Articoli scritti da: La materia non è solida

Ho creato un giornale online che redigo, Informazioni Marittime (informazionimarittime.it). Ho collaborato con Repubblica, Nazione Indiana, Linkiesta. Collaboro con NOT, Il Post, Corriere del Mezzogiorno. Studio chitarra classica. Questo blog esiste su Tumblr dal 2007. Nel 2014 si è trasferito su Wordpress. Qui scrivo di politica, cultura e filosofia di Maria Elena Boschi.

Joker favoleggia sulle cose serie. C’era una volta a…Hollywood le prende seriamente

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Margaret Qualley e Brad Pitt in una scena di “C’era na volta a…Hollywood (via)

Più di Joker, ho trovato che sia stato C’era una volta a…Hollywood il film che ha fatto i conti con più serietà con la nostra voglia di emancipazione. È facile celebrare la ribellione anarchica dal punto di vista degli ultimi (spoiler: fallisce sempre), più difficile è smontare l’immaginario che lo accompagna. Il cinema con l’immaginario ci fa i conti, li smonta e li rimonta, il fumetto li edifica.

Joker di Todd Phillips è una fan opera magistralmente recitata da un attore che ha portato nella violenta New York/Gotham City il suo schizofrenico Freddie Quell di The Master. Un film che accontenta le aspettative dello spettatore e non sorprende, non turba, non fa riflettere. Compiace come un fumetto di Frank Miller. Si regge su un solo attore, come Martin Eden di Pietro Marcello. È responsabile di un’apocalisse culturale, il Leone d’Oro (vedremo altri 40 film intimisti sui villains dei fumetti?). Indugia e dura più del dovuto, cita Durckheim in sociologia, Scorsese in Taxi driver e Re per una notte, Kubrick in Arancia Meccanica. Hanno tutti ragione. A un certo punto Arthur non gliela manda a dire a Murray, prima di spararlo, casomai non si fosse capito nell’ora e mezza precedente: se a un malato di mente appena al di sopra della soglia della povertà gli togli l’assistenza sanitaria questo acquista fiducia in se stesso e diventa un fichissimo criminale psicopatico.

Joker celebra l’impotenza della ribellione anarchica, la sua impossibilità. L’inattualità della ribellione, della protesta. La sua riduzione a performance estetica, a un’attività performativa. Joker è l’estremismo delle folk politics. Ti emancipa come una groupie di una band metallica. La ribellione come uno show. Come in La haine di Kassovitz, non resta che il vandalismo. La sollevazione di classe non esiste più, l’emancipazione è un’esperienza soggettiva fortuita che nulla trasforma di ciò che ci circonda. L’autorità vince sempre. Il Joker di Phillips è un serial-killer sociopatico senza empatia, leader politico a sua insaputa. In piedi, sopra l’automobile, osannato dalla folla, dopo essersi disegnato un sorriso di sangue sulle guance, finisce nella prigione psichiatrica di Arkham Asylum, da dove comanderà, in un epilogo che segue i solchi narrativi di The Killing Joke (Moore) e Arkham Asylum: A Serious House on Serious Earth (Morrison). Phillips ha studiato bene. È ruffiano nell’accarezzare quell’irresistibile voglia della società moderna repressa di sfasciare tutto come un ragazzino. Nell’accarezzare l’idea di ribellione come fosse un capriccio. Joker è il solipsismo dei drughi (droogs). Nella società moderna, più povera di ieri e più ricca di costose tecnologie, non resta che la farsa della protesta. Magari Batman metterà a posto le cose.

Esci dal cinema compiaciuto di come hai assistito alla messa in scena della fragilità del patto sociale. Quando i pazzi sono lasciati a sé stessi, e dagli ospedali sconfinano nelle strade, distruggono in un attimo tutto ciò che è stato accuratamente protetto e immunizzato, rivelando un’immensa precarietà. Foucault aveva ragione, la segregazione dei pazzi ha fatto sparire i giullari, gli scemi del villaggio, permettendo di istituzionalizzare la coercizione e liberalizzando l’autorità. La società è tappata, non sfiata. Ma dobbiamo stare al sicuro, i normali da una parte, gli a-normali dall’altra, salvo ridefinirli a ogni nuova generazione. Roba da diventar matti. Phillips, seguendo la strada tracciata da Moore e Morrison, ci racconta la vita di chi non farà mai parte della nostra opulenta e schizofrenica società del benessere precario. Gente invisibile, irrappresentabile, presentabile solo come una smorfia, un giullare sadico. E una volta palesata, per piacere fuori dai coglioni.

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Joaquim Phoenix e Zazie Beetz (via)

V for Vendetta è la ribellione terrorista pensata per distruggere una società fascista dalle fondamenta, con l’incognita (tipica degli ultimi 200 anni di storia degli Stati nazione) di cosa costruire dopo. Joker è la festa per una ribellione senza fiducia verso una società che non ti vede.

Tarantino, forse meglio di Phillips, ha fatto i conti con l’immaginario emancipante della società. Once upon a time…in Hollywood mette sul piatto tre cose: la gioia della recitazione, la libertà dell’hippie, la crescita economica trainata dall’industria dell’intrattenimento. E le smonta. Tre cose che una volta osservate con attenzione si rivelano ben più complesse dei giudizi stereotipici con cui vengono edulcorati. Già nel 1969 gli attori avevano il catarro e il fegato malandato, una professionalità precaria, una personalità fragile, zero valori familiari; il libertinismo della summer of love è stato per definizione storica la celebrazione dell’edonismo, più vicina a un Lorenzo De Medici e un Marchese De Sade che a un Martin Luther King; infine l’entertainment, il populismo che ti entra nel cervello e ti infetta la visione del mondo. Come raccontare questo orrore?, come una favola, c’era una volta. Sono cose troppo serie da permettersi di raffigurarle per quello che sono. Ma soprattutto sono cose che non vogliamo vedere per quello che sono. Il cinema arriva e ti fa fesso. Tarantino smaschera le favole mentre Phillips favoleggia sulle cose serie. Un personaggio monodimensionale in Philips, che si staglia con un tratto di china, fulmineo, devastante; tanti monodimensionali che rosicchiano le tue certezze culturali glorificandole, con Tarantino. Questo emoziona meno e fa ridere di più, quello è molto serio nell’edulcorare la vittima in una commedia dell’arte. Sotto questo punto di vista Tarantino, notoriamente conservatore (della cultura cinematografica) e per questo gran conoscitore del nostro immaginario, fa un film retromaniaco ma più progressista del Phillips che ti racconta la paralisi di questo nostro presente senza futuro.

La terribile verità del sogno americano viene svelata ad agosto del ‘69 ma ci rifiutiamo ancora oggi di dichiararlo morto, come un comico nevrotico mandiamo avanti il nostro sogno irrealizzabile. L’hippie è figlio della società dei consumi, è ribellione della classe media, emancipazione individualista, ascetismo urbano. L’attore è un lavoratore di teatro iperproduttivo, baciato dalla proporzione delle forme, con un senso dell’arte frammentato nei ciak. C’era una volta a…Hollywood celebra con larghi sorrisi senza edulcorare, senza celebrare il massacro di Cielo Drive, senza accontentare il nostro voyeurismo. Un buon film è una buona seduta di terapia e non accontenta i tuoi desideri. Più efficace è raccontare la quotidianità di un’attrice di seconda categoria, così da provare empatia e comprendere, ancora di più di quanto sarebbe stato possibile in una scena gore, la cosa immonda che l’è successa. Così le si rende giustizia.

Ora, la domanda è: dov’è più facile, immedesimarsi in questa mamma sessantottina, una bella attrice sposata con un ricco regista, o in un malato di mente sociopatico?

Alex Honnold, asceta con poche cose da dire

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Free Solo è un documentario del 2018 diretto dagli statunitensi Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi, coppia nel lavoro e nella vita. Lei è una documentarista, lui un climber professionista che ha scalato montagne in Pakistan, Tibet, più volte l’Everest. Prima di Free Solo, insieme hanno realizzato Meru (2015), la storia della scalata di Chai del monte Meru, ostica montagna dell’Himalaya indiana con picchi da oltre 6 mila metri.

Free Solo (Oscar 2019 per il miglior documentario) racconta la storia dell’arrampicata di El Capitan, montagna di 2,307 metri del parco nazionale di Yosemite, in California, da parte dello scalatore di Sacramento Alex Honnold, nel giugno 2017. Una scalata unica nel suo genere perché realizzata in free solo, senza alcuna assicurazione, ovvero corde, imbragature e qualsiasi altra protezione. Honnold ha affrontato un big wall, la scalata di una parete molto alta, che può richiedere anche giorni – ma con imbracature, caschi, cibo, tende e quant’altro. Il grado di difficoltà della parete scalata da Honnold è classificato come 5.12d VI, ovvero richiede un livello massimo dei requisiti tecnici (la casse 5 è la più alta) e un tempo di ascesa di più giorni (VI). Honnold è asceso per quasi mille metri, quindi partendo circa a metà montagna, in 3 ore e 56 minuti senza neanche una borraccia, solo con i vestiti, le scarpe e una sacca di magnesio.

Per realizzare il documentario sono state affrontate sfide non da poco: come non distrarre Honnold, rischiando di farlo cadere; come registrare i suoni di un’arrampicata a decine di metri di distanza, cosa che ha richiesto il coinvolgimento di un tecnico del suono, Jim Hurst (No Man’s Land).

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«Nel corso della storia, eravamo ossessionati dalla possibilità che la nostra presenza, ogni volta che accendevamo le telecamere, potesse metterlo in pericolo», racconta Vasarhelyi. «Il giorno della scalata ogni singola persona sapeva esattamente quali riprese avrebbero dovuto ottenere», racconta Chin, «quanto saremmo dovuti stare lontani l’un l’altro, come ci saremmo mossi, quando ci sarebbero state le riprese più importanti e quando ci potevamo riposare. Era molto chirurgico».

Free solo è un racconto su un’arrampicata straordinaria, incomparabile, irripetibile, e anche una storia su come riprendere un’arrampicata di questa portata.

Segue il resoconto di una chiacchierata su whatsapp tra Giuseppe Sasso, avvocato e atleta amatoriale, e Paolo Bosso, giornalista autore di questo blog. Abbiamo riflettuto sul significato dell’impresa di Honnold, su cosa possa insegnarci questo gesto straordinario. I suoi limiti, i suoi pregi.

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Vasarhelyi e Chin sul set di Free Solo (National Geographic/Chris Figens)

Giuseppe «Free solo non mi ha convinto. Partendo dal presupposto che si tratta di una grande impresa, e rappresenta un grande gesto atletico, ci sono delle cose che non mi hanno convinto. Innanzitutto Alex Honnold è poco comunicativo, non mi piace, le sfaccettature della sua personalità sono carenti, è un animale: affettivamente arido. Il problema di fondo è che questa grande impresa sportiva non è frutto di un ragionamento, di un sistema organizzato, non si basa tanto sulla forza di volontà del soggetto quanto sulla sua incoscienza. Folli come lui, al mondo, non ce ne sono, Honnold è ineguagliabile. Di conseguenza non c’è tenzone, competizione, nessuno vorrà fare quello che ha fatto lui perché nessuno farebbe un’impresa in cui un solo errore ti costa la vita. È il rovescio dell’impresa delle Coxless Crew, l’equipaggio di quattro donne che ha attraversato a remi il Pacifico (nel documentario Losing sight of shore, ndr). Non erano atlete professioniste, sono partite due volte, una ha mollato, sono state tenaci e ce l’hanno fatta. Al contrario, l’impresa di Honnold mi dice che solo un pazzo può accettare una sfida in cui non sono ammessi errori».

Paolo «È un discorso politico quello che fai: quale valore sociale, universale, può avere l’impresa di Honnold? Per lo spettatore è frustrante vedere quello che fa, nessuno lo potrà emulare, non c’è una comunità che può riconoscersi in un gesto del genere. Proviamo però a salvare qualcosa di quest’opera, qualcosa di criticabile ma comunque esemplare. Credo che stia nel suo valore estetico. Quello che fa appare sovraumano. Da un lato è inarrivabile – e qui giustamente ti chiedi cosa c’è di sano, di etico, in un’impresa del genere -, dall’altro però si tratta sempre di un atleta, quindi quello che fa gli riesce perché si allena. Allenamento che consiste nel trovare la concentrazione. Ti invito a riflettere su questo: lui è la dimostrazione di come con la concentrazione, quindi arrivando a conoscere il proprio stato mentale, si possano fare cose incredibili. Il prezzo da pagare, però, è la rinuncia al mondo: Honnold è incapace di fare qualsiasi cosa che non sia arrampicarsi. Lavorare sulla concentrazione è lavorare sull’isolamento. Il primo tentativo di scalata in free solo di El Capitan è una rinuncia, a un certo punto torna indietro, capisce che non è nello stato mentale per continuare, non è concentrato come lui sa che dovrebbe essere. Questa è una capacità notevole, e forse è l’elemento da salvare, la cosa esemplare: la grande capacità di concentrazione, di focalizzazione. Chiamiamola anche determinazione. Honnold sembra avere una qualità metafisica, estremamente individuale, che fatica ad adattarsi alla società. Si stacca da terra».

G «E bastava che un’ape gli entrasse nella manica per farlo cadere. Le grandi imprese devono farci sognare, ma devono anche essere solide, avere una base reale, come la preparazione a una gara. Qui si parla di un’impresa sportiva fine a sé stessa. Immagino che nel mondo dell’arrampicata libera ci siano tanti atleti bravi come Honnold ma non tanto pazzi da spingersi a fare una cosa del genere. Il gesto tecnico-atletico passa in secondo piano, sembra più determinante il coraggio di mettere in gioco la propria vita, in altre parole di non farsi pesare questa possibilità. Io non credo che gli scalatori del suo livello abbiano questo grado di incoscienza. Ci sarà gente più allenata e più forte di lui ma senza sindrome di Asperger, senza un’amigdala a bassa reattività, quindi incapaci di gestire un free solo di questa portata. L’incoscienza di Honnold, la scalata di El Capitan, non dà valore alla vita, e questo è sportivamente mortificante, non mi piace. Non posso qualificarla come una grande impresa atletica alla pari del record dei cento metri o del giro del mondo a piedi».

P «Facciamo qualche esempio di impresa sportiva estrema ma esemplare»

G «Quella di Felix Baumgartner. Ha rischiato la vita ma ha messo in moto un’equipe di medici e ingegneri che hanno studiato le reazioni del corpo a quelle altitudini e velocità e vestito un uomo di 43 anni che si è lanciato a quasi 40 chilometri di altezza raggiungendo una velocità di punta superiore a quella del suono. È stato una specie di cavia. Le maratone coast to coast statunitensi, le imprese di Lucio Bazzana, mostrano come il corpo non sia fatto per correre decine di chilometri al giorno. In tutti questi esempi si sperimentano limiti a vantaggio tanto della scienza che del fascino dell’impresa in sé, che diventa invitante. Il fascino dell’impresa di Honnold sta nel fatto che può morire, tutto qui. Non c’è calcolo del rischio, non ci sono piani B. Dal punto di vista atletico, del contributo tecnico all’arrampicata in sé, non fa niente di diverso da chi scalerebbe con la corda. Honnold si allena duramente, ma come per raggiungere il grado di perfezione richiesto per scalare in free solo per mille metri? In palestra, o scalando, ma con la corda, decine e decine di volte».

P «Chris Sharma, come racconta il documentario King Lines, ha girato il mondo per trovare la forma fisica e allenare la tecnica che gli ha permesso di arrampicarsi su un arco naturale in mezzo al mare. La sua impresa è uno step per l’arrampicata, un’invenzione, una cosa replicabile in altri contesti. Peter Croft, quando Honnold gli dice cosa sta per provare a fare, gli risponde che lui il free solo lo pratica, appunto, da solo, e senza dirlo a nessuno. Per due motivi: perché è la soddisfazione di un desiderio non condivisibile, una cosa intima, e poi perché non vuole far sentire in colpa nessuno dovesse cadere. Forse ho capito cosa non ci è piaciuto di Free solo: è dissacrante, mette il naso dove non dovrebbe».

G «Il primo tentativo di Honnold fallisce, guarda caso, quando sente la pressione della troupe che lo riprende. È naturale, ma mi ha mostrato anche il lato artificioso dell’impresa: quanto influisce lo sponsor, i diritti, sull’impresa? Se non c’è un effettivo contributo atletico all’arrampicata, perché si fa riprendere mentre lo fa?».

P «Diciamolo anche in termini filosofici. Manca in questa impresa l’elemento ordinario. Le grandi imprese devono far sognare, ma cos’è che ci fa sognare? Lo straordinario nell’ordinario. La trascendenza nella natura. Una spedizione scientifica che diventa un incontro ravvicinato con la morte, come sono state quelle alla scoperta dell’ultimo continente da scoprire, l’Antartide. All’inizio del Novecento la gente entrava in competizione per raggiungere il Polo Nord e il Polo Sud. Erano solo pazzi? No, ci hanno anche permesso, con le loro imprese, di conoscere l’ultimo continente rimasto, un’impresa immensa per impatto storico, culturale, tecnologico, sociale. Ci hanno lasciato un’eredità. Le imprese di Sharma, Baumgartner, Bazzana incuriosiscono scienziati e gente comune, arricchiscono la consapevolezza del mondo. Qualcosa di ordinario, una spedizione, una corsa, che incontra lo straordinario, un continente alieno».

G «Un corpo che si ribella all’allenamento».

P «È questo miscuglio di alto e basso, di ordinario e straordinario, che rende queste imprese esemplari. Un esperimento sulla muffa diventa la scoperta della penicillina. Cosa c’è di ordinario in quello che fa Honnold? Il padre aveva la sindrome di Asperger e, a giudicare dalle cose viste nel documentario, potrebbe tranquillamente essere anche lui un autistico “ad alto funzionamento”, cosa che spiegherebbe facilmente la sua altissima capacità di concentrazione. Detta così, anche quello che avevo salvato all’inizio si allontana, essendo qualcosa con cui non mi posso più misurare. Studio la chitarra e un tale controllo dello stato mentale farebbe comodo: ci riuscirei senza un po’ di Asperger? Il sacrificio di Honnold è ascetico e questo non è giusto, non è esemplare perché ogni volta che mi ci misuro fallisco. La sua impresa è sublime, kantianamente parlando: l’intelletto fatica a seguire l’immaginazione, la ragione viene in soccorso grazie all’idea che, diversamente dal concetto, riesce a comprendere le cose al di là di qualsiasi esperienza. L’impresa di Honnold, non essendo replicabile, mette in scena le virtù di una concentrazione per pochi eletti».

Bandersnatch – sei libero di cambiare qualcosa di questo mondo?

Black Mirror Bandersnatch

William Jack Poulter in una scena di Bandersnatch

Non è che non c’è libero arbitrio perché ‘scelgono altri’ per te, questo piacerebbe a Di Maio e Salvini. La conseguenza logica del postulato le mie scelte sono scelte di altri è una regressione infinita, orgasmo complottistico: anche questi altri – se le mie scelte sono scelte di altri – non stanno in realtà scegliendo autonomamente per te perché c’è necessariamente qualcuno, prima di loro, che sceglie per loro quello che deve essere scelto per te, se si è detto che la propria scelta è la scelta di un altro. In realtà la regressione non è infinita perché se quello che comanda è comandato, sempre, vuol dire che a comandare è un’ideologia assoluta.

Se poi questa eteronomia è solo propria, cioè sono solo le proprie scelte ad essere scelte di altri o da altri, mi dispiace molto.

Le nostre azioni sono determinate dalla Legge della Casualità sin dal big bang, ciò non toglie che siamo liberi come surfisti che surfano su onde che non creano dal nulla.

La questione del libero arbitrio nasce quando a un certo punto l’uomo, quando credeva in dio, chiedendosi se dio gli lasciasse fare qualsiasi, ma proprio qualsiasi cosa oppure no, si domandava che tipo di creatore fosse quello che lascia del tutto libere le sue creature. Si chiedeva anche, a quel punto, quale creatore se la spasserebbe a guardare un orologio, creature che annaspano senza volontà, un po’ come oggi ci si chiede quale spasso ci sia nel ridurre la mente e il pensiero all’attività di un calcolatore. La conclusione a cui arrivarono filosofia e religione fu che non si è liberi di fare qualsiasi cosa, perché a dio non piacerebbe un’onnipotenza liberalizzata, ma si è altresì liberi di fare quello che si vuole e che poi sono cazzi tuoi perché ormai sei grande.

Ma di quale scelta si tratta quando si riflette sulla libertà di scelta? La scelta di un cereale o la scelta tra il capitalismo e un’altra organizzazione economica della società? Esiste una scelta di questo tipo?

Sono libero di sacrificare parte del mio tempo libero per partecipare alla comunità in cui vivo. Ma ne ho voglia? Qualche volta sarebbe giusto fare qualcosa di illegale per il bene della comunità? E non sarebbe meglio invece fare soldi?

In conclusione, l’ipotesi di una libertà di scelta in senso assoluto non si può che escludere, perché non siamo liberi di lasciare la terra e volare leggeri sopra l’universo. Resta insoluta la questione politica: cosa farsene del libero arbitrio.

Nonostante si sia liberi di fare quello che si vuole, questa realtà fa schifo. Pare brutto dirlo perché è sputare nel piatto in cui si mangia, lamentarsi della famiglia che si frequenta. Se non ti piace, non lo mangiare, vattene. Ma te ne puoi andare se non hai un altro posto dove andare? La retromania ti insegna che la realtà fa schifo non perché sia un’illusione, fa semplicemente più schifo di quella che ci si immaginava quando si immaginava come sarebbe stata.

Complotto: intervista a Federico Nietzsche

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Il cospirazionismo è la conseguenza della morte di dio. Ne è convinto Federico Nietzsche, penultimo filosofo della storia che, nonostante sia morto, sono riuscito a intervistare. Ecco la nostra conversazione.

Professor Nietzsche, buongiorno. È venuto troppo presto, le domande non sono pronte.
«AaAaandiamo al dunque, giovanotto».

Signor Nietzsche, non crede che la solida presenza delle teorie cospirazioniste – in quest’epoca internettiana senza fonti primarie, piena di fonti secondarie e strapiena di fonti inventate – sia il sintomo, parafrasando Rudolph Otto, della fine del numinoso?
«Ha colto nel segno, giovanotto. Ma diciamolo anche con parole mie. La mancata trasvalutazione di tutti i valori dopo la morte di dio, la paura di affrontare la meravigliosa solitudine implicita allo übermensch, non ha prodotto solo la restaurazione totalitaria coatta di una storia monumentale e archeologica tedesca ma anche una tremenda confusione tra fatti e interpretazioni. Ho avuto problemi agli occhi, la mia scrittura doveva necessariamente andare per aforismi, ma se dico non esistono fatti, solo interpretazioni non asserisco che la verità non esiste, piuttosto che non può coincidere solo con l’obiettività cruda e muta della scienza, altrimenti alla caduta di un mito, quello di un ordine trascendente delle cose, se ne sostituisce un altro, quello dell’eterna infallibilità del procedimento conoscitivo obiettivo. Lo sa che gli antichi, prima di imparare a scrivere, riuscivano a ricordarsi i movimenti astrali e a prevedere i cambiamenti stagionali tramite un enorme apparato mitico fatto di storie strampalate, di case sopra zampe di gallina? I pianeti erano dei erranti, la Via Lattea l’asse di un gigantesco mulino e gli spostamenti del Sole sulle costellazioni cataclismi biblici. Non c’era bisogno di computare nulla, solo di ricordare e il racconto era una tecnica infallibile. L’umanità deve essere fiera della sua mortalità, è l’unica cosa sublime che conta. Si converta alla consapevolezza storica di un grande studioso, Giorgio De Santillana, che ne Il mulino di Amleto lascia perdere il mito della scienza e si cimenta con i fatti delle interpretazioni mitologiche, massimamente scientifici tanto quanto la scienza empirica».

I fatti che possono solo essere interpretati, ma c’è un criterio: possono essere correttamente interpretati.
«Un po’ com’è successo alle sinistre di partito con la fine della Guerra fredda, che ha portato, come in ogni guerra, a un vincitore che ha riscritto la storia, il vuoto lasciato dalla fine della religione e della filosofia non è stato sostituito dall’adesione ai valori pagani del dionisiaco, amico mio. Come direbbe uno scienziato, il vuoto in natura non esiste e, in assenza di alternative solide, con qualcosa lo si doveva riempire in qualche modo. La crisi dei valori cristiani, massimamente trascendenti e distruttivamente immanenti, è il peso più grande. Avrebbe dovuto spingere la società occidentale all’amor fati, la gioiosa accettazione di quel che di terribile ci sussurrò un giorno, o una notte, quel demone. E invece l’uomo ha preferito incantarsi a vedere X-Files. Se la storia fosse un ragazzino, si tratta di superare le delusioni dell’adolescenza, superare la perdita dell’infanzia, abbandonare il cadavere di dio, e invece questo dio lo abbiamo imbalsamato e immolato sulle scie chimiche e la retromania. Eppure questo uomo troppo umano o, come ha brillantemente affermato un mio collega, questa sua magnifica condizione da -gettato, aperto al mondo, dovrebbe inorgoglirci. Forse però ci siamo innamorati proprio di questo nostro esser-gettati senza fare un passo avanti, quello verso la vittoria della vita, l’adesione della comunità, oggi direste del mondo, all’irrazionalità dell’esistenza e alla razionalità dell’esistente uomo, praticabile solo iscrivendo tutta l’umanità al classico. La perdita irrimediabile del sacro, come direbbe lei, la fine della metafisica, dico io, ci sta spingendo all’affannosa ricerca di qualcos’altro di sacro: la ricerca di prove dell’esistenza di extra-terrestri che ci studiano, ci manipolano, ci controllano, ci dominano; la certezza infattuale della terra piatta; la credenza nell’ascendenza dei pianeti del sistema solare sull’umanità, escludendo tutti gli altri esseri viventi. Questi sono cadaveri metafisici».

I complottisti come custodi-poeti heideggeriani della metafisica.
«Mi piace».

Stiamo rifiutando il lutto.
«Prego?».

La sacralità complottista è il sintomo del rifiuto della perdita del sacro.
«Ancora con questi termini scientifici. La smetta».

Sta dicendo che i complottismi riempiono l’assenza del numinoso.
«Questo lo dice lei. Io dico che la fine della trascendenza, che dovrebbe liberare l’umanità, ci sta terrorizzando a tal punto che facciamo finta che non sia successo nulla».

L’assolutamente Altro ritorna in altre forme. Cerchiamo di mantenere mistero e meraviglia sulla creazione del cosmo. Il crollo di un ordine irraggiungibile, quello delle idee regolative kantiane del divino e del metafisico, che hanno tenuto in ordine il nostro misero mondo, ne ha creato un altro falsificabile ma indistruttibile, quello della spiegazione de-responsabilizzante del complotto: qualcosa che al di sopra di tutto, intoccabile e incorruttibile, una scia chimica, un ordine cavalleresco, una lobby potentissima e nascosta, ci restituisca quell’eternità che la natura ha perso.
«Giovanotto, lei parla bene ma è troppo epico, perché non utilizza termini nietzschiani? Direi che non è la perdita della trascendenza ad averci spinto ad abbracciare i complottismi. Il primo passo per la liberazione dell’umanità dalle catene della morale degli schiavi, dall’orgoglio della sudditanza, è proprio la perdita della trascendenza, una vera liberazione. Piuttosto, il terrore ha avuto il sopravvento, per millenni siamo stati coccolati nel cosmo aristotelico, ora che è esploso ci stiamo affannando a crearne un altro in una realtà nel quale la placenta è finita. L’ineluttabile perdita della trascendenza ci sta spingendo ad inventarci altre trascendenze, come un figlio che crea un fantoccio del padre in salotto dopo la sua dipartita».

Mi dispiace.
«Di che?».

Di essere epico.
«Lasci stare, giovanotto. Perché non usa termini nietzschiani?».

Perché ho Nietzsche di fronte a me.
«La morale del servo, che presuppone la debolezza, persiste, quando avrebbe dovuto essere soppiantata dalla morale del signore. Un servo che non rinuncia più al mondo, che addirittura lo ama, è una farsa: la fine dell’altromondismo cristiano e del disprezzo per la vita terrena non ha prodotto l’entusiasmo per la vita terrena, l’adesione a valori finalmente terreni, umani, raggiungibili e responsabilizzanti, ma l’adesione perversa al mondo in cui si vive. È un cataclisma culturale: mentre prima, con la cristianità, si disprezzava ciò che si deve avere la pazienza di perdere, cioè il mondo, in cambio della salvezza ultraterrena, oggi, senza la trascendenza ma senza l’amor fati dello übermensch, disprezziamo ciò che non è altro che quel che ci resta, il mondo sotto i nostri piedi. In pratica abbiamo sposato una donna che odiamo. Viviamo in un mondo che non ci piace e che ci affanniamo a volere così com’e. Bella fine. A me è andata meglio: sono stato rifiutato dalla donna che amo».

Questo spiega la diffidenza con cui costruiamo le comunità, i cambiamenti climatici che provochiamo consapevolmente, l’ineluttabilità di un capitalismo realista come la natura.
«Questo spiega tutto, mio caro amico».

In mancanza di nuovi valori morali basati sull’eterno ritorno delle esperienze infraterrene, continuiamo a cercare rassicurazioni trascendenti che, trovandosi senza appoggi secolari come la cristianità, diventano una cosmogonia grottesca come i rettiliani e le anime di Hubbard, o una teoria scientifica schizofrenica come la Flat Earth Society.
«Per capire il presente e presagire il futuro ho dovuto studiare per decenni la tragedia greca e la filosofia, confrontarmi con la crema della filologia tedesca, rompere con le università, rinunciare alla tranquilla vita familiare e abbracciare un cavallo. Ho compreso la morale dal punto di vista della vita – non della biologia, che è razzista – e capito che l’azione giusta è quella che tiene in massimo conto lo sviluppo della specie uomo: un’autentica selezione umana, non quella robaccia naturalistica à la Charles Darwin che ha prodotto gente come Schumpeter. Ho sacrificato la mia sanità mentale per trovare una pratica filosofica che rinunci alla trascendenza senza sprofondare nel nichilismo, ricostruendo una cultura occidentale sull’orlo del baratro. A David Icke è bastato vedere Matrix».

Lo sa che gli aforismi e le parabole non sono proprio una cosa immediata?
«Leggo un certo disappunto. Mi sta dicendo che dovevo buttarmi in politica?

Forse. Intanto Icke è un portiere che scrive cose leggibili.
«Vada al punto».

Che la potenza razionale del suo pensiero la devono schiudere i corsi universitari altrimenti col cacchio che sarebbe diventato un pensatore così importante. 
«Eccolo qui, un altro complottista. Favorisce un po’ di cocco ammunnato? Ecco un altro che guarda la tv, si fa un giro sul web e pensa che per ottenere ciò che si desidera sia sufficiente fantasticare. Solo il sacrificio e la sofferenza permettono di ottenere conoscenza e ricchezza. Il conatus di Spinoza è l’intuizione alla base di una sana filosofia. Secondo lei l’abilità mentale, l’agilità cinestetica, la capacità di giudizio, si coltivano diluendo l’attenzione in rompicapi, fitness, letture di romanzi, o con il duro lavoro della ripetizione e dell’esercizio? La cognizione storica, la maturità sociale, si apprendono soffrendo in autonomia e solitudine. Lo schiavo può diventare signore ma deve abbandonare la debolezza, deve smettere di amarla».

Altrimenti, cosa diventa?
«Un ultimo uomo, un nichilista passivo».

E se la vedessimo dialetticamente?: è stato negato lo übermensch, travisandolo, ora non resta che affermarlo.
«No, mio caro amico. Lasci stare Hegel che funziona solo con le vacche grasse. Se è stata rifiutata la possibilità dello übermensch significa che abbiamo rifiutato lo übermensch e ci siamo accontentati dell’ultimo uomo. L’ultimo uomo non è l’ultimo prima dello übermensch, è l’ultimo e basta».

Maestro, concludiamo quest’intervista con una ragionamento aperto alle possibilità. Ci dica qualcosa di confortante.
«Vengo troppo presto, ragazzo. E ora sono cazzi vostri».

Post-verità non è il contrario di fact-checking

È se l’epoca della post-verità – lo sguazzar dolce e consapevole nel mar delle cazzate – fosse stata in qualche modo sospinta dall’ossessione per il fact-checking?

L’intuizione mi viene da questa immagine vera con didascalia post-veritiera:

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La quantità di cazzate che dice è scientifica, tutt’altro che sibillina. La sintassi è regolare e quello che argomenta (ne siano esclusi gli etologi) è perfettamente credibile. Tutto totalmente inventato e tutto totalmente credibile. Un taglio estetico a queste stesse parole avrebbe avuto un effetto decisamente più onesto e poetico:

Immaginiamo che questa bella immagine di un branco di lupi in viaggio sia la fotografia di un gruppo sociale utopico dove, dalla testa alla coda, i più deboli capeggiano la fila, i più forti subito dietro, i più fecondi al centro e il leader, come nelle carovane, alla fine. Non sarebbe un bel quadretto? Non ci farebbe ben sperare di fare altrettanto nella società umana? Purtroppo una composizione di questo tipo darebbe ben poche speranze di sopravvivenza a un branco di lupi. Questo significa che anche noi dovremmo abbandonare i più deboli per sopravvivere? Lasciar naufragare gli immigrati in mare per vivere al sicuro? Tutto al contrario, nelle società umane le cose possono andare diversamente: la potenza dell’uomo è proprio questa sua capacità di andare contro natura, contro la legge di natura.

Non male eh? Bastava dire questo per esprimere la stessa cosa: il desiderio di sentirsi protetti e nello stesso tempo capaci di fronteggiare le avversità. Proteggere i deboli senza indebolirsi. Essere di sinistra senza perdere vigore. Non è un caso che il post l’ho trovato nella bacheca di una mamma incinta. Purtroppo, come riferisce la CNN, la foto è solo un branco – guidato dalla femmina alpha – di 25 lupi timberwolf a caccia di bisonti nel nord del Canada che viaggia su un’unica fila attraverso la neve per risparmiare energie. Stop. Il resto sono proiezioni di angosce personali, figlie dell’epoca del trionfo della solitudine. Così cerchiamo barlumi di associazionismo gerarchico nei lupi, e se non li troviamo ce li inventiamo, sti cazzi che se fossero veri comporterebbero l’estinzione di tutti i lupi, assiderati dal freddo e dalla fame a seguire un trio di moribondi mentre il leader langue nelle retrovie.

Mammamia sempre in prima linea tutti quanti…vabbe anche se irreale dovrebbe essere così. Domani inizio una campagna tra i lupi per insegnarglielo!!!

Risponde la postatrice dell’immagine dei lupi a chi le spiega, con le prove, che si tratta di una bufala.

Dovrebbe essere così. Non c’è frase migliore per spiegare la post-verità. Dovrebbe essere così nella società umana, che vive in città e si ripara dal freddo, no di certo in un branco di lupi, poveretti.

Anche il fact-checking puro, l’ossessione per la verifica, è di per sé una bufala, un’ossessione appunto. Non esiste l’articolo totalmente veritiero. In ogni pezzo ci sarà sempre un’imprecisione, un non detto, un’approssimazione. È naturale. È impossibile strutturare un articolo in una totalitaria verità assoluta. L’unico modo per farlo è esperire il fatto, trovarsi davanti a ciò che accade. Fact-checking, quindi, di per sé, è un nonsense: si verificano sempre parole che riferiscono fatti, mai i fatti. Una delle prime cose che ti insegnano alla scuola di giornalismo (non è assolutamente vero, ma dovrebbe essere così) è che non esiste l’articolo vero. Questo non significa che gli articoli sono falsi. Significa che la verità si trova soltanto fuori dalla finestra e quando leggi il giornale, considerando che chi scrive è bravo e in buona fede, puoi solo limitarti a sapere ciò che è accaduto, senza esperirlo, senza vederlo. E non è poco. Ci si deve fidare di chi scrive, non tanto come si avrebbe fede in dio quanto come si crederebbe a un articolo scritto bene. Non sarà la Verità ma sarà certamente vero ciò che riferisce di accaduto. Hegel ha scritto che la lettura del giornale è una sorta di preghiera mattutina, ovvero che il quotidiano, il culto dei fatti accaduti, dei media, ha sostituito la chiesa. Rendiamoci conto dell’incredibile intuizione profetica che ha avuto un tizio vissuto nel XIX secolo (non è profetica: probabilmente già nel XIX ci abboffavamo di media, altrimenti non l’avrebbe potuto pensare).

È più facile di quello che sembra verificare l’attendibilità di un articolo, capire se quello che leggi è una cazzata o meno. Tornate un po’ più su e andate a leggere che ho scritto poc’anzi: RIFERISCE LA CNN, significa che ti sto dicendo che quello che è accaduto (una foto) esiste e puoi andare a verificarlo tu stesso. Perché io giornalista credo in te, caro lettore, ti rispetto e ti reputo una persona intelligente. In sostanza, basta soffermarsi su due cose per capire se un articolo è attendibile o meno: la sintassi e la fonte, se scrive bene e riferisce (“dichiara tizio”, “secondo una ricerca di”, “afferma caio”) quello che sostiene a qualcuno o qualcosa di facilmente googlabile, l’articolo state certi che è attendibile. La didascalia post-fattuale della foto dei lupi rispetta il primo criterio ma non il secondo: è scritta bene ma non mi dice assolutamente nulla su whowhenwhy, where (what lo dice la foto). Chi ha detto sta tiritera sui malati d’avanti, i forti subito dietro, le femmine al centro e il leader in coda? Dove sta scritto, dov’è stato proclamato?, quando è successo? Perché me lo dici? Se in un articolo non c’è risposta per lo meno a tre di queste cinque W state certi che è una cazzata.

Pugnette, non fatti
I trollisti del web, i pigroni polemici sono dei nietzschiani perversi: non credono nei fatti ma solo nelle interpretazioni che gli fanno comodo. Ma Nietzsche affermava questa cosa in un senso del tutto diverso. Non esistono fatti ma solo interpretazioni significa essere consapevoli di essere dei soggetti, che tutto ciò che accade passa attraverso un resoconto, un racconto, un filtro soggettivo. Questo non significa che tutto ciò che accade è impossibile da comprendere perché passa sotto la lente dell’interpretazione ma, al contrario, che tutto ciò che accade è perfettamente comprensibile perché interpretabile, e pure in modo corretto, arricchito inoltre dall’esperienza soggettiva di un’esperienza vissuta. Significa che la verità non è solo vera, pura, fattuale, nuda, morta come un’oggetto, ma anche viva grazie a chi la proclama, la afferma, la sostiene. Ma il nietzschismo perverso dei post-veritieri dice addio ai fatti e dà il benvenuto alle invenzioni.

Comunque, in conclusione, quello che volevo dire all’inizio di questo post è che l’ossessione in sé per il fact-checking potrebbe portare alla post-verità (non il fact-checkin in sé, che è sacrosanto, ma l’ossessione) seguendo questa parabola: il fact-checker ossessionato dalla verifica scopre che è impossibile totalizzare la verità in un articolo e così, invece di accontentarsi del resoconto, si converte disilluso alle bufale perché tanto “la verità non esiste”. Ma aveva solo capito male che cos’è la verità dei fatti quando questi non ti accadono davanti agli occhi ma ti vengono soltanto riferiti.

Il punto è che c’è un’approssimazione intrinseca alla verità quando si raccontano i fatti, un’interpretazione appunto. Si è solo capaci di sfiorare la verità quando si parla, e già questo basta a capire cos’è successo davvero, a fare giornalismo. Pensate allo sfiorare il fuoco: è già una bella esperienza veritiera del fuoco, non serve che ci si bruci, giusto? Il giornalismo non racconta la verità, quella è fuori dalla finestra. Il giornalismo è l’esperienza di quello che succede e che non vedi l’ora di raccontare a qualcuno senza dimenticare mai di riferire le fonti. Perché chi ascolta va rispettato.

QUESTA è una giustifica, bitch. La buona retorica alla base di Marino Peiretti

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Su Facebook sta circolando una lettera di giustifica di un papà alle maestre per non aver fatto fare i compiti delle vacanze al figlio. È il papà che tutti avremmo desiderato alle medie.

«Babbo, non ho fatto i compiti delle vacanze»
«Adesso ti sistemo io, bitch».

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È un capolavoro di retorica, una potente giustifica. Ha un ritmo oscillante tra l’irriverenza e il rispetto, l’attacco polemico e l’apertura conciliante. Il signor Marino usa la dialettica e la retorica.

Inizia con gentilezza (“buongiorno”) e va subito al punto: i compiti estivi non glieli ho fatti fare. Non perché avesse semplicemente di meglio da fare, piuttosto aveva veramente di meglio da fare: cos’è più bello del campeggio, gestire la casa e la cucina, insomma fare del sano e sereno cazzeggio? La gestione della casa è la prima forma di economia. Oikonomia, gestione (-nomia) della casa (-oiko). Cosa c’è di meglio di cui occuparsi?

Poi il registro cambia, a controbilanciare questa presa di posizione iniziale. In realtà il papà al figlio gli ha fatto fare anche le cose che studia a scuola. L’elenco è in un ritmo ascendente: prima ha “costruito la sua nuova scrivania”, “l’ho aiutato” (l’ha costruita mio figlio, non io, non sono mica un papà che lo vizia), poi è passato al “suo interesse primario: programmazione informatica”. Non ha fatto i compiti delle vacanze ma in realtà, a conti fatti, li ha fatti.

Poi riprende a scherzare col fuoco: “Sempre convinto del fatto che i compiti estivi siano deleteri”. Non inutili, non troppi: deleteri. È meglio non farli che farli, insomma, il giudizio è categorico, e porta a esempio i “seri professionisti”, non quelli tutto lavoro e del tutto esauriti, ma i seri professionisti, quelli che non fanno del lavoro la loro vita e lavorano meglio di quelli che fanno del lavoro la propria vita: nessun lavoratore serio (quindi nessuno studente serio) è stato mai visto portarsi il lavoro in vacanza, a casa, dove invece si fa economia seria. Non contento, Marino infierisce: la scuola si tiene mio figlio nove mesi, io tre, non posso accettare questa totalizzazione. È un lapsus, dice che preferisce “insegnargli a vivere”: in realtà vuole dire che per tre mesi, suo figlio, se lo vuole vivere.

È l’acme della polemica, ora c’è bisogno di un nuovo contrappasso, un contrappunto, una torsione, altrimenti si rischia di non vedersi accettata la giustifica. Il ritmo ritorna conciliante, e questa volta in modo disarmante, ineccepibile, ruffiano, dialettico. Chiama a sua difesa tre categorie sociali tra le più autoritarie e fondamentali: docenti, psicologi e avvocati, non tutti, ma diversi (numero indefinito, potrebbero essere pure quasi tutti) di essi “condividono il suo pensiero”. I primi sono gli stessi che gli danno i compiti delle vacanze, e che converranno con lui che sono “deleteri”. Retorica circolare: voi insegnanti che date i compiti delle vacanze, converrete con me che è meglio non farli. La seconda categoria…beh, sono come i medici, come contraddirli? Infine il terzo professionista, l’avvocato, è proprio lui, il padre che si giustifica, un abile avvocato. E il cerchio si chiude.

Paura, reverenza, terrore

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Viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano il terrore, lo esercitano, talvolta lo subiscono. È il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione, e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo molto simile a quello pensato e indagato da Hobbes.

Ma qualcuno potrebbe sostenere che Hobbes ci aiuta a immaginare non solo il presente ma il futuro: un futuro remoto, non inevitabile, e tuttavia forse non impossibile. Supponiamo che la degradazione dell’ambiente aumenti fino a raggiungere livelli oggi impensabili. L’inquinamento di aria, acqua e terra finirebbe col minacciare la sopravvivenza di molte specie animali, compresa quella denominata Homo sapiens sapiens. A questo punto un controllo globale, capillare sul mondo e sui suoi abitanti diventerebbe inevitabile. La sopravvivenza del genere umano imporrebbe un patto simile a quello postulato da Hobbes: gli individui rinuncerebbero alle proprie libertà in favore di un super-Stato oppressivo, di un Leviatano infinitamente più potente di quelli passati. La catena sociale stringerebbe i mortali in un nodo ferreo, non più contro l’«empia natura», come scriveva Leopardi nella Ginestra, ma per soccorrere una natura fragile, guasta, vulnerata.

Carlo Ginzburg, Paura, reverenza, terrore, II. Rileggere Hobbes oggi, Adelphi, Milano 2015.