Riformisti/comunisti: diatheke

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Badiou: Marcel Gauchet, per concludere vorrei renderla partecipe dell’intuizione che ho avuto sentendola parlare di Rousseau e della possibilità di quel soggetto politico collettivo che va sotto il nome di democrazia. Penso di poter dire che, in realtà, non sono il solo ad essere in attesa di un evento…
Gauchet: In che senso? Cosa intende dire?
Badiou: Ritengo che, nonostante la sua prudenza, lei creda nella politica e che per questo sia in attesa di un evento nel senso in cui io l’ho definito. Un evento imprevedibile, come qualsiasi altro evento, ma che consenta l’emergere di una soggettività riformista…
Gauchet: Forse…
Badiou: Affinché quest’evento faccia la sua comparsa, vorrei farle ammettere che anche lei ha un bisogno vitale dell’ipotesi comunista. Mi permetta di esporle questo aspetto che ha un carattere insieme storico, tattico e filosofico. Lei mi sembra convinto del fatto che l’ipotesi comunista non presenti alcun interesse ai fini della realizzazione della sua ambiziosa versione del riformismo. Io vorrei ribatterle che le cose non stanno affatto così. In realtà, essa è per lei assolutamente necessaria. Se guardiamo alla storia recente, i rari momenti che più o meno si avvicinano allo scenario che lei ha in testa si sono realizzati proprio a causa della presenza reale di un universo altro, di un’ipotesi altra, ovvero dei comunisti. Il grande sussulto riformista successivo al 1945, che lei ha spesso menzionato, è stato possibile grazie al fatto che de Gaulle ha dovuto mettersi d’accordo col Pcf, all’epoca il partito più forte che ci fosse in Francia, fregiantesi dell’etichetta di «partito dei centomila fucilati». Al momento della Liberazione il generale aveva senz’altro degli alleati internazionali, poteva vantare un certo credito presso le autorità militari, ma le truppe civili, se così posso dire, si concentravano per lo più dall’altra parte… Non penso che de Gaulle fosse in cuor suo un nemico giurato del capitalismo o un ardente sostenitore delle nazionalizzazioni. Sta di fatto che è stato costretto a negoziare, a fare delle concessioni… Il programma del Consiglio nazionale della Resistenza viene oggi sventolato come un esempio di ritorno alla democrazia. Ma la stessa esistenza del Consiglio era la prova del fatto che de Gaulle era obbligato a venire a patti coi comunisti! Tale patto non va visto come qualcosa di interno alla dinamica generale dello sviluppo capitalistico, ma come il prodotto dell’esistenza dei partiti comunisti e del blocco socialista. E il contesto della ricostruzione, con i suoi imperativi economici e politici specifici, spiega la circostanza per cui gli squali capitalisti hanno all’epoca rigato dritto tollerando riforme di vasta portata che non andavano nella direzione da loro auspicata. Quest’ampio consenso si è in seguito sfaldato mano a mano che il blocco comunista cominciava a manifestare crepe sempre più vistose. Da quando il comunismo storico è crollato definitivamente, le democrazie non sono più state soggette alla sfida del loro avversario. L’ondata neoliberista contro la quale lei insorge è quindi dilagata, andando a riempire il vuoto che si era creato. In assenza di un Altro che le minacci, le democrazie liberali sono tornate ad essere i fedeli vassalli del capitale e dei suoi detentori, i quali non si sentono più obbligati ad accettare i princìpi della moderazione e della redistribuzione.
Gauchet: Per quanto riguarda la congiuntura del 1945, quello che dice è storicamente esatto.
Badiou: Sì, ma questo fatto storico ha anche delle conseguenze tattiche e filosofiche per l’oggi. Se non viene rilanciata l’ipotesi comunista, l’ipotesi riformista che lei sostiene non ha alcuna speranza di realizzarsi. Al di là della strategia, ciò significa forse anche che la stessa democrazia ha bisogno di essere pungolata da una qualche alterità, sia essa interna o esterna alla forma democratica stessa. Insomma, tutto sommato, dovrebbe ringraziarmi! Non andrebbe in pratica da nessuna parte senza di me. Sto solo cercando di aiutarla!
Gauchet: Sì, la prego, mi dia una mano facendo prendere ai miei avversari un bello spavento! Per quel che mi riguarda, continuo a voler rimanere nell’alveo della democrazia liberale, e penso che il vero cambiamento sia alla mia portata molto più di quanto non sia alla sua, se così posso esprimermi. Tuttavia non resisto alla tentazione di risponderle nel seguente modo: proponendosi di aiutarmi, lei riconosce implicitamente che l’ipotesi comunista che intende rilanciare è in realtà priva di consistenza e che i suoi «effetti di realtà» si limitano al compromesso che consentirà di ottenere all’interno delle democrazie rinnovate. Mi vuol far dire che un riformismo conseguente ha bisogno del sostegno dell’ipotesi comunista? Ebbene, ammetto volentieri che per far sì che la politica riprenda il controllo della globalizzazione neoliberista tutte le forze disponibili allo scopo sono necessarie. Aggiungo anche che l’ipotesi comunista, che personalmente preferirei chiamare «utopia comunista», è necessariamente parte dell’orizzonte delle nostre società, al pari dell’utopia anarchica, in quanto è un prolungamento del principio di eguale libertà su cui esse si fondano. Penso pertanto che non possiamo farne a meno. Ma lei, interpretando l’ipotesi comunista come un alleato necessario del realismo democratico, trasforma la sua prospettiva radicale in un’anatra zoppa. È una bella ammissione, la sua! Stanti così le cose, posso anche sottoscrivere il patto che mi propone.
Badiou: Una grande alleanza al termine di questa discussione così accesa? Il patto fra di noi non potrà mai eliminare le nostre differenze e, quanto a me, non entrerò mai nell’alveo della democrazia parlamentare, eppure certo, perché no, eccoci di fronte a un epilogo quanto meno inaspettato! Anche gli avversari più irriducibili possono trovare un accordo se sanno comprendere che, in fin dei conti, ciascuno a modo suo e con le proprie armi, combattono lo stesso nemico.

Che fare? Dialogo sul comunismo, il capitalismo e il futuro della democrazia, in Micromega 1/2016, capitolo Alla ricerca di un patto perduto?, poss. 2179-220 (Kindle). Titolo originario: Que faire? Dialogue sur le communisme, le capitalisme et l’avenir de la démocratie © Philo éditions, Paris 2014.

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Buone democratiche intenzioni

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Warren Richardson, “Hope for a new life”, Röszke, Ungheria, 28 agosto 2015, World Press Photo of the Year 2015

Lei ragiona come se in politica esistessero delle buone intenzioni, nella misura in cui tale politica è «democratica» nell’accezione da lei difesa. Forse le sembrerò troppo cupo e pessimista, eppure no, non credo che dovremmo comportarci come se nella politica «democratica» esistessero delle buone intenzioni. In realtà ci sono solo affari e interessi e c’è anche, presso una larga fascia dell’opinione pubblica, insieme al rifiuto di ogni idea generale di emancipazione, un consenso timoroso e vigliacco che mira a preservare in maniera indefinita i privilegi occidentali. Di qui anche le vergognose strizzatine d’occhio, sempre più evidenti, al razzialismo culturale e all’idea della superiorità dell’Occidente e, più in generale, la paura dello straniero, del migrante che arriva e mangia a sbafo alla nostra tavola. I politici delle «democrazie» asservite al capitale passano il loro tempo a «giustificare» queste derive chiamando in causa la «difficoltà della situazione». Per ritrovare un po’ di dignità e di buon senso è necessario rompere in maniera radicale con l’idea che il nostro sistema politico possa essere mosso da buone intenzioni.

Alain Badiou in conversazione con Marcel Gauchet, Micromega, 1/2016, pos. 1610 (Kindle), Fine o prosecuzione della logica imperiale?

 

Aristotele, Platone, Sacks e il misticismo scientifico

Iniezione di salvarsan (o arsfenamina) in un ospedale da campo per la malaria a Cividale, in Friuli

Iniezione di salvarsan (o arsfenamina) in un ospedale da campo per la malaria a Cividale, in Friuli

La nozione di «sostanze mistiche» sorge dalla reductio ad absurdum di due concezioni del mondo che, se applicate in modo legittimo, hanno grande eleganza e potenza: una è la concezione a mosaico, o topista, associata alle filosofie dell’empirismo e del positivismo; l’altra è una concezione olistica, o monistica. Esse derivano, rispettivamente, dalla metafisica di Aristotele e da quella di Platone. Usate con saggezza, e con una piena comprensione dei loro poteri e limiti, hanno offerto la base per scoperte fondamentali della fisiologia e della psicologia negli ultimi duecento anni.

Il misticismo nasce quando si prendono analogie per identità, quando si trasformano similitudini e metafore («è come se») in assoluti («è»), convertendo così un’epistemologia utile in «verità totale». Il topismo mistico sostiene che il mondo consiste in una moltitudine di punti, di luoghi, di particelle o di pezzi, senza alcuna relazione intrinseca tra l’uno e l’altro, ma «estrinsecamente» correlati da un «nesso causale»; lo sostiene in modo esclusivo e conclusivo: è «la verità». Data una simile concezione, si può immaginare la possibilità di influenzare un singolo punto o una singola particella, senza esercitare il minimo effetto su quelle circostanti: si dovrebbe, ad esempio, poter eliminare un punto con assoluta precisione e specificità. Il corollario terapeutico di questo misticismo è il concetto di un farmaco specifico perfetto, che ha esattamente l’effetto voluto escludendo la possibilità di qualsiasi altra conseguenza. Un esempio famoso di un tale supposto elisir è l’arsfenamina, studiata da Ehrlich per la cura della sifilide. Le dichiarazioni modeste e realistiche dello stesso Ehrlich furono subito distorte da desideri e tendenze assolutistiche, e l’arsfenamina fu presto definita «la pallottola magica». Questo dunque è il genere di medicina mistica, il cui primo scopo è la ricerca sempre nuova di «pallottole magiche».

L’olismo mistico, invece, asserisce che il mondo è una massa completamente uniforme e indifferenziata di «materia primigenia» o plasma. Di tale fisiologia mistico-olistica si trova un buon esempio in un detto attribuito a Flourens: «Il cervello è omogeneo come il fegato; il cervello secerne pensieri come il fegato secerne la bile». Corollario terapeutico di questo misticismo monista è il concetto di un farmaco per-tutti-gli-scopi, una panacea, un estratto quintessenziale di Materia Primigenia o di Materia Cerebrale, Bontà o Divinità imbottigliate in forma assolutamente pura, l’estasi portatile di De Quincey racchiusa in una bottiglietta rosa

Oliver Sacks, Risvegli, Adelphi, Milano 2014, nota 31 a pagina 48.

Scienza e filosofia secondo Enzo Melandri

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«Che le scienze sorgano distaccandosi dalla filosofia è vero; ma è solamente una mezza verità. L’altra metà di questa mezza verità è che la filosofia sorge dalle crisi delle scienze, alimentandosi di quanto vi è in esse di non-scientifico: e le “crisi di fondazione” rivelano periodicamente che in ogni scienza c’è parecchia metafisica. Nondimeno tendiamo tutti a supporre che il distacco della scienza dalla filosofia sia calzante almeno per l’epoca moderna. Da Galilei in poi, tutte le scienze si sono costituite distaccandosi dalla filosofia.

Reciprocamente in epoca antica la filosofia comprendeva tutto e quindi le scienze non potevano rendersene autonome. Ma è proprio vero che sia sorta prima la filosofia e poi le scienze? – Non è vero. Le prime arti-scienze particolari sono sorte nel neolitico. La filosofia greca è la razionalizzazione della crisi che esse subiscono quando pervengono a coesistere nel superiore, più complesso e difficile livello organizzativo della polis. Il progresso accusa quindi una battuta di arresto. Poi, duemila anni dopo, viene il mondo moderno, che è una specie di neo-neolitico. Le seconde scienze-tecniche particolari si distaccano dalla filosofia del primo periodo di crisi e si riapre la vicenda del progresso. Anche qui le cose vanno avanti bene, fino a che le scienze possono sopportare la crisi a cui di nuovo vengono soggette per il fatto stesso di dover coesistere nel superiore, più complesso e difficile livello organizzativo del moderno capitalismo. Ma a questo punto sorge il marxismo, il quale in ultima analisi consiste nella profezia che il progresso dovrà nuovamente accusare – e possibilmente per sempre – una battuta di arresto. La seconda filosofia, se la profezia è vera, sarà la razionalizzazione compendiaria di quest’ultima crisi, che per molti segni si annuncia come definitiva anche nel senso apocalittico.

Lasciamo stare l’inquietante problema del rapporto fra scienze e filosofia. (Noi personalmente tendiamo a credere che anche un mediocre filosofo e per di più del tutto dissenziente con le nostre idee tipo Terenzio Mamiani della Rovere sia superiore per intelligenza complessiva a uno scienziato di tutta simpatia e indiscussa autorità tipo Einstein: ma è una privata opinione che palesiamo per solo scrupolo di onestà e che non vorremmo imporre ad alcuno). Una cosa è certa: ed è che le scienze alimentano la filosofia per lo meno tanto, quanto la filosofia le scienze. Al mondo nulla si crea e nulla si distrugge; tutto si trasforma, e il totale rimane sempre tale e quale».

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 220-221.

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Melandri e la superstizione

Stevie Wonder, che ha scritto "Superstition"

Stevie Wonder, che ha scritto “Superstition”

Bisogna riconoscere che nella nostra “epoca scientifica” la superstizione non è stata né vinta, né superata, né accantonata: ci si è limitati a tradurla in un altro linguaggio, che imita la scienza propriamente detta solo nel rituale, nel ritmo o nell’atteggiamento esteriore. Così come il ditirambo, in Platone, può ancora esser detto μíμησις τής πράξεως solo “per la mossa”. Nell’età della ragione – che secondo Comte è quella della scienza – la superstizione non è più, in primo luogo, quella religiosa; ma è invece proprio quella scientifica o, meglio, pseudo-scientifica; la quale è propria di coloro che della scienza non sanno nulla, all’infuori di ciò che se ne può ricavare per imitazione “ditirambica”

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 144-145.

La logica insicura del capitalismo

Una delle ultime scene di Breaking Bad

Una delle ultime scene di Breaking Bad

La logica del profitto è storica: il profitto è un modo come un altro per fare economia. Non è quindi una condizione naturale dell’economia, tenendo presente che una condizione naturale dell’economia non esiste.

La logica del profitto è arbitraria: sono proprietario, senza alcun merito ma per pura casualità (di classe, di lignaggio, di acquisti fatti sulla base di rendite precedenti, e così via), di un bene (industria, terreno, etc.) che rendo disponibile nei termini di una sfruttabilità, non di un’adoperabilità: chi disporrà di quel bene deve adoperarlo più di quanto ne abbia bisogno, affinché quel più di lavoro che farà sia ripagato al proprietario per averne concesso l’uso. Essendo il bene non suo, il lavoratore non ha il diritto di adoperarlo il tempo che gli serve, ma dovrà lavorare quel poco in più quanto basta per far fare profitto al capo.

Così alla pura, immeritata (nel senso di casuale) condizione di proprietario/capo/sfruttatore, corrisponde una immeritata (sempre casuale) condizione di dipendente/sfruttato. Il primo merita un profitto sulla base di una condizione (essere il proprietario) puramente casuale. Il secondo merita uno sfruttamento sulla base di una condizione (non sono proprietario) in cui si ritrova, anch’esso, per pura casualità. Alla base del capitale non c’è quindi niente di trascendente. Eppure esso si pone come una trascendenza quando si presenta come una condizione naturale dell’economia in una prospettiva messianica: non c’è alternativa al modo di produzione capitalista, un altro mondo non è possibile.

Il capitale è la più efficace e potente forma di economia perché riflette la pura arbitrarietà dei rapporti di forza, dei territori, dei poteri e delle rendite. Oggi crediamo che tutto questo sia “naturale”, proprio perché riflette, tutto sommato, i rapporti sociali. È il motivo per cui il liberismo ci sembra così “naturale”: è naturale come la giungla. E questa è un’arma teorica davvero straordinaria.

L’economia capitalista mondiale di oggi si regge su una pura arbitrarietà mascherata da naturalità, comprimendo la contraddizione con sistemi sempre più repressivi. Dal XVIII secolo ci vantiamo di essere usciti dallo stato di natura, dalla condizione di animale, e siamo diventati grandi, civilizzati, per abbracciare infine un modello di sviluppo economico basato sullo stato di natura, la giungla, su uno Schumpeter qualsiasi. Il capitalismo è insuperabile per definizione, in due sensi: perché dopo di lui c’è solo distruzione (per sfruttamento delle risorse e degli uomini), e perché non c’è cosa migliore per produrre ricchezza. Davvero non c’è di meglio. Davvero per quanti sforzi possiamo fare (utopici o no che siano), alla fine sempre là andiamo a finire.

Ma credere alla naturalità della logica del profitto non è molto diverso dal credere che la storia sia la volontà di dio: se il capitale è la forma finale dell’economia, il suo luogo naturale e necessario, allora la storia stessa ha una sua finalità, un’intrinseca necessità, come un disegno di dio (un dio capitalista a questo punto).

L’umanità è bizzarra. Si vanta di poter campare tranquillamente dopo la morte di dio sussistendosi con un sistema economico che giustifica sé stesso attraverso una naturalità divina, necessaria, insuperabile. Perché il capitalismo concentra così tanta antropologia? Perché la logica del profitto ha raggiunto oggi la sua egemonia, diventando così metafora per tutto. Ma come tutti gli imperi che raggiungono il massimo livello di espansione, si sente anche terribilmente insicuro, e insiste sulla naturalità della sua posizione arbitraria. Così non gli resta che glorificare sé stesso, visto che non ci sono nemici da demonizzare. Non gli resta che far credere a tutti di essere il luogo necessario e naturale dell’economia, come il fascismo che riscrive la storia dicendo che quest’ultima è sempre stata fascista. È una logica insicura, terribilmente insicura, ma anche terribilmente potente. Tanto potente quanto debole. Un nonnulla la scuote e la mette in crisi. Così, per mantenere la sua egemonia, non gli resta che rappresentarsi come una cosa totalmente naturale e necessaria. Come dio.

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Enzo Melandri e Heidegger

Il secondo, il terzo e il quarto, da sinistra, sono: Umberto Eco, Michel Foucault, Enzo Melandri

Il secondo, il terzo e il quarto, da sinistra, sono: Umberto Eco, Michel Foucault, Enzo Melandri

«Heidegger […] è l’unico a fare dell’ermeneutica un principio globale di interpretazione, non limitato a questa o quella scrittura o anche alla totalità delle espressioni linguistiche, ma relativo a ogni consapevole attività umana, sia essa teoretica o pratica. Sopra tutto l’Introduzione di Sein und Zeit appare rilevante in questo contesto, poiché contiene una reinterpretazione semeiotica della fenomenologia. Trasformando la fenomenologia in semeiotica, e cioè in sintomatologia generale, Heidegger fa dell’ermeneutica il correlato metodologico indispensabile della Analitik des Daseins. Purtroppo in séguito egli ha smentito uno dei presupposti fondamentali di questo indirizzo: l’analogismo.

Le ricerche indirizzate verso il poetico, il misterioso, il presocratico, non sono forse un indizio di restaurazione anomalistica? E l’interpretazione che egli dà di Nietzsche non pecca forse di un implicito teismo? (Forse quel che ha inibito Heidegger è stato il timore, così caratteristico per un filosofo contemporaneo, di dover rifare i conti con Hegel: e precisamente non tanto nel senso filosofico, quanto in quello ermeneutico. Nella conclusione della sua tesi di dottorato, che è il lavoro di ispirazione ancora in gran parte analogistica, più ancora di Sein un Zeit, Heidegger insiste sulla necessità di fare i conti con Hegel. Da un punto di vista ermeneutico, questo discorso non ha avuto séguito: Heidegger non ha aggiunto nulla alla nostra capacità di capire Hegel meglio di Hegel stesso).

Comunque stia la cosa, è ormai chiaro a tutti che la via scelta del “secondo” Heidegger non conduce da nessuna parte o, meglio, ha senso restaurativo. L’altra diramazione, che faceva parte del progetto originario di Sein un Zeit ma che Heidegger non ha mai battuto perché – come è ormai chiaro anche a noi – essa sfocia in una “palude”, quella della cultura progressista contemporanea, è tuttavia l’unica alternativa che ci resti. Ora, uno dei modi di prosciugare la palude è quello di trasformare l’ermeneutica, attraverso una semeiotica, o semiologia sintomatologica, in una politica terapeutica. E il modulo che permette queste trasformazioni, in accordo con la “genealogia” dell’ermeneutica (ossia, con la motivazione traumatica della sua origine), è sempre il principio di analogia, ma usato in funzione archeologica».

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 56-57.

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