogo migliore dove mettere al sicuro le proprie patologie senza che siano mai messe in discussione. In famiglia i disturbi del comportamento sono minimizzati, rafforzati, elusi, ospitati, ingigantiti, senza mai essere curati. È una grande chiattillata social da condividere mentre vi si assiste abbattere statue senza turbarsi, senza lo shock di aver scoperto che il comodo e profumato cuscino della cultura occidentale è anche putrido, oppure che è putrido tanto quanto è accogliente. Una grande presa per il culo, una buffonata melodrammatica, teatrale, performativa, caciaresca.

È una verità constatata da decenni l’indicibile fatto che qualsiasi società (e quella che ha dominato, la bianca, per forza di cose più di tutte le altre) è fondata sul sangue degli innocenti, sulla sopraffazione e la schiavitù. L’abbattimento delle statue è il sintomo di questo lavoro culturale, o piuttosto è l’emblema di un rifiuto a riconoscere -e magari mettere in discussione – le fondamenta della nostra organizzazione economica e sociale?

Riusciremo mai a superare sto fatto che siamo figli di criminali? Che te ne fai di tutto quello che è stato scritto dagli anni Cinquanta in poi, da quando gli ex imperi hanno cominciato a ritirarsi dalle colonie. Che te ne fai di una tesi di laurea triennale sull’interculturalità se poi basta abbattere statue per riuscirci, altro che districarsi nelle contraddizioni dietro qualsiasi narrazione culturale.

Perché è quello che stiamo facendo, giusto, abbattendo le statue? Stiamo superando tutto questo, oppure stiamo conservando, restaurando, proprio la nostra splendida identità coloniale?

I miei colleghi, che osservano questo fenomeno e ci scrivono, sono freelance, non è che possono fare molto. Scrivono certo per un interesse intellettuale, per ragionare sul fenomeno statue e sulla questione coloniale, ma lo fanno prima di tutto perché 15 mila battute sono pagate circa 70 euro e, visto che ora si parla di statue, cazzo allora si scriverà di statue.

(questo articolo lo sto scrivendo gratis)

Però poi Selfieni e Meloncino sono il male, eh. Li prendiamo terribilmente sul serio, che li sfottiamo, li ridicolizziamo o li osanniamo, fa lo stesso: li riconosciamo, li legittimiamo. Ma solo loro sono distruttivi, solo loro inventano i noi e i loro, i buoni e i cattivi. La tragedia del post-colonialismo è proprio che il buono e il cattivo coincidono con la stessa persona. Il post-colonialismo è disorientante, non è orientante. È uno shock.

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Ma da dove verrà il consenso della destra populista? Maledette statue

La nottola di Minerva spicca il suo volo sul far del crepuscolo. La consapevolezza storica post-coloniale è accettare un’impotenza, l’impossibilità di cambiare le cose terribili che sono successe, solide basi della ricchezza e della felicità di milioni e milioni di persone. L’ingiustizia alla base dei rapporti di potere. Tutto ciò che in società sembra giusto, naturale, consequenziale, non è che la decisione di una parte.

Wow. Che figata, vero?

Richie Rich se la prende col paparino che non gli ha permesso di scoprire il mondo. La famiglia americana anni Ottanta di Natale scopre che la sua bontà non è che una facciata. Se si abbattono statue con questo spirito da tossico col senso di colpa, senza rendersi conto che l’autenticità di un tale atto implica necessariamente un auto-abbattimento, allora l’atto è solo performativo, senza dialettica con la pedagogia, non fa i conti con la tradizione. È una posa, è da atteggiati, da turisti del postcolonialismo. Poi passa.

Non ci resta che piangere sullo Stato versato. Grazie Mario!

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L’opinione pubblica – Lisa Venturini in Non ci resta che piangere (1984) – ringrazia l’etica liberista

L’etica comunitaria è Saverio (Roberto Benigni), l’etica liberista è Mario (Massimo Troisi). La società ringrazia sempre Mario, a Saverio non lo vede manco, anche quando è proprio lui, ogni volta, a farsi il culo.

I bimbi se la spassano, giocano. Siamo tutti schumpeteriani a parole. Crediamo di avere il mondo in mano, poi cadiamo, ci sbucciano e piangiamo la mamma-Stato che prontamente ci risolleva. Ci risolleva perché siamo sempre noi lo Stato, che ti aiuta sempre, anche dopo che sei cresciuto, a differenza di mamma che non può farlo per sempre. Come la mamma, anche lo Stato, quando si rimbocca le maniche, non pretende niente dal bimbo, è lei l’adulta. L’importante è essere felici, senza quel fastidioso senso di comunità addosso.

Siamo tornati indietro di dieci anni. Il populismo, che agisce sul percepito, sta zitto, perché c’è solo il reale. Non c’è più caciara, non c’è più confusione. C’è solo un vero stato di emergenza, non c’è più differenza tra realtà percepita e realtà reale. La tv è tornata a fare quello che faceva prima dei social: dirette e opinionisti, dirette e opinionisti. Senza influencer, viva dio. Per chiacchierare di attualità non devi immergerti in una melma. Al massimo, qualche facebucchinata, gente come me te che si arrabbia, come fosse il 2009, quando cercavamo i compagni di classe. Non ci sono fake news, ci informiamo su dati verificati. Pure le frasi fatte rispecchiano le fonti. Ma quando l’epidemia sarà finita, il reale se ne andrà, la realtà si riattiverà e il secondo decennio del XXI secolo potrà riprendere. Il populismo ritornerà, più forte.

In queste settimane trionfano misure “socialiste”, collettive. Il Parlamento legifera dal giorno alla notte. È all’opera uno Stato d’eccezione, non un piano quinquennale di collettivizzazione delle risorse, ma sempre dello Stato si tratta, quello Stato malvisto da tutti quando vogliamo fare i soldi ma che, ogni volta che si hanno problemi di soldi, a lui li andiamo a chiedere. È lo stesso rapporto che abbiamo con l’eredità di mamma e papà: non esiste, noi abbiamo la schiena dritta, ce la facciamo da soli, finché non ne abbiamo naturalmente bisogno. Le differenze di classe non esistono finché siamo liberi imprenditori. Come una pubblicità di assorbenti. Liberi, finalmente. Le zone rosse, i fiumi di miliardi drenati verso la sanità, l’esenzione dalle imposte. Non ci sarà traccia nei nostri ricordi di questo sforzo immane, solo un bilancio dello Stato dissanguato: sprecone! Noi, la società, senza istruzione, ciucci e presuntuosi, che non partecipiamo e condividiamo tantissimo, dimenticheremo presto. Il governo è riuscito pure a ottenere la centralizzazione del potere, dopo che in una fase iniziale un decreto regionale e uno statale si sono presi a mazzate. Intere comunità non crolleranno grazie all’intervento dello Stato. Ma noi ci saremo chiusi in casa e sarà l’unica cosa sensata che crederemo di aver fatto.

kinopoisk.ru

Bane (Tom Hardy) in Il cavaliere oscuro (2012)

Ci siamo immunizzati, abbiamo evitato i contatti. Il governo avrà varato misure straordinarie in deroga, in deficit, per noi (e per sé stesso), drenando fiumi di denaro. I medici – l’amico tuo e tuo zio in pensione – avranno lavorato 17 ore al giorno. La solidarietà istituzionale dei funzionari pubblici e la solidarietà professionale dei medici, l’incredibile prontezza del governo parlamentare, senza burocrazia, la quasi totale assenza di conflitto Stato-Regioni. Macché, il merito è solo nostro, che ci siamo chiusi in casa. E i medici che hanno fatto turni di 17 ore per salvaguardare la comunità? Ok, e i miei turni di 17 ore chiuso in casa? È solo grazie alla paranoia che siamo andati avanti. Grazie, paranoia.

Il Coronavirus sta creando un senso di continuità, non di rottura, con la nostra idea distopica di società. Questo è quello che ha cercato di dire Agamben senza riuscirci. Ha avuto ragione Nancy a rispondergli sfottendolo ma una cosa fondamentale Agamben l’ha detta, anche se non è riuscito a dirla: questa grande disposizione di mezzi statali dispiegati non è un miracolo socialista. Siamo sempre nello stato di eccezione eccezione, quello vero, vero vero, reale, terminato il quale si ritornerà allo stato di eccezione permanente, quello con cui Agamben ci ha abboffato i maroni con 47 libri tutti uguali. Il processo di immunizzazione dell’etica individualista liberale ci scorre nelle vene e quello che stiamo facendo per fronteggiare l’epidemia non è niente di così diverso dalla vita di tutti i giorni, solo più esacerbata. Non fate quella faccia: io ho quattro abbonamenti allo streaming e vedo decine di volte al giorno facebook, voi? La rottura ci sarebbe se ci fosse un’epidemia da milioni di morti. Questo metterebbe tutto in discussione. La storia ci insegna che dopo la peste del Trecento e la Seconda guerra mondiale l’umanità è rinata. Prima è morta, però. Non è quello che si può augurare, serve solo a sottolineare che, sconfiggendo il Coronavirus così, senza consapevolezza dell’importanza di questa azione collettiva in atto per sconfiggerla – la stessa che dovremmo applicare in economia – ritorneremo a fare quello che facevamo prima, ovvero combattere la depressione economica e l’apocalisse climatica con le straordinarie armi dell’etica liberista, quella stessa squisita etica liberista che tanto ci piace e che proprio ora non può fare proprio nulla per aiutarci.

L’economia ne uscirà devastata, ma non quanto il nostro senso di comunità. La libera iniziativa privata – contra quella (sprecona) pubblica – e il valore del consumo dei prodotti culturali audiovisivi – contra i teatri e i concerti – sono due principi che non potranno essere messi in discussione perché sono in continuità con la situazione che stiamo vivendo. Non riconosceremo mai il tremendo sforzo che lo Stato ha fatto (grazie mamma!), solo la straordinaria virtù di esserci fatti i cazzi nostri (grazie Mario!). Siamo liberi imprenditori.

Tutti, com’è giusto che sia, stanno chiedendo soldi allo Stato. Anche gli imprenditori. L’imprenditore! Che professa di giorno il darwinismo economico e sociale, la lotta per fare i soldi, l’eroismo del self-made-man-stiamo-sotto-al-cielo-il-mondo-è-una-giungla, il leone e la foresta. Ma di notte, quando deve investire, quando deve fallire, se lo Stato non gli dà una mano appiccia tutto cose. E non gli chiedete tasse, per piacere, che si arrabbia, soprattutto se è molto ricco e la montagna di soldi che ha fatto ha potuto iniziare a farla grazie a gigantesche esenzioni fiscali. Lasciatelo stare, è un libero imprenditore.

Il Coronavirus è un altro passo verso una società più distopica, autarchica, autoritaria, liberista e capitalista. Parole neutre, ora che n’è passata di acqua sotto i ponti da quando a queste se ne opponevano altre. L’etica individuale liberale che ci guida ci ispirerà ancora più fiducia perché crederemo che l’immunizzazione dai doveri della comunità, chiuderci in casa, sarà stata la chiave per sopravvivere. Dopo che l’economia sarà ripartita – smagrita, ammaccata, ammalata, incerta, impaurita, ma senz’altra scelta che riprendere a produrre merci da comprare – sarà la comunità come idea politica ad uscire completamente sconfitta.

 

Paura, reverenza, terrore

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Viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano il terrore, lo esercitano, talvolta lo subiscono. È il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione, e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo molto simile a quello pensato e indagato da Hobbes.

Ma qualcuno potrebbe sostenere che Hobbes ci aiuta a immaginare non solo il presente ma il futuro: un futuro remoto, non inevitabile, e tuttavia forse non impossibile. Supponiamo che la degradazione dell’ambiente aumenti fino a raggiungere livelli oggi impensabili. L’inquinamento di aria, acqua e terra finirebbe col minacciare la sopravvivenza di molte specie animali, compresa quella denominata Homo sapiens sapiens. A questo punto un controllo globale, capillare sul mondo e sui suoi abitanti diventerebbe inevitabile. La sopravvivenza del genere umano imporrebbe un patto simile a quello postulato da Hobbes: gli individui rinuncerebbero alle proprie libertà in favore di un super-Stato oppressivo, di un Leviatano infinitamente più potente di quelli passati. La catena sociale stringerebbe i mortali in un nodo ferreo, non più contro l’«empia natura», come scriveva Leopardi nella Ginestra, ma per soccorrere una natura fragile, guasta, vulnerata.

Carlo Ginzburg, Paura, reverenza, terrore, II. Rileggere Hobbes oggi, Adelphi, Milano 2015.

Controlla bene

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La sera del 18 luglio a Würzburg, nel sud del paese, un ragazzo ha aggredito quattro turisti di Hong Kong con accetta e coltello […].  Si indaga sul fatto se abbia urlato “Allahu akbar” durante l’attacco.

Internazionale, 19 luglio 2016

Bouhlel aveva manifestato recentemente un interesse per l’islamismo radicale. François Molins [procuratore dei Parigi] ha detto che Bouhlel «non capiva perché il Daesh non potesse pretendere un territorio». Molins ha comunque confermato che Bouhlel conduceva una vita lontana dalle regole dell’Islam, consumando alcol, droghe e carne di maiale, e aveva «una vita sessuale sregolata».

ilPost, 18 luglio 2016

David S., che secondo i giornali tedeschi si chiamava David Ali Sonboly, nel 2015 era stato ricoverato per due mesi in una clinica psichiatrica, e da allora era in terapia. Thomas Steinkraus-Koch, portavoce del procuratore di Monaco, ha aggiunto che la procura non ha trovato prove di motivazioni politiche.

ilPost, 24 luglio 2016

In Germania un richiedente asilo siriano si fa esplodere ferendo 12 persone. L’uomo voleva entrare a un festival musicale ad Ansbach, vicino a Norimberga, ma non aveva il biglietto. Aveva un permesso di soggiorno temporaneo perché la sua domanda di asilo era stata respinta. Il ministro dell’interno bavarese Joachim Herrmann non ha escluso la matrice del terrorismo islamico.

Internazionale, 25 luglio 2016

No no. Non posso continuare a controllare il cellulare.

Non posso smettere di controllare.

No, no.

I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone

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Coda fuori il porto di Dover per imbarcarsi verso la Francia, 23 luglio 2016

 

Controlla bene

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Controlla bene ho detto

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E abbassa lo sguardo

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Non c’è lavoro (nel 1936)

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I leader dell’AYC Jack R. McMichael, William W. Hinckley e Joseph Cadden, prima dell’incontro con la Commissione per le attività antiamericane, 1939

Vogliamo lavorare, produrre, costruire, ma milioni di noi sono costretti all’ozio. Noi ci diplomiamo e laureiamo, ci prepariamo per una carriera e una professione, ma non c’è lavoro. Rischiamo di trovarci su una strada o in un campo diretto dall’esercito, isolati dagli amici e dalla famiglia. Ci rifiutiamo di essere la generazione perduta.

Dalla Dichiarazione dei diritti dei giovani americani, American Youth Congress, 1936, in J. Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, Milano 2012, p. 338.

La generazione dell’11 settembre sta arrivando

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Un pezzo della locandina di “Youth” (2015), di Paolo Sorrentino

Quando un avversario dice: ‘Non sarò mai dei vostri’,
io rispondo sereno: ‘Tuo figlio già appartiene a noi…
Tu passerai, ma i tuoi discendenti
militano adesso in un nuovo campo.
Tra poco non conosceranno altro che questa nuova comunità

Adolf Hitler nel 1933 (via)

Combattete con noi contro il vecchio sistema,
contro il vecchio ordine, contro le vecchie generazioni.
Siamo gli ultimi combattenti per la libertà,
combattete con noi per il socialismo,
per la libertà, e per il pane!

Volantino della Hitlerjugend, estate 1932 (via)


Quindi ci siamo. Quest’anno compiono quindici anni quelli nati l’11 settembre 2001. Sono giovani, sono belli, sono tonici, freschi e cresciuti a pane e repressione. Non soltanto una nuova generazione ma una generazione del tutto nuova, educata dalla società tenendo a mente quello che è successo a New York. Non è la gioventù tedesca che si opponeva alla vecchia Weimar autoritaria, né la gioventù italiana che si opponeva ai neanche tanto vecchi soldati del 1914-18, austeri e nostalgici. Niente di paragonabile alla massa di entusiasti di un secolo fa ma comunque giovane ed educata dalla società in modo sempre più totale, più di quanto si siano mai sognati di fare i governi nazionalsocialisti europei che di questa concezione del mondo basata sul controllo dei corpi e delle persone hanno fatto scuola.

Non sappiamo come vedrà il mondo, che linguaggio userà. È molto diversa da quella di un secolo fa ma non saprei dire come. So solo quello che ha vissuto: attentati, spostamento a destra della politica, dittatura dell’astratta economia finanziaria e un botto di iPhone. Ed è abituata ad avere risposte immediate, più immediate che mai. Ora è teenager, tra poco voterà (nel senso autodeterminante del termine, non per la materialità della cosa) e tra un altro po’ farà parte della ciurma di decisori e, chissà in che termini, dei difensori – come dice un mio collega – dell’Esistente.

Noi non possiamo che attestarne l’arrivo, più consapevoli forse della generazione a cavallo tra XIX e XX secolo. Perlomeno abbiamo letto il libro di Jon Savage sui giovani.

Sì, lo so, anche questa è un invenzione, quella della “generazione” e dei “giovani”. Non è che ogni 25 anni il mondo si rinnova, semmai si rinnova continuamente visto che la gente nasce continuamente. Ma intanto sono stati inventati. Una cosa è certa: abbiamo gente cresciuta dopo l’11 settembre che a breve parlerà e agirà. E questa è una novità.

Riformisti/comunisti: diatheke

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Badiou: Marcel Gauchet, per concludere vorrei renderla partecipe dell’intuizione che ho avuto sentendola parlare di Rousseau e della possibilità di quel soggetto politico collettivo che va sotto il nome di democrazia. Penso di poter dire che, in realtà, non sono il solo ad essere in attesa di un evento…
Gauchet: In che senso? Cosa intende dire?
Badiou: Ritengo che, nonostante la sua prudenza, lei creda nella politica e che per questo sia in attesa di un evento nel senso in cui io l’ho definito. Un evento imprevedibile, come qualsiasi altro evento, ma che consenta l’emergere di una soggettività riformista…
Gauchet: Forse…
Badiou: Affinché quest’evento faccia la sua comparsa, vorrei farle ammettere che anche lei ha un bisogno vitale dell’ipotesi comunista. Mi permetta di esporle questo aspetto che ha un carattere insieme storico, tattico e filosofico. Lei mi sembra convinto del fatto che l’ipotesi comunista non presenti alcun interesse ai fini della realizzazione della sua ambiziosa versione del riformismo. Io vorrei ribatterle che le cose non stanno affatto così. In realtà, essa è per lei assolutamente necessaria. Se guardiamo alla storia recente, i rari momenti che più o meno si avvicinano allo scenario che lei ha in testa si sono realizzati proprio a causa della presenza reale di un universo altro, di un’ipotesi altra, ovvero dei comunisti. Il grande sussulto riformista successivo al 1945, che lei ha spesso menzionato, è stato possibile grazie al fatto che de Gaulle ha dovuto mettersi d’accordo col Pcf, all’epoca il partito più forte che ci fosse in Francia, fregiantesi dell’etichetta di «partito dei centomila fucilati». Al momento della Liberazione il generale aveva senz’altro degli alleati internazionali, poteva vantare un certo credito presso le autorità militari, ma le truppe civili, se così posso dire, si concentravano per lo più dall’altra parte… Non penso che de Gaulle fosse in cuor suo un nemico giurato del capitalismo o un ardente sostenitore delle nazionalizzazioni. Sta di fatto che è stato costretto a negoziare, a fare delle concessioni… Il programma del Consiglio nazionale della Resistenza viene oggi sventolato come un esempio di ritorno alla democrazia. Ma la stessa esistenza del Consiglio era la prova del fatto che de Gaulle era obbligato a venire a patti coi comunisti! Tale patto non va visto come qualcosa di interno alla dinamica generale dello sviluppo capitalistico, ma come il prodotto dell’esistenza dei partiti comunisti e del blocco socialista. E il contesto della ricostruzione, con i suoi imperativi economici e politici specifici, spiega la circostanza per cui gli squali capitalisti hanno all’epoca rigato dritto tollerando riforme di vasta portata che non andavano nella direzione da loro auspicata. Quest’ampio consenso si è in seguito sfaldato mano a mano che il blocco comunista cominciava a manifestare crepe sempre più vistose. Da quando il comunismo storico è crollato definitivamente, le democrazie non sono più state soggette alla sfida del loro avversario. L’ondata neoliberista contro la quale lei insorge è quindi dilagata, andando a riempire il vuoto che si era creato. In assenza di un Altro che le minacci, le democrazie liberali sono tornate ad essere i fedeli vassalli del capitale e dei suoi detentori, i quali non si sentono più obbligati ad accettare i princìpi della moderazione e della redistribuzione.
Gauchet: Per quanto riguarda la congiuntura del 1945, quello che dice è storicamente esatto.
Badiou: Sì, ma questo fatto storico ha anche delle conseguenze tattiche e filosofiche per l’oggi. Se non viene rilanciata l’ipotesi comunista, l’ipotesi riformista che lei sostiene non ha alcuna speranza di realizzarsi. Al di là della strategia, ciò significa forse anche che la stessa democrazia ha bisogno di essere pungolata da una qualche alterità, sia essa interna o esterna alla forma democratica stessa. Insomma, tutto sommato, dovrebbe ringraziarmi! Non andrebbe in pratica da nessuna parte senza di me. Sto solo cercando di aiutarla!
Gauchet: Sì, la prego, mi dia una mano facendo prendere ai miei avversari un bello spavento! Per quel che mi riguarda, continuo a voler rimanere nell’alveo della democrazia liberale, e penso che il vero cambiamento sia alla mia portata molto più di quanto non sia alla sua, se così posso esprimermi. Tuttavia non resisto alla tentazione di risponderle nel seguente modo: proponendosi di aiutarmi, lei riconosce implicitamente che l’ipotesi comunista che intende rilanciare è in realtà priva di consistenza e che i suoi «effetti di realtà» si limitano al compromesso che consentirà di ottenere all’interno delle democrazie rinnovate. Mi vuol far dire che un riformismo conseguente ha bisogno del sostegno dell’ipotesi comunista? Ebbene, ammetto volentieri che per far sì che la politica riprenda il controllo della globalizzazione neoliberista tutte le forze disponibili allo scopo sono necessarie. Aggiungo anche che l’ipotesi comunista, che personalmente preferirei chiamare «utopia comunista», è necessariamente parte dell’orizzonte delle nostre società, al pari dell’utopia anarchica, in quanto è un prolungamento del principio di eguale libertà su cui esse si fondano. Penso pertanto che non possiamo farne a meno. Ma lei, interpretando l’ipotesi comunista come un alleato necessario del realismo democratico, trasforma la sua prospettiva radicale in un’anatra zoppa. È una bella ammissione, la sua! Stanti così le cose, posso anche sottoscrivere il patto che mi propone.
Badiou: Una grande alleanza al termine di questa discussione così accesa? Il patto fra di noi non potrà mai eliminare le nostre differenze e, quanto a me, non entrerò mai nell’alveo della democrazia parlamentare, eppure certo, perché no, eccoci di fronte a un epilogo quanto meno inaspettato! Anche gli avversari più irriducibili possono trovare un accordo se sanno comprendere che, in fin dei conti, ciascuno a modo suo e con le proprie armi, combattono lo stesso nemico.

Che fare? Dialogo sul comunismo, il capitalismo e il futuro della democrazia, in Micromega 1/2016, capitolo Alla ricerca di un patto perduto?, poss. 2179-220 (Kindle). Titolo originario: Que faire? Dialogue sur le communisme, le capitalisme et l’avenir de la démocratie © Philo éditions, Paris 2014.

Buone democratiche intenzioni

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Warren Richardson, “Hope for a new life”, Röszke, Ungheria, 28 agosto 2015, World Press Photo of the Year 2015

Lei ragiona come se in politica esistessero delle buone intenzioni, nella misura in cui tale politica è «democratica» nell’accezione da lei difesa. Forse le sembrerò troppo cupo e pessimista, eppure no, non credo che dovremmo comportarci come se nella politica «democratica» esistessero delle buone intenzioni. In realtà ci sono solo affari e interessi e c’è anche, presso una larga fascia dell’opinione pubblica, insieme al rifiuto di ogni idea generale di emancipazione, un consenso timoroso e vigliacco che mira a preservare in maniera indefinita i privilegi occidentali. Di qui anche le vergognose strizzatine d’occhio, sempre più evidenti, al razzialismo culturale e all’idea della superiorità dell’Occidente e, più in generale, la paura dello straniero, del migrante che arriva e mangia a sbafo alla nostra tavola. I politici delle «democrazie» asservite al capitale passano il loro tempo a «giustificare» queste derive chiamando in causa la «difficoltà della situazione». Per ritrovare un po’ di dignità e di buon senso è necessario rompere in maniera radicale con l’idea che il nostro sistema politico possa essere mosso da buone intenzioni.

Alain Badiou in conversazione con Marcel Gauchet, Micromega, 1/2016, pos. 1610 (Kindle), Fine o prosecuzione della logica imperiale?

 

Marx: “Non siamo abbastanza pigri”

Intervista al politologo tedesco. “Matrix mi è piaciuto molto”

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Potremmo già non lavorare più, nessuno, e vivere tutti nell’ozio, lasciando fare tutto alle macchine. Ma come potremmo arricchirci altrimenti, accumulare e mantenere privilegi? Così abbiamo avuto la genialata di far diventare gli operai macchine: devono avere il ritmo sempre più vicino possibile a quello di una macchina, devono lavorare più di quando lavoravano senza macchine! Il mondo è connesso ma cazzo non abbiamo un minuto libero. Sembrerebbe un paradosso ma tutto si spiega col fatto che lasciando lavorare le macchine poi noi non avremmo nulla da fare.

Poi dite che Matrix è un brutto film.

È la fine della storia. Siamo alle soglie della fine della storia ma non vogliamo farla finire, vogliamo continuare a fare economia come ci piace a noi

Karl Marx intervistato da Tiziano Terzani, La Repubblica 18 brumaio 1973


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