Bandersnatch – sei libero di cambiare qualcosa di questo mondo?

Black Mirror Bandersnatch

William Jack Poulter in una scena di Bandersnatch

Non è che non c’è libero arbitrio perché ‘scelgono altri’ per te, questo piacerebbe a Di Maio e Salvini. La conseguenza logica del postulato le mie scelte sono scelte di altri è una regressione infinita, orgasmo complottistico: anche questi altri – se le mie scelte sono scelte di altri – non stanno in realtà scegliendo autonomamente per te perché c’è necessariamente qualcuno, prima di loro, che sceglie per loro quello che deve essere scelto per te, se si è detto che la propria scelta è la scelta di un altro. In realtà la regressione non è infinita perché se quello che comanda è comandato, sempre, vuol dire che a comandare è un’ideologia assoluta.

Se poi questa eteronomia è solo propria, cioè sono solo le proprie scelte ad essere scelte di altri o da altri, mi dispiace molto.

Le nostre azioni sono determinate dalla Legge della Casualità sin dal big bang, ciò non toglie che siamo liberi come surfisti che surfano su onde che non creano dal nulla.

La questione del libero arbitrio nasce quando a un certo punto l’uomo, quando credeva in dio, chiedendosi se dio gli lasciasse fare qualsiasi, ma proprio qualsiasi cosa oppure no, si domandava che tipo di creatore fosse quello che lascia del tutto libere le sue creature. Si chiedeva anche, a quel punto, quale creatore se la spasserebbe a guardare un orologio, creature che annaspano senza volontà, un po’ come oggi ci si chiede quale spasso ci sia nel ridurre la mente e il pensiero all’attività di un calcolatore. La conclusione a cui arrivarono filosofia e religione fu che non si è liberi di fare qualsiasi cosa, perché a dio non piacerebbe un’onnipotenza liberalizzata, ma si è altresì liberi di fare quello che si vuole e che poi sono cazzi tuoi perché ormai sei grande.

Ma di quale scelta si tratta quando si riflette sulla libertà di scelta? La scelta di un cereale o la scelta tra il capitalismo e un’altra organizzazione economica della società? Esiste una scelta di questo tipo?

Sono libero di sacrificare parte del mio tempo libero per partecipare alla comunità in cui vivo. Ma ne ho voglia? Qualche volta sarebbe giusto fare qualcosa di illegale per il bene della comunità? E non sarebbe meglio invece fare soldi?

In conclusione, l’ipotesi di una libertà di scelta in senso assoluto non si può che escludere, perché non siamo liberi di lasciare la terra e volare leggeri sopra l’universo. Resta insoluta la questione politica: cosa farsene del libero arbitrio.

Nonostante si sia liberi di fare quello che si vuole, questa realtà fa schifo. Pare brutto dirlo perché è sputare nel piatto in cui si mangia, lamentarsi della famiglia che si frequenta. Se non ti piace, non lo mangiare, vattene. Ma te ne puoi andare se non hai un altro posto dove andare? La retromania ti insegna che la realtà fa schifo non perché sia un’illusione, fa semplicemente più schifo di quella che ci si immaginava quando si immaginava come sarebbe stata.

Complotto: intervista a Federico Nietzsche

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Il cospirazionismo è la conseguenza della morte di dio. Ne è convinto Federico Nietzsche, penultimo filosofo della storia che, nonostante sia morto, sono riuscito a intervistare. Ecco la nostra conversazione.

Professor Nietzsche, buongiorno. È venuto troppo presto, le domande non sono pronte.
«AaAaandiamo al dunque, giovanotto».

Signor Nietzsche, non crede che la solida presenza delle teorie cospirazioniste – in quest’epoca internettiana senza fonti primarie, piena di fonti secondarie e strapiena di fonti inventate – sia il sintomo, parafrasando Rudolph Otto, della fine del numinoso?
«Ha colto nel segno, giovanotto. Ma diciamolo anche con parole mie. La mancata trasvalutazione di tutti i valori dopo la morte di dio, la paura di affrontare la meravigliosa solitudine implicita allo übermensch, non ha prodotto solo la restaurazione totalitaria coatta di una storia monumentale e archeologica tedesca ma anche una tremenda confusione tra fatti e interpretazioni. Ho avuto problemi agli occhi, la mia scrittura doveva necessariamente andare per aforismi, ma se dico non esistono fatti, solo interpretazioni non asserisco che la verità non esiste, piuttosto che non può coincidere solo con l’obiettività cruda e muta della scienza, altrimenti alla caduta di un mito, quello di un ordine trascendente delle cose, se ne sostituisce un altro, quello dell’eterna infallibilità del procedimento conoscitivo obiettivo. Lo sa che gli antichi, prima di imparare a scrivere, riuscivano a ricordarsi i movimenti astrali e a prevedere i cambiamenti stagionali tramite un enorme apparato mitico fatto di storie strampalate, di case sopra zampe di gallina? I pianeti erano dei erranti, la Via Lattea l’asse di un gigantesco mulino e gli spostamenti del Sole sulle costellazioni cataclismi biblici. Non c’era bisogno di computare nulla, solo di ricordare e il racconto era una tecnica infallibile. L’umanità deve essere fiera della sua mortalità, è l’unica cosa sublime che conta. Si converta alla consapevolezza storica di un grande studioso, Giorgio De Santillana, che ne Il mulino di Amleto lascia perdere il mito della scienza e si cimenta con i fatti delle interpretazioni mitologiche, massimamente scientifici tanto quanto la scienza empirica».

I fatti che possono solo essere interpretati, ma c’è un criterio: possono essere correttamente interpretati.
«Un po’ com’è successo alle sinistre di partito con la fine della Guerra fredda, che ha portato, come in ogni guerra, a un vincitore che ha riscritto la storia, il vuoto lasciato dalla fine della religione e della filosofia non è stato sostituito dall’adesione ai valori pagani del dionisiaco, amico mio. Come direbbe uno scienziato, il vuoto in natura non esiste e, in assenza di alternative solide, con qualcosa lo si doveva riempire in qualche modo. La crisi dei valori cristiani, massimamente trascendenti e distruttivamente immanenti, è il peso più grande. Avrebbe dovuto spingere la società occidentale all’amor fati, la gioiosa accettazione di quel che di terribile ci sussurrò un giorno, o una notte, quel demone. E invece l’uomo ha preferito incantarsi a vedere X-Files. Se la storia fosse un ragazzino, si tratta di superare le delusioni dell’adolescenza, superare la perdita dell’infanzia, abbandonare il cadavere di dio, e invece questo dio lo abbiamo imbalsamato e immolato sulle scie chimiche e la retromania. Eppure questo uomo troppo umano o, come ha brillantemente affermato un mio collega, questa sua magnifica condizione da -gettato, aperto al mondo, dovrebbe inorgoglirci. Forse però ci siamo innamorati proprio di questo nostro esser-gettati senza fare un passo avanti, quello verso la vittoria della vita, l’adesione della comunità, oggi direste del mondo, all’irrazionalità dell’esistenza e alla razionalità dell’esistente uomo, praticabile solo iscrivendo tutta l’umanità al classico. La perdita irrimediabile del sacro, come direbbe lei, la fine della metafisica, dico io, ci sta spingendo all’affannosa ricerca di qualcos’altro di sacro: la ricerca di prove dell’esistenza di extra-terrestri che ci studiano, ci manipolano, ci controllano, ci dominano; la certezza infattuale della terra piatta; la credenza nell’ascendenza dei pianeti del sistema solare sull’umanità, escludendo tutti gli altri esseri viventi. Questi sono cadaveri metafisici».

I complottisti come custodi-poeti heideggeriani della metafisica.
«Mi piace».

Stiamo rifiutando il lutto.
«Prego?».

La sacralità complottista è il sintomo del rifiuto della perdita del sacro.
«Ancora con questi termini scientifici. La smetta».

Sta dicendo che i complottismi riempiono l’assenza del numinoso.
«Questo lo dice lei. Io dico che la fine della trascendenza, che dovrebbe liberare l’umanità, ci sta terrorizzando a tal punto che facciamo finta che non sia successo nulla».

L’assolutamente Altro ritorna in altre forme. Cerchiamo di mantenere mistero e meraviglia sulla creazione del cosmo. Il crollo di un ordine irraggiungibile, quello delle idee regolative kantiane del divino e del metafisico, che hanno tenuto in ordine il nostro misero mondo, ne ha creato un altro falsificabile ma indistruttibile, quello della spiegazione de-responsabilizzante del complotto: qualcosa che al di sopra di tutto, intoccabile e incorruttibile, una scia chimica, un ordine cavalleresco, una lobby potentissima e nascosta, ci restituisca quell’eternità che la natura ha perso.
«Giovanotto, lei parla bene ma è troppo epico, perché non utilizza termini nietzschiani? Direi che non è la perdita della trascendenza ad averci spinto ad abbracciare i complottismi. Il primo passo per la liberazione dell’umanità dalle catene della morale degli schiavi, dall’orgoglio della sudditanza, è proprio la perdita della trascendenza, una vera liberazione. Piuttosto, il terrore ha avuto il sopravvento, per millenni siamo stati coccolati nel cosmo aristotelico, ora che è esploso ci stiamo affannando a crearne un altro in una realtà nel quale la placenta è finita. L’ineluttabile perdita della trascendenza ci sta spingendo ad inventarci altre trascendenze, come un figlio che crea un fantoccio del padre in salotto dopo la sua dipartita».

Mi dispiace.
«Di che?».

Di essere epico.
«Lasci stare, giovanotto. Perché non usa termini nietzschiani?».

Perché ho Nietzsche di fronte a me.
«La morale del servo, che presuppone la debolezza, persiste, quando avrebbe dovuto essere soppiantata dalla morale del signore. Un servo che non rinuncia più al mondo, che addirittura lo ama, è una farsa: la fine dell’altromondismo cristiano e del disprezzo per la vita terrena non ha prodotto l’entusiasmo per la vita terrena, l’adesione a valori finalmente terreni, umani, raggiungibili e responsabilizzanti, ma l’adesione perversa al mondo in cui si vive. È un cataclisma culturale: mentre prima, con la cristianità, si disprezzava ciò che si deve avere la pazienza di perdere, cioè il mondo, in cambio della salvezza ultraterrena, oggi, senza la trascendenza ma senza l’amor fati dello übermensch, disprezziamo ciò che non è altro che quel che ci resta, il mondo sotto i nostri piedi. In pratica abbiamo sposato una donna che odiamo. Viviamo in un mondo che non ci piace e che ci affanniamo a volere così com’e. Bella fine. A me è andata meglio: sono stato rifiutato dalla donna che amo».

Questo spiega la diffidenza con cui costruiamo le comunità, i cambiamenti climatici che provochiamo consapevolmente, l’ineluttabilità di un capitalismo realista come la natura.
«Questo spiega tutto, mio caro amico».

In mancanza di nuovi valori morali basati sull’eterno ritorno delle esperienze infraterrene, continuiamo a cercare rassicurazioni trascendenti che, trovandosi senza appoggi secolari come la cristianità, diventano una cosmogonia grottesca come i rettiliani e le anime di Hubbard, o una teoria scientifica schizofrenica come la Flat Earth Society.
«Per capire il presente e presagire il futuro ho dovuto studiare per decenni la tragedia greca e la filosofia, confrontarmi con la crema della filologia tedesca, rompere con le università, rinunciare alla tranquilla vita familiare e abbracciare un cavallo. Ho compreso la morale dal punto di vista della vita – non della biologia, che è razzista – e capito che l’azione giusta è quella che tiene in massimo conto lo sviluppo della specie uomo: un’autentica selezione umana, non quella robaccia naturalistica à la Charles Darwin che ha prodotto gente come Schumpeter. Ho sacrificato la mia sanità mentale per trovare una pratica filosofica che rinunci alla trascendenza senza sprofondare nel nichilismo, ricostruendo una cultura occidentale sull’orlo del baratro. A David Icke è bastato vedere Matrix».

Lo sa che gli aforismi e le parabole non sono proprio una cosa immediata?
«Leggo un certo disappunto. Mi sta dicendo che dovevo buttarmi in politica?

Forse. Intanto Icke è un portiere che scrive cose leggibili.
«Vada al punto».

Che la potenza razionale del suo pensiero la devono schiudere i corsi universitari altrimenti col cacchio che sarebbe diventato un pensatore così importante. 
«Eccolo qui, un altro complottista. Favorisce un po’ di cocco ammunnato? Ecco un altro che guarda la tv, si fa un giro sul web e pensa che per ottenere ciò che si desidera sia sufficiente fantasticare. Solo il sacrificio e la sofferenza permettono di ottenere conoscenza e ricchezza. Il conatus di Spinoza è l’intuizione alla base di una sana filosofia. Secondo lei l’abilità mentale, l’agilità cinestetica, la capacità di giudizio, si coltivano diluendo l’attenzione in rompicapi, fitness, letture di romanzi, o con il duro lavoro della ripetizione e dell’esercizio? La cognizione storica, la maturità sociale, si apprendono soffrendo in autonomia e solitudine. Lo schiavo può diventare signore ma deve abbandonare la debolezza, deve smettere di amarla».

Altrimenti, cosa diventa?
«Un ultimo uomo, un nichilista passivo».

E se la vedessimo dialetticamente?: è stato negato lo übermensch, travisandolo, ora non resta che affermarlo.
«No, mio caro amico. Lasci stare Hegel che funziona solo con le vacche grasse. Se è stata rifiutata la possibilità dello übermensch significa che abbiamo rifiutato lo übermensch e ci siamo accontentati dell’ultimo uomo. L’ultimo uomo non è l’ultimo prima dello übermensch, è l’ultimo e basta».

Maestro, concludiamo quest’intervista con una ragionamento aperto alle possibilità. Ci dica qualcosa di confortante.
«Vengo troppo presto, ragazzo. E ora sono cazzi vostri».

Riformisti/comunisti: diatheke

Gauchet_Badiou

Badiou: Marcel Gauchet, per concludere vorrei renderla partecipe dell’intuizione che ho avuto sentendola parlare di Rousseau e della possibilità di quel soggetto politico collettivo che va sotto il nome di democrazia. Penso di poter dire che, in realtà, non sono il solo ad essere in attesa di un evento…
Gauchet: In che senso? Cosa intende dire?
Badiou: Ritengo che, nonostante la sua prudenza, lei creda nella politica e che per questo sia in attesa di un evento nel senso in cui io l’ho definito. Un evento imprevedibile, come qualsiasi altro evento, ma che consenta l’emergere di una soggettività riformista…
Gauchet: Forse…
Badiou: Affinché quest’evento faccia la sua comparsa, vorrei farle ammettere che anche lei ha un bisogno vitale dell’ipotesi comunista. Mi permetta di esporle questo aspetto che ha un carattere insieme storico, tattico e filosofico. Lei mi sembra convinto del fatto che l’ipotesi comunista non presenti alcun interesse ai fini della realizzazione della sua ambiziosa versione del riformismo. Io vorrei ribatterle che le cose non stanno affatto così. In realtà, essa è per lei assolutamente necessaria. Se guardiamo alla storia recente, i rari momenti che più o meno si avvicinano allo scenario che lei ha in testa si sono realizzati proprio a causa della presenza reale di un universo altro, di un’ipotesi altra, ovvero dei comunisti. Il grande sussulto riformista successivo al 1945, che lei ha spesso menzionato, è stato possibile grazie al fatto che de Gaulle ha dovuto mettersi d’accordo col Pcf, all’epoca il partito più forte che ci fosse in Francia, fregiantesi dell’etichetta di «partito dei centomila fucilati». Al momento della Liberazione il generale aveva senz’altro degli alleati internazionali, poteva vantare un certo credito presso le autorità militari, ma le truppe civili, se così posso dire, si concentravano per lo più dall’altra parte… Non penso che de Gaulle fosse in cuor suo un nemico giurato del capitalismo o un ardente sostenitore delle nazionalizzazioni. Sta di fatto che è stato costretto a negoziare, a fare delle concessioni… Il programma del Consiglio nazionale della Resistenza viene oggi sventolato come un esempio di ritorno alla democrazia. Ma la stessa esistenza del Consiglio era la prova del fatto che de Gaulle era obbligato a venire a patti coi comunisti! Tale patto non va visto come qualcosa di interno alla dinamica generale dello sviluppo capitalistico, ma come il prodotto dell’esistenza dei partiti comunisti e del blocco socialista. E il contesto della ricostruzione, con i suoi imperativi economici e politici specifici, spiega la circostanza per cui gli squali capitalisti hanno all’epoca rigato dritto tollerando riforme di vasta portata che non andavano nella direzione da loro auspicata. Quest’ampio consenso si è in seguito sfaldato mano a mano che il blocco comunista cominciava a manifestare crepe sempre più vistose. Da quando il comunismo storico è crollato definitivamente, le democrazie non sono più state soggette alla sfida del loro avversario. L’ondata neoliberista contro la quale lei insorge è quindi dilagata, andando a riempire il vuoto che si era creato. In assenza di un Altro che le minacci, le democrazie liberali sono tornate ad essere i fedeli vassalli del capitale e dei suoi detentori, i quali non si sentono più obbligati ad accettare i princìpi della moderazione e della redistribuzione.
Gauchet: Per quanto riguarda la congiuntura del 1945, quello che dice è storicamente esatto.
Badiou: Sì, ma questo fatto storico ha anche delle conseguenze tattiche e filosofiche per l’oggi. Se non viene rilanciata l’ipotesi comunista, l’ipotesi riformista che lei sostiene non ha alcuna speranza di realizzarsi. Al di là della strategia, ciò significa forse anche che la stessa democrazia ha bisogno di essere pungolata da una qualche alterità, sia essa interna o esterna alla forma democratica stessa. Insomma, tutto sommato, dovrebbe ringraziarmi! Non andrebbe in pratica da nessuna parte senza di me. Sto solo cercando di aiutarla!
Gauchet: Sì, la prego, mi dia una mano facendo prendere ai miei avversari un bello spavento! Per quel che mi riguarda, continuo a voler rimanere nell’alveo della democrazia liberale, e penso che il vero cambiamento sia alla mia portata molto più di quanto non sia alla sua, se così posso esprimermi. Tuttavia non resisto alla tentazione di risponderle nel seguente modo: proponendosi di aiutarmi, lei riconosce implicitamente che l’ipotesi comunista che intende rilanciare è in realtà priva di consistenza e che i suoi «effetti di realtà» si limitano al compromesso che consentirà di ottenere all’interno delle democrazie rinnovate. Mi vuol far dire che un riformismo conseguente ha bisogno del sostegno dell’ipotesi comunista? Ebbene, ammetto volentieri che per far sì che la politica riprenda il controllo della globalizzazione neoliberista tutte le forze disponibili allo scopo sono necessarie. Aggiungo anche che l’ipotesi comunista, che personalmente preferirei chiamare «utopia comunista», è necessariamente parte dell’orizzonte delle nostre società, al pari dell’utopia anarchica, in quanto è un prolungamento del principio di eguale libertà su cui esse si fondano. Penso pertanto che non possiamo farne a meno. Ma lei, interpretando l’ipotesi comunista come un alleato necessario del realismo democratico, trasforma la sua prospettiva radicale in un’anatra zoppa. È una bella ammissione, la sua! Stanti così le cose, posso anche sottoscrivere il patto che mi propone.
Badiou: Una grande alleanza al termine di questa discussione così accesa? Il patto fra di noi non potrà mai eliminare le nostre differenze e, quanto a me, non entrerò mai nell’alveo della democrazia parlamentare, eppure certo, perché no, eccoci di fronte a un epilogo quanto meno inaspettato! Anche gli avversari più irriducibili possono trovare un accordo se sanno comprendere che, in fin dei conti, ciascuno a modo suo e con le proprie armi, combattono lo stesso nemico.

Che fare? Dialogo sul comunismo, il capitalismo e il futuro della democrazia, in Micromega 1/2016, capitolo Alla ricerca di un patto perduto?, poss. 2179-220 (Kindle). Titolo originario: Que faire? Dialogue sur le communisme, le capitalisme et l’avenir de la démocratie © Philo éditions, Paris 2014.

Buone democratiche intenzioni

Warren-Richardson-Hope-for-a-New-Life-Röszke-–-Ungheria-28-agosto-2015-World-Press-Photo-of-the-Year-2015-e-primo-premio-nella-categoria-Spot-News-Singles

Warren Richardson, “Hope for a new life”, Röszke, Ungheria, 28 agosto 2015, World Press Photo of the Year 2015

Lei ragiona come se in politica esistessero delle buone intenzioni, nella misura in cui tale politica è «democratica» nell’accezione da lei difesa. Forse le sembrerò troppo cupo e pessimista, eppure no, non credo che dovremmo comportarci come se nella politica «democratica» esistessero delle buone intenzioni. In realtà ci sono solo affari e interessi e c’è anche, presso una larga fascia dell’opinione pubblica, insieme al rifiuto di ogni idea generale di emancipazione, un consenso timoroso e vigliacco che mira a preservare in maniera indefinita i privilegi occidentali. Di qui anche le vergognose strizzatine d’occhio, sempre più evidenti, al razzialismo culturale e all’idea della superiorità dell’Occidente e, più in generale, la paura dello straniero, del migrante che arriva e mangia a sbafo alla nostra tavola. I politici delle «democrazie» asservite al capitale passano il loro tempo a «giustificare» queste derive chiamando in causa la «difficoltà della situazione». Per ritrovare un po’ di dignità e di buon senso è necessario rompere in maniera radicale con l’idea che il nostro sistema politico possa essere mosso da buone intenzioni.

Alain Badiou in conversazione con Marcel Gauchet, Micromega, 1/2016, pos. 1610 (Kindle), Fine o prosecuzione della logica imperiale?

 

Aristotele, Platone, Sacks e il misticismo scientifico

Iniezione di salvarsan (o arsfenamina) in un ospedale da campo per la malaria a Cividale, in Friuli

Iniezione di salvarsan (o arsfenamina) in un ospedale da campo per la malaria a Cividale, in Friuli

La nozione di «sostanze mistiche» sorge dalla reductio ad absurdum di due concezioni del mondo che, se applicate in modo legittimo, hanno grande eleganza e potenza: una è la concezione a mosaico, o topista, associata alle filosofie dell’empirismo e del positivismo; l’altra è una concezione olistica, o monistica. Esse derivano, rispettivamente, dalla metafisica di Aristotele e da quella di Platone. Usate con saggezza, e con una piena comprensione dei loro poteri e limiti, hanno offerto la base per scoperte fondamentali della fisiologia e della psicologia negli ultimi duecento anni.

Il misticismo nasce quando si prendono analogie per identità, quando si trasformano similitudini e metafore («è come se») in assoluti («è»), convertendo così un’epistemologia utile in «verità totale». Il topismo mistico sostiene che il mondo consiste in una moltitudine di punti, di luoghi, di particelle o di pezzi, senza alcuna relazione intrinseca tra l’uno e l’altro, ma «estrinsecamente» correlati da un «nesso causale»; lo sostiene in modo esclusivo e conclusivo: è «la verità». Data una simile concezione, si può immaginare la possibilità di influenzare un singolo punto o una singola particella, senza esercitare il minimo effetto su quelle circostanti: si dovrebbe, ad esempio, poter eliminare un punto con assoluta precisione e specificità. Il corollario terapeutico di questo misticismo è il concetto di un farmaco specifico perfetto, che ha esattamente l’effetto voluto escludendo la possibilità di qualsiasi altra conseguenza. Un esempio famoso di un tale supposto elisir è l’arsfenamina, studiata da Ehrlich per la cura della sifilide. Le dichiarazioni modeste e realistiche dello stesso Ehrlich furono subito distorte da desideri e tendenze assolutistiche, e l’arsfenamina fu presto definita «la pallottola magica». Questo dunque è il genere di medicina mistica, il cui primo scopo è la ricerca sempre nuova di «pallottole magiche».

L’olismo mistico, invece, asserisce che il mondo è una massa completamente uniforme e indifferenziata di «materia primigenia» o plasma. Di tale fisiologia mistico-olistica si trova un buon esempio in un detto attribuito a Flourens: «Il cervello è omogeneo come il fegato; il cervello secerne pensieri come il fegato secerne la bile». Corollario terapeutico di questo misticismo monista è il concetto di un farmaco per-tutti-gli-scopi, una panacea, un estratto quintessenziale di Materia Primigenia o di Materia Cerebrale, Bontà o Divinità imbottigliate in forma assolutamente pura, l’estasi portatile di De Quincey racchiusa in una bottiglietta rosa

Oliver Sacks, Risvegli, Adelphi, Milano 2014, nota 31 a pagina 48.

Scienza e filosofia secondo Enzo Melandri

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«Che le scienze sorgano distaccandosi dalla filosofia è vero; ma è solamente una mezza verità. L’altra metà di questa mezza verità è che la filosofia sorge dalle crisi delle scienze, alimentandosi di quanto vi è in esse di non-scientifico: e le “crisi di fondazione” rivelano periodicamente che in ogni scienza c’è parecchia metafisica. Nondimeno tendiamo tutti a supporre che il distacco della scienza dalla filosofia sia calzante almeno per l’epoca moderna. Da Galilei in poi, tutte le scienze si sono costituite distaccandosi dalla filosofia.

Reciprocamente in epoca antica la filosofia comprendeva tutto e quindi le scienze non potevano rendersene autonome. Ma è proprio vero che sia sorta prima la filosofia e poi le scienze? – Non è vero. Le prime arti-scienze particolari sono sorte nel neolitico. La filosofia greca è la razionalizzazione della crisi che esse subiscono quando pervengono a coesistere nel superiore, più complesso e difficile livello organizzativo della polis. Il progresso accusa quindi una battuta di arresto. Poi, duemila anni dopo, viene il mondo moderno, che è una specie di neo-neolitico. Le seconde scienze-tecniche particolari si distaccano dalla filosofia del primo periodo di crisi e si riapre la vicenda del progresso. Anche qui le cose vanno avanti bene, fino a che le scienze possono sopportare la crisi a cui di nuovo vengono soggette per il fatto stesso di dover coesistere nel superiore, più complesso e difficile livello organizzativo del moderno capitalismo. Ma a questo punto sorge il marxismo, il quale in ultima analisi consiste nella profezia che il progresso dovrà nuovamente accusare – e possibilmente per sempre – una battuta di arresto. La seconda filosofia, se la profezia è vera, sarà la razionalizzazione compendiaria di quest’ultima crisi, che per molti segni si annuncia come definitiva anche nel senso apocalittico.

Lasciamo stare l’inquietante problema del rapporto fra scienze e filosofia. (Noi personalmente tendiamo a credere che anche un mediocre filosofo e per di più del tutto dissenziente con le nostre idee tipo Terenzio Mamiani della Rovere sia superiore per intelligenza complessiva a uno scienziato di tutta simpatia e indiscussa autorità tipo Einstein: ma è una privata opinione che palesiamo per solo scrupolo di onestà e che non vorremmo imporre ad alcuno). Una cosa è certa: ed è che le scienze alimentano la filosofia per lo meno tanto, quanto la filosofia le scienze. Al mondo nulla si crea e nulla si distrugge; tutto si trasforma, e il totale rimane sempre tale e quale».

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 220-221.

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Melandri e la superstizione

Stevie Wonder, che ha scritto "Superstition"

Stevie Wonder, che ha scritto “Superstition”

Bisogna riconoscere che nella nostra “epoca scientifica” la superstizione non è stata né vinta, né superata, né accantonata: ci si è limitati a tradurla in un altro linguaggio, che imita la scienza propriamente detta solo nel rituale, nel ritmo o nell’atteggiamento esteriore. Così come il ditirambo, in Platone, può ancora esser detto μíμησις τής πράξεως solo “per la mossa”. Nell’età della ragione – che secondo Comte è quella della scienza – la superstizione non è più, in primo luogo, quella religiosa; ma è invece proprio quella scientifica o, meglio, pseudo-scientifica; la quale è propria di coloro che della scienza non sanno nulla, all’infuori di ciò che se ne può ricavare per imitazione “ditirambica”

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 144-145.