Articoli scritti da: La materia non è solida

Ho creato un giornale online che redigo, Informazioni Marittime (informazionimarittime.it). Ho collaborato con Repubblica, Nazione Indiana, Linkiesta. Collaboro con NOT, Il Post, Corriere del Mezzogiorno. Studio chitarra classica. Questo blog esiste su Tumblr dal 2007. Nel 2014 si è trasferito su Wordpress. Qui scrivo di politica, cultura e filosofia di Maria Elena Boschi.

La storia del XXI secolo inizia con Get Back

Vorrei tanto parlarne con Alessandro Barbero.

Il modo in cui si fa storia, lo storicismo, non è sempre lo stesso, pur essendo rimasto nella sostanza sempre lo stesso. La filosofia della storia, le considerazioni sullo storicismo, ci dicono che ogni generazione percepisce la storia in un certo modo. La scrittura storica evolve, cambia.

Lo storicismo inizia con Tucidide ma è sulla fine dell’Ottocento, con Bloch e Dilthey, come Barbero ci spiega molto bene, che lo storicismo, il funzionamento della storia, diventano quello che sono oggi, cioè il modo in cui studiamo la storia a scuola. Si tratta di un certo modo di organizzare le fonti per narrare una storia fatta non soltanto di grandi personaggi ma anche di gente comune. All’ufficialità dei documenti regali si affiancano i diari, i resoconti dei tribunali, le vicissitudini della gente. Si crea un sottile equilibrio tra i fatti che sono accaduti e la loro narrazione. Non si tratta più di rincorrere l’autenticità, che è impossibile trattandosi di cose che non ci sono più, ma di avvicinarcisi il più possibile. Chi mantiene questo equilibrio è un buono storico e ci consegna narrazioni sufficientemente autentiche.

Ma che sia Tucidide od Hobsbawm, la fonte non è mai cambiata. È la biblioteca, i testi, i documenti. Nulla di più. Lo storicismo evolve, il modo in cui raccontiamo quello che è successo non è sempre uguale, riflette la cultura in cui avviene, ma si è sempre costruito sugli stessi identici materiali, i testi. Cambia l’approccio interpretativo, l’esegesi, ma non la fonte. Il susseguirsi delle generazioni non lascia che carta scritta. Lo storico lavora quasi esclusivamente sulla carta, da sempre, da cui estrae un racconto che renda verosimile una lettera morta. Di fatto, nessuno può raccontare veramente quello che è successo. Non esistono fatti ma solo interpretazioni è un aforisma per dire che è ingenuo pretendere l’autenticità oggettiva se la storia accade quando le soggettività si mettono in moto. Chi potrebbe? Neanche un testimone potrebbe essere sufficientemente autentico, perché è la sua visione parziale. L’unico modo per vivere l’autenticità del passato è tornare indietro nel tempo. La verità storica in assoluto, quindi, non esiste. Il passato è perduto per sempre. Finanche la nostra memoria, quella del nostro autentico passato, viene rimaneggiata dall’inconscio e ci allontana dai fatti accaduti. Quello che possiamo fare è recuperare dagli archivi quello che è possibile comprendere di quello che è accaduto, che sarà sempre parziale, da completare con il lavoro di interpretazione dello storico. Il lavoro dello storico è un sottilissimo equilibrio tra romanzo e fatto.

Nei primi del Novecento arriva prima la fotografia, poi l’audio e il video, e il discorso dello storico cambia. Sono generazioni che, manco ce ne accorgiamo, vediamo e sentiamo letteralmente i grandi personaggi storici. L’inizio della corsa alla Luna è un filmato di un discorso di Kennedy. Non si può dire lo stesso della propaganda di Lincoln e dei suoi leggendari comizi. Ci farà ancora più impressione domani tutto questo, o forse è oggi che ci fa impressione e domani sarà la consuetudine dello storico? Prima, vedere e sentire la storia era impossibile, si poteva soltanto leggerla. È un cambiamento profondo, costante, lento, inesorabile, del modo in cui percepiamo il passato. Non più solo testo ma anche immagini, suoni e visioni. Sono sconvolgimenti ermeneutici.

Con Get Back di Peter Jackson abbiamo uno dei primi esempi meglio costruiti di questo nuovo storicismo. È il lavoro più ricco e sistematizzato mai fatto di questa nuova fonte storica, l’audio-visivo. La sua straordinarietà non risiede semplicemente nell’essersi preso la briga di schiaffarci in faccia centinaia di ore di girato. Non è proprio quello che è successo. Questo siamo capaci di farlo tutti, di raccogliere cose e buttarle in mezzo. È quello che facciamo quando chattiamo e comunichiamo: ci schiaffiamo in faccia roba che condividiamo a catena, assumendo il ruolo di intermediari senza moderazione, senza filtro, investiti di contenuti che facciamo rimbalzare senza riflessione. Lo youtuberaggio è un sapiente lavoro di montatura di materiali ma è senza storicismo, perché non si preoccupa di narrare fatti ma di opinare ossessivamente sulle cose senza limitarsi a narrarle.

Di 200 e passa ore di girato Get Back ne estrae appena 8. È un lavoro storicistico, cioè di montaggio e selezione. Una novità che balza agli occhi nel primo episodio, quando Linda Eastman-McCartney scatta le foto al gruppo. Prima avevamo solo la foto di quei momenti, decine di foto di quei giorni di preparazione al concerto. Ora, quelle foto ci sono state contestualizzate nel momento in cui sono state scattate. Pensateci, è una cosa inaudita. Se prima avevamo lo scatto di quei momenti, moltiplicati sui giornali nei decenni successivi come fonte storica, ora abbiamo il momento in cui quella foto è stata scattata e cosa stava succedendo mentre c’era qualcuno che scattava quelle foto. Come l’immagine del monaco di Saigon in fiamme, di cui abbiamo anche il video di quel momento, che ci permette di guardare quella foto storica con maggiore profondità.

Peter Jackson ha diretto uno straordinario lavoro dei montatori. Non ha fatto il regista di Hollywood ma il professore di cattedra di un lavoro storico, e i montatori gli assistenti ricercatori bibliotecari. Non è la prima volta che succede una cosa del genere ma, sarà che sono i Beatles – che sono un canone, cioè un modello poco controverso, un classico, qualcosa di non opinabile, più facile da maneggiare di un personaggio politico, per esempio -, comunque sia, il livello di sistematizzazione storicistica raggiunto con questo documentario potrebbe non avere precedenti e rappresentare a sua volta un nuovo canone storicistico.

Consigli per gli acquisti

Nietzsche is cool (by Amev)

Il linguaggio della pubblicità ci appartiene. Non ci scampa nessuno, da quello che prova a scamparci con tutte le forze, fino all’isteria e al complottismo, a quello a suo agio che non problematizza nulla.

Che ti professi autarchico, autonomo, libertario, progressista, libertino, freakkettino, conservatore, destromane. Sono diventate tutte performance da atteggiare, cioè azioni da disporre con lo scopo di essere osservate e valutate in sé, come un attore sul palco, più che come mezzi con un fine, con un’idea di società alle spalle. Ci vendiamo cose con gran entusiasmo, qualsiasi cosa, perché l’entusiasmo accende l’attenzione. Perseguiamo la felicità stressandoci per rilassarci.

Sono tutti concetti individuati negli anni Sessanta del Novecento dai pubblicitari, dopo decenni di potente psicanalisi, per indurre il desiderio ad acquistare. Oggi ci appartengono con naturalezza. Il consiglio induttivo è preferibile al confronto, perché il confronto è fuori controllo, porta a rendere imprevedibili le posizioni finali e imprevedibile diventa la propria posizione finale. Inaccettabile. L’ironia dissacrante è preferibile alla constatazione riflessiva: meglio collezionare battute, ridere, esorcizzare quella sottile inquietudine facendo finta che non ci sia (entusiasmo!) che parlare e basta. Meglio l’atmosfera elettrica della città che quel mortorio del paesino di origine.

Erano schemi di comportamento funzionali all’acquisto, alla compravendita, al commercio, alla roba, oggi sono categorie esistenziali con cui viviamo il mondo.

Sii turista della tua città

Five of Lord Rockinghams dogs (England 1762) – George Stubbs (1724 – 1806)

Nessuno ha detto che ce ne dobbiamo andare – vi sorprenderà sapere che proprio Eduardo De Filippo, una volta, disse ve n’ata fuji. Il vittimismo sulle condizioni oggettive di una città ne conferma l’oggettività delle condizioni.

“Terzo mondo” è un’esagerazione che serve a sottolineare come in un contesto bianco, industrializzato, europeo, una città come Napoli è in perenne via di sviluppo, ha cronici problemi economici e vive un dissesto delle infrastrutture e dei servizi senza via di uscita, se non sperando che Jovanotti metta una buona parola sulla cancellazione del debito.

Chi tene ‘o mare s’accorge ‘e tutto chello che succede

Il vittimismo non problematizza i problemi perché li vive poco, li scansa, e la mattina sul motorino riesce a ridurre tutta questa complessità alla benevolenza della natura, al sole di via caracciolo. Come fanno i turisti.

po’ sta luntano, e te fa’ senti comme coce. chi tene ‘o mare, ‘o ssaje, porta ‘na croce

Nessuno ha detto che fa schifo, né che bisogna andare via. Qui nessuno sta sputando. Ma è indubbiamente il terzo mondo, cioè un modo provocatorio di esprimerne i problemi strutturali: è bella la natura, è sfasciata la città. Il cortocircuito logico è: poiché è bella la natura, è bella la città. Non ha senso. Non c’è fascino dietro questo contrasto ma sofferenza. Il vittimismo ignora questa sofferenza e come quando andiamo in India ci dice: so poveri ma sorridono.

Il regista che ci racconta l’oggettività di questa condizione se n’è fujuto na vita fa.

Chi tene ‘o mare cammina ca vocca salata. Chi tene ‘o mare ‘o sape ca è fesso e cuntento

Il meccanismo alla base dell’amore per questo contrasto – le banlieue e le ville, il dissesto dei servizi e il golfo – risiede nel sollazzo regale, quel piacere per il pericolo assolutamente non rischioso. Come quando si passa in un brutto quartiere ma in quel quartiere non si vive, per cui c’è quell’inquietudine con la certezza che poi si torna a casa. Come quando guardiamo un film horror. Volendo scomodare Kant, è il sentimento del sublime: ammirare cose spiacevoli, colossali nella loro complessità, provare piacere di fronte all’impossibilità dell’armonia, grazie al fatto che si è in un cantuccio a contemplarla. Il piacere del turista in terra straniera. Come quando il re va a caccia coi cani nella sua tenuta: non potrà succedere niente di imprevisto, mai potrà soccombere e si godrà la sfida della caccia da predatore. Come dice De Giovanni, è un’aristocratica bellezza. E quando qualcuno ce lo fa notare, aristocraticamente alziamo gli occhi al cielo.

chi tene ‘o mare ‘o ssaje
nun tene niente…

Green pass o obbligo vaccinale? Piuttosto lo Stato

Non c’entra niente la foto di Bach, però rilassa

Il punto è che il green pass esautora lo Stato dalla responsabilità di vaccinare tutti, in questo caso di proteggere la popolazione da un’epidemia. Dall’altro lato un obbligo vaccinale – cioè l’impegno dello Stato a vaccinare tutti – potrebbe essere la strada per pretendere l’abolizione del green pass (con potrebbe intendo un’ipotesi che sarebbe bene discutere, così da rendersi conto se sia una sciocchezza o meno).

La terza opzione – né green pass, né vaccino – è precaria perché ad oggi non è corroborata da condizioni alternative oggettive: in genere è la pazza voglia di una sacrosanta opposizione politica, purtroppo senza contenuto.

Il dibattito pubblico tende alla polarizzazione da stadio fatta di slogan e narcisismo. In questo modo il discorso non si compatta pretendendo dallo Stato la piena responsabilità sulla cosa pubblica perché, distratto dall’untore su cui scaricargli i problemi esistenziali, non lo chiama in causa a proteggere tutto il suo gregge. Saremmo noi nella nostra singolarità a doverci proteggere, come se uno Stato non esistesse.

A decidere è lo Stato, a discutere la nostra solitudine, quella delle persone bombardate dagli schieramenti mediatici posticci fatti di invidia e odio sociale, ottimi per alimentare il flusso di traffico, fondamentali per l’apparato, inutili per rispecchiare la realtà delle cose, dove i “no vax” non esistono e i “rigoristi” sono calciatori rari.

La questione sollevata dagli accademici (con Barbero a spalare il fango) è molto importante: se pago le tasse per iscrivermi all’università, io l’università la devo frequentare. Ma se lo Stato mi dà la libertà di non vaccinarmi si crea una contraddizione: come frequentarla senza diffondere il virus? Il punto è che è lo Stato che deve risolvere questa contraddizione, non tu che ti abboffi di articoli di giornale. La solitudine dell’analfabeta funzionale, la cui particolare condizione analfabetica non è niente di tragico, è reversibile e risolvibile solo dallo Stato. Ma noi ci sguazziamo, godiamo nel riconoscerli, ci piace polemizzarci, come ci piace dare elemosina, così che possiamo redimerci. E intanto lo Stato non sarà mai responsabilizzato a istruire adeguatamente le persone.

Lo Stato è assente nella discussione ma non di fatto (uno Stato che vaccina gratis e raddoppia il debito pubblico in un anno è un signor Stato). È assente il dibattito, cioè le posizioni razionali. È innegabile che il green pass operi una divisione tra cittadini di serie A e B. È innegabile perché io, da vaccinato col green pass, semplicemente non mi sento un cittadino di serie A, lo sono. Da vaccinato ho una dignità maggiore di un non vaccinato, e non per superiorità morale ma per vantaggio naturale, di specie. Questa questione viene completamente elusa perché di fatto siamo tutti d’accordo a volere una società come la champions league, dove le comunità minoritarie sono le squadre che non vi accederanno mai.

La tragedia è che omessa la discussione sul diritto universale alla salute, all’istruzione, alla libera circolazione, e lasciando la gente a discutere solo su chi è più stronzo, si depotenzia la pressione che le persone dovrebbero fare sullo Stato. Quando discutiamo di queste cose, essendo pieni di invidia e odio sociale, noi questa pressione ce la facciamo tra di noi. Lo Stato svanisce, non è nei nostri pensieri.

Per esempio, in un contesto in cui lo Stato debba vaccinare tutti, magari tramite l’obbligo per legge, a quel punto si potrebbe criticare il green pass come la lesione di una serie di diritti. Nell’esprimere questa opinione – invece di incazzarsi contro le mamme incinta degli scemi – ci si responsabilizza nel dibattito assumendo una posizione. Si esce allo scoperto, ci si espone: sono contro il green pass e a favore dell’obbligo vaccinale. E non è detto che non possa cambiare idea. È un inizio, un’opinione su cui sarebbe bello confrontarsi.

Il punto non è azzeccare l’opinione corretta, quella più ganza, il punto è responsabilizzare lo Stato nel dibattito e smetterla di responsabilizzare i singoli. Quando vivremo in un mondo senza Stato sarà giusto responsabilizzare i singoli, bacchettarli, plauderli, mortificarli, premiarli, coccolarli e picchiarli. Ma fino ad allora io le persone – che prese singolarmente sono stupide e intelligenti, perché sono persone – le lascio stare e pretendo uno Stato che le protegga.

Parliamo di vaccini perché Giorgio Gambe gambizza il ragionamento

(Fotogramma /Ipa) via

Viviamo di scienza, di gps, di equazioni matematiche einsteiniane che correggono lo spazio-tempo affinché si possa sapere con precisione metrica dove sta il bar sotto casa. È la scienza che permette di comunicare con chiunque, continuamente, incessantemente, ossessivamente. La prima foto del buco nero è il frutto di un processo di selezione umana di una serie di immagini ricostruite da un’intelligenza artificiale. Non vuol dire che un’IA ha fatto la prima foto di un buco nero al posto nostro ma che avendo noi creato una parabola grande quanto l’emisfero terrestre, la quantità esorbitante di dati prodotta ha richiesto l’elaborazione di un’IA, cosa che ha permesso di fare in qualche mese quello che l’uomo da solo, centinaia di migliaia di persone, avrebbe fatto in anni. L’IA ha compresso il tempo e accelerato i risultati, non ha lavorato al posto nostro, ci ha aiutato. Questa compresenza delle macchine è la cifra della modernità, ma non da oggi, da tipo trecento anni. Volendo esagerare, da quando abbiamo scoperto il fuoco, da quando cachiamo semi per far crescere le piante.

La scienza non è esatta ma perfettibile. Siamo cresciuti con Piero Angela, stiamo crescendo con Neil deGrasse Tyson. L’abbiamo fatta la filosofia della scienza. Il vaccino non è la cura di tutti i mali e metterlo in dubbio non aiuterà a trovare quel paradiso perduto di sinistra. Ha una copertura di un anno, di sei mesi? Boh. Questa incertezza sconvolge? Benvenuti nella realtà da cui nessuno ci salverà.

Il vaccino non è distribuito allo stesso modo ovunque e non risolverà la crisi economica, e non possiamo rompergli i coglioni di questa maniera caricandogli sulle spalle tutte queste responsabilità. Vivere immersi nella tecnologia delle interfacce ci dà il privilegio di poter ignorare gli algoritmi che le fanno funzionare, il funzionamento di un sacco di cose che si usano per vivere. Per esempio, ignoriamo il fatto che le mappe satellitari funzionano grazie agli orologi atomici, che non sappiamo come funzionano. Sono talmente tante le cose che fanno funzionare il mondo senza che noi sappiamo come funzionano che possiamo permetterci di giocare a metterle in dubbio. Tanto, siamo mica noi a mandarle avanti? Siamo pre-adolescenti che subodorano la vita adulta, ci atteggiamo ad adulti senza responsabilità materiali, col cocco ammunnato della mammina e la casa comprata col mutuo del papino. È l’opulescenza della modernità, l’invenzione dei giovani. Ma non da oggi, da tipo centoquant’anni.

Se abbiamo smesso di capire il mondo non significa che il mondo smette di funzionare. Così come se pompiamo gas serra non accoppiamo il pianeta ma la nostra specie. Il pianeta sta bene.

Di fronte alle cose che non possiamo cambiare sclerotizziamo e ci inventiamo gli antagonismi. Per esempio, non lottiamo per l’equa distribuzione del vaccino ma opiniamo aristocraticamente sul gusto del gelato: e me piace alla vaniglia, a me alla fragola, a me fa venire mal di testa. Siamo sempre meno emancipati e di emancipazione ne capiamo sempre meno.

Le polemiche sulla pandemia fatte di tre decenni di dibattito politico sono il sintomo dell’irrisolvibilità di una serie di istanze politiche. In primo luogo l’egalitarismo: abbiamo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza e all’universalità dei diritti. Ma non da oggi, da tipo sessant’anni. Solo che questa rinuncia avviene lentamente, come la rana nella pentola, non te ne accorgi, puoi sempre avere la percezione che non sia cambiato nulla, tanto gli schermi e le interfacce ti creano la realtà che ti pare. Della crisi economica non ci abbiamo capito nulla. Decenni di assetto iperliberale della società ci hanno reso cinici come Mickey Rourke e comici come Maccio Capatonda, e realisti verso il capitalismo, assunto come un fatto. Ed è tutto già accaduto. Parliamo del vaccino ma vorremmo disperatamente affrontare un’irrisolvibile crisi economica. I ragazzetti, digiuni di storia ed emancipazione; i vecchi, satolli di garantismo, tutti a millantare complotti, orfani dell’universalità dei diritti. La verità è la fuori. No, Mulder, la pandemia è solo la ciliegina sulla torta. Tu vuoi solo crederci, che è un’altra cosa.

Fa rabbia questa impotenza. È frustrante non poter più trasformare certe cose. Il complottismo è questa impotenza da fine del mondo, questo realismo cinico: tu, certe cose, certi diritti, una certa uguaglianza, non potrai mai ottenerli. Come nel trauma, irrisolvibile per definizione, l’oggetto dell’angoscia ha uno spostamento e ci si ritrova a lottare per una cazzata, la libertà di non farsi il vaccino, di non portare la mascherina, di non ottenere il green pass. Di farsi, fondamentalmente, i cazzi propri e vivere da libertini. Però poi buuuuuh capitalismo.

In una società così distopica, in cui è impossibile oggettivarne del tutto la distopia, il vaccino è l’ultimo degli spostamenti, l’ultima querelle sintomatica dell’irrisolvibilità di certe istanze politiche che c’erano ben prima della pandemia. Il bacino dei non vaccinati volontari è il trauma non ancora analizzato, una certa inerzia, la spossata consapevolezza che comunque sia anche da vaccinato la vita continua ad avere questa inquietante sensazione di scarso controllo. E allora il vaccino non me lo faccio!

Ho un amico che dal Vietnam proclama la felicità comunista dei vietnamiti. Ben gli sta. Non può fare altro che questo in un mondo che non può più soddisfare il desiderio autentico della politica, l’emancipazione. Un esercizio retorico spinto dalla nostalgia comunitaria, il rifiuto di accettare una sconfitta. La crisi economica strutturale si impasta con la disuguaglianza di genere e dei diritti, il ruolo della scienza si confonde con il nostro rapporto con la tecnica, il rapporto della tecnica con la scienza viene confuso col rapporto tra la tecnica e la società. Non abbiamo assolutamente idea di cosa significhi tecnica. Ricicla la plastica e vai in vacanza al mare che fa caldo. I cotton fioc dovresti usarli solo sul padiglione auricolare e i vestiti a basso costo inquinano, mentre speri ogni volta, e ogni volta ne resti deluso, e ogni volta ti illudi che è solo un caso, che la socialità non sia competitiva.

Quando scopriamo che la società non redistribuisce le risorse che ottiene con lo sfruttamento, glorifichiamo il passato dei nostri padri. Millenni di storia ma ci piace soffermarci su un’eccezione generazionale, quella del Dopoguerra, durata appena una ventina d’anni. Uh, la società è ancora divisa in classi; uh, l’organizzazione economica è ferocemente competitiva e non c’è posto per tutti i miliardi di persone che siamo; uh, la disuguaglianza sociale è incompatibile con il diritto alla salute; uh, la sovrappopolazione è un problema enorme. Dovremmo leggere tantissimo, anche Agamben, che quando non era crocefisso dal narcisismo ha dato un grande contributo alla teologia politica. Lasciate che sia Giorgio Gambe a gambizzare i ragionamenti, che siano i vecchi a lamentarsi, tutti quei baby boomers che si sono goduti i frutti della guerra dei loro padri – su Agamben ho la battuta definitiva: è Stato eccezionale. Noi dovremmo stare molto più calmi e rassegnarci. Dovremmo essere saggi.

Non possiamo mettere in mezzo tutta questa miriade di sconfitte, vagonate di questioni irrisolte, ogni volta che affrontiamo le epifanie della realtà. Il vaccino non ti renderà felice, non ti farà trovare lavoro, non ti risolve le magagne familiari, piuttosto rafforzerà il tuo sistema immunitario, e solo su un singolo virus, mentre è l’attività fisica giornaliera a renderti forte. L’homo sapiens per vivere a lungo deve consumarsi, non conservarsi. È solo un cazzo di vaccino, non il capitalismo, che è quella cosa che peggiora la gestione di tutte queste altre. Volete una prova? Non te lo fare il vaccino, non frega niente a nessuno, la baracca va avanti lo stesso e tu puoi tranquillamente disquisire sul gusto del gelato e atteggiarti ad antagonista.

E se volessimo esattamente proprio tutto questo feroce spostamento psicologico, questa polemica, questa confusione di intenti e argomenti? Dovremmo problematizzare tutte le disuguaglianze interiorizzate, tutte le istanze politiche smarrite, invece di fare come se non fosse cambiato nulla e aggrapparci ossessivamente a categorie che non ci appartengono, quelle di due generazioni fa, buone per quando si vive nella bambagia. Solo quando l’abbondanza è ben distribuita i diritti possono farsi universali. Nella penuria della redistribuzione l’autoritarismo regna. Quando questa legge della natura sfugge l’antagonismo viene scambiato per lo sport agonistico.

È un falso problema che si stia creando una categoria fittizia di non vaccinati, di cittadini di serie B, perché la disuguaglianza nella società c’è già, è strutturale, eggrazie che poi il vaccino col cazzo che lo do a tutti. Avendo interiorizzato il realismo di questa condizione – è giusto che la società sia diseguale, è naturale, è ineluttabile – ogni volta ci stupiamo delle sue nefaste conseguenze.

Si deve ragionare sul mondo come fosse la modernità. Ho detto modernità, non mondanità. La socialità è competitiva, compressa, accelerata, alienante. E invece no, facciamo i capricci, facciamo finta di niente, ci rifiutiamo di accettarlo. A scuola bisognerebbe insegnare l’inquietudine della modernità, l’incertezza strutturale della realtà già da prima della modernità, di come la didattica a distanza elimina l’istruzione come esperienza collettiva, relegandola alla scelta di classe di chi può permettersela. Vi ricordate quella sensazione che avevate svegliandovi alle 7 di mattina senza voglia di andare a scuola? Alla fine ci andavate, perché? Perché ci andavano tutti. Non ho detto che dovremmo andare a scuola nonostante la pandemia, ho detto che una scuola a distanza non ti fa vivere l’istruzione e la conoscenza come un dovere sociale. Ma c’è di più, la scuola a distanza è assolutamente fattibile. Questa è la differenza tra problematizzare un cambiamento e fare finta che non sia cambiato nulla. Lo sapevate che l’uomo prima della scienza usava la magia per esorcizzare il terrore della natura?

Disumanizzare il nemico

Heinrich Luitpold Himmler

Bisogna disumanizzare per uccidere. Il problema è che è impossibile disumanizzare, perché qualsiasi cosa tu possa fare per ridurre una persona a una cosa, questa continuerà a respirare. Per quanto si possa percuotere forte, per quanto la si possa ridurre al raccapriccio, all’informe, all’asessuato, sanguinerà, resta viva, consapevole. E ti guarda.

Durante la Seconda guerra mondiale si uccideva soprattutto con un colpo alla nuca. E quando la vittima scorgeva dalla cima del fossato il cumulo di cadaveri su cui a breve sarebbe precipitato – morto, se gli andava bene – la scena diventava grottesca, surreale, il panico. Era troppo anche per chi sparava. In Polonia i tedeschi hanno impiegato manodopera ucraina antisemita per rastrellare i villaggi. Non ce la facevano, i nazisti, era troppo anche per loro, gli ufficiali sub-appaltavano gli ordini che ricevevano da Berlino. E gli ordini sono ordini, e ci si convince di star facendo la cosa giusta, per una causa in cui si crede, pur non approvandone i mezzi. Milioni di persone sono morte così, migliaia di persone uccidono così.

Poi ci sono i campi di concentramento, che sono un altro pezzo della storia, più soggetta al riduzionismo (per cui l’orrore della Seconda guerra mondiale sia stato il campo di concentramento). Ma quella è la parte televisiva della storia, epica, scenografica, metaforicamente immensa, drammatica. L’orrore non è solo lì. Ci sono state anche le fosse, i rastrellamenti delle città e delle periferie, il terrore che dilagava parallelamente all’avanzamento del fronte. Queste cose non andrebbero dimenticate. L’inaudito sacrificio dei corpi, la disumanizzazione del nemico, la Guerra Totale, la volontà di dominio senza cosmopolitismo. L’imperialismo tossico. Tutto adesso, qui, ora. Una passione per il reale.

Eh no, amico caro, ti piacerebbe che il problema fosse tutto concentrato nei campi. Il problema è il delirio di onnipotenza. Sono piovute pistolettate in quel periodo, molte più di quelle che potresti immaginare. Le camere a gas al confronto sono un vezzo, una trovata logistica, un privilegio per pochi.

Sto leggendo un libro che ripercorre alcuni eventi della Seconda guerra mondiale dal punto di vista della Germania. La campagna di Russia, l’ufficio di Himmler. È un romanzo, il diario di un nazista frocio. Ho detto frocio per umanizzarlo, non per disumanizzarlo. Non nel senso è nazista ma almeno gli è capitato di essere frocio, piuttosto è nazista però è, tutto sommato, una persona come tante.

Jonthan Littel, Le benevole, Einaudi

Tutti i personaggi delle storie che ci piacciono, perlomeno da vent’anni, hanno tratti dickensiani: non sono buoni e non sono cattivi, sono uomini e fanno cose malvagie. Non è il relativismo morale che ci attira, anzi, sono personaggi dalla moralità granitica, lucidissima, sappiamo benissimo che loro sanno benissimo quando si stanno comportando bene e quando male. Quello che intriga è il fatto che ci riconosciamo in quello che fanno. Potremmo essere noi. Magari – senza quella teatralità evenemenziale cinematografica – nella sostanza lo siamo. Sono persone normali che a un certo punto lasciano che siano le circostanze a spingerle a fare quello che devono fare, piuttosto che fare quello che si deve fare a prescindere dalle circostanze. È la rivincita del pragmatismo razionalista inglese sull’idealismo romantico tedesco.

Walter White (Brian Cranston)

Ci chiamiamo Walter White, Tony Soprano, Omar Little, Stringer Bell, Jimmy McNulty. La catarsi è nel realismo del personaggio, senza stereotipi, stilemi. Il nemico, il cattivo, non è allontanato e disumanizzato ma umanizzato, è una persona normale, non è diabolico, non è angelico. Non è un essere sacro che trascende la nostra esperienza vissuta, piuttosto è il male in una splendida giornata di sole ad Albuquerque. Questo è il male.

Oltre ad Arendt, oggi bisogna anche vedere i film, i telefilm e leggere i casi editoriali come fosse il Processo di Norimberga. D’altronde, se si tratta di com-prendere le cose bisogna afferrarle non allontanarle. Il male va fatto sedere sul divano e parlarci, appassionarcisi. Non dico farci l’amore che è pericoloso ma ci si deve responsabilizzare verso le cose che si vuole conoscere. Cos’è il male? A che serve?

Appassioniamoci al male.

La moralità è un lavoro continuo su di sé, una presa d’atto della responsabilità continua, mai risolutiva, che si ha verso la propria esistenza, prima ancora che verso quella degli altri. L’anima bella non esiste, però non esiste neanche il diavolo. Significa che tutto è permesso? Sì, significa proprio che tutto è permesso, visto che dio è morto. Però significa anche che, essendo liberi e autonomi, si è quindi liberi anche di non dover per forza fare tutto ciò che è permesso. Sarebbe un po’ stupido fare tutto quello che è permesso, come degli automi. Confidare troppo nell’edonismo ha un effetto nefasto, paradossale: si diventa dei bacchettoni, ossequiosi della legge, che ti comanda di fare tutto quello che vuoi.

Bisogna abituarsi a vedere i film horror fatti bene. Il male non è semplicemente quell’abisso nietzschiano che poi ti guarda e ti paralizza. Quello è l’effetto che fa quando lo guardi la prima volta. Poi ti abitui e impari a riconoscerlo, a misurarti. Impari a prenderne atto per prenderne le distanze. Rimuovere la necessità di invischiarsi nell’osceno espone a una potente deresponsabilizzazione: il male è espulso come un corpo estraneo e io ne sono fuori. E se io sono buono, sono mamma e papà ad essere cattivi, sono loro, gli altri, a essere malvagi. Quelli che governano, ladri!, quelli che non vivono come te, inferiori!, quelli che ci comandano, che ci manipolano, che ci riempiono di bugie. Che invidia! Li apriremo come una scatola di tonno. Capitàno! Io sono una vittima e, al contrario di loro, io sono buono, di razza pura, loro sono il male e andrebbero eliminati. È un attimo passare dall’altra parte se si sta continuamente a disumanizzare, a sacralizzare, a trascendere le cause come fossero oggetti da contemplare.

Per cui se il nodo è l’impossibilità di disumanizzare, è sbagliato tanto disumanizzare quanto disumanizzare chi si illude che la soluzione sarebbe catalogare gli umani in umani e disumani. È sbagliato disumanizzare qualsiasi umano, se non esistono umani di serie A e di serie B. È sbagliato rendere diabolici i nazisti per un motivo molto semplice: diventano irriconoscibili, disumani, super-umani. Si stenta a riconoscerli.

Heitor Villa-Lobos – Prelude 1 + considerazioni sull’amore e su Mangoré

A un certo punto, nella vita, succede che ci si innamora. È capitato anche per la chitarra classica. A un certo punto, durante la belle epoque, tutti si sono innamorati di lei.

Quest’anno, se passo l’esame di ammissione, entro al conservatorio. È arrivato il momento di farvi vedere com’è fantastico questo strumento. Ormai morto. Viva il re!

Sono clip casuali. Alcune volte suono soltanto, altre commento anche.

In attesa di decidermi a usare un microfono, una luce, una telecamera, una camicia e diventare una star mondiale milionaria piena di followers.

Il mio canale sta qui.

Io resto a casa, io esco di casa. Chi sono?

La locandina di “Il ragazzo del Pony Express” (1986), con Jerry Calà e Isabella Ferrari

Sono dipendente di una società privata a conduzione familiare il cui passaggio generazionale è bloccato, come tutte le società a conduzione familiare. Negli anni mi sono ritagliato un piccolo spazio editoriale come responsabile di un giornale specializzato. Il mio regno in declino.

Sono un giornalista freelence, anche se non proprio un vero giornalista freelence, quello che scrive almeno un paio di articoli al mese pagati sui 70 euro e un nome sui social più o meno se lo è fatto. Non ho la pasta, o forse ho un contratto a tempo indeterminato che mi ammoscia l’ispirazione. Comunque sia, saltuariamente, scrivo e ho scritto per quasi tutti, dalle riviste ai quotidiani.

Sono al settimo anno di studio della chitarra classica. L’anno prossimo mi iscriverò al biennio del conservatorio per prendermi la laurea, che sommerò a quella in storia e filosofia per aumentarmi le possibilità di impiego pubblico nella scuola vincendo un concorso.

Una quindicina di anni fa decisi di diventare giornalista e BOOOOOOOM. Il web, facebook, le notizie le leggiamo e le scriviamo tutti. Quel tesserino? Buttalo.

Cinque anni fa decido di diventare un musicista e BOOOOOM, pandemia, fine degli spettacoli dal vivo.

Portassi sfiga? Fortunatamente, forte della mia biblioteca che ha quasi raggiunto il numero dei libri posseduti da Michel De Montaigne, tutto questo ha un nome: modernità. No, no, non è post-modernità, quello è il nome di chi dà i nomi alle cose senza studiare, o non ha le palle di ammettere che la modernità è proprio questo, un’accelerazione che corre parallela all’alienazione. L’altra, quella visione ottimistica della modernità, si chiama positivismo ed è morta alla fine dell’Ottocento.

Questa settimana proverò lo stesso ad andare dagli allievi a dare lezioni private di chitarra, esentasse. Da qui al 3 dicembre smetterò solo alla prima autodichiarazione falsa. La copertura è che dagli allievi ci vado durante le ore di lavoro da contratto da impiegato, ore che da un po’ di tempo ho parzialmente riallocato alla sera e ai week end, così da dare più continuità al feeds del mio giornale.

Sono in freddo con la vicina di casa, professoressa universitaria che mi piace. Mi sono permesso di sgridarla richiamandola alla dignità morale dopo che ha pubblicato un flame post nel primo lunedì delle manifestazioni nelle strade di Napoli contro il lockdown. Scriveva – parafraso ma più o meno stiamo lì – “so tutti ricchi, so tutti camorristi, so tutti stronzi, e devono morire” (per la precisione, ha scritto: non si meritano le cure, non si meritano i dottori). Le ho detto “prof, un po’ di contegno, che cazzo scrivi”, e lei “ma no, non hai capito, che tristezza, mi fai cadere in depressione [gatta morta], tu non mi capisci [gatta morta], ho scritto quelle cose ma mi hai frainteso [a un certo punto, davvero, si è difesa dicendo che non voleva dire quello che ha scritto], volevo solo dire che non è giusto manifestare se c’è il virus, anche se in realtà è giusto di per sé manifestare, ma non è giusto manifestare se c’è il virus, ma è giusto però manifestare, però non è giusto manifestare se c’è il virus, però che cazzo manifestate a fare” e così via in loop, finché non si è stufata e mi ha detto che lei vota Black Lives Matters. Se prima non aveva alcuna intenzione di darmela, figuriamoci adesso.

Pare che quindi si stia stagliando una nuova lotta interclasse (intergenerazionale?). Una querelle tutta faceboocchina tra chi sta a casa e chi va a lavorare. Considerando che i social sono il grosso della nostra percezione della realtà, è una querelle molto seria perché profilerà gli umori di domani. Una questione che mi ricorda un paio di libri con cui l’economista Emanuele Ferragina ha analizzato sociologicamente la crisi del 2008. Lo intervistai sei anni fa. I due libri sono Chi troppo chi niente e La maggioranza invisibile (Rizzoli). Ferragina diceva sostanzialmente che la vecchia generazione figlia dei baby boomers, minoritaria, reggeva le sorti di una maggioranza di precari, la nuova generazione. Così, su due piedi, si potrebbe dire che ora questa dialettica la stiamo interiorizzando tra di noi: ora ci sono alcuni nostri coetanei che se la spassano, e altri che non se la spassano affatto.

Sono un garantito. L’idea di andare in smart working mi eccita perché posso fare sette ore di studio di chitarra giornaliere, cosa che ho fatto nel lockdown di marzo e vi assicuro che è stata un’occasione impagabile, un boost didattico micidiale a 36 anni. Sono anche un negazionista, però, perché ogni tanto devo uscire di casa per riscattare il mio ruolo nell’azienda di famiglia e farmi un nome come insegnante di chitarra classica.

Finché spero, un giorno, di prendere anch’io il posto fisso.

E le chat di gruppo mute (sull’ottimismo e il pessimismo)

L’OTTIMISMO

Vedo che non scriviamo più nelle chat di gruppo. Non polemizziamo più. Non chiacchieriamo amenamente delle cose brutte che accadono, ironizzando con meme cinici e graffianti su De Luca. Non spieghiamo più agli altri le cose, quello che devono fare, mascherando l’impulso a sentirsi superiore con l’amore per la condivisione e lo spiegone.

Che c’è, siamo stressati?

La questione di essere ottimista o pessimista nei momenti di crisi non rispecchia la volontà o meno di cambiare le cose. Non c’entra niente. Il peggior pessimista può essere il più bendisposto al cambiamento, anche il più radicale. L’ottimista, invece, ha un ideale in testa che vorrebbe realizzato, smette di osservare la realtà delle cose, di constatare le circostanze, per esempio che sono decenni che la stagione delle politiche di sinistra è tramontata. Ma non oggi, da quasi due generazioni. Due generazioni cresciute senza l’edonismo della Guerra fredda, quelle che chiamiamo con un nome meno nostalgico, nativi digitali.

Essere pessimista, è inutile dirlo, è brutto. L’ottimismo è più meglio. In termini filosofici, però, il pessimista può essere il miglior ottimista. L’ottimista – sempre nei momenti di crisi, parlo – è ossessionato dalla restaurazione del paradiso perduto. È ultraconservatore. Il pessimista, al contrario, è più realista del re. Esagera, certo, la vede peggio di com’è ma – diversamente da chi la vede meglio di com’è – è più pronto a cogliere i cambiamenti, a mettersi in discussione, perché si è arreso alle categorie poco familiari, quelle con cui la generazione dopo di lui ci cresce. Il pessimista si mantiene giovane. Non ha rinunciato alla scopo, semmai ai mezzi visto che, contrariamente all’ottimista, non ci capisce più nulla. Il pessimista si spoglia delle sovrastrutture. Dal punto di vista politico, la strategia migliore che si possa avere. È un dovere essere pessimisti.

E non si scambi il pessimismo per inerzia. Ignavo sarà proprio l’ottimista che si arrende agli ideali cristallizzati. Come le mogli della middle-class americana dell’America degli anni Cinquanta, che sorridono e bevono vino.

L’ottimista è ipocrita.

Il pessimista non sostiene che non c’è più niente da fare. La constatazione del pessimista, contrariamente ai prosciutti negli occhi dell’ottimista, è che il fascismo è interiorizzato perlomeno da quando sono cadute le Torri gemelle, se non da quando è caduto il Muro di Berlino, se non dagli anni Trenta del Novecento. Il pessimista si sforza di constatare la realtà delle cose. Esagera, è vero, ma l’altra esagerazione, quella dell’ottimista, è più superficiale.

Alla redistribuzione egalitaria e all’emancipazione delle minoranze, i cardini di una società ben costruita, ci abbiamo rinunciato da un pezzo. Per mancanza di volontà, per penuria, chissà. Istanze che inevitabilmente torneranno, a meno che non abbiamo rinunciato alla comunità in sé, e questo sarebbe una cosa nuova che apre uno scenario in cui occorrerebbe a quel punto essere più pessimisti dei pessimisti.

Io sono ottimista, le istanze della redistribuzione e dell’emancipazione ritorneranno. Non c’è altra via che la politica di sinistra per migliorare le cose perché la politica che migliora le cose è solo di sinistra. Perché? Perché è l’unica ad aver capito il trucco, il giochetto di prestigio, quello per cui l’attività imprenditoriale inizi dal nulla, spiova dall’alto, quando è sistematicamente avviata col beneficio della comunità. Raccontatemi una sola storia da self made puro e divento ottimista seduta stante. La fortuna di Amazon e Google è l’assenza di imposte, l’enorme risparmio sulla detassazione. Poi, una volta privatizzati i profitti e causato su questa pirateria autorizzata crisi profonde, i debiti vengono condivisi. Si condivide all’inizio, ci se ne strafotte nel mezzo, si condivide alla fine. Lo Stato trattato come la mamma: massimo sacrificio, scarsa riconoscenza. Sono meccanismi che conosciamo bene, visto che cresciamo tutti in famiglia. E invece no! Non è vero, non ne siamo consapevoli per nulla. Siamo ottimisti, pensiamo che per emanciparsi basti andare via di casa, illudendoci che sia giusto privatizzare i profitti perché i profitti si fanno tutti da soli. Dal nulla. Io mi spacco il culo tutti i giorni, capito?!?!

Ahahahaha. È buono eh il cocco ammunnato?

Il liberismo economico, che piange e fotte, è come il genitore violento che ti stupra sostenendo che è per il tuo bene. E tu godi. Se questa metafora vi dà fastidio, sceglietene un’altra più morbida, più ottimista.

Le distopie non sono quelle che racconta Orwell o Scott. Quelle sono distopie fighe, fascinazioni. Il futuro non va immaginato come qualcosa di crepuscolare, decadente, ottocentesco, à la Blade Runner, à la Grande Fratello. Sono società dove l’autorità è lampante, opprimente, ineluttabile, e facile da scovare, anzi, che non si nasconde per nulla. L’autorità, invece, per definizione, si camuffa (pensate a tutte le cose razziste e sessiste che non avete le palle di dire apertamente) perché se venisse scoperta prenderebbe un sacco di mazzate. Viviamo in un Brave new world dove la gente è felice di vivere in un mondo di merda.

In una società che ha fallito la gente può anche vivere felice.