Disumanizzare il nemico

Heinrich Luitpold Himmler

Bisogna disumanizzare per uccidere. Il problema è che è impossibile disumanizzare, perché qualsiasi cosa tu possa fare per ridurre una persona a una cosa, questa continuerà a respirare. Per quanto si possa percuotere forte, per quanto la si possa ridurre al raccapriccio, all’informe, all’asessuato, sanguinerà, resta viva, consapevole. E ti guarda.

Durante la Seconda guerra mondiale si uccideva soprattutto con un colpo alla nuca. E quando la vittima scorgeva dalla cima del fossato il cumulo di cadaveri su cui a breve sarebbe precipitato – morto, se gli andava bene – la scena diventava grottesca, surreale, il panico. Era troppo anche per chi sparava. In Polonia i tedeschi hanno impiegato manodopera ucraina antisemita per rastrellare i villaggi. Non ce la facevano, i nazisti, era troppo anche per loro, gli ufficiali sub-appaltavano gli ordini che ricevevano da Berlino. E gli ordini sono ordini, e ci si convince di star facendo la cosa giusta, per una causa in cui si crede, pur non approvandone i mezzi. Milioni di persone sono morte così, migliaia di persone uccidono così.

Poi ci sono i campi di concentramento, che sono un altro pezzo della storia, più soggetta al riduzionismo (per cui l’orrore della Seconda guerra mondiale sia stato il campo di concentramento). Ma quella è la parte televisiva della storia, epica, scenografica, metaforicamente immensa, drammatica. L’orrore non è solo lì. Ci sono state anche le fosse, i rastrellamenti delle città e delle periferie, il terrore che dilagava parallelamente all’avanzamento del fronte. Queste cose non andrebbero dimenticate. L’inaudito sacrificio dei corpi, la disumanizzazione del nemico, la Guerra Totale, la volontà di dominio senza cosmopolitismo. L’imperialismo tossico. Tutto adesso, qui, ora. Una passione per il reale.

Eh no, amico caro, ti piacerebbe che il problema fosse tutto concentrato nei campi. Il problema è il delirio di onnipotenza. Sono piovute pistolettate in quel periodo, molte più di quelle che potresti immaginare. Le camere a gas al confronto sono un vezzo, una trovata logistica, un privilegio per pochi.

Sto leggendo un libro che ripercorre alcuni eventi della Seconda guerra mondiale dal punto di vista della Germania. La campagna di Russia, l’ufficio di Himmler. È un romanzo, il diario di un nazista frocio. Ho detto frocio per umanizzarlo, non per disumanizzarlo. Non nel senso è nazista ma almeno gli è capitato di essere frocio, piuttosto è nazista però è, tutto sommato, una persona come tante.

Jonthan Littel, Le benevole, Einaudi

Tutti i personaggi delle storie che ci piacciono, perlomeno da vent’anni, hanno tratti dickensiani: non sono buoni e non sono cattivi, sono uomini e fanno cose malvagie. Non è il relativismo morale che ci attira, anzi, sono personaggi dalla moralità granitica, lucidissima, sappiamo benissimo che loro sanno benissimo quando si stanno comportando bene e quando male. Quello che intriga è il fatto che ci riconosciamo in quello che fanno. Potremmo essere noi. Magari – senza quella teatralità evenemenziale cinematografica – nella sostanza lo siamo. Sono persone normali che a un certo punto lasciano che siano le circostanze a spingerle a fare quello che devono fare, piuttosto che fare quello che si deve fare a prescindere dalle circostanze. È la rivincita del pragmatismo razionalista inglese sull’idealismo romantico tedesco.

Walter White (Brian Cranston)

Ci chiamiamo Walter White, Tony Soprano, Omar Little, Stringer Bell, Jimmy McNulty. La catarsi è nel realismo del personaggio, senza stereotipi, stilemi. Il nemico, il cattivo, non è allontanato e disumanizzato ma umanizzato, è una persona normale, non è diabolico, non è angelico. Non è un essere sacro che trascende la nostra esperienza vissuta, piuttosto è il male in una splendida giornata di sole ad Albuquerque. Questo è il male.

Oltre ad Arendt, oggi bisogna anche vedere i film, i telefilm e leggere i casi editoriali come fosse il Processo di Norimberga. D’altronde, se si tratta di com-prendere le cose bisogna afferrarle non allontanarle. Il male va fatto sedere sul divano e parlarci, appassionarcisi. Non dico farci l’amore che è pericoloso ma ci si deve responsabilizzare verso le cose che si vuole conoscere. Cos’è il male? A che serve?

Appassioniamoci al male.

La moralità è un lavoro continuo su di sé, una presa d’atto della responsabilità continua, mai risolutiva, che si ha verso la propria esistenza, prima ancora che verso quella degli altri. L’anima bella non esiste, però non esiste neanche il diavolo. Significa che tutto è permesso? Sì, significa proprio che tutto è permesso, visto che dio è morto. Però significa anche che, essendo liberi e autonomi, si è quindi liberi anche di non dover per forza fare tutto ciò che è permesso. Sarebbe un po’ stupido fare tutto quello che è permesso, come degli automi. Confidare troppo nell’edonismo ha un effetto nefasto, paradossale: si diventa dei bacchettoni, ossequiosi della legge, che ti comanda di fare tutto quello che vuoi.

Bisogna abituarsi a vedere i film horror fatti bene. Il male non è semplicemente quell’abisso nietzschiano che poi ti guarda e ti paralizza. Quello è l’effetto che fa quando lo guardi la prima volta. Poi ti abitui e impari a riconoscerlo, a misurarti. Impari a prenderne atto per prenderne le distanze. Rimuovere la necessità di invischiarsi nell’osceno espone a una potente deresponsabilizzazione: il male è espulso come un corpo estraneo e io ne sono fuori. E se io sono buono, sono mamma e papà ad essere cattivi, sono loro, gli altri, a essere malvagi. Quelli che governano, ladri!, quelli che non vivono come te, inferiori!, quelli che ci comandano, che ci manipolano, che ci riempiono di bugie. Che invidia! Li apriremo come una scatola di tonno. Capitàno! Io sono una vittima e, al contrario di loro, io sono buono, di razza pura, loro sono il male e andrebbero eliminati. È un attimo passare dall’altra parte se si sta continuamente a disumanizzare, a sacralizzare, a trascendere le cause come fossero oggetti da contemplare.

Per cui se il nodo è l’impossibilità di disumanizzare, è sbagliato tanto disumanizzare quanto disumanizzare chi si illude che la soluzione sarebbe catalogare gli umani in umani e disumani. È sbagliato disumanizzare qualsiasi umano, se non esistono umani di serie A e di serie B. È sbagliato rendere diabolici i nazisti per un motivo molto semplice: diventano irriconoscibili, disumani, super-umani. Si stenta a riconoscerli.

Heitor Villa-Lobos – Prelude 1 + considerazioni sull’amore e su Mangoré

A un certo punto, nella vita, succede che ci si innamora. È capitato anche per la chitarra classica. A un certo punto, durante la belle epoque, tutti si sono innamorati di lei.

Quest’anno, se passo l’esame di ammissione, entro al conservatorio. È arrivato il momento di farvi vedere com’è fantastico questo strumento. Ormai morto. Viva il re!

Sono clip casuali. Alcune volte suono soltanto, altre commento anche.

In attesa di decidermi a usare un microfono, una luce, una telecamera, una camicia e diventare una star mondiale milionaria piena di followers.

Il mio canale sta qui.

Io resto a casa, io esco di casa. Chi sono?

La locandina di “Il ragazzo del Pony Express” (1986), con Jerry Calà e Isabella Ferrari

Sono dipendente di una società privata a conduzione familiare il cui passaggio generazionale è bloccato, come tutte le società a conduzione familiare. Negli anni mi sono ritagliato un piccolo spazio editoriale come responsabile di un giornale specializzato. Il mio regno in declino.

Sono un giornalista freelence, anche se non proprio un vero giornalista freelence, quello che scrive almeno un paio di articoli al mese pagati sui 70 euro e un nome sui social più o meno se lo è fatto. Non ho la pasta, o forse ho un contratto a tempo indeterminato che mi ammoscia l’ispirazione. Comunque sia, saltuariamente, scrivo e ho scritto per quasi tutti, dalle riviste ai quotidiani.

Sono al settimo anno di studio della chitarra classica. L’anno prossimo mi iscriverò al biennio del conservatorio per prendermi la laurea, che sommerò a quella in storia e filosofia per aumentarmi le possibilità di impiego pubblico nella scuola vincendo un concorso.

Una quindicina di anni fa decisi di diventare giornalista e BOOOOOOOM. Il web, facebook, le notizie le leggiamo e le scriviamo tutti. Quel tesserino? Buttalo.

Cinque anni fa decido di diventare un musicista e BOOOOOM, pandemia, fine degli spettacoli dal vivo.

Portassi sfiga? Fortunatamente, forte della mia biblioteca che ha quasi raggiunto il numero dei libri posseduti da Michel De Montaigne, tutto questo ha un nome: modernità. No, no, non è post-modernità, quello è il nome di chi dà i nomi alle cose senza studiare, o non ha le palle di ammettere che la modernità è proprio questo, un’accelerazione che corre parallela all’alienazione. L’altra, quella visione ottimistica della modernità, si chiama positivismo ed è morta alla fine dell’Ottocento.

Questa settimana proverò lo stesso ad andare dagli allievi a dare lezioni private di chitarra, esentasse. Da qui al 3 dicembre smetterò solo alla prima autodichiarazione falsa. La copertura è che dagli allievi ci vado durante le ore di lavoro da contratto da impiegato, ore che da un po’ di tempo ho parzialmente riallocato alla sera e ai week end, così da dare più continuità al feeds del mio giornale.

Sono in freddo con la vicina di casa, professoressa universitaria che mi piace. Mi sono permesso di sgridarla richiamandola alla dignità morale dopo che ha pubblicato un flame post nel primo lunedì delle manifestazioni nelle strade di Napoli contro il lockdown. Scriveva – parafraso ma più o meno stiamo lì – “so tutti ricchi, so tutti camorristi, so tutti stronzi, e devono morire” (per la precisione, ha scritto: non si meritano le cure, non si meritano i dottori). Le ho detto “prof, un po’ di contegno, che cazzo scrivi”, e lei “ma no, non hai capito, che tristezza, mi fai cadere in depressione [gatta morta], tu non mi capisci [gatta morta], ho scritto quelle cose ma mi hai frainteso [a un certo punto, davvero, si è difesa dicendo che non voleva dire quello che ha scritto], volevo solo dire che non è giusto manifestare se c’è il virus, anche se in realtà è giusto di per sé manifestare, ma non è giusto manifestare se c’è il virus, ma è giusto però manifestare, però non è giusto manifestare se c’è il virus, però che cazzo manifestate a fare” e così via in loop, finché non si è stufata e mi ha detto che lei vota Black Lives Matters. Se prima non aveva alcuna intenzione di darmela, figuriamoci adesso.

Pare che quindi si stia stagliando una nuova lotta interclasse (intergenerazionale?). Una querelle tutta faceboocchina tra chi sta a casa e chi va a lavorare. Considerando che i social sono il grosso della nostra percezione della realtà, è una querelle molto seria perché profilerà gli umori di domani. Una questione che mi ricorda un paio di libri con cui l’economista Emanuele Ferragina ha analizzato sociologicamente la crisi del 2008. Lo intervistai sei anni fa. I due libri sono Chi troppo chi niente e La maggioranza invisibile (Rizzoli). Ferragina diceva sostanzialmente che la vecchia generazione figlia dei baby boomers, minoritaria, reggeva le sorti di una maggioranza di precari, la nuova generazione. Così, su due piedi, si potrebbe dire che ora questa dialettica la stiamo interiorizzando tra di noi: ora ci sono alcuni nostri coetanei che se la spassano, e altri che non se la spassano affatto.

Sono un garantito. L’idea di andare in smart working mi eccita perché posso fare sette ore di studio di chitarra giornaliere, cosa che ho fatto nel lockdown di marzo e vi assicuro che è stata un’occasione impagabile, un boost didattico micidiale a 36 anni. Sono anche un negazionista, però, perché ogni tanto devo uscire di casa per riscattare il mio ruolo nell’azienda di famiglia e farmi un nome come insegnante di chitarra classica.

Finché spero, un giorno, di prendere anch’io il posto fisso.

E le chat di gruppo mute (sull’ottimismo e il pessimismo)

L’OTTIMISMO

Vedo che non scriviamo più nelle chat di gruppo. Non polemizziamo più. Non chiacchieriamo amenamente delle cose brutte che accadono, ironizzando con meme cinici e graffianti su De Luca. Non spieghiamo più agli altri le cose, quello che devono fare, mascherando l’impulso a sentirsi superiore con l’amore per la condivisione e lo spiegone.

Che c’è, siamo stressati?

La questione di essere ottimista o pessimista nei momenti di crisi non rispecchia la volontà o meno di cambiare le cose. Non c’entra niente. Il peggior pessimista può essere il più bendisposto al cambiamento, anche il più radicale. L’ottimista, invece, ha un ideale in testa che vorrebbe realizzato, smette di osservare la realtà delle cose, di constatare le circostanze, per esempio che sono decenni che la stagione delle politiche di sinistra è tramontata. Ma non oggi, da quasi due generazioni. Due generazioni cresciute senza l’edonismo della Guerra fredda, quelle che chiamiamo con un nome meno nostalgico, nativi digitali.

Essere pessimista, è inutile dirlo, è brutto. L’ottimismo è più meglio. In termini filosofici, però, il pessimista può essere il miglior ottimista. L’ottimista – sempre nei momenti di crisi, parlo – è ossessionato dalla restaurazione del paradiso perduto. È ultraconservatore. Il pessimista, al contrario, è più realista del re. Esagera, certo, la vede peggio di com’è ma – diversamente da chi la vede meglio di com’è – è più pronto a cogliere i cambiamenti, a mettersi in discussione, perché si è arreso alle categorie poco familiari, quelle con cui la generazione dopo di lui ci cresce. Il pessimista si mantiene giovane. Non ha rinunciato alla scopo, semmai ai mezzi visto che, contrariamente all’ottimista, non ci capisce più nulla. Il pessimista si spoglia delle sovrastrutture. Dal punto di vista politico, la strategia migliore che si possa avere. È un dovere essere pessimisti.

E non si scambi il pessimismo per inerzia. Ignavo sarà proprio l’ottimista che si arrende agli ideali cristallizzati. Come le mogli della middle-class americana dell’America degli anni Cinquanta, che sorridono e bevono vino.

L’ottimista è ipocrita.

Il pessimista non sostiene che non c’è più niente da fare. La constatazione del pessimista, contrariamente ai prosciutti negli occhi dell’ottimista, è che il fascismo è interiorizzato perlomeno da quando sono cadute le Torri gemelle, se non da quando è caduto il Muro di Berlino, se non dagli anni Trenta del Novecento. Il pessimista si sforza di constatare la realtà delle cose. Esagera, è vero, ma l’altra esagerazione, quella dell’ottimista, è più superficiale.

Alla redistribuzione egalitaria e all’emancipazione delle minoranze, i cardini di una società ben costruita, ci abbiamo rinunciato da un pezzo. Per mancanza di volontà, per penuria, chissà. Istanze che inevitabilmente torneranno, a meno che non abbiamo rinunciato alla comunità in sé, e questo sarebbe una cosa nuova che apre uno scenario in cui occorrerebbe a quel punto essere più pessimisti dei pessimisti.

Io sono ottimista, le istanze della redistribuzione e dell’emancipazione ritorneranno. Non c’è altra via che la politica di sinistra per migliorare le cose perché la politica che migliora le cose è solo di sinistra. Perché? Perché è l’unica ad aver capito il trucco, il giochetto di prestigio, quello per cui l’attività imprenditoriale inizi dal nulla, spiova dall’alto, quando è sistematicamente avviata col beneficio della comunità. Raccontatemi una sola storia da self made puro e divento ottimista seduta stante. La fortuna di Amazon e Google è l’assenza di imposte, l’enorme risparmio sulla detassazione. Poi, una volta privatizzati i profitti e causato su questa pirateria autorizzata crisi profonde, i debiti vengono condivisi. Si condivide all’inizio, ci se ne strafotte nel mezzo, si condivide alla fine. Lo Stato trattato come la mamma: massimo sacrificio, scarsa riconoscenza. Sono meccanismi che conosciamo bene, visto che cresciamo tutti in famiglia. E invece no! Non è vero, non ne siamo consapevoli per nulla. Siamo ottimisti, pensiamo che per emanciparsi basti andare via di casa, illudendoci che sia giusto privatizzare i profitti perché i profitti si fanno tutti da soli. Dal nulla. Io mi spacco il culo tutti i giorni, capito?!?!

Ahahahaha. È buono eh il cocco ammunnato?

Il liberismo economico, che piange e fotte, è come il genitore violento che ti stupra sostenendo che è per il tuo bene. E tu godi. Se questa metafora vi dà fastidio, sceglietene un’altra più morbida, più ottimista.

Le distopie non sono quelle che racconta Orwell o Scott. Quelle sono distopie fighe, fascinazioni. Il futuro non va immaginato come qualcosa di crepuscolare, decadente, ottocentesco, à la Blade Runner, à la Grande Fratello. Sono società dove l’autorità è lampante, opprimente, ineluttabile, e facile da scovare, anzi, che non si nasconde per nulla. L’autorità, invece, per definizione, si camuffa (pensate a tutte le cose razziste e sessiste che non avete le palle di dire apertamente) perché se venisse scoperta prenderebbe un sacco di mazzate. Viviamo in un Brave new world dove la gente è felice di vivere in un mondo di merda.

In una società che ha fallito la gente può anche vivere felice.

Remember the axioma: il cambiamento è materialista

La copertina del 2-9 novembre 2020 di time, la prima senza la testata “Time”

«Few events will shape the world to come more than the result of the upcoming U.S. presidential election», scrive il Time presentando la sua prima copertina senza “Time” in novantasette anni di pubblicazioni settimanali. Vuota retorica, e non per colpa del Time. La maneggiamo tutti. Una frase stanca, fatta, che gira a vuoto, che va avanti per inerzia. È quello che vorremmo sentire, quello che ci piacerebbe vivere, ancora una volta. Il sintomo della nostra crisi.

Biden è un cambiamento rispetto a Trump, ma solo di linguaggio, di umori e di organizzazione amministrativa. La programmazione economica resta uguale in ogni caso. Lo era per Bush e Al Gore, per Bush e Kerry, per McCain e Obama, per Trump e Clinton, lo è per Trump e Biden.

Per questo vince sempre il “conservatore” sul “progressista”, così com’è successo tra Clinton e Sanders. Se tra “conservatore” e “progressista” non c’è differenza sostanziale, se non di linguaggio, se di fatto sappiamo benissimo – ma ci rifiutiamo (cioè ne rimuoviamo inconsciamente l’atto) di riconoscerlo – che nessuno dei due può davvero “cambiare le cose”, l’elettore vota perlomeno a cazzo. Vota il pazzo. Perché no? In questa enorme presa per il culo sul rilancio economico sembra più lucido il pazzo, almeno non si sforza di rassicurare.

In un contesto senza alternative, la rassicurazione forzata ti fa sentire una merda, un bambino. E io non sono un bambino. Vaffanculo, io voto il pazzo.

Qualsiasi cosa accada, che vinca il pazzo o il vecchio gagliardo con una storia umana da scriverci dieci autobiografie, l’organizzazione economica non cambierà. Che le parolacce siano dette o bandite, che i pensieri siano razzisti o ambientalisti, ecumenici o nazionalisti. Sono cose che contano poco di fronte al fatto che il modo di fare i soldi resta lo stesso, tra l’altro senza che più funzioni come prima. Perlomeno lasciami la libertà di votare il pazzo.

Uh, non si capisce più nulla. Vero? Per la gioia dei freelance che possono spiegarti tantissime volte cosa sta succedendo ancora, e ancora, a 70 euro a pezzo, in articoli che invecchiano velocemente. Io qui lo faccio gratis, a dimostrazione che ho proprio voglia di ripetere sempre le stesse cose.

Sotto questo punto di vista, Trump non ha “scassato” nulla, né avrebbe potuto fare alcunché, né avrebbe potuto fare alcunché qualcun altro. Così i predecessori, così i successori, senza via di uscita. Forever and ever. There’s no alternative.

Lo posso dire educato, propositivo, rispettoso. Lo posso dire sconclusionato, opportunista, bugiardo. Comunque sia rassegnati. Non abbiamo altro modo di fare quello che facciamo male se non continuando a fare quello che facciamo male.

In questo contesto, cercare a tutti i costi l’alternativa, anche quando non c’è, si finisce solo in un’autopropaganda disperata: cambiamento, miglioramento, scelta definitiva, giro di boa, spartiacque. Sono tutte cazzate. Una cosa è il miglioramento del linguaggio, delle posture, della compostezza amministrativa, siamo ormai tutti bravissimi ad atteggiarci con ste cose; altra cosa è il cambiamento vero e proprio, quello in cui si trova di nuovo il modo di produrre una quantità esorbitante di ricchezza da distribuire a miliardi di persone.

L’assioma lo conosciamo.

Condizione per la politica di sinistra=benessere economico diffuso.

Condizione per la politica di destra=precarietà economica.

Marx si sforza di rovesciare questo assioma, portando la dialettica tra il servo e il padrone dal cielo alla terra, dall’idealismo al materialismo. Da Hegel al comunismo, contribuendo concretamente con la sua teoria del capitale a produrre piccoli episodi felici.

Nella storia, la sinistra è esistita presupponendo già il benessere economico, la destra presupponendo la precarietà. Un po’ come se la sinistra, nella storia del Novecento, sia stata la “garante” del benessere diffuso ma mai la precorritrice, la responsabile. La destra è la risoluzione brutale alla crisi al carissimo prezzo della dittatura, e n’è pienamente la responsabile, senza alcun “garante”. Fiera. Lei, forse più della sinistra, come direbbe Badiou, ha dimostrato di avere una maggiore passione per il reale, a realizzare le cose senza freni. Per questo la sinistra sembra più moscia, perché viene sempre dopo, è cauta. Non ha torto: l’emancipazione è una cosa seria.

L’impasse di oggi è che il meccanismo di protezione contro le dittature – quelle che provocano guerra, devastazione, morte, però la cui sconfitta genera una straordinaria stagione di ricostruzione, creando le condizioni per la nascita di una solida classe operaia – è super efficace e impedisce una vera rivoluzione restauratrice di tipo fascista. Il mercato la stoppa, senza replica. No, no, guarda il tabellone: il mercato non vuole. E statti.

Nel Dopoguerra, l’annientamento della dittatura e l’avvio del liberismo economico basato sull’annaffiata di denaro e merci del vincitore della Seconda guerra mondiale ha scatenato la garante-sinistra, che si è infilata tra le fessure della Guerra Fredda garantendo una certa distribuzione delle risorse, per il bene di entrambi i lati delle cortine. Ciò dava l’illusione che il socialismo economico fosse una concausa del benessere diffuso, quando in realtà agiva ex post. Da garante.

Caduto il Muro di Berlino l’eldorado è saltato, il più longevo periodo di benessere diffuso che la storia dell’uomo ricordi è terminato. È durato quasi trent’anni, il tempo sufficiente a far illudere la generazione successiva ai baby boomers, quella della fine degli anni Settanta, poi finanziariamente reganiana (quindi già alla frutta), di perpetrare questo benessere perpetuo all’infinito. Forever and ever. Illusi.

Una ventina di anni dopo questi tentativi di rilancio, la depressione da paradiso perduto regna. Viva Stranger Things. Viva gli Anni Ottanta. Salutata l’Unione Sovietica e scatenatosi il liberismo economico, oggi regna il realismo sociale ed economico. Non c’è più bisogno di restare in equilibrio tra socializzazione e privatizzazione delle risorse. La pacchia è finita, scrocconi! Non vi meritate nulla, fannulloni. Muori, stronzo!

Scusami.

Il risultato è lo schifo, un’economia schizofrenica che va a cazzo di cane, senza bussola, che provoca ricchezza straordinaria a Oriente e depressione a Occidente. A macchia di leopardo. Incapace di collettivizzare qualsiasi crisi, che va necessariamente statalizzata per risolversi, per poi ri-privatizzarsi quando l’economia riparte. Poi ti lamenti che non c’è alternativa, che c’è un solo mondo, una sola visione economica, una sola idea di società. Sì, sembra un meccanismo perfetto.

Enrico Montesano

I populismi arrivano come un rutto, uno sbadiglio, uno starnuto, un riflesso incondizionato dovuto a una precarietà strutturale, senza via d’uscita, in cui manco una dittatura si può restaurare tanto le forze liberali sono inscalfibili, tanto riescono a tenere unita la società, compatta come un fascio senza neanche bisogno di richiami classicisti.

Chiusa la faccenda dell’emancipazione, del riconoscimento, della liberazione delle forse produttive. Chiusa ogni speranza di ridistribuzione delle risorse, di fronte a questo realismo “adulto”, da persona disillusa, cinica ed esaurita che sfoga la sua ironia con la performatività di Maccio Capatonda, che fa i meme e ride delle persone che detesta, non resta che la disperazione.

Senza alcuna possibilità di rilanciare un socialismo economico, e senza neanche la possibilità di liberare l’autoritarismo fascista, non resta che il complotto. Tu da fuori credi che questi stiano fuori, che siano confusi. Sei tu il confuso, sei tu che dormi, che non hai capito nulla. Sveglia! Il complottismo è l’episteme più solida che tu possa fare per spiegarti la realtà delle cose. È l’unico luogo dove le cose hanno una loro definitiva spiegazione. Lì la precarietà non esiste.

La sinistra si fida dell’uomo, lo vede naturalmente predisposto ad autogestirsi in una comunità; la destra non si fida, vede l’uomo naturalmente predisposto a vedere l’altro uomo come un lupo, e ha bisogno di un Leviatano che decida per lui. Di un re. La prima lascia correre felice la comunità, a suo rischio e pericolo, la seconda ha il terrore di questa eventualità e fa la mamma iperpremurosa, a costo di crescere un figlio scemo, complessato e insicuro, ma almeno con un dio di fisico.

Alla fine è come per il giudizio sintetico a priori, che arriva una volta fusi insieme il giudizio analitico a priori e il giudizio sintetico a posteriori. La sinistra tornerà solo quando avrà capito di nuovo come rovesciare terra e cielo, come realizzare il benessere diffuso da una condizione di precarietà diffusa. Solo quando avrà superato l’idealismo riattualizzando il materialismo dialettico. Da ex post ad ex ante.

Giusto per esser chiari: è stato razzismo

Willy Monteiro Duarte

Alla fine è stato un episodio di razzismo, per il semplice fatto che era nero. Poi uno può pensare quello che vuole, che bisogna prima informarsi, che bisogna prima vedere bene cosa è successo, che ci sono le aggravanti e le attenuanti. Ciò non toglie che sia stato un episodio di razzismo.

Come una buona ipotesi scientifica, bisognerebbe suffragare l’ipotesi più semplice piuttosto che cercare di trovare la conferma a un’ossessione complessa tenendosi la testa tra le mani: [non era razzismo, non era razzismo, non era razzismo ] erano solo pazzi e lui nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che sfiga. Che sfigato.

Fondamentalmente, non ce ne frega nulla se sia stato razzismo oppure no. E questo è un peccato, visto che è stato razzismo. Che non ce ne frega nulla lo si vede dal fatto che siamo più pronti a discutere di palestre e arti marziali piuttosto che ragionare sulla qualità razzista dell’evento.

Io le ho fatte arti marziali e non avete idea di quante volte, tra il serio e il faceto, c’è stata la battuta del cazzo “andiamo per strada a menare, così ci alleniamo!”. Alla fine ha anche un suo senso, in linea generale. Sicuramente ci si allena.

Preferisco la semplificazione anti-razzista che il lambiccamento delle attenuanti che già partono sopravvalutando l’attore. Chi se ne frega se era militante, o fascista. A monte c’è una cosa ancora più grave: era gente che non solo aveva voglia di menare quella sera ma che si è scientemente prodigata per farlo, forte delle tecniche di combattimento apprese in palestra. Poi, caduto dal cielo, gli è capitato tra le mani un nero, a cui è più facile dargli calci e pugni. Dubito si possa contraddire un’affermazione del genere, considerando decenni di esperimenti sociali e psicologici sul razzismo inconscio, culturale, che appartiene a tutti. Non basta questa come motivazione razziale?, o dobbiamo aspettare che la legge sentenzi, magari aggiungendo finalmente l’aggravante: era nero.

Non è morto perché era nero, è morto perché, essendo nero, c’era una maggiore disinvoltura nel picchiarlo fino all’accanimento, fino alla morte, così come per Cucchi picchiarlo era semplicemente più facile perché era un tossico di merda. Gli è andata male, poteva uscirne vivo. Ma era nero, era un tossico di merda, e ha rischiato molto di più. Potevano uccidere così anche un bianco, come già succede, come hanno ucciso Cucchi. Ma hanno ucciso un nero e un nero è più facile da uccidere. I neri, i tossici e i ricchioni sono più facili da uccidere.

Il giudice: non me ne frega un cazzo, era nero. Punto. Probabilmente il processo renderà giustizia della bassa pregnanza del dibattito pubblico.

Se il presupposto è che per essere razzisti bisogna essere politicamente istruiti, allora razzista è solo chi ha letto Fanon. Milioni di persone credono pigramente in una congiura di pedofili che si riuniscono in pizzeria però, cavolo, per essere razzista devi esserne consapevole. Nel razzismo ci siamo immersi ed è logico che a volte non ci va di riconoscerlo.

Nnaaah. Questo non è razzismo, è solo sfortuna.

Sfigato.

Ripeto, è difficile entrare nella testa dei picchiatori ma tra le due semplificazioni preferisco la seconda:

• non era razzismo, difficile dimostrarlo

• era razzismo, perché è stato ucciso un nero

A parte le anime belle, non possiamo non riconoscerci in questa distinzione inconscia, culturale: c’è il nero e c’è il bianco, lo sfigato e il figo. È la stessa ragione per cui può venire più facile, sull’autobus, cedere il posto a un bianco piuttosto che a un nero. E non perché queste differenze siano reali, che siamo tutti razzisti blabla. No, no, non è questo il punto.

Decenni di esperimenti sociali e psicologici hanno mostrato una cosa molto semplice: che siamo animali, siamo gregari. È l’atteggiamento culturale, proveniente da istinti naturali, di esercitare il potere su una minoranza. Ce lo dice il nome – minoranza – e ce lo racconta la storia della specie homo che lo sfruttamento delle minoranze e l’esercizio della violenza sulle classi più deboli (i poveri, i giovani, se neri ancora meglio, se pure tossici, se non addirittura ricchioni, allora siamo in paradiso) possono essere sempre, in qualche modo, giustificate. Perché la maggioranza ha sempre ragione e la sopravvivenza della comunità viene prima di tutto. Salvo poi mobilitare una maggioranza di milioni e milioni di schiavi per secoli e secoli (in periodi storici diversi), trasformarla in minoranza e mandare a farsi fottere tutta questa bella filosofia della comunità. E questo non significa che una sana dialettica tra minoranza e maggioranza, quando autentica, non sia essenziale alla sopravvivenza di una comunità. Significa solo che ce ne fottiamo, della comunità.

L’anti-razzismo, così come l’anti-fascismo, non sono predisposizioni naturali ma scelte. Siamo razzisti e fascisti per natura, perché siamo animali. Il fatto è che a un certo punto si sceglie – ah, mi raccomando, non scegliere significa scegliere, volente o nolente, l’astensione non esiste in questo caso: o è bianco o è nero, e se ti astieni sei un fifone, manco le palle di riconoscere il tuo fascismo c’hai. Di fronte all’istinto di sopraffare, umiliare, sfruttare e uccidere tipico dell’animale, che deve sopravvivere, l’uomo, attraverso il formidabile strumento della ragione, si emancipa da questa condizione fino a credere di potersi emancipare dalla natura (che sia possibile, oppure no, staremo a vedere).

Si sceglie semplicemente di non essere razzisti, o fascisti, non si nasce con una predisposizione naturale a non esserlo. La predisposizione naturale è fottere, mangiare e cacare, a ciclo continuo, fino alla morte, e questo il consumismo economico e culturale lo ha capito fin troppo bene.

L’anti-razzismo è un’attività di vigilanza su sé stessi affinché non ci si faccia sopraffare da questi istinti, se non addirittura si lotta affinché, con l’educazione e l’apparato culturale di una società, si insegni a tutti a riconoscere il proprio razzismo, il proprio fascismo. Siamo contraddittori, siamo bestie con un’intelligenza incredibile e l’orientamento politico egalitario è essenziale a questa scelta: la volontà di ridurre al minimo questa contraddizione.

Scusate, ho divagato. Alla fine era solo nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Come Stefano Cucchi.

Abbattere statue. Sì, la società è fondata sul sangue. E ora che l’hai scoperto?

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Walter White. Padre di famiglia, pluriomicida, chimico brillante

Lo sappiamo che il blues è figlio della schiavitù? Che se i bianchi non avessero schiavizzato milioni di persone non ci sarebbe stata la contaminazione tra musica popolare e colta? Che se gli aristocratici compositori bianchi, verso la seconda metà dell’Ottocento, non si fossero messi a trascrivere e saccheggiare quello che ascoltavano per strada col cazzo che oggi avremmo O partigiano portami via? Che se tra il XVII e il XIX secolo non ci fosse stata una immane deportazione continentale oggi non potremmo fraternizzare con i deboli e i disadattati suonandogli la grande musica del blues e del jazz?

Homi Bhabha, pensatore post-coloniale, definisce la cultura come l’oscillazione tra il pedagogico e il performativo: la tradizione e la generazione che la vive. Ogni venticinque anni, circa, le tradizioni sono messe in discussione e hanno l’occasione per trasformarsi restaurandosi, trasmutandosi o cancellandosi. C’è un certo grado di aleatorietà in questo rapporto, una certa precarietà. In altre parole, non sembra che le culture siano oggetti razionali, che riflettano uno stato di natura.

La storia spicca il volo solo quando sono tutti morti, e riscrive a piacimento quello che si è sedimentato. La cronaca, che racconta il presente, è instabile e soggetta agli umori della narrazione dominante. La verità arriva solo quando sono tutti morti, e a volte riscrive meglio quello che è stato scritto velocemente e male con la cronaca. E non possiamo farci nulla, ogni volta.

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Questo libro vi farà vedere il blues con altri occhi, nonostante sia della casa editrice di Giorgio Agamben

L’abbattimento delle statue è un atto performativo. E il pedagogico, dov’è? La consapevolezza storica – e lo dicono tutti gli studiosi post-coloniali, cioè quelli di colore, i coloni, i buoni, non i cattivi – è che si dovrebbe prima di tutto accettare come un dato di fatto ineluttabile che siamo tutti figli di pezzi di merda.

L’abbattimento di una statua dovrebbe essere il risultato finale di un percorso di autoanalisi culturale, quella che scopre la violenza, il sopruso e lo sfruttamento alla base dei rapporti tra le persone e dello scambio delle merci. Che estende la violenza non solo al retaggio coloniale (ti piacerebbe, vero?) ma alla fondazione di qualsiasi ordinamento sociale.

L’economia, così come lo stato di diritto, sono azioni coercitive, si decidono, non cadono dal cielo, e vengono entrambe decise con qualità determinate dai vantaggi che ne ricava il gruppo di interesse dominante, il quale a volte, raramente, coincide con una maggioranza. A volte può succedere che questo tipo di stato di diritto deciso si riveli anche il più giusto, equo, ma anche questo lo si potrà scoprire solo quando sarà tutto finito, quando saranno tutti morti.

L’abbattimento delle statue senza questa consapevolezza tragica è una posa.

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Che c’è, Hank, sei scioccato dal post-colonialismo?

La famiglia è il luogo migliore dove mettere al sicuro le proprie patologie senza che siano mai messe in discussione. In famiglia i disturbi del comportamento sono minimizzati, rafforzati, elusi, ospitati, ingigantiti, senza mai essere curati. È una grande chiattillata social da condividere mentre vi si assiste abbattere statue senza turbarsi, senza lo shock di aver scoperto che il comodo e profumato cuscino della cultura occidentale è anche putrido, oppure che è putrido tanto quanto è accogliente. Una grande presa per il culo, una buffonata melodrammatica, teatrale, performativa, caciaresca.

È una verità constatata da decenni l’indicibile fatto che qualsiasi società (e quella che ha dominato, la bianca, per forza di cose più di tutte le altre) è fondata sul sangue degli innocenti, sulla sopraffazione e la schiavitù. L’abbattimento delle statue è il sintomo di questo lavoro culturale, o piuttosto è l’emblema di un rifiuto a riconoscere -e magari mettere in discussione – le fondamenta della nostra organizzazione economica e sociale?

Riusciremo mai a superare sto fatto che siamo figli di criminali? Che te ne fai di tutto quello che è stato scritto dagli anni Cinquanta in poi, da quando gli ex imperi hanno cominciato a ritirarsi dalle colonie. Che te ne fai di una tesi di laurea triennale sull’interculturalità se poi basta abbattere statue per riuscirci, altro che districarsi nelle contraddizioni dietro qualsiasi narrazione culturale.

Perché è quello che stiamo facendo, giusto, abbattendo le statue? Stiamo superando tutto questo, oppure stiamo conservando, restaurando, proprio la nostra splendida identità coloniale?

I miei colleghi, che osservano questo fenomeno e ci scrivono, sono freelance, non è che possono fare molto. Scrivono certo per un interesse intellettuale, per ragionare sul fenomeno statue e sulla questione coloniale, ma lo fanno prima di tutto perché 15 mila battute sono pagate circa 70 euro e, visto che ora si parla di statue, cazzo allora si scriverà di statue.

(questo articolo lo sto scrivendo gratis)

Però poi Selfieni e Meloncino sono il male, eh. Li prendiamo terribilmente sul serio, che li sfottiamo, li ridicolizziamo o li osanniamo, fa lo stesso: li riconosciamo, li legittimiamo. Ma solo loro sono distruttivi, solo loro inventano i noi e i loro, i buoni e i cattivi. La tragedia del post-colonialismo è proprio che il buono e il cattivo coincidono con la stessa persona. Il post-colonialismo è disorientante, non è orientante. È uno shock.

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Ma da dove verrà il consenso della destra populista? Maledette statue

La nottola di Minerva spicca il suo volo sul far del crepuscolo. La consapevolezza storica post-coloniale è accettare un’impotenza, l’impossibilità di cambiare le cose terribili che sono successe, solide basi della ricchezza e della felicità di milioni e milioni di persone. L’ingiustizia alla base dei rapporti di potere. Tutto ciò che in società sembra giusto, naturale, consequenziale, non è che la decisione di una parte.

Wow. Che figata, vero?

Richie Rich se la prende col paparino che non gli ha permesso di scoprire il mondo. La famiglia americana anni Ottanta di Natale scopre che la sua bontà non è che una facciata. Se si abbattono statue con questo spirito da tossico col senso di colpa, senza rendersi conto che l’autenticità di un tale atto implica necessariamente un auto-abbattimento, allora l’atto è solo performativo, senza dialettica con la pedagogia, non fa i conti con la tradizione. È una posa, è da atteggiati, da turisti del postcolonialismo. Poi passa.

Oggi parliamo di Silvia e altre amenità, al Bar della D’Urso

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La prima regola del bar è dimenticare di essere in un bar, altrimenti non te la godi, non puoi disquisire di qualsiasi cosa col tuo barista, il tuo mitico barista che ti fa un cappuccino megagalattico.

Interessarsi alle idiozie che si sono dette su una cosa che dimenticheremo presto (Silvia chi?) è altrettanto idiota di scrivere cose pseudoscioviniste rancorose e bugiarde che ogni giorno il Bar della D’Urso dei Social partorisce. Con una differenza: l’analfabeta funzionale, il frustrato fascista, scrive così perché a lui gli fa bene scriverlo, si sfoga. Ma chi morbosamente segue dei rutti mentendo a se stesso dicendosi che segue “reazioni” – mi dispiace, è morboso anche solo condividere o commentare una sola volta un cazzo di link su cazzo qualsiasi di argomento a caso che mai ti avrebbe acceso interesse se non che se ne sta parlando – che giustificazione ha?

Siamo trash tanto quanto il trash che ci scandalizza. Siamo trash pure quando triggeriamo il trash. Questa è la perversione maggiore, con una responsabilità enorme sulla diffusione della merda in cui navighiamo.

Qualsiasi oggetto di critica implica legittimazione, investitura. E così prendiamo sul serio, prendiamo in giro e ci scandalizziamo di fronte a Ciprì e Maresco. Quanta dignità si dà a ciò che scandalizza? Scandalo di cose idiote che sconosciuti scrivono su Facebook. Ma veramente facciamo?

Perché cazzo condividiamo cose che non approviamo? Guardate che è una bella perversione, questa. Proprio fetish. Condividere le cose che si criticano, condividere un articolo che critica una cosa che non approviamo. Guardate che è perversione. Va bene se si tratta del decreto economico, ma di commenti online, dai, quanto cazzo vogliamo gonfiarla l’inutilità di questa bolla transitoria? Guardate che ci sono cose che si possono ignorare, non ci perdiamo proprio nulla. Nulla. Capito, nulla. Datti una cazzo di calmata.

Possono pure essere i re dell’universo, Selfieni e i capitani coraggiosi, ciò non toglie che restano dei cazzo di Ciprì e Maresco. “Loro” sono analfabeti funzionali, vomitano sulle tastiere e gli fa bene, perché ne hanno bisogno, vivono una vera merda, che non abbiano un soldo o anneghino nell’eredità di mamma e papà, il grado di isolamento culturale è ineluttabilmente simile. Ma “noi”, che leggiamo libri e ci atteggiamo a professionisti, che ci diamo da fare e lavoriamo, che ogni santo giorno ci lamentiamo degli altri che non hanno la schiena dritta, noi che giustificazione abbiamo ad aver contribuito al trend?

Nella logica, le opposizioni devono necessariamente far parte dello stesso insieme, altrimenti le alterità non si possono costruire ed entrare in conflitto. Ma quando addirittura non c’è opposizione e persone con la stessa vita di merda litigano tra loro, di che spettacolo si tratta?

E tu credi che con l’arma dell’ironia puoi avere il giusto distacco. Ti rivelo una cosa: l’ironia è di destra. Tu credi di fare dei distinguo e invece no, stai solo rafforzando l’insieme di cui fai parte. Strutturi pseudo-opposizioni tra analfabeti funzionali e professionisti di questo cazzo. Tra capelli da spaccare e superiorità morale. Sei solo un grande pesce.

Scandalizzandosi si erge un piedistallo dove ora-lui-dic-una-poesia. Se ne rafforza il comportamento. Ha detto una cosa violenta, non politicamente corretta! No, è un rutto. E poi sfottilo, mi raccomando, mentre lui se la ride e vota il Capitano. Sfottilo, sfottilo, vai, vai. No, ma tranquillo, sfotti. Hai ragione tu.

Il disinteresse, la censura, a volte sono un dovere politico. Ma c’è un problema: la censura politica è un’azione nell’interesse comune (almeno nelle intenzioni di chi la mette in pratica) e purtroppo a noi, proprio in questo momento, fissati come siamo col focolare domestico, del bene comune non ce ne può fregar di meno.

Questo è il Bar della D’Urso, amici. Benvenuti, qua si vende e si compra, dandosi un tono da sommelier con il tavernello.

Non ci resta che piangere sullo Stato versato. Grazie Mario!

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L’opinione pubblica – Lisa Venturini in Non ci resta che piangere (1984) – ringrazia l’etica liberista

L’etica comunitaria è Saverio (Roberto Benigni), l’etica liberista è Mario (Massimo Troisi). La società ringrazia sempre Mario, a Saverio non lo vede manco, anche quando è proprio lui, ogni volta, a farsi il culo.

I bimbi se la spassano, giocano. Siamo tutti schumpeteriani a parole. Crediamo di avere il mondo in mano, poi cadiamo, ci sbucciano e piangiamo la mamma-Stato che prontamente ci risolleva. Ci risolleva perché siamo sempre noi lo Stato, che ti aiuta sempre, anche dopo che sei cresciuto, a differenza di mamma che non può farlo per sempre. Come la mamma, anche lo Stato, quando si rimbocca le maniche, non pretende niente dal bimbo, è lei l’adulta. L’importante è essere felici, senza quel fastidioso senso di comunità addosso.

Siamo tornati indietro di dieci anni. Il populismo, che agisce sul percepito, sta zitto, perché c’è solo il reale. Non c’è più caciara, non c’è più confusione. C’è solo un vero stato di emergenza, non c’è più differenza tra realtà percepita e realtà reale. La tv è tornata a fare quello che faceva prima dei social: dirette e opinionisti, dirette e opinionisti. Senza influencer, viva dio. Per chiacchierare di attualità non devi immergerti in una melma. Al massimo, qualche facebucchinata, gente come me te che si arrabbia, come fosse il 2009, quando cercavamo i compagni di classe. Non ci sono fake news, ci informiamo su dati verificati. Pure le frasi fatte rispecchiano le fonti. Ma quando l’epidemia sarà finita, il reale se ne andrà, la realtà si riattiverà e il secondo decennio del XXI secolo potrà riprendere. Il populismo ritornerà, più forte.

In queste settimane trionfano misure “socialiste”, collettive. Il Parlamento legifera dal giorno alla notte. È all’opera uno Stato d’eccezione, non un piano quinquennale di collettivizzazione delle risorse, ma sempre dello Stato si tratta, quello Stato malvisto da tutti quando vogliamo fare i soldi ma che, ogni volta che si hanno problemi di soldi, a lui li andiamo a chiedere. È lo stesso rapporto che abbiamo con l’eredità di mamma e papà: non esiste, noi abbiamo la schiena dritta, ce la facciamo da soli, finché non ne abbiamo naturalmente bisogno. Le differenze di classe non esistono finché siamo liberi imprenditori. Come una pubblicità di assorbenti. Liberi, finalmente. Le zone rosse, i fiumi di miliardi drenati verso la sanità, l’esenzione dalle imposte. Non ci sarà traccia nei nostri ricordi di questo sforzo immane, solo un bilancio dello Stato dissanguato: sprecone! Noi, la società, senza istruzione, ciucci e presuntuosi, che non partecipiamo e condividiamo tantissimo, dimenticheremo presto. Il governo è riuscito pure a ottenere la centralizzazione del potere, dopo che in una fase iniziale un decreto regionale e uno statale si sono presi a mazzate. Intere comunità non crolleranno grazie all’intervento dello Stato. Ma noi ci saremo chiusi in casa e sarà l’unica cosa sensata che crederemo di aver fatto.

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Bane (Tom Hardy) in Il cavaliere oscuro (2012)

Ci siamo immunizzati, abbiamo evitato i contatti. Il governo avrà varato misure straordinarie in deroga, in deficit, per noi (e per sé stesso), drenando fiumi di denaro. I medici – l’amico tuo e tuo zio in pensione – avranno lavorato 17 ore al giorno. La solidarietà istituzionale dei funzionari pubblici e la solidarietà professionale dei medici, l’incredibile prontezza del governo parlamentare, senza burocrazia, la quasi totale assenza di conflitto Stato-Regioni. Macché, il merito è solo nostro, che ci siamo chiusi in casa. E i medici che hanno fatto turni di 17 ore per salvaguardare la comunità? Ok, e i miei turni di 17 ore chiuso in casa? È solo grazie alla paranoia che siamo andati avanti. Grazie, paranoia.

Il Coronavirus sta creando un senso di continuità, non di rottura, con la nostra idea distopica di società. Questo è quello che ha cercato di dire Agamben senza riuscirci. Ha avuto ragione Nancy a rispondergli sfottendolo ma una cosa fondamentale Agamben l’ha detta, anche se non è riuscito a dirla: questa grande disposizione di mezzi statali dispiegati non è un miracolo socialista. Siamo sempre nello stato di eccezione eccezione, quello vero, vero vero, reale, terminato il quale si ritornerà allo stato di eccezione permanente, quello con cui Agamben ci ha abboffato i maroni con 47 libri tutti uguali. Il processo di immunizzazione dell’etica individualista liberale ci scorre nelle vene e quello che stiamo facendo per fronteggiare l’epidemia non è niente di così diverso dalla vita di tutti i giorni, solo più esacerbata. Non fate quella faccia: io ho quattro abbonamenti allo streaming e vedo decine di volte al giorno facebook, voi? La rottura ci sarebbe se ci fosse un’epidemia da milioni di morti. Questo metterebbe tutto in discussione. La storia ci insegna che dopo la peste del Trecento e la Seconda guerra mondiale l’umanità è rinata. Prima è morta, però. Non è quello che si può augurare, serve solo a sottolineare che, sconfiggendo il Coronavirus così, senza consapevolezza dell’importanza di questa azione collettiva in atto per sconfiggerla – la stessa che dovremmo applicare in economia – ritorneremo a fare quello che facevamo prima, ovvero combattere la depressione economica e l’apocalisse climatica con le straordinarie armi dell’etica liberista, quella stessa squisita etica liberista che tanto ci piace e che proprio ora non può fare proprio nulla per aiutarci.

L’economia ne uscirà devastata, ma non quanto il nostro senso di comunità. La libera iniziativa privata – contra quella (sprecona) pubblica – e il valore del consumo dei prodotti culturali audiovisivi – contra i teatri e i concerti – sono due principi che non potranno essere messi in discussione perché sono in continuità con la situazione che stiamo vivendo. Non riconosceremo mai il tremendo sforzo che lo Stato ha fatto (grazie mamma!), solo la straordinaria virtù di esserci fatti i cazzi nostri (grazie Mario!). Siamo liberi imprenditori.

Tutti, com’è giusto che sia, stanno chiedendo soldi allo Stato. Anche gli imprenditori. L’imprenditore! Che professa di giorno il darwinismo economico e sociale, la lotta per fare i soldi, l’eroismo del self-made-man-stiamo-sotto-al-cielo-il-mondo-è-una-giungla, il leone e la foresta. Ma di notte, quando deve investire, quando deve fallire, se lo Stato non gli dà una mano appiccia tutto cose. E non gli chiedete tasse, per piacere, che si arrabbia, soprattutto se è molto ricco e la montagna di soldi che ha fatto ha potuto iniziare a farla grazie a gigantesche esenzioni fiscali. Lasciatelo stare, è un libero imprenditore.

Il Coronavirus è un altro passo verso una società più distopica, autarchica, autoritaria, liberista e capitalista. Parole neutre, ora che n’è passata di acqua sotto i ponti da quando a queste se ne opponevano altre. L’etica individuale liberale che ci guida ci ispirerà ancora più fiducia perché crederemo che l’immunizzazione dai doveri della comunità, chiuderci in casa, sarà stata la chiave per sopravvivere. Dopo che l’economia sarà ripartita – smagrita, ammaccata, ammalata, incerta, impaurita, ma senz’altra scelta che riprendere a produrre merci da comprare – sarà la comunità come idea politica ad uscire completamente sconfitta.

 

Il reale, la singolarità, il coronavirus. È la modernità, baby

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Un render della struttura del Cornavirus (wiki)

È caratteristico della modernità la sua accelerazione. L’accelerazione tecnologica, l’accelerazione di classe, politica, della produzione delle merci e delle app. Tutto accelera. E, ovviamente, questa accelerazione aliena, che non è una brutta parola. Il più recente ed efficace saggio sull’argomento è quello di Hartmut Rosa.

Considerando che una delle caratteristiche più importanti della modernità è l’accelerazione, è chiaro che la modernità spinge verso cicli sempre più corti. Se prima si ragionava per generazioni (25 anni), oggi si tende a dare per scontato che in una singola generazione, nell’arco di un terzo circa della propria vita, avvengono già un sacco di cose di un impatto tale da trasfigurare la società: l’elettricità, la musica jazz, la bomba atomica, gli elettrodomestici, il neoliberismo, Michael Jackson, internet, il mercato unico, il cambiamento climatico, le chat di gruppo, un’epidemia mondiale. Tutto avviene a cicli sempre più corti. Neanche riprendi fiato che ecco arrivare un altro casino. Altrimenti non si spiegherebbe la retromania, questa bislacca tendenza a fare la storiografia dell’altro ieri. È una cosa ridicola ma terribilmente seria: sono davvero successe tante cose importanti in poco tempo.

Ridurre l’accelerazione alla “società dei dati”, alla memoria infinita della digitalizzazione, che effettivamente iperaccelera, è una sciocchezza: la società ha iniziato ad accelerare parecchio tempo prima, più o meno intorno al XVI secolo. È lì che è iniziata una digitalizzazione, oppure ancora prima, con il cattivo farmaco della scrittura che scalza l’oralità e la scienza mitologica, via via a ritroso fino all’agricoltura? Non ci casco, la colpa è sempre della modernità.

Può essere che la cifra della modernità sia questa compressione inflazionata dei cicli? Eventi che si susseguono sempre di più, sempre più spesso, finché ci abituiamo. Non sembrano neanche fuori controllo, visto che ogni volta pare che alla fine questi immensi iperoggetti riusciamo a gestirli, tanto, male che vada, prima che ci colpiscano saremo morti di vecchiaia. La loro carica sovversiva viene disinnescata ogni volta. Eventi badiouiani ex post, quando la caratteristica dell’Evento dovrebbe essere ex ante, ci si dovrebbe scommettere su di esso, anticiparlo, in fedeltà, sacrificandosi per esso, se non addirittura lottare a morte per esso, per se stessi, come fa il servo hegeliano.

L’accelerazione, quindi – che non significa “progresso”, lo abbiamo capito da centocinquantanni, anche se ancora facciamo fatica a crederlo – non è semplicemente la cifra del cambiamento continuo ma del cambiamento inflazionato, per cui non sono neanche più i nonni a non riconoscere il futuro, sono io a non riconoscere già il presente.

E se fosse questa la singolarità? Una vera singolarità trasfigurante, necessariamente irriconoscibile agli occhi del trasfigurato. Ci limitiamo ad assistere ai drammatici eventi epocali che accadono nel mondo, vicino casa, lontano da casa. Raramente partecipiamo. Condividiamo tantissimo. Quasi mai andiamo agli eventi che influenzano me e miliardi di persone. Possono travolgere, consumare un pezzettino alla volta, possono essere scansati. Altre volte vi ci gettiamo a capofitto, anche se sono irraggiungibili. Ma ogni volta è sempre il reale con cui abbiamo a che fare, quella realtà vera che fa ogni tanto capolino con eventi destinati inesorabilmente a cambiare la nostra esistenza. Poi, ogni volta, si ritirano, come una risacca, per lasciare di nuovo spazio alla realtà.