Giusto per esser chiari: è stato razzismo

Willy Monteiro Duarte

Alla fine è stato un episodio di razzismo, per il semplice fatto che era nero. Poi uno può pensare quello che vuole, che bisogna prima informarsi, che bisogna prima vedere bene cosa è successo, che ci sono le aggravanti e le attenuanti. Ciò non toglie che sia stato un episodio di razzismo.

Come una buona ipotesi scientifica, bisognerebbe suffragare l’ipotesi più semplice piuttosto che cercare di trovare la conferma a un’ossessione complessa tenendosi la testa tra le mani: [non era razzismo, non era razzismo, non era razzismo ] erano solo pazzi e lui nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che sfiga. Che sfigato.

Fondamentalmente, non ce ne frega nulla se sia stato razzismo oppure no. E questo è un peccato, visto che è stato razzismo. Che non ce ne frega nulla lo si vede dal fatto che siamo più pronti a discutere di palestre e arti marziali piuttosto che ragionare sulla qualità razzista dell’evento.

Io le ho fatte arti marziali e non avete idea di quante volte, tra il serio e il faceto, c’è stata la battuta del cazzo “andiamo per strada a menare, così ci alleniamo!”. Alla fine ha anche un suo senso, in linea generale. Sicuramente ci si allena.

Preferisco la semplificazione anti-razzista che il lambiccamento delle attenuanti che già partono sopravvalutando l’attore. Chi se ne frega se era militante, o fascista. A monte c’è una cosa ancora più grave: era gente che non solo aveva voglia di menare quella sera ma che si è scientemente prodigata per farlo, forte delle tecniche di combattimento apprese in palestra. Poi, caduto dal cielo, gli è capitato tra le mani un nero, a cui è più facile dargli calci e pugni. Dubito si possa contraddire un’affermazione del genere, considerando decenni di esperimenti sociali e psicologici sul razzismo inconscio, culturale, che appartiene a tutti. Non basta questa come motivazione razziale?, o dobbiamo aspettare che la legge sentenzi, magari aggiungendo finalmente l’aggravante: era nero.

Non è morto perché era nero, è morto perché, essendo nero, c’era una maggiore disinvoltura nel picchiarlo fino all’accanimento, fino alla morte, così come per Cucchi picchiarlo era semplicemente più facile perché era un tossico di merda. Gli è andata male, poteva uscirne vivo. Ma era nero, era un tossico di merda, e ha rischiato molto di più. Potevano uccidere così anche un bianco, come già succede, come hanno ucciso Cucchi. Ma hanno ucciso un nero e un nero è più facile da uccidere. I neri, i tossici e i ricchioni sono più facili da uccidere.

Il giudice: non me ne frega un cazzo, era nero. Punto. Probabilmente il processo renderà giustizia della bassa pregnanza del dibattito pubblico.

Se il presupposto è che per essere razzisti bisogna essere politicamente istruiti, allora razzista è solo chi ha letto Fanon. Milioni di persone credono pigramente in una congiura di pedofili che si riuniscono in pizzeria però, cavolo, per essere razzista devi esserne consapevole. Nel razzismo ci siamo immersi ed è logico che a volte non ci va di riconoscerlo.

Nnaaah. Questo non è razzismo, è solo sfortuna.

Sfigato.

Ripeto, è difficile entrare nella testa dei picchiatori ma tra le due semplificazioni preferisco la seconda:

• non era razzismo, difficile dimostrarlo

• era razzismo, perché è stato ucciso un nero

A parte le anime belle, non possiamo non riconoscerci in questa distinzione inconscia, culturale: c’è il nero e c’è il bianco, lo sfigato e il figo. È la stessa ragione per cui può venire più facile, sull’autobus, cedere il posto a un bianco piuttosto che a un nero. E non perché queste differenze siano reali, che siamo tutti razzisti blabla. No, no, non è questo il punto.

Decenni di esperimenti sociali e psicologici hanno mostrato una cosa molto semplice: che siamo animali, siamo gregari. È l’atteggiamento culturale, proveniente da istinti naturali, di esercitare il potere su una minoranza. Ce lo dice il nome – minoranza – e ce lo racconta la storia della specie homo che lo sfruttamento delle minoranze e l’esercizio della violenza sulle classi più deboli (i poveri, i giovani, se neri ancora meglio, se pure tossici, se non addirittura ricchioni, allora siamo in paradiso) possono essere sempre, in qualche modo, giustificate. Perché la maggioranza ha sempre ragione e la sopravvivenza della comunità viene prima di tutto. Salvo poi mobilitare una maggioranza di milioni e milioni di schiavi per secoli e secoli (in periodi storici diversi), trasformarla in minoranza e mandare a farsi fottere tutta questa bella filosofia della comunità. E questo non significa che una sana dialettica tra minoranza e maggioranza, quando autentica, non sia essenziale alla sopravvivenza di una comunità. Significa solo che ce ne fottiamo, della comunità.

L’anti-razzismo, così come l’anti-fascismo, non sono predisposizioni naturali ma scelte. Siamo razzisti e fascisti per natura, perché siamo animali. Il fatto è che a un certo punto si sceglie – ah, mi raccomando, non scegliere significa scegliere, volente o nolente, l’astensione non esiste in questo caso: o è bianco o è nero, e se ti astieni sei un fifone, manco le palle di riconoscere il tuo fascismo c’hai. Di fronte all’istinto di sopraffare, umiliare, sfruttare e uccidere tipico dell’animale, che deve sopravvivere, l’uomo, attraverso il formidabile strumento della ragione, si emancipa da questa condizione fino a credere di potersi emancipare dalla natura (che sia possibile, oppure no, staremo a vedere).

Si sceglie semplicemente di non essere razzisti, o fascisti, non si nasce con una predisposizione naturale a non esserlo. La predisposizione naturale è fottere, mangiare e cacare, a ciclo continuo, fino alla morte, e questo il consumismo economico e culturale lo ha capito fin troppo bene.

L’anti-razzismo è un’attività di vigilanza su sé stessi affinché non ci si faccia sopraffare da questi istinti, se non addirittura si lotta affinché, con l’educazione e l’apparato culturale di una società, si insegni a tutti a riconoscere il proprio razzismo, il proprio fascismo. Siamo contraddittori, siamo bestie con un’intelligenza incredibile e l’orientamento politico egalitario è essenziale a questa scelta: la volontà di ridurre al minimo questa contraddizione.

Scusate, ho divagato. Alla fine era solo nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Come Stefano Cucchi.

Oggi parliamo di Silvia e altre amenità, al Bar della D’Urso

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La prima regola del bar è dimenticare di essere in un bar, altrimenti non te la godi, non puoi disquisire di qualsiasi cosa col tuo barista, il tuo mitico barista che ti fa un cappuccino megagalattico.

Interessarsi alle idiozie che si sono dette su una cosa che dimenticheremo presto (Silvia chi?) è altrettanto idiota di scrivere cose pseudoscioviniste rancorose e bugiarde che ogni giorno il Bar della D’Urso dei Social partorisce. Con una differenza: l’analfabeta funzionale, il frustrato fascista, scrive così perché a lui gli fa bene scriverlo, si sfoga. Ma chi morbosamente segue dei rutti mentendo a se stesso dicendosi che segue “reazioni” – mi dispiace, è morboso anche solo condividere o commentare una sola volta un cazzo di link su cazzo qualsiasi di argomento a caso che mai ti avrebbe acceso interesse se non che se ne sta parlando – che giustificazione ha?

Siamo trash tanto quanto il trash che ci scandalizza. Siamo trash pure quando triggeriamo il trash. Questa è la perversione maggiore, con una responsabilità enorme sulla diffusione della merda in cui navighiamo.

Qualsiasi oggetto di critica implica legittimazione, investitura. E così prendiamo sul serio, prendiamo in giro e ci scandalizziamo di fronte a Ciprì e Maresco. Quanta dignità si dà a ciò che scandalizza? Scandalo di cose idiote che sconosciuti scrivono su Facebook. Ma veramente facciamo?

Perché cazzo condividiamo cose che non approviamo? Guardate che è una bella perversione, questa. Proprio fetish. Condividere le cose che si criticano, condividere un articolo che critica una cosa che non approviamo. Guardate che è perversione. Va bene se si tratta del decreto economico, ma di commenti online, dai, quanto cazzo vogliamo gonfiarla l’inutilità di questa bolla transitoria? Guardate che ci sono cose che si possono ignorare, non ci perdiamo proprio nulla. Nulla. Capito, nulla. Datti una cazzo di calmata.

Possono pure essere i re dell’universo, Selfieni e i capitani coraggiosi, ciò non toglie che restano dei cazzo di Ciprì e Maresco. “Loro” sono analfabeti funzionali, vomitano sulle tastiere e gli fa bene, perché ne hanno bisogno, vivono una vera merda, che non abbiano un soldo o anneghino nell’eredità di mamma e papà, il grado di isolamento culturale è ineluttabilmente simile. Ma “noi”, che leggiamo libri e ci atteggiamo a professionisti, che ci diamo da fare e lavoriamo, che ogni santo giorno ci lamentiamo degli altri che non hanno la schiena dritta, noi che giustificazione abbiamo ad aver contribuito al trend?

Nella logica, le opposizioni devono necessariamente far parte dello stesso insieme, altrimenti le alterità non si possono costruire ed entrare in conflitto. Ma quando addirittura non c’è opposizione e persone con la stessa vita di merda litigano tra loro, di che spettacolo si tratta?

E tu credi che con l’arma dell’ironia puoi avere il giusto distacco. Ti rivelo una cosa: l’ironia è di destra. Tu credi di fare dei distinguo e invece no, stai solo rafforzando l’insieme di cui fai parte. Strutturi pseudo-opposizioni tra analfabeti funzionali e professionisti di questo cazzo. Tra capelli da spaccare e superiorità morale. Sei solo un grande pesce.

Scandalizzandosi si erge un piedistallo dove ora-lui-dic-una-poesia. Se ne rafforza il comportamento. Ha detto una cosa violenta, non politicamente corretta! No, è un rutto. E poi sfottilo, mi raccomando, mentre lui se la ride e vota il Capitano. Sfottilo, sfottilo, vai, vai. No, ma tranquillo, sfotti. Hai ragione tu.

Il disinteresse, la censura, a volte sono un dovere politico. Ma c’è un problema: la censura politica è un’azione nell’interesse comune (almeno nelle intenzioni di chi la mette in pratica) e purtroppo a noi, proprio in questo momento, fissati come siamo col focolare domestico, del bene comune non ce ne può fregar di meno.

Questo è il Bar della D’Urso, amici. Benvenuti, qua si vende e si compra, dandosi un tono da sommelier con il tavernello.

QUESTA è una giustifica, bitch. La buona retorica alla base di Marino Peiretti

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Su Facebook sta circolando una lettera di giustifica di un papà alle maestre per non aver fatto fare i compiti delle vacanze al figlio. È il papà che tutti avremmo desiderato alle medie.

«Babbo, non ho fatto i compiti delle vacanze»
«Adesso ti sistemo io, bitch».

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È un capolavoro di retorica, una potente giustifica. Ha un ritmo oscillante tra l’irriverenza e il rispetto, l’attacco polemico e l’apertura conciliante. Il signor Marino usa la dialettica e la retorica.

Inizia con gentilezza (“buongiorno”) e va subito al punto: i compiti estivi non glieli ho fatti fare. Non perché avesse semplicemente di meglio da fare, piuttosto aveva veramente di meglio da fare: cos’è più bello del campeggio, gestire la casa e la cucina, insomma fare del sano e sereno cazzeggio? La gestione della casa è la prima forma di economia. Oikonomia, gestione (-nomia) della casa (-oiko). Cosa c’è di meglio di cui occuparsi?

Poi il registro cambia, a controbilanciare questa presa di posizione iniziale. In realtà il papà al figlio gli ha fatto fare anche le cose che studia a scuola. L’elenco è in un ritmo ascendente: prima ha “costruito la sua nuova scrivania”, “l’ho aiutato” (l’ha costruita mio figlio, non io, non sono mica un papà che lo vizia), poi è passato al “suo interesse primario: programmazione informatica”. Non ha fatto i compiti delle vacanze ma in realtà, a conti fatti, li ha fatti.

Poi riprende a scherzare col fuoco: “Sempre convinto del fatto che i compiti estivi siano deleteri”. Non inutili, non troppi: deleteri. È meglio non farli che farli, insomma, il giudizio è categorico, e porta a esempio i “seri professionisti”, non quelli tutto lavoro e del tutto esauriti, ma i seri professionisti, quelli che non fanno del lavoro la loro vita e lavorano meglio di quelli che fanno del lavoro la propria vita: nessun lavoratore serio (quindi nessuno studente serio) è stato mai visto portarsi il lavoro in vacanza, a casa, dove invece si fa economia seria. Non contento, Marino infierisce: la scuola si tiene mio figlio nove mesi, io tre, non posso accettare questa totalizzazione. È un lapsus, dice che preferisce “insegnargli a vivere”: in realtà vuole dire che per tre mesi, suo figlio, se lo vuole vivere.

È l’acme della polemica, ora c’è bisogno di un nuovo contrappasso, un contrappunto, una torsione, altrimenti si rischia di non vedersi accettata la giustifica. Il ritmo ritorna conciliante, e questa volta in modo disarmante, ineccepibile, ruffiano, dialettico. Chiama a sua difesa tre categorie sociali tra le più autoritarie e fondamentali: docenti, psicologi e avvocati, non tutti, ma diversi (numero indefinito, potrebbero essere pure quasi tutti) di essi “condividono il suo pensiero”. I primi sono gli stessi che gli danno i compiti delle vacanze, e che converranno con lui che sono “deleteri”. Retorica circolare: voi insegnanti che date i compiti delle vacanze, converrete con me che è meglio non farli. La seconda categoria…beh, sono come i medici, come contraddirli? Infine il terzo professionista, l’avvocato, è proprio lui, il padre che si giustifica, un abile avvocato. E il cerchio si chiude.

Il social è mio e me lo gestisco io

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Quindi dei social network puoi farne anche un uso creativo, tipo se sei un’artista.

M’ero invece abituato all’idea di un Monolite dove far fare pugnette al proprio ego, a una Cosa (nonostante mi sia quasi del tutto disintossicato dalla terminologia lacaniana, ci sta sempre bene a voler fare gli antropologi. E a voler esser corretti questa parola è freudiana). Credevo che i social fossero un blob impossibile da maneggiare il cui uso comporta sempre una certa invischiatura, un certo appiccicume, un che di inattaccabile da cui ci si deve solo difendere. Come con lo specchio. Invece c’è una certa, autonoma autarchia (anche l’autarchia, oggi, può essere viziata, per cui lasciatemi dire “autonoma autarchia”) che è possibile esercitare. Accipicchia!

Io appartengo a quel cinquanta per cento di persone del mondo occidentale che conserva tutto. (Come ci starebbe bene ora una striscia di Zero Calcare con quel suo umorismo da studente fuorisede). Non butto niente. Suppellettili, mobili della nonna ricevuti in eredità (ho un cappotto della marina militare della seconda guerra mondiale di mio nonno che non vi sto a dire. Forse è la cosa più preziosa che ho in casa, lo dico perché se ce l’ho è proprio grazie a questa mania). Zaini, corde di chitarra rotte, bollette del 1997, vhs. Ma soprattutto carte, cartuscelle e calzini bucati. Non si butta via niente, si deve conservare tutto altrimenti come assecondare la propria ansia di controllo?

Invece questi qui prendono e cancellano tutto, come se da un giorno all’altro decidessi di buttare tre quarti delle cazzate che conservo. Ma siamo impazziti?!

Che gesto rilassante, distensivo. Un po’ come a dire “l’ego è mio e me lo gestisco io”. Un po’ come fa Beyonce che, dopo una parentesi femminista facilona, ha deciso di interpretare una più decisa e complessa topona autarchica e manesca che pubblica album senza promozione e sfascia auto di compagni fedifraghi. Così, all’improvviso, manco fossimo negli anni ’70.

La neurologia – la scienza statistica che colora aree del cervello come fossero i SATA di una scheda madre e che invece di presentarle come metafore ce le spaccia come cose scientifiche che accadono veramente – ce lo spiega efficacemente: la coscienza è un ritardo, la ridondanza del pattern neuronale, un flusso indistinto di feedback, l’eco della stanza dei bottoni dove si prendono le decisioni. (Odio i neurologi: paraculi ignoranti e insicuri. Vaccelo a spiegare che sono duemila anni che i filosofi stanno a dire le stesse cose senza bisogno di tomografie computerizzate. “Ma qui è diverso, è scienza”. Grrrrr. Segna: un articolo che dia addosso alla neurologia. Anche se, a dire il vero, questa bella immagine della coscienza come riverbero è contenuta in un libro di filosofia). I Radiohead ci stanno quindi dicendo che essendo l’ego una cosa indistinta che archivia solo quando non se la passa bene, perché non farne ciò che si vuole? Il social è mio e me lo gestisco io.

Che bravi questi artisti. Ogni tanto ci ricordano che il mondo non è destinato per forza a essere governato da uno Stato Mondiale Distopico. In realtà, le cose stanno già andando in questa direzione – di cui il romanzo rappresentativo che finora è invecchiato meglio, molto meglio di 1984, è Il Mondo Nuovo di Huxley – ma alla fine, tutto sommato, questo non significa che siamo perduti del tutto. C’è sempre la possibilità di esercitare una certa autonomia. I Radiohead ci stanno dicendo che, per essere liberi, qualcosa, purtroppo, va sempre sacrificata.

Il decadentismo di Star Wars

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Il dilagare di citazionismi starwarseschi da parte delle istituzioni, dai cattolici italiani ai democratici americani, non è una cosa divertente. È la conferma che questa prima parte del XXI secolo sarà ricordata come l’epoca dell’isteria della cultura pop, in una curva ascendente direttamente proporzionale alla fine della sua energia creatrice: quando sono i vertici dei quadri a fare proprie, per la massa, tutta una serie di temi cari alla sottocultura, ad andarsene a quel paese è proprio il valore propulsivo di una sottocultura, la sua capacità di emancipare gli oppressi, i secchioni, i piscioni, gli underdog, quelli che di sottocultura si nutrono e che non sono mai la massa. Tipo il rap che diventa popolare, tipo Jay-Z che, nato poveraccio, oggi non è più la voce del ghetto. Fagocitata dal merchandaising e dal serial-cinematografismo, la sottocultura nerd è ormai definitivamente tramontata, soppiantata da tempo dal più socievole e normalizzato geek (una contraddizione in termini, pensateci: un disadattato cool, un sociopatico socievole, praticamente un autistico perfettamente inserito nella società, come si vorrebbero gli autistici).

La conferma che viviamo in un periodo di decadenza delle sottoculture, ridotte a un residuo fatto di splendore estetico (come per il Tardo Impero romano), arriva dal capovolgimento di senso di Star Wars, che da opera di pace in tempi di pace degli episodi IV-V-VI (1977-83), dopo la fase intermedia, autocritica, degli episodi I-II-III (1999-2005), è diventata opera di guerra in tempi di guerra con gli episodi VII-VIII-IX (2015-19). È il segno dei tempi di una politica mondiale senza più blocchi continentali, guerre fredde, buoni e cattivi, ma sempre più egemone, sempre più orientata a destra, sempre più concentrata sulla difesa dell’Impero contro i Ribelli, sempre meno concentrata sugli affari sociali e sempre più diretta al mantenimento dei privilegi e delle differenze di censo, di ceto, di classe. Non sto dicendo che lo Star Wars di oggi è propaganda neoliberale, piuttosto che è la propaganda neoliberale ad essersi appropriata ormai anche di Star Wars: potremmo parlare di Star Wars in modo diverso, meno di Dart Vader e più di Leila, ma abbiamo scelto di fissarci col primo.

Sforniamo mitopoiesi come se non ci fosse un domani. Il citazionismo è ovunque. Ma diciamo la verità, tutto questo pullulare di spade laser e flash mob militari non è rassicurante. Non può entusiasmare un cinema pieno di gente in divisa e facce allegre. Non è nostalgia, inquieta e basta. Un entusiasmo che puzza di marcio perché è nei confronti di una storia lunga, complicata, un’epopea di fantascyenza che richiede passione, non tifo. È bellissimo vedere quanta voglia di sottocultura abbiamo nel XXI secolo, ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: non è voglia di sottocultura ma è un certo uso che della sottocultura si fa per giustificare le egemonie culturali disinnescandone la carica sovversiva, come per l’hipster: un amante della tecnologia “buona”, quella meccanica e difficilmente manipolabile, ridotto ad amante della barba e delle camicie a quadroni.

Il nuovo Star Wars, esattamente come il vecchio, compiace i desideri del pubblico: la differenza è che il pubblico di allora era più ricco, più entusiasta, più ottimista, più emancipato di quello di oggi che è depresso e deve entusiasmarsi per questa nuova formidabile trilogia scritta da un fan ad uso e consumo dei fan. Il problema è che questo entusiasmo, prova provata della contaminazione reciproca tra cultura bassa e alta, è la triste messa in scena del modo in cui il linguaggio politico si appropria di espressioni popolari per adattarli al proprio uso. Il nuovo Star Wars è un ammiccamento continuo. A cosa, non si sa. Come il vecchiardo che per fare lo splendido ammicca e sorride al giovane. E il giovane si chiede: ma questo che vuole?

 

I due errori di Marx

Il primo errore di Marx è il fatto che sia stato insufficientemente dialettico. La sua teoria è narrativamente eccezionalmente potente, e Marx era consapevole di questo potere. Come mai non si preoccupò del fatto che i suoi discepoli potessero utilizzare il potere dato loro per abusare dei proprio compagni, per approfittare di studenti impressionabili eccetera?

Sappiamo che il successo della Rivoluzione Russa costrinse il capitalismo a compiere una ritirata strategica e a concedere piani previdenziali, servizi sanitari nazionali, e persino l’idea di costringere i ricchi a pagare affinché masse di poveri studenti potessero studiare in scuole e università costruite per scopi liberali. Abbiamo anche visto come la rabbiosa ostilità verso l’Unione Sovietica diffuse la paranoia tra i socialisti e creò un clima di paura che si rivelò particolarmente fertile per figure come Joseph Stalin e Pol Pot. Marx non vide mai il realizzarsi di questo processo dialettico. Semplicemente non considerò la possibilità che la creazione di uno stato di lavoratori avrebbe indotto il capitalismo a divenire più civilizzato mentre lo stato dei lavoratori sarebbe stato infetto dal virus del totalitarismo e l’ostilità del resto del mondo (capitalista) verso di esso sarebbe cresciuta sempre di più.

Il secondo errore di Marx è il peggiore. È stata la sua supposizione che la verità sul capitalismo avrebbe potuto essere scoperta nella matematica dei suoi modelli. Questo è il peggior servizio che Marx avrebbe mai potuto fornire al suo sistema teoretico. Lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al posto che le spettava all’interno dell’economia politica, è stato la stessa persona che ha finito con il dilettarsi con semplicistici modelli algebrici, nei quali le unità del lavoro erano, ovviamente, interamente quantificate, sperando contro ogni previsione di evincere da queste equazioni altre intuizioni sul capitalismo. Dopo la sua morte, economisti marxisti hanno sprecato intere carriere indulgendo in simili tipi di meccanismi scolastici, facendo la fine di quello che Nietzsche una volta descrisse come “pezzi di meccanismo mal funzionanti”. Come ha potuto Marx illudersi così? La ragione del suo errore è un po’ sinistra: proprio come gli economisti volgari che aveva così brillantemente ammonito, egli bramava il potere che la prova matematica poteva dargli.

Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista

Yanis Varoufakis, Confessioni di un marxista irregolare, Asterios, Trieste 2015, pp. 30-35. [citazione non consecutiva].

Un “marxista errante”, come si autodefinisce l’ex ministro delle finanze greco e, chissà, prossimo leader del partito più a sinistra d’Europa. Professore economista awesomissimo che si veste di soli giubbotti di pelle di pastore tedesco, anche d’estate. La sua moto è alimentata con diesel radicale, rigorosamente estratto dalle raffinerie del Capitale.

In questo testo, come in quel bellissimo libro divulgativo che è È l’economia che cambia il mondo, Varoufakis fa un discorso essenziale, che tutti gli studiosi sanno ma di cui poca opinione pubblica è consapevole: le crisi dell’economia non sono propriamente crisi, ma oscillazioni di un sistema che quanto più si avvicina al suo scopo (portare a zero il costo del lavoro attraverso le macchine), tanto più autodistrugge sé stesso.

Un lavoro completamente automatizzato, sogno tanto del padrone-speculatore quanto del lavoratore emancipato, elimina il “surplus” – come il Varoufakis-divulgatore chiama il plusvalore (e “valore d’esperienza” il valore d’uso) -, elimina il guadagno su profitto. È il lavoro automatizzato senza persone, dove non si suda più per vivere: sogno perduto di Adamo ed Eva e incubo di chiunque ha bisogno di fare profitto. E questa tautologica osservazione, tanto ovvia quanto non vista, non la sostiene Yanis, non l’ha teorizzata Lukács, non la diceva Berlinguer, ma l’ha scoperta Marx.

Per questo l’economista tedesco è ancora così fresco, oggi, come strumento di lettura del presente. Perché mostra ogni volta la contraddizione che non vogliamo accettare, quella del processo di produzione: quanto più ci si avvicina alla fine della Storia, tanto più ci si ritrae spaventati di fronte alla fine degli standard di profitto e distribuzione della ricchezza necessari per mantenere un’egemonia.

Loro sono il mondo

Ad Antalya, in Turchia, al vertice Nato, ministri e funzionari chiudono la riunione (o si concedono una pausa) cantando We are the world di Michael Jackson. Pare che l’iniziativa sia di una band (mi piacerebbe davvero sapere da dove sia arrivata l’idea). C’erano tra gli altri il ministro turco degli Esteri Mevlut Cavusoglu, l’Alta rappresentante degli Esteri per l’Europa Federica Mogherini, il segretario Nato Jens Stoltenberg.

All’inizio resti sorpreso. Poi ci pensi, e ti rendi conto che non c’è niente di strano.

Nel 1985 Michael Jackson, un uomo distrutto dal narcisismo e dal colonialismo culturale, riunisce ventidue popstar dell’epoca per cantare una canzone dedicata alla pace nel mondo. Ma non parlano dell’imperialismo, della guerra, della radicale ingiustizia del sistema economico mondiale, dell’enorme potere del mercato finanziario. No, parlano di loro, come un narciso che non riesce a uscire dal proprio loop quando si tratta di parlare di qualcosa di diverso che non sia lui. Come il migrante che o ruba o poveretto è affogato: si tratta sempre di me, della mia incolumità fisica e dei miei sentimenti, anche quando sto parlando di te. Chi sono questi loro? Il mondo occidentale, che ha esagerato un po’ con la prepotenza, so let’s start given.

Come lo Zio Tom, come lo Stephen di Samuel L. Jackson in Django Unchained, il re del pop – morto di infarto nel 2009 a cinquant’anni per un’iniezione letale di anestetico per cavalli – agisce come una rimozione, un’autocensura. Mette insieme Cyndi Lauper, Lionel Richie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, per dire al mondo occidentale che “c’è gente che muore”, per cui “è arrivato il momento di dare una mano per la vita”. Niente di emancipante, rivoluzionario. I deboli non vanno sollevati dalla loro condizione (non sia mai) ma il massimo che si può fare è essergli solidali, come quando fai l’elemosina: non è in gioco la condizione di chi aiuti ma la tua propria condizione, la tua coscienza. Non si esce mai da sé stessi perché altrimenti si rischia di minacciare il proprio, che è tutto ciò che conta.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

E cosa hanno fatto ieri i vertici della Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, la rappresentanza militare degli stati vincitori della seconda guerra mondiale? Cosa può cantare se non un noi siamo il mondo. Non sta usando una canzone di pace in modo perverso, ma è la perversione di una canzone che finalmente si libera e diventa esplicita, rivelandosi per quella che è.

Il video della Nato ci mostra la nostra modernità, o postmodernità. Un mondo dal pensiero unico – we are the ones (ones, i propri, i soli, quelli che hanno vinto) who make a brighter day – nel quale si possono finalmente dire le cose come stanno, senza filtri, senza censure.

È vero, siete voi il mondo, bisogna ammetterlo. Oggi più di ieri. Siete rimasti solo voi e il vostro mondo. E potete cantarlo liberamente, senza più neanche uno Zio Tom che vi aiuti.

They are the world. They had always been.

Grazie a Paolo Mossetti per avermi mostrato il video

La privacy come istinto di morte

Thomas Hobbes

Thomas Hobbes, che ha inventato la privacy ma non la NSA

E quindi ci si chiede com’è possibile che nessuno si sia accorto che si volesse suicidare. Un po’ come chiedersi se quello ha fame. Che ne so, chiediglielo. Un po’ come se uno psicologo affermasse che i suicidi mettono i cartelloni prima di farlo.

Da adolescente persi un amico. Morì da solo, senza scarpe, sotto un treno, e ci sorprese tutti. Certo non si portò con sé nessun’altro, il delirio non ha avuto quel qualcosa in più che porta con sé un suicidio-strage come quello di Andreas Lubitz. Ma la domanda resta la stessa: perché nessuno se n’è accorto.

È molto probabile che uno dei passeggeri sull’autobus dove viaggiate abbia pensato almeno una volta di farla finita, magari l’autista. Se tracciate un raggio di un centinaio di metri in un quartiere affollato state sicuri che al proprio interno ci sarà tutta la fauna della psichiatria. Gente con la quale magari scambiate due battute al bar la mattina.

Perché nessuno se n’è accorto? La domanda rivela il segno dei nostri tempi. È una domanda-lapsus che ne nasconde un’altra più sincera: perché non possiamo non sapere chi sono tutti così da mantenere alla larga gli psicotici? Sapere tutto di tutti, cosa fanno, dove vanno, ma soprattutto cosa potrebbero fare a noi. Ecco un delirio molto più grande di quello di Lubitz.

È un terreno scivoloso nel quale coagulano le impellenze di questi tempi, in cui una medaglia mostra da un lato la necessità di nascondere la propria identità per tutelarla, dall’altro la necessità di mantenerla esposta proprio per tutelarla. Un’ambivalenza costitutiva del concetto stesso di privacy, un termine di qualche secolo, nuovissimo se paragonato a una storia della società vecchia di qualche millennio che della “privacy” se n’è sempre fregata.

Nella società dei metadati di oggi c’è l’esito estremo di quello che nel XVII secolo era posto ai suoi antipodi, come quella necessità di tutelare l’individuo dallo strapotere dello Stato che lascia vivere e fa morire. Oggi si dice che lo Stato, o forse proprio l’assenza di esso, non lascia più vivere e far morire ma lascia morire e fa vivere, ma non è in fondo la stessa cosa? L’esercizio struttural-retorico di questa quadriga foucaultiana (lasciare/fare-vivere/morire) mi ha sempre confuso, perché nella mia testa me la sono sempre raffigurata come una giustapposizione, quando il movimento è dialettico. Lo strapotere sull’individuo non è in contraddizione con la necessità di tutelarlo: l’uno è il rigurgito dell’altro perché se devo difendere l’individuo dal pubblico (di individui) devo sapere tutto di lui. Invaderlo per tutelarlo, distruggerlo per conservarlo.

Privacy è un confine autoincludente tracciato dall’individuo stesso, un’auto-immunizzazione dall’esterno che come un abuso di antibiotici ti rende immunodeficiente. Il confine, essendo artificiale, deve essere ridefinito costantemente, altrimenti svanirebbe.

Ma la vita, al cui interno risiede l’individuo, è proprio ciò che maltratta i confini. Come disse magnificamente Hans Jonas, vita è quell’oggetto in cui il rapporto tra interno ed esterno è indeterminato, che lascia uscire ed entrare qualcosa, tutto il contrario di quello che si vuole sia la polizia di frontiera, a cui qualcosa, ineluttabilmente, sfuggirà sempre. Defecare, godere, mangiare, respirare fanno la differenza tra una pietra e un organismo, e sono tutte azioni che implicano un’indistinzione tra interno ed esterno. L’assenza di uno solo di questi atti rende impossibile la vita stessa (se non si fa sesso ci si masturba). Nella vita c’è la messa in discussione di quella traccia che segna il confine tra ciò che è io e non-io. Individuo – inteso come quella cosa di cui possiamo conoscerne scientificamente l’oggetto – e vita si escludono a vicenda. La vita è ciò che trasforma il confine tra interno ed esterno in un’area, un campo magnetico.

Perciò un mondo “più sicuro”, come ormai si filastrocca dall’11 settembre del 2001, un mondo in cui possiamo sapere tempestivamente se quel pilota sta per fare una strage, se quell’emarginato è un terrorista, è un delirio di onnipotenza, un’enorme presa per il culo. Se la vita è proprio questa esposizione alle intemperie del mondo, sforzarsi di “tutelarla”, con la catalogazione delle vite di tutti, è frutto o dell’ignoranza o di un secondo fine (e la banalità del male ci insegna che l’atto malvagio non avviene nell’ignoranza né nella consapevolezza, perché il piano in cui si muove la moralità non è quello gnoseologico).

“Sicurezza” in politica è la volontà di esercitare un potere, il cui modo è quello dell’egemonia e il cui strumento è il controllo, il catalogo: delle cose, delle persone. In questa folle volontà di archivio rientra anche la vita, catalogata nel “diritto all’umanità”, un diritto magnifico e terribile che inventa umanità, rendendo a tal punto artificiale la natura dell’essere vivente da poter legiferare anche sul suo destino.

Per cui se la vita è ciò che determina l’impossibilità di stabilire confini, la privacy, con la sua ossessione di mantenere confini certi, di sapere in anticipo come un precog o un mentat cosa farà Andreas Lubitz, non è che un istinto di morte.

Edward Snowden, umanista illuminista

Edward Snowden e Glenn Greenwald

Edward Snowden e Glenn Greenwald

Ricordo com’era internet prima che fosse sotto osservazione. Non è mai esistita nella storia dell’uomo qualcosa del genere. Potevi avere discussioni alla pari con ragazzini dall’altra parte del mondo, in cui si sapeva che gli era garantito lo stesso rispetto per le loro idee e conversazioni. Specialisti dall’altra parte del mondo, su qualunque argomento, ovunque, in qualunque momento, tutte le volte. Era libero e senza limiti.

Ne abbiamo visto l’effetto spaventoso, il suo raffreddamento e il cambiamento di quel modello verso qualcosa in cui le persone autocontrollano i propri punti di vista, e letteralmente fanno le proprie battute sul finire su una lista nera se si donassero a una causa politica, se dicessero qualcosa in una discussione. È diventato naturale sentirsi osservati.

Molte persone con cui ho parlato mi dicono di come fanno attenzione a cosa scrivono nei motori di ricerca, perché sanno che viene archiviato, e questo limita i confini della loro esplorazione intellettuale.

Sono maggiormente disposto a rischiare l’imprigionamento o qualunque altro esito negativo personale, di quanto sia disposto a rischiare la riduzione della mia libertà intellettuale, e quella di quelli intorno a me, per i quali tengo egualmente come tengo per me stesso. Non significa che mi stia autosacrificando, perché tutto ciò mi restituisce qualcosa, mi fa sentire bene nella mia esperienza umana sapere che posso contribuire al bene degli altri

Edward Snowden risponde alla prima domanda di Glenn Greenwald: se il tuo interesse è di vivere in un mondo in cui ci sia massima privacy, fare qualcosa che potrebbe farti finire in prigione, in cui la tua privacy viene completamente distrutta è un po’ in antitesi con tutto ciò. Come sei arrivato al punto in cui hai pensato che ne valesse la pena? in Citizenfour.

Citizenfour di Laura Poitras è un documento straordinario che testimonia la ragion d’essere del giornalismo: cane da guardia che non determina democrazia ma vi partecipa e basta. Il presupposto del giornalismo è la democrazia, non il contrario: bisogna già vivere in un paese libero per aprirsi un giornale, non il contrario. È una differenza sottile, utile per comprendere il ruolo del quarto potere, senza confonderlo con i mass-media, di cui il giornalismo è una parte dell’insieme. Altrimenti crederemmo che basti un’inchiesta per cambiare le cose, quando queste cambiano con l’azione politica, che col giornalismo c’entra come la specie col genere.

Non basta scoprire i metadati per far sparire i cattivi. Lo scoop del secolo del Guardian ci ha fatto soltanto scoprire che attualmente i buoni non governano, e forse mai lo faranno. Questo è il giornalismo: toglie il velo, rende il re nudo, ma il re può governare come gli pare finché ci riesce. Il potere non ha pudore. Giornalismo è in-formare: mettere in forma quello che si sa per farlo sapere anche agli altri. Non mette in pratica la libertà di espressione, generica definizione che ti porta a insultare Maometto come a dire che la terra è ferma, ma dà immediatamente, nel momento in cui si legge una notizia, la libertà di pensare.

La libertà di espressione è poca cosa, una banale libertà di dire cose tanto sensate quanto insensate, di insultare quanto di giudicare. La libertà dell’uomo non è questo vociare indistinto, questa è la libertà di ululare dell’animale, che pure appartiene all’uomo, ma non è tutto ciò che fa di un uomo un uomo. La libertà di espressione appartiene anche al cane, ma io coi cani non ci discuto. La libertà umana è invece un passo in più oltre questa condizione, una scelta di azione, di messa in pratica, che ognuno prende su di sé: la libertà di ragionare e fare, di non dire cazzate. Tremendamente difficile. Come afferma Snowden, è la libertà intellettuale. Non siamo tutti uguali, davvero c’è una sostanziale differenza tra gli uomini, una darwinistica varietà di specie, ma tutti abbiamo lo stesso cervello, la stessa intelligenza, di cui ne siamo responsabili, di cui dobbiamo esserne degni. Una sostanziale varietà dei corpi di fronte a un’assoluta identità di cervelli. E questo scompagina un po’ il naturale ordine darwinistico delle cose.

L’eguaglianza delle intelligenze è il legame comune del genere umano, la condizione necessaria e sufficiente affinché una società d’uomini possa esistere

Jacques Rancière, Il maestro ignorante, Mimesis.

Ecco il passo in più da fare: bisogna rinunciare alla tolleranza verso chi non usa la ragione, verso chi non ha il coraggio di conoscere. Il che non significa fare fuori chi è stupido, soltanto insegnargli a ragionare.

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Evelyn Beatrice Hall (non Voltaire)

Che cosa terribile e ipocrita da dire: non ti sopporto, ma la perbenista società dei costumi mi costringe a sorriderti. Non vi dà questa idea? Mi sembra di dover difendere il diritto di una persona a restare un fesso. Io difenderò il diritto di quella persona ad usare meglio il suo cervello o a studiare le cose che non sa, ma mai difenderò il suo diritto a vociare cazzate se so che quello che dice è frutto di mancata riflessione, di ignoranza. Poi se stiamo discutendo dei sistemi pensionistici, del finanziamento a un’opera, insomma di pratiche democratiche di discussione politica, possiamo non essere d’accordo perché non sappiamo gli effetti delle nostre decisioni, ma anche in questo caso strapparsi i capelli e chiamare in causa la propria vita affinché l’altro mi dica la sua in ogni caso mi sembra un po’ esagerato, perché tanto a passare sarà una delle due posizioni, mica la somma magica delle due. Lo spirito di tolleranza a oltranza non mette al centro quello che dello spirito dell’illuminismo fa luce: la ragione. Il diritto per Sheikh Bandar al-Khaibari di affermare che lui in Cina in aereo non ci arriva se la terra gira è il suo dovere di ritornare a scuola, ma questa volta aprendo i manuali di storia della scienza e i saggi dei filosofi, piuttosto che limitarsi a studiare un solo libro religioso. Io la libertà di dire che la terra è ferma a quello non gliela do, in nome di una libertà di capire perché non è vero che la terra è ferma.

Sapere aude! Siamo tutti uguali in quanto esseri umani dotati di ragione, il che è una definizione universale e insieme particolare, qualcosa di più di quella massima universale e inconsistente della libertà di espressione. Libertà di espressione è foglia di fico per colonialisti, libertà intellettuale è impegno morale ad essere giusti, perché abbiamo un cervello che ci fa capire il mondo. Se avessimo soltanto il diritto di esprimerci, potremmo ridurre il tutto alla libertà di ululare feeds su facebook. Invece, se avessimo anche il diritto di usare il cervello sarebbe molto più difficile controllare una massa di acculturati (magari pure culturisti che ti fanno un culo così).

Dalla riflessione profondamente umana di un ex militare, che per ragioni che forse non sapremo mai decide di rinunciare alla famiglia e alla donna che ama, emergono due cose.

1. Una potenza intellettuale formidabile, degna del miglior illuminista. Sì, è vero, il potere del controllo dei corpi e delle identità che determina l’archiviazione e l’analisi dei metadati rende dispotiche e paranoiche le relazioni sociali, lo sanno tutti quelli che usano i social network. Ma Snowden osserva acutamente che ciò che fa la differenza tra l’Internet ingenuo e libero degli anni ’90 da quello capitalista del XXI secolo non è il semplice controllo, ma la limitazione della libertà intellettuale. Come se Snowden ci stesse dicendo che Internet oggi è diventato un regime formale, una sala da thé castrata che non lascia libera energia al pensiero, o meglio, come dice Snowden, all’«esplorazione intellettuale». Snowden dice le stesse cose che affermava più di due secoli fa Kant quando polemizzava con Jacobi.

In verità si è soliti dire che un potere superiore può privarci della libertà di parlare o di scrivere, ma non di pensare. Ma quanto, e quanto correttamente penseremmo, se non pensassimo per così dire in comune con altri a cui comunichiamo i nostri pensieri, e che ci comunicano i loro? Quindi si può ben dire che quel potere esterno che strappa agli uomini la libertà di comunicare pubblicamente i loro pensieri li priva anche della libertà di pensare, cioè dell’unico tesoro rimastoci in mezzo a tutte le imposizioni sociali, il solo che ancora può consentirci di trovare rimedio ai mali di questa condizione

Immanuel Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi.

2. Una potenza umanistica formidabile, una cognizione della natura umana degna del miglior rinascimentale di corte. Nella risposta a Greenwald, Snowden è molto più sincero di quanto sembri. Non ha sacrificato la sua vita, in realtà non ha sacrificato proprio nulla. Il suo non è propriamente un sacrificio, perché nel sacrificare la sua di libertà ottiene qualcosa di più grande, «sapere che posso contribuire al bene degli altri». Il che sembra pura retorica buonista, ma ascoltiamo (per chi ha il video) o rileggiamo quello che dice: «mi fa sentire bene [I feel good] nella mia esperienza umana sapere che posso contribuire al bene degli altri». Ciò che guida Snowden è un egoismo di specie: sa che una volta toltosi questo peso, quello di far sapere a tutti cose che pochi sanno, si sentirà degno di essere un uomo. Tutto ciò lo fa sentire bene, non male. Dovreste sentire come dice I feel good, guardatevi Citizenfour e ditemi se non sembra James Brown. I feel good, as a mankind.

Snowden è cresciuto a Fort Maude, in Pennsylvania. È sempre stato un militare. Sentirlo parlare è vedere un militare che pensa. Probabilmente ciò che lo ha spinto a parlare è la frustrazione che genera questo mondo in cui è cresciuto, dove “sai già cosa succederà domani”, dove i rapporti sono gerarchici e il controllo è la prima forma di sicurezza delle persone e le cose. «È una sensazione inusuale che è piuttosto difficile da spiegare, da descrivere o comunicare con le parole» spiega il ragazzo chiuso da settimane in una stanza di albergo di Hong Kong, riflettendo sul suo stato d’animo a due giorni dall’uscita dei primi due articoli sul Guardian e il Washington Post.

Non sapere cosa stia per succedere nei prossimi giorni, nelle prossime ore, la prossima settimana, fa paura ma allo stesso tempo è liberatorio.

È un militare che ragiona e che scopre un mondo che non è una caserma:

La pianificazione riesce molto più facile perché non hai tutte quelle variabili da tenere nel piatto, puoi solo agire, e poi agire di nuovo

Magari lo ha fatto per vanità, un magico momento in cui l’egoismo narciso è indistinguibile da un puro gesto di altruismo. E questo, lasciatemelo dire, è proprio dell’uomo. Sublime.