Articoli scritti da: La materia non è solida

Ho creato un giornale online che redigo, Informazioni Marittime (informazionimarittime.it). Ho collaborato con Repubblica, Nazione Indiana, Linkiesta. Collaboro con NOT, Il Post, Corriere del Mezzogiorno. Studio chitarra classica. Questo blog esiste su Tumblr dal 2007. Nel 2014 si è trasferito su Wordpress. Qui scrivo di politica, cultura e filosofia di Maria Elena Boschi.

Green pass o obbligo vaccinale? Piuttosto lo Stato

Non c’entra niente la foto di Bach, però rilassa

Il punto è che il green pass esautora lo Stato dalla responsabilità di vaccinare tutti, in questo caso di proteggere la popolazione da un’epidemia. Dall’altro lato un obbligo vaccinale – cioè l’impegno dello Stato a vaccinare tutti – potrebbe essere la strada per pretendere l’abolizione del green pass (con potrebbe intendo un’ipotesi che sarebbe bene discutere, così da rendersi conto se sia una sciocchezza o meno).

La terza opzione – né green pass, né vaccino – è precaria perché ad oggi non è corroborata da condizioni alternative oggettive: in genere è la pazza voglia di una sacrosanta opposizione politica, purtroppo senza contenuto.

Il dibattito pubblico tende alla polarizzazione da stadio fatta di slogan e narcisismo. In questo modo il discorso non si compatta pretendendo dallo Stato la piena responsabilità sulla cosa pubblica perché, distratto dall’untore su cui scaricargli i problemi esistenziali, non lo chiama in causa a proteggere tutto il suo gregge. Saremmo noi nella nostra singolarità a doverci proteggere, come se uno Stato non esistesse.

A decidere è lo Stato, a discutere la nostra solitudine, quella delle persone bombardate dagli schieramenti mediatici posticci fatti di invidia e odio sociale, ottimi per alimentare il flusso di traffico, fondamentali per l’apparato, inutili per rispecchiare la realtà delle cose, dove i “no vax” non esistono e i “rigoristi” sono calciatori rari.

La questione sollevata dagli accademici (con Barbero a spalare il fango) è molto importante: se pago le tasse per iscrivermi all’università, io l’università la devo frequentare. Ma se lo Stato mi dà la libertà di non vaccinarmi si crea una contraddizione: come frequentarla senza diffondere il virus? Il punto è che è lo Stato che deve risolvere questa contraddizione, non tu che ti abboffi di articoli di giornale. La solitudine dell’analfabeta funzionale, la cui particolare condizione analfabetica non è niente di tragico, è reversibile e risolvibile solo dallo Stato. Ma noi ci sguazziamo, godiamo nel riconoscerli, ci piace polemizzarci, come ci piace dare elemosina, così che possiamo redimerci. E intanto lo Stato non sarà mai responsabilizzato a istruire adeguatamente le persone.

Lo Stato è assente nella discussione ma non di fatto (uno Stato che vaccina gratis e raddoppia il debito pubblico in un anno è un signor Stato). È assente il dibattito, cioè le posizioni razionali. È innegabile che il green pass operi una divisione tra cittadini di serie A e B. È innegabile perché io, da vaccinato col green pass, semplicemente non mi sento un cittadino di serie A, lo sono. Da vaccinato ho una dignità maggiore di un non vaccinato, e non per superiorità morale ma per vantaggio naturale, di specie. Questa questione viene completamente elusa perché di fatto siamo tutti d’accordo a volere una società come la champions league, dove le comunità minoritarie sono le squadre che non vi accederanno mai.

La tragedia è che omessa la discussione sul diritto universale alla salute, all’istruzione, alla libera circolazione, e lasciando la gente a discutere solo su chi è più stronzo, si depotenzia la pressione che le persone dovrebbero fare sullo Stato. Quando discutiamo di queste cose, essendo pieni di invidia e odio sociale, noi questa pressione ce la facciamo tra di noi. Lo Stato svanisce, non è nei nostri pensieri.

Per esempio, in un contesto in cui lo Stato debba vaccinare tutti, magari tramite l’obbligo per legge, a quel punto si potrebbe criticare il green pass come la lesione di una serie di diritti. Nell’esprimere questa opinione – invece di incazzarsi contro le mamme incinta degli scemi – ci si responsabilizza nel dibattito assumendo una posizione. Si esce allo scoperto, ci si espone: sono contro il green pass e a favore dell’obbligo vaccinale. E non è detto che non possa cambiare idea. È un inizio, un’opinione su cui sarebbe bello confrontarsi.

Il punto non è azzeccare l’opinione corretta, quella più ganza, il punto è responsabilizzare lo Stato nel dibattito e smetterla di responsabilizzare i singoli. Quando vivremo in un mondo senza Stato sarà giusto responsabilizzare i singoli, bacchettarli, plauderli, mortificarli, premiarli, coccolarli e picchiarli. Ma fino ad allora io le persone – che prese singolarmente sono stupide e intelligenti, perché sono persone – le lascio stare e pretendo uno Stato che le protegga.

Parliamo di vaccini perché Giorgio Gambe gambizza il ragionamento

(Fotogramma /Ipa) via

Viviamo di scienza, di gps, di equazioni matematiche einsteiniane che correggono lo spazio-tempo affinché si possa sapere con precisione metrica dove sta il bar sotto casa. È la scienza che permette di comunicare con chiunque, continuamente, incessantemente, ossessivamente. La prima foto del buco nero è il frutto di un processo di selezione umana di una serie di immagini ricostruite da un’intelligenza artificiale. Non vuol dire che un’IA ha fatto la prima foto di un buco nero al posto nostro ma che avendo noi creato una parabola grande quanto l’emisfero terrestre, la quantità esorbitante di dati prodotta ha richiesto l’elaborazione di un’IA, cosa che ha permesso di fare in qualche mese quello che l’uomo da solo, centinaia di migliaia di persone, avrebbe fatto in anni. L’IA ha compresso il tempo e accelerato i risultati, non ha lavorato al posto nostro, ci ha aiutato. Questa compresenza delle macchine è la cifra della modernità, ma non da oggi, da tipo trecento anni. Volendo esagerare, da quando abbiamo scoperto il fuoco, da quando cachiamo semi per far crescere le piante.

La scienza non è esatta ma perfettibile. Siamo cresciuti con Piero Angela, stiamo crescendo con Neil deGrasse Tyson. L’abbiamo fatta la filosofia della scienza. Il vaccino non è la cura di tutti i mali e metterlo in dubbio non aiuterà a trovare quel paradiso perduto di sinistra. Ha una copertura di un anno, di sei mesi? Boh. Questa incertezza sconvolge? Benvenuti nella realtà da cui nessuno ci salverà.

Il vaccino non è distribuito allo stesso modo ovunque e non risolverà la crisi economica, e non possiamo rompergli i coglioni di questa maniera caricandogli sulle spalle tutte queste responsabilità. Vivere immersi nella tecnologia delle interfacce ci dà il privilegio di poter ignorare gli algoritmi che le fanno funzionare, il funzionamento di un sacco di cose che si usano per vivere. Per esempio, ignoriamo il fatto che le mappe satellitari funzionano grazie agli orologi atomici, che non sappiamo come funzionano. Sono talmente tante le cose che fanno funzionare il mondo senza che noi sappiamo come funzionano che possiamo permetterci di giocare a metterle in dubbio. Tanto, siamo mica noi a mandarle avanti? Siamo pre-adolescenti che subodorano la vita adulta, ci atteggiamo ad adulti senza responsabilità materiali, col cocco ammunnato della mammina e la casa comprata col mutuo del papino. È l’opulescenza della modernità, l’invenzione dei giovani. Ma non da oggi, da tipo centoquant’anni.

Se abbiamo smesso di capire il mondo non significa che il mondo smette di funzionare. Così come se pompiamo gas serra non accoppiamo il pianeta ma la nostra specie. Il pianeta sta bene.

Di fronte alle cose che non possiamo cambiare sclerotizziamo e ci inventiamo gli antagonismi. Per esempio, non lottiamo per l’equa distribuzione del vaccino ma opiniamo aristocraticamente sul gusto del gelato: e me piace alla vaniglia, a me alla fragola, a me fa venire mal di testa. Siamo sempre meno emancipati e di emancipazione ne capiamo sempre meno.

Le polemiche sulla pandemia fatte di tre decenni di dibattito politico sono il sintomo dell’irrisolvibilità di una serie di istanze politiche. In primo luogo l’egalitarismo: abbiamo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza e all’universalità dei diritti. Ma non da oggi, da tipo sessant’anni. Solo che questa rinuncia avviene lentamente, come la rana nella pentola, non te ne accorgi, puoi sempre avere la percezione che non sia cambiato nulla, tanto gli schermi e le interfacce ti creano la realtà che ti pare. Della crisi economica non ci abbiamo capito nulla. Decenni di assetto iperliberale della società ci hanno reso cinici come Mickey Rourke e comici come Maccio Capatonda, e realisti verso il capitalismo, assunto come un fatto. Ed è tutto già accaduto. Parliamo del vaccino ma vorremmo disperatamente affrontare un’irrisolvibile crisi economica. I ragazzetti, digiuni di storia ed emancipazione; i vecchi, satolli di garantismo, tutti a millantare complotti, orfani dell’universalità dei diritti. La verità è la fuori. No, Mulder, la pandemia è solo la ciliegina sulla torta. Tu vuoi solo crederci, che è un’altra cosa.

Fa rabbia questa impotenza. È frustrante non poter più trasformare certe cose. Il complottismo è questa impotenza da fine del mondo, questo realismo cinico: tu, certe cose, certi diritti, una certa uguaglianza, non potrai mai ottenerli. Come nel trauma, irrisolvibile per definizione, l’oggetto dell’angoscia ha uno spostamento e ci si ritrova a lottare per una cazzata, la libertà di non farsi il vaccino, di non portare la mascherina, di non ottenere il green pass. Di farsi, fondamentalmente, i cazzi propri e vivere da libertini. Però poi buuuuuh capitalismo.

In una società così distopica, in cui è impossibile oggettivarne del tutto la distopia, il vaccino è l’ultimo degli spostamenti, l’ultima querelle sintomatica dell’irrisolvibilità di certe istanze politiche che c’erano ben prima della pandemia. Il bacino dei non vaccinati volontari è il trauma non ancora analizzato, una certa inerzia, la spossata consapevolezza che comunque sia anche da vaccinato la vita continua ad avere questa inquietante sensazione di scarso controllo. E allora il vaccino non me lo faccio!

Ho un amico che dal Vietnam proclama la felicità comunista dei vietnamiti. Ben gli sta. Non può fare altro che questo in un mondo che non può più soddisfare il desiderio autentico della politica, l’emancipazione. Un esercizio retorico spinto dalla nostalgia comunitaria, il rifiuto di accettare una sconfitta. La crisi economica strutturale si impasta con la disuguaglianza di genere e dei diritti, il ruolo della scienza si confonde con il nostro rapporto con la tecnica, il rapporto della tecnica con la scienza viene confuso col rapporto tra la tecnica e la società. Non abbiamo assolutamente idea di cosa significhi tecnica. Ricicla la plastica e vai in vacanza al mare che fa caldo. I cotton fioc dovresti usarli solo sul padiglione auricolare e i vestiti a basso costo inquinano, mentre speri ogni volta, e ogni volta ne resti deluso, e ogni volta ti illudi che è solo un caso, che la socialità non sia competitiva.

Quando scopriamo che la società non redistribuisce le risorse che ottiene con lo sfruttamento, glorifichiamo il passato dei nostri padri. Millenni di storia ma ci piace soffermarci su un’eccezione generazionale, quella del Dopoguerra, durata appena una ventina d’anni. Uh, la società è ancora divisa in classi; uh, l’organizzazione economica è ferocemente competitiva e non c’è posto per tutti i miliardi di persone che siamo; uh, la disuguaglianza sociale è incompatibile con il diritto alla salute; uh, la sovrappopolazione è un problema enorme. Dovremmo leggere tantissimo, anche Agamben, che quando non era crocefisso dal narcisismo ha dato un grande contributo alla teologia politica. Lasciate che sia Giorgio Gambe a gambizzare i ragionamenti, che siano i vecchi a lamentarsi, tutti quei baby boomers che si sono goduti i frutti della guerra dei loro padri – su Agamben ho la battuta definitiva: è Stato eccezionale. Noi dovremmo stare molto più calmi e rassegnarci. Dovremmo essere saggi.

Non possiamo mettere in mezzo tutta questa miriade di sconfitte, vagonate di questioni irrisolte, ogni volta che affrontiamo le epifanie della realtà. Il vaccino non ti renderà felice, non ti farà trovare lavoro, non ti risolve le magagne familiari, piuttosto rafforzerà il tuo sistema immunitario, e solo su un singolo virus, mentre è l’attività fisica giornaliera a renderti forte. L’homo sapiens per vivere a lungo deve consumarsi, non conservarsi. È solo un cazzo di vaccino, non il capitalismo, che è quella cosa che peggiora la gestione di tutte queste altre. Volete una prova? Non te lo fare il vaccino, non frega niente a nessuno, la baracca va avanti lo stesso e tu puoi tranquillamente disquisire sul gusto del gelato e atteggiarti ad antagonista.

E se volessimo esattamente proprio tutto questo feroce spostamento psicologico, questa polemica, questa confusione di intenti e argomenti? Dovremmo problematizzare tutte le disuguaglianze interiorizzate, tutte le istanze politiche smarrite, invece di fare come se non fosse cambiato nulla e aggrapparci ossessivamente a categorie che non ci appartengono, quelle di due generazioni fa, buone per quando si vive nella bambagia. Solo quando l’abbondanza è ben distribuita i diritti possono farsi universali. Nella penuria della redistribuzione l’autoritarismo regna. Quando questa legge della natura sfugge l’antagonismo viene scambiato per lo sport agonistico.

È un falso problema che si stia creando una categoria fittizia di non vaccinati, di cittadini di serie B, perché la disuguaglianza nella società c’è già, è strutturale, eggrazie che poi il vaccino col cazzo che lo do a tutti. Avendo interiorizzato il realismo di questa condizione – è giusto che la società sia diseguale, è naturale, è ineluttabile – ogni volta ci stupiamo delle sue nefaste conseguenze.

Si deve ragionare sul mondo come fosse la modernità. Ho detto modernità, non mondanità. La socialità è competitiva, compressa, accelerata, alienante. E invece no, facciamo i capricci, facciamo finta di niente, ci rifiutiamo di accettarlo. A scuola bisognerebbe insegnare l’inquietudine della modernità, l’incertezza strutturale della realtà già da prima della modernità, di come la didattica a distanza elimina l’istruzione come esperienza collettiva, relegandola alla scelta di classe di chi può permettersela. Vi ricordate quella sensazione che avevate svegliandovi alle 7 di mattina senza voglia di andare a scuola? Alla fine ci andavate, perché? Perché ci andavano tutti. Non ho detto che dovremmo andare a scuola nonostante la pandemia, ho detto che una scuola a distanza non ti fa vivere l’istruzione e la conoscenza come un dovere sociale. Ma c’è di più, la scuola a distanza è assolutamente fattibile. Questa è la differenza tra problematizzare un cambiamento e fare finta che non sia cambiato nulla. Lo sapevate che l’uomo prima della scienza usava la magia per esorcizzare il terrore della natura?

Disumanizzare il nemico

Heinrich Luitpold Himmler

Bisogna disumanizzare per uccidere. Il problema è che è impossibile disumanizzare, perché qualsiasi cosa tu possa fare per ridurre una persona a una cosa, questa continuerà a respirare. Per quanto si possa percuotere forte, per quanto la si possa ridurre al raccapriccio, all’informe, all’asessuato, sanguinerà, resta viva, consapevole. E ti guarda.

Durante la Seconda guerra mondiale si uccideva soprattutto con un colpo alla nuca. E quando la vittima scorgeva dalla cima del fossato il cumulo di cadaveri su cui a breve sarebbe precipitato – morto, se gli andava bene – la scena diventava grottesca, surreale, il panico. Era troppo anche per chi sparava. In Polonia i tedeschi hanno impiegato manodopera ucraina antisemita per rastrellare i villaggi. Non ce la facevano, i nazisti, era troppo anche per loro, gli ufficiali sub-appaltavano gli ordini che ricevevano da Berlino. E gli ordini sono ordini, e ci si convince di star facendo la cosa giusta, per una causa in cui si crede, pur non approvandone i mezzi. Milioni di persone sono morte così, migliaia di persone uccidono così.

Poi ci sono i campi di concentramento, che sono un altro pezzo della storia, più soggetta al riduzionismo (per cui l’orrore della Seconda guerra mondiale sia stato il campo di concentramento). Ma quella è la parte televisiva della storia, epica, scenografica, metaforicamente immensa, drammatica. L’orrore non è solo lì. Ci sono state anche le fosse, i rastrellamenti delle città e delle periferie, il terrore che dilagava parallelamente all’avanzamento del fronte. Queste cose non andrebbero dimenticate. L’inaudito sacrificio dei corpi, la disumanizzazione del nemico, la Guerra Totale, la volontà di dominio senza cosmopolitismo. L’imperialismo tossico. Tutto adesso, qui, ora. Una passione per il reale.

Eh no, amico caro, ti piacerebbe che il problema fosse tutto concentrato nei campi. Il problema è il delirio di onnipotenza. Sono piovute pistolettate in quel periodo, molte più di quelle che potresti immaginare. Le camere a gas al confronto sono un vezzo, una trovata logistica, un privilegio per pochi.

Sto leggendo un libro che ripercorre alcuni eventi della Seconda guerra mondiale dal punto di vista della Germania. La campagna di Russia, l’ufficio di Himmler. È un romanzo, il diario di un nazista frocio. Ho detto frocio per umanizzarlo, non per disumanizzarlo. Non nel senso è nazista ma almeno gli è capitato di essere frocio, piuttosto è nazista però è, tutto sommato, una persona come tante.

Jonthan Littel, Le benevole, Einaudi

Tutti i personaggi delle storie che ci piacciono, perlomeno da vent’anni, hanno tratti dickensiani: non sono buoni e non sono cattivi, sono uomini e fanno cose malvagie. Non è il relativismo morale che ci attira, anzi, sono personaggi dalla moralità granitica, lucidissima, sappiamo benissimo che loro sanno benissimo quando si stanno comportando bene e quando male. Quello che intriga è il fatto che ci riconosciamo in quello che fanno. Potremmo essere noi. Magari – senza quella teatralità evenemenziale cinematografica – nella sostanza lo siamo. Sono persone normali che a un certo punto lasciano che siano le circostanze a spingerle a fare quello che devono fare, piuttosto che fare quello che si deve fare a prescindere dalle circostanze. È la rivincita del pragmatismo razionalista inglese sull’idealismo romantico tedesco.

Walter White (Brian Cranston)

Ci chiamiamo Walter White, Tony Soprano, Omar Little, Stringer Bell, Jimmy McNulty. La catarsi è nel realismo del personaggio, senza stereotipi, stilemi. Il nemico, il cattivo, non è allontanato e disumanizzato ma umanizzato, è una persona normale, non è diabolico, non è angelico. Non è un essere sacro che trascende la nostra esperienza vissuta, piuttosto è il male in una splendida giornata di sole ad Albuquerque. Questo è il male.

Oltre ad Arendt, oggi bisogna anche vedere i film, i telefilm e leggere i casi editoriali come fosse il Processo di Norimberga. D’altronde, se si tratta di com-prendere le cose bisogna afferrarle non allontanarle. Il male va fatto sedere sul divano e parlarci, appassionarcisi. Non dico farci l’amore che è pericoloso ma ci si deve responsabilizzare verso le cose che si vuole conoscere. Cos’è il male? A che serve?

Appassioniamoci al male.

La moralità è un lavoro continuo su di sé, una presa d’atto della responsabilità continua, mai risolutiva, che si ha verso la propria esistenza, prima ancora che verso quella degli altri. L’anima bella non esiste, però non esiste neanche il diavolo. Significa che tutto è permesso? Sì, significa proprio che tutto è permesso, visto che dio è morto. Però significa anche che, essendo liberi e autonomi, si è quindi liberi anche di non dover per forza fare tutto ciò che è permesso. Sarebbe un po’ stupido fare tutto quello che è permesso, come degli automi. Confidare troppo nell’edonismo ha un effetto nefasto, paradossale: si diventa dei bacchettoni, ossequiosi della legge, che ti comanda di fare tutto quello che vuoi.

Bisogna abituarsi a vedere i film horror fatti bene. Il male non è semplicemente quell’abisso nietzschiano che poi ti guarda e ti paralizza. Quello è l’effetto che fa quando lo guardi la prima volta. Poi ti abitui e impari a riconoscerlo, a misurarti. Impari a prenderne atto per prenderne le distanze. Rimuovere la necessità di invischiarsi nell’osceno espone a una potente deresponsabilizzazione: il male è espulso come un corpo estraneo e io ne sono fuori. E se io sono buono, sono mamma e papà ad essere cattivi, sono loro, gli altri, a essere malvagi. Quelli che governano, ladri!, quelli che non vivono come te, inferiori!, quelli che ci comandano, che ci manipolano, che ci riempiono di bugie. Che invidia! Li apriremo come una scatola di tonno. Capitàno! Io sono una vittima e, al contrario di loro, io sono buono, di razza pura, loro sono il male e andrebbero eliminati. È un attimo passare dall’altra parte se si sta continuamente a disumanizzare, a sacralizzare, a trascendere le cause come fossero oggetti da contemplare.

Per cui se il nodo è l’impossibilità di disumanizzare, è sbagliato tanto disumanizzare quanto disumanizzare chi si illude che la soluzione sarebbe catalogare gli umani in umani e disumani. È sbagliato disumanizzare qualsiasi umano, se non esistono umani di serie A e di serie B. È sbagliato rendere diabolici i nazisti per un motivo molto semplice: diventano irriconoscibili, disumani, super-umani. Si stenta a riconoscerli.

Heitor Villa-Lobos – Prelude 1 + considerazioni sull’amore e su Mangoré

A un certo punto, nella vita, succede che ci si innamora. È capitato anche per la chitarra classica. A un certo punto, durante la belle epoque, tutti si sono innamorati di lei.

Quest’anno, se passo l’esame di ammissione, entro al conservatorio. È arrivato il momento di farvi vedere com’è fantastico questo strumento. Ormai morto. Viva il re!

Sono clip casuali. Alcune volte suono soltanto, altre commento anche.

In attesa di decidermi a usare un microfono, una luce, una telecamera, una camicia e diventare una star mondiale milionaria piena di followers.

Il mio canale sta qui.

Io resto a casa, io esco di casa. Chi sono?

La locandina di “Il ragazzo del Pony Express” (1986), con Jerry Calà e Isabella Ferrari

Sono dipendente di una società privata a conduzione familiare il cui passaggio generazionale è bloccato, come tutte le società a conduzione familiare. Negli anni mi sono ritagliato un piccolo spazio editoriale come responsabile di un giornale specializzato. Il mio regno in declino.

Sono un giornalista freelence, anche se non proprio un vero giornalista freelence, quello che scrive almeno un paio di articoli al mese pagati sui 70 euro e un nome sui social più o meno se lo è fatto. Non ho la pasta, o forse ho un contratto a tempo indeterminato che mi ammoscia l’ispirazione. Comunque sia, saltuariamente, scrivo e ho scritto per quasi tutti, dalle riviste ai quotidiani.

Sono al settimo anno di studio della chitarra classica. L’anno prossimo mi iscriverò al biennio del conservatorio per prendermi la laurea, che sommerò a quella in storia e filosofia per aumentarmi le possibilità di impiego pubblico nella scuola vincendo un concorso.

Una quindicina di anni fa decisi di diventare giornalista e BOOOOOOOM. Il web, facebook, le notizie le leggiamo e le scriviamo tutti. Quel tesserino? Buttalo.

Cinque anni fa decido di diventare un musicista e BOOOOOM, pandemia, fine degli spettacoli dal vivo.

Portassi sfiga? Fortunatamente, forte della mia biblioteca che ha quasi raggiunto il numero dei libri posseduti da Michel De Montaigne, tutto questo ha un nome: modernità. No, no, non è post-modernità, quello è il nome di chi dà i nomi alle cose senza studiare, o non ha le palle di ammettere che la modernità è proprio questo, un’accelerazione che corre parallela all’alienazione. L’altra, quella visione ottimistica della modernità, si chiama positivismo ed è morta alla fine dell’Ottocento.

Questa settimana proverò lo stesso ad andare dagli allievi a dare lezioni private di chitarra, esentasse. Da qui al 3 dicembre smetterò solo alla prima autodichiarazione falsa. La copertura è che dagli allievi ci vado durante le ore di lavoro da contratto da impiegato, ore che da un po’ di tempo ho parzialmente riallocato alla sera e ai week end, così da dare più continuità al feeds del mio giornale.

Sono in freddo con la vicina di casa, professoressa universitaria che mi piace. Mi sono permesso di sgridarla richiamandola alla dignità morale dopo che ha pubblicato un flame post nel primo lunedì delle manifestazioni nelle strade di Napoli contro il lockdown. Scriveva – parafraso ma più o meno stiamo lì – “so tutti ricchi, so tutti camorristi, so tutti stronzi, e devono morire” (per la precisione, ha scritto: non si meritano le cure, non si meritano i dottori). Le ho detto “prof, un po’ di contegno, che cazzo scrivi”, e lei “ma no, non hai capito, che tristezza, mi fai cadere in depressione [gatta morta], tu non mi capisci [gatta morta], ho scritto quelle cose ma mi hai frainteso [a un certo punto, davvero, si è difesa dicendo che non voleva dire quello che ha scritto], volevo solo dire che non è giusto manifestare se c’è il virus, anche se in realtà è giusto di per sé manifestare, ma non è giusto manifestare se c’è il virus, ma è giusto però manifestare, però non è giusto manifestare se c’è il virus, però che cazzo manifestate a fare” e così via in loop, finché non si è stufata e mi ha detto che lei vota Black Lives Matters. Se prima non aveva alcuna intenzione di darmela, figuriamoci adesso.

Pare che quindi si stia stagliando una nuova lotta interclasse (intergenerazionale?). Una querelle tutta faceboocchina tra chi sta a casa e chi va a lavorare. Considerando che i social sono il grosso della nostra percezione della realtà, è una querelle molto seria perché profilerà gli umori di domani. Una questione che mi ricorda un paio di libri con cui l’economista Emanuele Ferragina ha analizzato sociologicamente la crisi del 2008. Lo intervistai sei anni fa. I due libri sono Chi troppo chi niente e La maggioranza invisibile (Rizzoli). Ferragina diceva sostanzialmente che la vecchia generazione figlia dei baby boomers, minoritaria, reggeva le sorti di una maggioranza di precari, la nuova generazione. Così, su due piedi, si potrebbe dire che ora questa dialettica la stiamo interiorizzando tra di noi: ora ci sono alcuni nostri coetanei che se la spassano, e altri che non se la spassano affatto.

Sono un garantito. L’idea di andare in smart working mi eccita perché posso fare sette ore di studio di chitarra giornaliere, cosa che ho fatto nel lockdown di marzo e vi assicuro che è stata un’occasione impagabile, un boost didattico micidiale a 36 anni. Sono anche un negazionista, però, perché ogni tanto devo uscire di casa per riscattare il mio ruolo nell’azienda di famiglia e farmi un nome come insegnante di chitarra classica.

Finché spero, un giorno, di prendere anch’io il posto fisso.

E le chat di gruppo mute (sull’ottimismo e il pessimismo)

L’OTTIMISMO

Vedo che non scriviamo più nelle chat di gruppo. Non polemizziamo più. Non chiacchieriamo amenamente delle cose brutte che accadono, ironizzando con meme cinici e graffianti su De Luca. Non spieghiamo più agli altri le cose, quello che devono fare, mascherando l’impulso a sentirsi superiore con l’amore per la condivisione e lo spiegone.

Che c’è, siamo stressati?

La questione di essere ottimista o pessimista nei momenti di crisi non rispecchia la volontà o meno di cambiare le cose. Non c’entra niente. Il peggior pessimista può essere il più bendisposto al cambiamento, anche il più radicale. L’ottimista, invece, ha un ideale in testa che vorrebbe realizzato, smette di osservare la realtà delle cose, di constatare le circostanze, per esempio che sono decenni che la stagione delle politiche di sinistra è tramontata. Ma non oggi, da quasi due generazioni. Due generazioni cresciute senza l’edonismo della Guerra fredda, quelle che chiamiamo con un nome meno nostalgico, nativi digitali.

Essere pessimista, è inutile dirlo, è brutto. L’ottimismo è più meglio. In termini filosofici, però, il pessimista può essere il miglior ottimista. L’ottimista – sempre nei momenti di crisi, parlo – è ossessionato dalla restaurazione del paradiso perduto. È ultraconservatore. Il pessimista, al contrario, è più realista del re. Esagera, certo, la vede peggio di com’è ma – diversamente da chi la vede meglio di com’è – è più pronto a cogliere i cambiamenti, a mettersi in discussione, perché si è arreso alle categorie poco familiari, quelle con cui la generazione dopo di lui ci cresce. Il pessimista si mantiene giovane. Non ha rinunciato alla scopo, semmai ai mezzi visto che, contrariamente all’ottimista, non ci capisce più nulla. Il pessimista si spoglia delle sovrastrutture. Dal punto di vista politico, la strategia migliore che si possa avere. È un dovere essere pessimisti.

E non si scambi il pessimismo per inerzia. Ignavo sarà proprio l’ottimista che si arrende agli ideali cristallizzati. Come le mogli della middle-class americana dell’America degli anni Cinquanta, che sorridono e bevono vino.

L’ottimista è ipocrita.

Il pessimista non sostiene che non c’è più niente da fare. La constatazione del pessimista, contrariamente ai prosciutti negli occhi dell’ottimista, è che il fascismo è interiorizzato perlomeno da quando sono cadute le Torri gemelle, se non da quando è caduto il Muro di Berlino, se non dagli anni Trenta del Novecento. Il pessimista si sforza di constatare la realtà delle cose. Esagera, è vero, ma l’altra esagerazione, quella dell’ottimista, è più superficiale.

Alla redistribuzione egalitaria e all’emancipazione delle minoranze, i cardini di una società ben costruita, ci abbiamo rinunciato da un pezzo. Per mancanza di volontà, per penuria, chissà. Istanze che inevitabilmente torneranno, a meno che non abbiamo rinunciato alla comunità in sé, e questo sarebbe una cosa nuova che apre uno scenario in cui occorrerebbe a quel punto essere più pessimisti dei pessimisti.

Io sono ottimista, le istanze della redistribuzione e dell’emancipazione ritorneranno. Non c’è altra via che la politica di sinistra per migliorare le cose perché la politica che migliora le cose è solo di sinistra. Perché? Perché è l’unica ad aver capito il trucco, il giochetto di prestigio, quello per cui l’attività imprenditoriale inizi dal nulla, spiova dall’alto, quando è sistematicamente avviata col beneficio della comunità. Raccontatemi una sola storia da self made puro e divento ottimista seduta stante. La fortuna di Amazon e Google è l’assenza di imposte, l’enorme risparmio sulla detassazione. Poi, una volta privatizzati i profitti e causato su questa pirateria autorizzata crisi profonde, i debiti vengono condivisi. Si condivide all’inizio, ci se ne strafotte nel mezzo, si condivide alla fine. Lo Stato trattato come la mamma: massimo sacrificio, scarsa riconoscenza. Sono meccanismi che conosciamo bene, visto che cresciamo tutti in famiglia. E invece no! Non è vero, non ne siamo consapevoli per nulla. Siamo ottimisti, pensiamo che per emanciparsi basti andare via di casa, illudendoci che sia giusto privatizzare i profitti perché i profitti si fanno tutti da soli. Dal nulla. Io mi spacco il culo tutti i giorni, capito?!?!

Ahahahaha. È buono eh il cocco ammunnato?

Il liberismo economico, che piange e fotte, è come il genitore violento che ti stupra sostenendo che è per il tuo bene. E tu godi. Se questa metafora vi dà fastidio, sceglietene un’altra più morbida, più ottimista.

Le distopie non sono quelle che racconta Orwell o Scott. Quelle sono distopie fighe, fascinazioni. Il futuro non va immaginato come qualcosa di crepuscolare, decadente, ottocentesco, à la Blade Runner, à la Grande Fratello. Sono società dove l’autorità è lampante, opprimente, ineluttabile, e facile da scovare, anzi, che non si nasconde per nulla. L’autorità, invece, per definizione, si camuffa (pensate a tutte le cose razziste e sessiste che non avete le palle di dire apertamente) perché se venisse scoperta prenderebbe un sacco di mazzate. Viviamo in un Brave new world dove la gente è felice di vivere in un mondo di merda.

In una società che ha fallito la gente può anche vivere felice.

Remember the axioma: il cambiamento è materialista

La copertina del 2-9 novembre 2020 di time, la prima senza la testata “Time”

«Few events will shape the world to come more than the result of the upcoming U.S. presidential election», scrive il Time presentando la sua prima copertina senza “Time” in novantasette anni di pubblicazioni settimanali. Vuota retorica, e non per colpa del Time. La maneggiamo tutti. Una frase stanca, fatta, che gira a vuoto, che va avanti per inerzia. È quello che vorremmo sentire, quello che ci piacerebbe vivere, ancora una volta. Il sintomo della nostra crisi.

Biden è un cambiamento rispetto a Trump, ma solo di linguaggio, di umori e di organizzazione amministrativa. La programmazione economica resta uguale in ogni caso. Lo era per Bush e Al Gore, per Bush e Kerry, per McCain e Obama, per Trump e Clinton, lo è per Trump e Biden.

Per questo vince sempre il “conservatore” sul “progressista”, così com’è successo tra Clinton e Sanders. Se tra “conservatore” e “progressista” non c’è differenza sostanziale, se non di linguaggio, se di fatto sappiamo benissimo – ma ci rifiutiamo (cioè ne rimuoviamo inconsciamente l’atto) di riconoscerlo – che nessuno dei due può davvero “cambiare le cose”, l’elettore vota perlomeno a cazzo. Vota il pazzo. Perché no? In questa enorme presa per il culo sul rilancio economico sembra più lucido il pazzo, almeno non si sforza di rassicurare.

In un contesto senza alternative, la rassicurazione forzata ti fa sentire una merda, un bambino. E io non sono un bambino. Vaffanculo, io voto il pazzo.

Qualsiasi cosa accada, che vinca il pazzo o il vecchio gagliardo con una storia umana da scriverci dieci autobiografie, l’organizzazione economica non cambierà. Che le parolacce siano dette o bandite, che i pensieri siano razzisti o ambientalisti, ecumenici o nazionalisti. Sono cose che contano poco di fronte al fatto che il modo di fare i soldi resta lo stesso, tra l’altro senza che più funzioni come prima. Perlomeno lasciami la libertà di votare il pazzo.

Uh, non si capisce più nulla. Vero? Per la gioia dei freelance che possono spiegarti tantissime volte cosa sta succedendo ancora, e ancora, a 70 euro a pezzo, in articoli che invecchiano velocemente. Io qui lo faccio gratis, a dimostrazione che ho proprio voglia di ripetere sempre le stesse cose.

Sotto questo punto di vista, Trump non ha “scassato” nulla, né avrebbe potuto fare alcunché, né avrebbe potuto fare alcunché qualcun altro. Così i predecessori, così i successori, senza via di uscita. Forever and ever. There’s no alternative.

Lo posso dire educato, propositivo, rispettoso. Lo posso dire sconclusionato, opportunista, bugiardo. Comunque sia rassegnati. Non abbiamo altro modo di fare quello che facciamo male se non continuando a fare quello che facciamo male.

In questo contesto, cercare a tutti i costi l’alternativa, anche quando non c’è, si finisce solo in un’autopropaganda disperata: cambiamento, miglioramento, scelta definitiva, giro di boa, spartiacque. Sono tutte cazzate. Una cosa è il miglioramento del linguaggio, delle posture, della compostezza amministrativa, siamo ormai tutti bravissimi ad atteggiarci con ste cose; altra cosa è il cambiamento vero e proprio, quello in cui si trova di nuovo il modo di produrre una quantità esorbitante di ricchezza da distribuire a miliardi di persone.

L’assioma lo conosciamo.

Condizione per la politica di sinistra=benessere economico diffuso.

Condizione per la politica di destra=precarietà economica.

Marx si sforza di rovesciare questo assioma, portando la dialettica tra il servo e il padrone dal cielo alla terra, dall’idealismo al materialismo. Da Hegel al comunismo, contribuendo concretamente con la sua teoria del capitale a produrre piccoli episodi felici.

Nella storia, la sinistra è esistita presupponendo già il benessere economico, la destra presupponendo la precarietà. Un po’ come se la sinistra, nella storia del Novecento, sia stata la “garante” del benessere diffuso ma mai la precorritrice, la responsabile. La destra è la risoluzione brutale alla crisi al carissimo prezzo della dittatura, e n’è pienamente la responsabile, senza alcun “garante”. Fiera. Lei, forse più della sinistra, come direbbe Badiou, ha dimostrato di avere una maggiore passione per il reale, a realizzare le cose senza freni. Per questo la sinistra sembra più moscia, perché viene sempre dopo, è cauta. Non ha torto: l’emancipazione è una cosa seria.

L’impasse di oggi è che il meccanismo di protezione contro le dittature – quelle che provocano guerra, devastazione, morte, però la cui sconfitta genera una straordinaria stagione di ricostruzione, creando le condizioni per la nascita di una solida classe operaia – è super efficace e impedisce una vera rivoluzione restauratrice di tipo fascista. Il mercato la stoppa, senza replica. No, no, guarda il tabellone: il mercato non vuole. E statti.

Nel Dopoguerra, l’annientamento della dittatura e l’avvio del liberismo economico basato sull’annaffiata di denaro e merci del vincitore della Seconda guerra mondiale ha scatenato la garante-sinistra, che si è infilata tra le fessure della Guerra Fredda garantendo una certa distribuzione delle risorse, per il bene di entrambi i lati delle cortine. Ciò dava l’illusione che il socialismo economico fosse una concausa del benessere diffuso, quando in realtà agiva ex post. Da garante.

Caduto il Muro di Berlino l’eldorado è saltato, il più longevo periodo di benessere diffuso che la storia dell’uomo ricordi è terminato. È durato quasi trent’anni, il tempo sufficiente a far illudere la generazione successiva ai baby boomers, quella della fine degli anni Settanta, poi finanziariamente reganiana (quindi già alla frutta), di perpetrare questo benessere perpetuo all’infinito. Forever and ever. Illusi.

Una ventina di anni dopo questi tentativi di rilancio, la depressione da paradiso perduto regna. Viva Stranger Things. Viva gli Anni Ottanta. Salutata l’Unione Sovietica e scatenatosi il liberismo economico, oggi regna il realismo sociale ed economico. Non c’è più bisogno di restare in equilibrio tra socializzazione e privatizzazione delle risorse. La pacchia è finita, scrocconi! Non vi meritate nulla, fannulloni. Muori, stronzo!

Scusami.

Il risultato è lo schifo, un’economia schizofrenica che va a cazzo di cane, senza bussola, che provoca ricchezza straordinaria a Oriente e depressione a Occidente. A macchia di leopardo. Incapace di collettivizzare qualsiasi crisi, che va necessariamente statalizzata per risolversi, per poi ri-privatizzarsi quando l’economia riparte. Poi ti lamenti che non c’è alternativa, che c’è un solo mondo, una sola visione economica, una sola idea di società. Sì, sembra un meccanismo perfetto.

Enrico Montesano

I populismi arrivano come un rutto, uno sbadiglio, uno starnuto, un riflesso incondizionato dovuto a una precarietà strutturale, senza via d’uscita, in cui manco una dittatura si può restaurare tanto le forze liberali sono inscalfibili, tanto riescono a tenere unita la società, compatta come un fascio senza neanche bisogno di richiami classicisti.

Chiusa la faccenda dell’emancipazione, del riconoscimento, della liberazione delle forse produttive. Chiusa ogni speranza di ridistribuzione delle risorse, di fronte a questo realismo “adulto”, da persona disillusa, cinica ed esaurita che sfoga la sua ironia con la performatività di Maccio Capatonda, che fa i meme e ride delle persone che detesta, non resta che la disperazione.

Senza alcuna possibilità di rilanciare un socialismo economico, e senza neanche la possibilità di liberare l’autoritarismo fascista, non resta che il complotto. Tu da fuori credi che questi stiano fuori, che siano confusi. Sei tu il confuso, sei tu che dormi, che non hai capito nulla. Sveglia! Il complottismo è l’episteme più solida che tu possa fare per spiegarti la realtà delle cose. È l’unico luogo dove le cose hanno una loro definitiva spiegazione. Lì la precarietà non esiste.

La sinistra si fida dell’uomo, lo vede naturalmente predisposto ad autogestirsi in una comunità; la destra non si fida, vede l’uomo naturalmente predisposto a vedere l’altro uomo come un lupo, e ha bisogno di un Leviatano che decida per lui. Di un re. La prima lascia correre felice la comunità, a suo rischio e pericolo, la seconda ha il terrore di questa eventualità e fa la mamma iperpremurosa, a costo di crescere un figlio scemo, complessato e insicuro, ma almeno con un dio di fisico.

Alla fine è come per il giudizio sintetico a priori, che arriva una volta fusi insieme il giudizio analitico a priori e il giudizio sintetico a posteriori. La sinistra tornerà solo quando avrà capito di nuovo come rovesciare terra e cielo, come realizzare il benessere diffuso da una condizione di precarietà diffusa. Solo quando avrà superato l’idealismo riattualizzando il materialismo dialettico. Da ex post ad ex ante.

Giusto per esser chiari: è stato razzismo

Willy Monteiro Duarte

Alla fine è stato un episodio di razzismo, per il semplice fatto che era nero. Poi uno può pensare quello che vuole, che bisogna prima informarsi, che bisogna prima vedere bene cosa è successo, che ci sono le aggravanti e le attenuanti. Ciò non toglie che sia stato un episodio di razzismo.

Come una buona ipotesi scientifica, bisognerebbe suffragare l’ipotesi più semplice piuttosto che cercare di trovare la conferma a un’ossessione complessa tenendosi la testa tra le mani: [non era razzismo, non era razzismo, non era razzismo ] erano solo pazzi e lui nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che sfiga. Che sfigato.

Fondamentalmente, non ce ne frega nulla se sia stato razzismo oppure no. E questo è un peccato, visto che è stato razzismo. Che non ce ne frega nulla lo si vede dal fatto che siamo più pronti a discutere di palestre e arti marziali piuttosto che ragionare sulla qualità razzista dell’evento.

Io le ho fatte arti marziali e non avete idea di quante volte, tra il serio e il faceto, c’è stata la battuta del cazzo “andiamo per strada a menare, così ci alleniamo!”. Alla fine ha anche un suo senso, in linea generale. Sicuramente ci si allena.

Preferisco la semplificazione anti-razzista che il lambiccamento delle attenuanti che già partono sopravvalutando l’attore. Chi se ne frega se era militante, o fascista. A monte c’è una cosa ancora più grave: era gente che non solo aveva voglia di menare quella sera ma che si è scientemente prodigata per farlo, forte delle tecniche di combattimento apprese in palestra. Poi, caduto dal cielo, gli è capitato tra le mani un nero, a cui è più facile dargli calci e pugni. Dubito si possa contraddire un’affermazione del genere, considerando decenni di esperimenti sociali e psicologici sul razzismo inconscio, culturale, che appartiene a tutti. Non basta questa come motivazione razziale?, o dobbiamo aspettare che la legge sentenzi, magari aggiungendo finalmente l’aggravante: era nero.

Non è morto perché era nero, è morto perché, essendo nero, c’era una maggiore disinvoltura nel picchiarlo fino all’accanimento, fino alla morte, così come per Cucchi picchiarlo era semplicemente più facile perché era un tossico di merda. Gli è andata male, poteva uscirne vivo. Ma era nero, era un tossico di merda, e ha rischiato molto di più. Potevano uccidere così anche un bianco, come già succede, come hanno ucciso Cucchi. Ma hanno ucciso un nero e un nero è più facile da uccidere. I neri, i tossici e i ricchioni sono più facili da uccidere.

Il giudice: non me ne frega un cazzo, era nero. Punto. Probabilmente il processo renderà giustizia della bassa pregnanza del dibattito pubblico.

Se il presupposto è che per essere razzisti bisogna essere politicamente istruiti, allora razzista è solo chi ha letto Fanon. Milioni di persone credono pigramente in una congiura di pedofili che si riuniscono in pizzeria però, cavolo, per essere razzista devi esserne consapevole. Nel razzismo ci siamo immersi ed è logico che a volte non ci va di riconoscerlo.

Nnaaah. Questo non è razzismo, è solo sfortuna.

Sfigato.

Ripeto, è difficile entrare nella testa dei picchiatori ma tra le due semplificazioni preferisco la seconda:

• non era razzismo, difficile dimostrarlo

• era razzismo, perché è stato ucciso un nero

A parte le anime belle, non possiamo non riconoscerci in questa distinzione inconscia, culturale: c’è il nero e c’è il bianco, lo sfigato e il figo. È la stessa ragione per cui può venire più facile, sull’autobus, cedere il posto a un bianco piuttosto che a un nero. E non perché queste differenze siano reali, che siamo tutti razzisti blabla. No, no, non è questo il punto.

Decenni di esperimenti sociali e psicologici hanno mostrato una cosa molto semplice: che siamo animali, siamo gregari. È l’atteggiamento culturale, proveniente da istinti naturali, di esercitare il potere su una minoranza. Ce lo dice il nome – minoranza – e ce lo racconta la storia della specie homo che lo sfruttamento delle minoranze e l’esercizio della violenza sulle classi più deboli (i poveri, i giovani, se neri ancora meglio, se pure tossici, se non addirittura ricchioni, allora siamo in paradiso) possono essere sempre, in qualche modo, giustificate. Perché la maggioranza ha sempre ragione e la sopravvivenza della comunità viene prima di tutto. Salvo poi mobilitare una maggioranza di milioni e milioni di schiavi per secoli e secoli (in periodi storici diversi), trasformarla in minoranza e mandare a farsi fottere tutta questa bella filosofia della comunità. E questo non significa che una sana dialettica tra minoranza e maggioranza, quando autentica, non sia essenziale alla sopravvivenza di una comunità. Significa solo che ce ne fottiamo, della comunità.

L’anti-razzismo, così come l’anti-fascismo, non sono predisposizioni naturali ma scelte. Siamo razzisti e fascisti per natura, perché siamo animali. Il fatto è che a un certo punto si sceglie – ah, mi raccomando, non scegliere significa scegliere, volente o nolente, l’astensione non esiste in questo caso: o è bianco o è nero, e se ti astieni sei un fifone, manco le palle di riconoscere il tuo fascismo c’hai. Di fronte all’istinto di sopraffare, umiliare, sfruttare e uccidere tipico dell’animale, che deve sopravvivere, l’uomo, attraverso il formidabile strumento della ragione, si emancipa da questa condizione fino a credere di potersi emancipare dalla natura (che sia possibile, oppure no, staremo a vedere).

Si sceglie semplicemente di non essere razzisti, o fascisti, non si nasce con una predisposizione naturale a non esserlo. La predisposizione naturale è fottere, mangiare e cacare, a ciclo continuo, fino alla morte, e questo il consumismo economico e culturale lo ha capito fin troppo bene.

L’anti-razzismo è un’attività di vigilanza su sé stessi affinché non ci si faccia sopraffare da questi istinti, se non addirittura si lotta affinché, con l’educazione e l’apparato culturale di una società, si insegni a tutti a riconoscere il proprio razzismo, il proprio fascismo. Siamo contraddittori, siamo bestie con un’intelligenza incredibile e l’orientamento politico egalitario è essenziale a questa scelta: la volontà di ridurre al minimo questa contraddizione.

Scusate, ho divagato. Alla fine era solo nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Come Stefano Cucchi.

Abbattere statue. Sì, la società è fondata sul sangue. E ora che l’hai scoperto?

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Walter White. Padre di famiglia, pluriomicida, chimico brillante

Lo sappiamo che il blues è figlio della schiavitù? Che se i bianchi non avessero schiavizzato milioni di persone non ci sarebbe stata la contaminazione tra musica popolare e colta? Che se gli aristocratici compositori bianchi, verso la seconda metà dell’Ottocento, non si fossero messi a trascrivere e saccheggiare quello che ascoltavano per strada col cazzo che oggi avremmo O partigiano portami via? Che se tra il XVII e il XIX secolo non ci fosse stata una immane deportazione continentale oggi non potremmo fraternizzare con i deboli e i disadattati suonandogli la grande musica del blues e del jazz?

Homi Bhabha, pensatore post-coloniale, definisce la cultura come l’oscillazione tra il pedagogico e il performativo: la tradizione e la generazione che la vive. Ogni venticinque anni, circa, le tradizioni sono messe in discussione e hanno l’occasione per trasformarsi restaurandosi, trasmutandosi o cancellandosi. C’è un certo grado di aleatorietà in questo rapporto, una certa precarietà. In altre parole, non sembra che le culture siano oggetti razionali, che riflettano uno stato di natura.

La storia spicca il volo solo quando sono tutti morti, e riscrive a piacimento quello che si è sedimentato. La cronaca, che racconta il presente, è instabile e soggetta agli umori della narrazione dominante. La verità arriva solo quando sono tutti morti, e a volte riscrive meglio quello che è stato scritto velocemente e male con la cronaca. E non possiamo farci nulla, ogni volta.

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Questo libro vi farà vedere il blues con altri occhi, nonostante sia della casa editrice di Giorgio Agamben

L’abbattimento delle statue è un atto performativo. E il pedagogico, dov’è? La consapevolezza storica – e lo dicono tutti gli studiosi post-coloniali, cioè quelli di colore, i coloni, i buoni, non i cattivi – è che si dovrebbe prima di tutto accettare come un dato di fatto ineluttabile che siamo tutti figli di pezzi di merda.

L’abbattimento di una statua dovrebbe essere il risultato finale di un percorso di autoanalisi culturale, quella che scopre la violenza, il sopruso e lo sfruttamento alla base dei rapporti tra le persone e dello scambio delle merci. Che estende la violenza non solo al retaggio coloniale (ti piacerebbe, vero?) ma alla fondazione di qualsiasi ordinamento sociale.

L’economia, così come lo stato di diritto, sono azioni coercitive, si decidono, non cadono dal cielo, e vengono entrambe decise con qualità determinate dai vantaggi che ne ricava il gruppo di interesse dominante, il quale a volte, raramente, coincide con una maggioranza. A volte può succedere che questo tipo di stato di diritto deciso si riveli anche il più giusto, equo, ma anche questo lo si potrà scoprire solo quando sarà tutto finito, quando saranno tutti morti.

L’abbattimento delle statue senza questa consapevolezza tragica è una posa.

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Che c’è, Hank, sei scioccato dal post-colonialismo?

La famiglia è il luogo migliore dove mettere al sicuro le proprie patologie senza che siano mai messe in discussione. In famiglia i disturbi del comportamento sono minimizzati, rafforzati, elusi, ospitati, ingigantiti, senza mai essere curati. È una grande chiattillata social da condividere mentre vi si assiste abbattere statue senza turbarsi, senza lo shock di aver scoperto che il comodo e profumato cuscino della cultura occidentale è anche putrido, oppure che è putrido tanto quanto è accogliente. Una grande presa per il culo, una buffonata melodrammatica, teatrale, performativa, caciaresca.

È una verità constatata da decenni l’indicibile fatto che qualsiasi società (e quella che ha dominato, la bianca, per forza di cose più di tutte le altre) è fondata sul sangue degli innocenti, sulla sopraffazione e la schiavitù. L’abbattimento delle statue è il sintomo di questo lavoro culturale, o piuttosto è l’emblema di un rifiuto a riconoscere -e magari mettere in discussione – le fondamenta della nostra organizzazione economica e sociale?

Riusciremo mai a superare sto fatto che siamo figli di criminali? Che te ne fai di tutto quello che è stato scritto dagli anni Cinquanta in poi, da quando gli ex imperi hanno cominciato a ritirarsi dalle colonie. Che te ne fai di una tesi di laurea triennale sull’interculturalità se poi basta abbattere statue per riuscirci, altro che districarsi nelle contraddizioni dietro qualsiasi narrazione culturale.

Perché è quello che stiamo facendo, giusto, abbattendo le statue? Stiamo superando tutto questo, oppure stiamo conservando, restaurando, proprio la nostra splendida identità coloniale?

I miei colleghi, che osservano questo fenomeno e ci scrivono, sono freelance, non è che possono fare molto. Scrivono certo per un interesse intellettuale, per ragionare sul fenomeno statue e sulla questione coloniale, ma lo fanno prima di tutto perché 15 mila battute sono pagate circa 70 euro e, visto che ora si parla di statue, cazzo allora si scriverà di statue.

(questo articolo lo sto scrivendo gratis)

Però poi Selfieni e Meloncino sono il male, eh. Li prendiamo terribilmente sul serio, che li sfottiamo, li ridicolizziamo o li osanniamo, fa lo stesso: li riconosciamo, li legittimiamo. Ma solo loro sono distruttivi, solo loro inventano i noi e i loro, i buoni e i cattivi. La tragedia del post-colonialismo è proprio che il buono e il cattivo coincidono con la stessa persona. Il post-colonialismo è disorientante, non è orientante. È uno shock.

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Ma da dove verrà il consenso della destra populista? Maledette statue

La nottola di Minerva spicca il suo volo sul far del crepuscolo. La consapevolezza storica post-coloniale è accettare un’impotenza, l’impossibilità di cambiare le cose terribili che sono successe, solide basi della ricchezza e della felicità di milioni e milioni di persone. L’ingiustizia alla base dei rapporti di potere. Tutto ciò che in società sembra giusto, naturale, consequenziale, non è che la decisione di una parte.

Wow. Che figata, vero?

Richie Rich se la prende col paparino che non gli ha permesso di scoprire il mondo. La famiglia americana anni Ottanta di Natale scopre che la sua bontà non è che una facciata. Se si abbattono statue con questo spirito da tossico col senso di colpa, senza rendersi conto che l’autenticità di un tale atto implica necessariamente un auto-abbattimento, allora l’atto è solo performativo, senza dialettica con la pedagogia, non fa i conti con la tradizione. È una posa, è da atteggiati, da turisti del postcolonialismo. Poi passa.