QUESTA è una giustifica, bitch. La buona retorica alla base di Marino Peiretti

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Su Facebook sta circolando una lettera di giustifica di un papà alle maestre per non aver fatto fare i compiti delle vacanze al figlio. È il papà che tutti avremmo desiderato alle medie.

«Babbo, non ho fatto i compiti delle vacanze»
«Adesso ti sistemo io, bitch».

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È un capolavoro di retorica, una potente giustifica. Ha un ritmo oscillante tra l’irriverenza e il rispetto, l’attacco polemico e l’apertura conciliante. Il signor Marino usa la dialettica e la retorica.

Inizia con gentilezza (“buongiorno”) e va subito al punto: i compiti estivi non glieli ho fatti fare. Non perché avesse semplicemente di meglio da fare, piuttosto aveva veramente di meglio da fare: cos’è più bello del campeggio, gestire la casa e la cucina, insomma fare del sano e sereno cazzeggio? La gestione della casa è la prima forma di economia. Oikonomia, gestione (-nomia) della casa (-oiko). Cosa c’è di meglio di cui occuparsi?

Poi il registro cambia, a controbilanciare questa presa di posizione iniziale. In realtà il papà al figlio gli ha fatto fare anche le cose che studia a scuola. L’elenco è in un ritmo ascendente: prima ha “costruito la sua nuova scrivania”, “l’ho aiutato” (l’ha costruita mio figlio, non io, non sono mica un papà che lo vizia), poi è passato al “suo interesse primario: programmazione informatica”. Non ha fatto i compiti delle vacanze ma in realtà, a conti fatti, li ha fatti.

Poi riprende a scherzare col fuoco: “Sempre convinto del fatto che i compiti estivi siano deleteri”. Non inutili, non troppi: deleteri. È meglio non farli che farli, insomma, il giudizio è categorico, e porta a esempio i “seri professionisti”, non quelli tutto lavoro e del tutto esauriti, ma i seri professionisti, quelli che non fanno del lavoro la loro vita e lavorano meglio di quelli che fanno del lavoro la propria vita: nessun lavoratore serio (quindi nessuno studente serio) è stato mai visto portarsi il lavoro in vacanza, a casa, dove invece si fa economia seria. Non contento, Marino infierisce: la scuola si tiene mio figlio nove mesi, io tre, non posso accettare questa totalizzazione. È un lapsus, dice che preferisce “insegnargli a vivere”: in realtà vuole dire che per tre mesi, suo figlio, se lo vuole vivere.

È l’acme della polemica, ora c’è bisogno di un nuovo contrappasso, un contrappunto, una torsione, altrimenti si rischia di non vedersi accettata la giustifica. Il ritmo ritorna conciliante, e questa volta in modo disarmante, ineccepibile, ruffiano, dialettico. Chiama a sua difesa tre categorie sociali tra le più autoritarie e fondamentali: docenti, psicologi e avvocati, non tutti, ma diversi (numero indefinito, potrebbero essere pure quasi tutti) di essi “condividono il suo pensiero”. I primi sono gli stessi che gli danno i compiti delle vacanze, e che converranno con lui che sono “deleteri”. Retorica circolare: voi insegnanti che date i compiti delle vacanze, converrete con me che è meglio non farli. La seconda categoria…beh, sono come i medici, come contraddirli? Infine il terzo professionista, l’avvocato, è proprio lui, il padre che si giustifica, un abile avvocato. E il cerchio si chiude.

Paura, reverenza, terrore

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Viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano il terrore, lo esercitano, talvolta lo subiscono. È il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione, e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo molto simile a quello pensato e indagato da Hobbes.

Ma qualcuno potrebbe sostenere che Hobbes ci aiuta a immaginare non solo il presente ma il futuro: un futuro remoto, non inevitabile, e tuttavia forse non impossibile. Supponiamo che la degradazione dell’ambiente aumenti fino a raggiungere livelli oggi impensabili. L’inquinamento di aria, acqua e terra finirebbe col minacciare la sopravvivenza di molte specie animali, compresa quella denominata Homo sapiens sapiens. A questo punto un controllo globale, capillare sul mondo e sui suoi abitanti diventerebbe inevitabile. La sopravvivenza del genere umano imporrebbe un patto simile a quello postulato da Hobbes: gli individui rinuncerebbero alle proprie libertà in favore di un super-Stato oppressivo, di un Leviatano infinitamente più potente di quelli passati. La catena sociale stringerebbe i mortali in un nodo ferreo, non più contro l’«empia natura», come scriveva Leopardi nella Ginestra, ma per soccorrere una natura fragile, guasta, vulnerata.

Carlo Ginzburg, Paura, reverenza, terrore, II. Rileggere Hobbes oggi, Adelphi, Milano 2015.

Controlla bene

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La sera del 18 luglio a Würzburg, nel sud del paese, un ragazzo ha aggredito quattro turisti di Hong Kong con accetta e coltello […].  Si indaga sul fatto se abbia urlato “Allahu akbar” durante l’attacco.

Internazionale, 19 luglio 2016

Bouhlel aveva manifestato recentemente un interesse per l’islamismo radicale. François Molins [procuratore dei Parigi] ha detto che Bouhlel «non capiva perché il Daesh non potesse pretendere un territorio». Molins ha comunque confermato che Bouhlel conduceva una vita lontana dalle regole dell’Islam, consumando alcol, droghe e carne di maiale, e aveva «una vita sessuale sregolata».

ilPost, 18 luglio 2016

David S., che secondo i giornali tedeschi si chiamava David Ali Sonboly, nel 2015 era stato ricoverato per due mesi in una clinica psichiatrica, e da allora era in terapia. Thomas Steinkraus-Koch, portavoce del procuratore di Monaco, ha aggiunto che la procura non ha trovato prove di motivazioni politiche.

ilPost, 24 luglio 2016

In Germania un richiedente asilo siriano si fa esplodere ferendo 12 persone. L’uomo voleva entrare a un festival musicale ad Ansbach, vicino a Norimberga, ma non aveva il biglietto. Aveva un permesso di soggiorno temporaneo perché la sua domanda di asilo era stata respinta. Il ministro dell’interno bavarese Joachim Herrmann non ha escluso la matrice del terrorismo islamico.

Internazionale, 25 luglio 2016

No no. Non posso continuare a controllare il cellulare.

Non posso smettere di controllare.

No, no.

I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone, no
I can’t keep checking my phone

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Coda fuori il porto di Dover per imbarcarsi verso la Francia, 23 luglio 2016

 

Controlla bene

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Controlla bene ho detto

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E abbassa lo sguardo

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Il social è mio e me lo gestisco io

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Quindi dei social network puoi farne anche un uso creativo, tipo se sei un’artista.

M’ero invece abituato all’idea di un Monolite dove far fare pugnette al proprio ego, a una Cosa (nonostante mi sia quasi del tutto disintossicato dalla terminologia lacaniana, ci sta sempre bene a voler fare gli antropologi. E a voler esser corretti questa parola è freudiana). Credevo che i social fossero un blob impossibile da maneggiare il cui uso comporta sempre una certa invischiatura, un certo appiccicume, un che di inattaccabile da cui ci si deve solo difendere. Come con lo specchio. Invece c’è una certa, autonoma autarchia (anche l’autarchia, oggi, può essere viziata, per cui lasciatemi dire “autonoma autarchia”) che è possibile esercitare. Accipicchia!

Io appartengo a quel cinquanta per cento di persone del mondo occidentale che conserva tutto. (Come ci starebbe bene ora una striscia di Zero Calcare con quel suo umorismo da studente fuorisede). Non butto niente. Suppellettili, mobili della nonna ricevuti in eredità (ho un cappotto della marina militare della seconda guerra mondiale di mio nonno che non vi sto a dire. Forse è la cosa più preziosa che ho in casa, lo dico perché se ce l’ho è proprio grazie a questa mania). Zaini, corde di chitarra rotte, bollette del 1997, vhs. Ma soprattutto carte, cartuscelle e calzini bucati. Non si butta via niente, si deve conservare tutto altrimenti come assecondare la propria ansia di controllo?

Invece questi qui prendono e cancellano tutto, come se da un giorno all’altro decidessi di buttare tre quarti delle cazzate che conservo. Ma siamo impazziti?!

A video posted by Radiohead (@radiohead) on

Che gesto rilassante, distensivo. Un po’ come a dire “l’ego è mio e me lo gestisco io”. Un po’ come fa Beyonce che, dopo una parentesi femminista facilona, ha deciso di interpretare una più decisa e complessa topona autarchica e manesca che pubblica album senza promozione e sfascia auto di compagni fedifraghi. Così, all’improvviso, manco fossimo negli anni ’70.

La neurologia – la scienza statistica che colora aree del cervello come fossero i SATA di una scheda madre e che invece di presentarle come metafore ce le spaccia come cose scientifiche che accadono veramente – ce lo spiega efficacemente: la coscienza è un ritardo, la ridondanza del pattern neuronale, un flusso indistinto di feedback, l’eco della stanza dei bottoni dove si prendono le decisioni. (Odio i neurologi: paraculi ignoranti e insicuri. Vaccelo a spiegare che sono duemila anni che i filosofi stanno a dire le stesse cose senza bisogno di tomografie computerizzate. “Ma qui è diverso, è scienza”. Grrrrr. Segna: un articolo che dia addosso alla neurologia. Anche se, a dire il vero, questa bella immagine della coscienza come riverbero è contenuta in un libro di filosofia). I Radiohead ci stanno quindi dicendo che essendo l’ego una cosa indistinta che archivia solo quando non se la passa bene, perché non farne ciò che si vuole? Il social è mio e me lo gestisco io.

Che bravi questi artisti. Ogni tanto ci ricordano che il mondo non è destinato per forza a essere governato da uno Stato Mondiale Distopico. In realtà, le cose stanno già andando in questa direzione – di cui il romanzo rappresentativo che finora è invecchiato meglio, molto meglio di 1984, è Il Mondo Nuovo di Huxley – ma alla fine, tutto sommato, questo non significa che siamo perduti del tutto. C’è sempre la possibilità di esercitare una certa autonomia. I Radiohead ci stanno dicendo che, per essere liberi, qualcosa, purtroppo, va sempre sacrificata.

Non c’è lavoro (nel 1936)

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I leader dell’AYC Jack R. McMichael, William W. Hinckley e Joseph Cadden, prima dell’incontro con la Commissione per le attività antiamericane, 1939

Vogliamo lavorare, produrre, costruire, ma milioni di noi sono costretti all’ozio. Noi ci diplomiamo e laureiamo, ci prepariamo per una carriera e una professione, ma non c’è lavoro. Rischiamo di trovarci su una strada o in un campo diretto dall’esercito, isolati dagli amici e dalla famiglia. Ci rifiutiamo di essere la generazione perduta.

Dalla Dichiarazione dei diritti dei giovani americani, American Youth Congress, 1936, in J. Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, Milano 2012, p. 338.

La generazione dell’11 settembre sta arrivando

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Un pezzo della locandina di “Youth” (2015), di Paolo Sorrentino

Quando un avversario dice: ‘Non sarò mai dei vostri’,
io rispondo sereno: ‘Tuo figlio già appartiene a noi…
Tu passerai, ma i tuoi discendenti
militano adesso in un nuovo campo.
Tra poco non conosceranno altro che questa nuova comunità

Adolf Hitler nel 1933 (via)

Combattete con noi contro il vecchio sistema,
contro il vecchio ordine, contro le vecchie generazioni.
Siamo gli ultimi combattenti per la libertà,
combattete con noi per il socialismo,
per la libertà, e per il pane!

Volantino della Hitlerjugend, estate 1932 (via)


Quindi ci siamo. Quest’anno compiono quindici anni quelli nati l’11 settembre 2001. Sono giovani, sono belli, sono tonici, freschi e cresciuti a pane e repressione. Non soltanto una nuova generazione ma una generazione del tutto nuova, educata dalla società tenendo a mente quello che è successo a New York. Non è la gioventù tedesca che si opponeva alla vecchia Weimar autoritaria, né la gioventù italiana che si opponeva ai neanche tanto vecchi soldati del 1914-18, austeri e nostalgici. Niente di paragonabile alla massa di entusiasti di un secolo fa ma comunque giovane ed educata dalla società in modo sempre più totale, più di quanto si siano mai sognati di fare i governi nazionalsocialisti europei che di questa concezione del mondo basata sul controllo dei corpi e delle persone hanno fatto scuola.

Non sappiamo come vedrà il mondo, che linguaggio userà. È molto diversa da quella di un secolo fa ma non saprei dire come. So solo quello che ha vissuto: attentati, spostamento a destra della politica, dittatura dell’astratta economia finanziaria e un botto di iPhone. Ed è abituata ad avere risposte immediate, più immediate che mai. Ora è teenager, tra poco voterà (nel senso autodeterminante del termine, non per la materialità della cosa) e tra un altro po’ farà parte della ciurma di decisori e, chissà in che termini, dei difensori – come dice un mio collega – dell’Esistente.

Noi non possiamo che attestarne l’arrivo, più consapevoli forse della generazione a cavallo tra XIX e XX secolo. Perlomeno abbiamo letto il libro di Jon Savage sui giovani.

Sì, lo so, anche questa è un invenzione, quella della “generazione” e dei “giovani”. Non è che ogni 25 anni il mondo si rinnova, semmai si rinnova continuamente visto che la gente nasce continuamente. Ma intanto sono stati inventati. Una cosa è certa: abbiamo gente cresciuta dopo l’11 settembre che a breve parlerà e agirà. E questa è una novità.

Riformisti/comunisti: diatheke

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Badiou: Marcel Gauchet, per concludere vorrei renderla partecipe dell’intuizione che ho avuto sentendola parlare di Rousseau e della possibilità di quel soggetto politico collettivo che va sotto il nome di democrazia. Penso di poter dire che, in realtà, non sono il solo ad essere in attesa di un evento…
Gauchet: In che senso? Cosa intende dire?
Badiou: Ritengo che, nonostante la sua prudenza, lei creda nella politica e che per questo sia in attesa di un evento nel senso in cui io l’ho definito. Un evento imprevedibile, come qualsiasi altro evento, ma che consenta l’emergere di una soggettività riformista…
Gauchet: Forse…
Badiou: Affinché quest’evento faccia la sua comparsa, vorrei farle ammettere che anche lei ha un bisogno vitale dell’ipotesi comunista. Mi permetta di esporle questo aspetto che ha un carattere insieme storico, tattico e filosofico. Lei mi sembra convinto del fatto che l’ipotesi comunista non presenti alcun interesse ai fini della realizzazione della sua ambiziosa versione del riformismo. Io vorrei ribatterle che le cose non stanno affatto così. In realtà, essa è per lei assolutamente necessaria. Se guardiamo alla storia recente, i rari momenti che più o meno si avvicinano allo scenario che lei ha in testa si sono realizzati proprio a causa della presenza reale di un universo altro, di un’ipotesi altra, ovvero dei comunisti. Il grande sussulto riformista successivo al 1945, che lei ha spesso menzionato, è stato possibile grazie al fatto che de Gaulle ha dovuto mettersi d’accordo col Pcf, all’epoca il partito più forte che ci fosse in Francia, fregiantesi dell’etichetta di «partito dei centomila fucilati». Al momento della Liberazione il generale aveva senz’altro degli alleati internazionali, poteva vantare un certo credito presso le autorità militari, ma le truppe civili, se così posso dire, si concentravano per lo più dall’altra parte… Non penso che de Gaulle fosse in cuor suo un nemico giurato del capitalismo o un ardente sostenitore delle nazionalizzazioni. Sta di fatto che è stato costretto a negoziare, a fare delle concessioni… Il programma del Consiglio nazionale della Resistenza viene oggi sventolato come un esempio di ritorno alla democrazia. Ma la stessa esistenza del Consiglio era la prova del fatto che de Gaulle era obbligato a venire a patti coi comunisti! Tale patto non va visto come qualcosa di interno alla dinamica generale dello sviluppo capitalistico, ma come il prodotto dell’esistenza dei partiti comunisti e del blocco socialista. E il contesto della ricostruzione, con i suoi imperativi economici e politici specifici, spiega la circostanza per cui gli squali capitalisti hanno all’epoca rigato dritto tollerando riforme di vasta portata che non andavano nella direzione da loro auspicata. Quest’ampio consenso si è in seguito sfaldato mano a mano che il blocco comunista cominciava a manifestare crepe sempre più vistose. Da quando il comunismo storico è crollato definitivamente, le democrazie non sono più state soggette alla sfida del loro avversario. L’ondata neoliberista contro la quale lei insorge è quindi dilagata, andando a riempire il vuoto che si era creato. In assenza di un Altro che le minacci, le democrazie liberali sono tornate ad essere i fedeli vassalli del capitale e dei suoi detentori, i quali non si sentono più obbligati ad accettare i princìpi della moderazione e della redistribuzione.
Gauchet: Per quanto riguarda la congiuntura del 1945, quello che dice è storicamente esatto.
Badiou: Sì, ma questo fatto storico ha anche delle conseguenze tattiche e filosofiche per l’oggi. Se non viene rilanciata l’ipotesi comunista, l’ipotesi riformista che lei sostiene non ha alcuna speranza di realizzarsi. Al di là della strategia, ciò significa forse anche che la stessa democrazia ha bisogno di essere pungolata da una qualche alterità, sia essa interna o esterna alla forma democratica stessa. Insomma, tutto sommato, dovrebbe ringraziarmi! Non andrebbe in pratica da nessuna parte senza di me. Sto solo cercando di aiutarla!
Gauchet: Sì, la prego, mi dia una mano facendo prendere ai miei avversari un bello spavento! Per quel che mi riguarda, continuo a voler rimanere nell’alveo della democrazia liberale, e penso che il vero cambiamento sia alla mia portata molto più di quanto non sia alla sua, se così posso esprimermi. Tuttavia non resisto alla tentazione di risponderle nel seguente modo: proponendosi di aiutarmi, lei riconosce implicitamente che l’ipotesi comunista che intende rilanciare è in realtà priva di consistenza e che i suoi «effetti di realtà» si limitano al compromesso che consentirà di ottenere all’interno delle democrazie rinnovate. Mi vuol far dire che un riformismo conseguente ha bisogno del sostegno dell’ipotesi comunista? Ebbene, ammetto volentieri che per far sì che la politica riprenda il controllo della globalizzazione neoliberista tutte le forze disponibili allo scopo sono necessarie. Aggiungo anche che l’ipotesi comunista, che personalmente preferirei chiamare «utopia comunista», è necessariamente parte dell’orizzonte delle nostre società, al pari dell’utopia anarchica, in quanto è un prolungamento del principio di eguale libertà su cui esse si fondano. Penso pertanto che non possiamo farne a meno. Ma lei, interpretando l’ipotesi comunista come un alleato necessario del realismo democratico, trasforma la sua prospettiva radicale in un’anatra zoppa. È una bella ammissione, la sua! Stanti così le cose, posso anche sottoscrivere il patto che mi propone.
Badiou: Una grande alleanza al termine di questa discussione così accesa? Il patto fra di noi non potrà mai eliminare le nostre differenze e, quanto a me, non entrerò mai nell’alveo della democrazia parlamentare, eppure certo, perché no, eccoci di fronte a un epilogo quanto meno inaspettato! Anche gli avversari più irriducibili possono trovare un accordo se sanno comprendere che, in fin dei conti, ciascuno a modo suo e con le proprie armi, combattono lo stesso nemico.

Che fare? Dialogo sul comunismo, il capitalismo e il futuro della democrazia, in Micromega 1/2016, capitolo Alla ricerca di un patto perduto?, poss. 2179-220 (Kindle). Titolo originario: Que faire? Dialogue sur le communisme, le capitalisme et l’avenir de la démocratie © Philo éditions, Paris 2014.