Riformisti/comunisti: diatheke

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Badiou: Marcel Gauchet, per concludere vorrei renderla partecipe dell’intuizione che ho avuto sentendola parlare di Rousseau e della possibilità di quel soggetto politico collettivo che va sotto il nome di democrazia. Penso di poter dire che, in realtà, non sono il solo ad essere in attesa di un evento…
Gauchet: In che senso? Cosa intende dire?
Badiou: Ritengo che, nonostante la sua prudenza, lei creda nella politica e che per questo sia in attesa di un evento nel senso in cui io l’ho definito. Un evento imprevedibile, come qualsiasi altro evento, ma che consenta l’emergere di una soggettività riformista…
Gauchet: Forse…
Badiou: Affinché quest’evento faccia la sua comparsa, vorrei farle ammettere che anche lei ha un bisogno vitale dell’ipotesi comunista. Mi permetta di esporle questo aspetto che ha un carattere insieme storico, tattico e filosofico. Lei mi sembra convinto del fatto che l’ipotesi comunista non presenti alcun interesse ai fini della realizzazione della sua ambiziosa versione del riformismo. Io vorrei ribatterle che le cose non stanno affatto così. In realtà, essa è per lei assolutamente necessaria. Se guardiamo alla storia recente, i rari momenti che più o meno si avvicinano allo scenario che lei ha in testa si sono realizzati proprio a causa della presenza reale di un universo altro, di un’ipotesi altra, ovvero dei comunisti. Il grande sussulto riformista successivo al 1945, che lei ha spesso menzionato, è stato possibile grazie al fatto che de Gaulle ha dovuto mettersi d’accordo col Pcf, all’epoca il partito più forte che ci fosse in Francia, fregiantesi dell’etichetta di «partito dei centomila fucilati». Al momento della Liberazione il generale aveva senz’altro degli alleati internazionali, poteva vantare un certo credito presso le autorità militari, ma le truppe civili, se così posso dire, si concentravano per lo più dall’altra parte… Non penso che de Gaulle fosse in cuor suo un nemico giurato del capitalismo o un ardente sostenitore delle nazionalizzazioni. Sta di fatto che è stato costretto a negoziare, a fare delle concessioni… Il programma del Consiglio nazionale della Resistenza viene oggi sventolato come un esempio di ritorno alla democrazia. Ma la stessa esistenza del Consiglio era la prova del fatto che de Gaulle era obbligato a venire a patti coi comunisti! Tale patto non va visto come qualcosa di interno alla dinamica generale dello sviluppo capitalistico, ma come il prodotto dell’esistenza dei partiti comunisti e del blocco socialista. E il contesto della ricostruzione, con i suoi imperativi economici e politici specifici, spiega la circostanza per cui gli squali capitalisti hanno all’epoca rigato dritto tollerando riforme di vasta portata che non andavano nella direzione da loro auspicata. Quest’ampio consenso si è in seguito sfaldato mano a mano che il blocco comunista cominciava a manifestare crepe sempre più vistose. Da quando il comunismo storico è crollato definitivamente, le democrazie non sono più state soggette alla sfida del loro avversario. L’ondata neoliberista contro la quale lei insorge è quindi dilagata, andando a riempire il vuoto che si era creato. In assenza di un Altro che le minacci, le democrazie liberali sono tornate ad essere i fedeli vassalli del capitale e dei suoi detentori, i quali non si sentono più obbligati ad accettare i princìpi della moderazione e della redistribuzione.
Gauchet: Per quanto riguarda la congiuntura del 1945, quello che dice è storicamente esatto.
Badiou: Sì, ma questo fatto storico ha anche delle conseguenze tattiche e filosofiche per l’oggi. Se non viene rilanciata l’ipotesi comunista, l’ipotesi riformista che lei sostiene non ha alcuna speranza di realizzarsi. Al di là della strategia, ciò significa forse anche che la stessa democrazia ha bisogno di essere pungolata da una qualche alterità, sia essa interna o esterna alla forma democratica stessa. Insomma, tutto sommato, dovrebbe ringraziarmi! Non andrebbe in pratica da nessuna parte senza di me. Sto solo cercando di aiutarla!
Gauchet: Sì, la prego, mi dia una mano facendo prendere ai miei avversari un bello spavento! Per quel che mi riguarda, continuo a voler rimanere nell’alveo della democrazia liberale, e penso che il vero cambiamento sia alla mia portata molto più di quanto non sia alla sua, se così posso esprimermi. Tuttavia non resisto alla tentazione di risponderle nel seguente modo: proponendosi di aiutarmi, lei riconosce implicitamente che l’ipotesi comunista che intende rilanciare è in realtà priva di consistenza e che i suoi «effetti di realtà» si limitano al compromesso che consentirà di ottenere all’interno delle democrazie rinnovate. Mi vuol far dire che un riformismo conseguente ha bisogno del sostegno dell’ipotesi comunista? Ebbene, ammetto volentieri che per far sì che la politica riprenda il controllo della globalizzazione neoliberista tutte le forze disponibili allo scopo sono necessarie. Aggiungo anche che l’ipotesi comunista, che personalmente preferirei chiamare «utopia comunista», è necessariamente parte dell’orizzonte delle nostre società, al pari dell’utopia anarchica, in quanto è un prolungamento del principio di eguale libertà su cui esse si fondano. Penso pertanto che non possiamo farne a meno. Ma lei, interpretando l’ipotesi comunista come un alleato necessario del realismo democratico, trasforma la sua prospettiva radicale in un’anatra zoppa. È una bella ammissione, la sua! Stanti così le cose, posso anche sottoscrivere il patto che mi propone.
Badiou: Una grande alleanza al termine di questa discussione così accesa? Il patto fra di noi non potrà mai eliminare le nostre differenze e, quanto a me, non entrerò mai nell’alveo della democrazia parlamentare, eppure certo, perché no, eccoci di fronte a un epilogo quanto meno inaspettato! Anche gli avversari più irriducibili possono trovare un accordo se sanno comprendere che, in fin dei conti, ciascuno a modo suo e con le proprie armi, combattono lo stesso nemico.

Che fare? Dialogo sul comunismo, il capitalismo e il futuro della democrazia, in Micromega 1/2016, capitolo Alla ricerca di un patto perduto?, poss. 2179-220 (Kindle). Titolo originario: Que faire? Dialogue sur le communisme, le capitalisme et l’avenir de la démocratie © Philo éditions, Paris 2014.

Buone democratiche intenzioni

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Warren Richardson, “Hope for a new life”, Röszke, Ungheria, 28 agosto 2015, World Press Photo of the Year 2015

Lei ragiona come se in politica esistessero delle buone intenzioni, nella misura in cui tale politica è «democratica» nell’accezione da lei difesa. Forse le sembrerò troppo cupo e pessimista, eppure no, non credo che dovremmo comportarci come se nella politica «democratica» esistessero delle buone intenzioni. In realtà ci sono solo affari e interessi e c’è anche, presso una larga fascia dell’opinione pubblica, insieme al rifiuto di ogni idea generale di emancipazione, un consenso timoroso e vigliacco che mira a preservare in maniera indefinita i privilegi occidentali. Di qui anche le vergognose strizzatine d’occhio, sempre più evidenti, al razzialismo culturale e all’idea della superiorità dell’Occidente e, più in generale, la paura dello straniero, del migrante che arriva e mangia a sbafo alla nostra tavola. I politici delle «democrazie» asservite al capitale passano il loro tempo a «giustificare» queste derive chiamando in causa la «difficoltà della situazione». Per ritrovare un po’ di dignità e di buon senso è necessario rompere in maniera radicale con l’idea che il nostro sistema politico possa essere mosso da buone intenzioni.

Alain Badiou in conversazione con Marcel Gauchet, Micromega, 1/2016, pos. 1610 (Kindle), Fine o prosecuzione della logica imperiale?

 

Marx: “Non siamo abbastanza pigri”

Intervista al politologo tedesco. “Matrix mi è piaciuto molto”

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Potremmo già non lavorare più, nessuno, e vivere tutti nell’ozio, lasciando fare tutto alle macchine. Ma come potremmo arricchirci altrimenti, accumulare e mantenere privilegi? Così abbiamo avuto la genialata di far diventare gli operai macchine: devono avere il ritmo sempre più vicino possibile a quello di una macchina, devono lavorare più di quando lavoravano senza macchine! Il mondo è connesso ma cazzo non abbiamo un minuto libero. Sembrerebbe un paradosso ma tutto si spiega col fatto che lasciando lavorare le macchine poi noi non avremmo nulla da fare.

Poi dite che Matrix è un brutto film.

È la fine della storia. Siamo alle soglie della fine della storia ma non vogliamo farla finire, vogliamo continuare a fare economia come ci piace a noi

Karl Marx intervistato da Tiziano Terzani, La Repubblica 18 brumaio 1973


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Il decadentismo di Star Wars

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Il dilagare di citazionismi starwarseschi da parte delle istituzioni, dai cattolici italiani ai democratici americani, non è una cosa divertente. È la conferma che questa prima parte del XXI secolo sarà ricordata come l’epoca dell’isteria della cultura pop, in una curva ascendente direttamente proporzionale alla fine della sua energia creatrice: quando sono i vertici dei quadri a fare proprie, per la massa, tutta una serie di temi cari alla sottocultura, ad andarsene a quel paese è proprio il valore propulsivo di una sottocultura, la sua capacità di emancipare gli oppressi, i secchioni, i piscioni, gli underdog, quelli che di sottocultura si nutrono e che non sono mai la massa. Tipo il rap che diventa popolare, tipo Jay-Z che, nato poveraccio, oggi non è più la voce del ghetto. Fagocitata dal merchandaising e dal serial-cinematografismo, la sottocultura nerd è ormai definitivamente tramontata, soppiantata da tempo dal più socievole e normalizzato geek (una contraddizione in termini, pensateci: un disadattato cool, un sociopatico socievole, praticamente un autistico perfettamente inserito nella società, come si vorrebbero gli autistici).

La conferma che viviamo in un periodo di decadenza delle sottoculture, ridotte a un residuo fatto di splendore estetico (come per il Tardo Impero romano), arriva dal capovolgimento di senso di Star Wars, che da opera di pace in tempi di pace degli episodi IV-V-VI (1977-83), dopo la fase intermedia, autocritica, degli episodi I-II-III (1999-2005), è diventata opera di guerra in tempi di guerra con gli episodi VII-VIII-IX (2015-19). È il segno dei tempi di una politica mondiale senza più blocchi continentali, guerre fredde, buoni e cattivi, ma sempre più egemone, sempre più orientata a destra, sempre più concentrata sulla difesa dell’Impero contro i Ribelli, sempre meno concentrata sugli affari sociali e sempre più diretta al mantenimento dei privilegi e delle differenze di censo, di ceto, di classe. Non sto dicendo che lo Star Wars di oggi è propaganda neoliberale, piuttosto che è la propaganda neoliberale ad essersi appropriata ormai anche di Star Wars: potremmo parlare di Star Wars in modo diverso, meno di Dart Vader e più di Leila, ma abbiamo scelto di fissarci col primo.

Sforniamo mitopoiesi come se non ci fosse un domani. Il citazionismo è ovunque. Ma diciamo la verità, tutto questo pullulare di spade laser e flash mob militari non è rassicurante. Non può entusiasmare un cinema pieno di gente in divisa e facce allegre. Non è nostalgia, inquieta e basta. Un entusiasmo che puzza di marcio perché è nei confronti di una storia lunga, complicata, un’epopea di fantascyenza che richiede passione, non tifo. È bellissimo vedere quanta voglia di sottocultura abbiamo nel XXI secolo, ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: non è voglia di sottocultura ma è un certo uso che della sottocultura si fa per giustificare le egemonie culturali disinnescandone la carica sovversiva, come per l’hipster: un amante della tecnologia “buona”, quella meccanica e difficilmente manipolabile, ridotto ad amante della barba e delle camicie a quadroni.

Il nuovo Star Wars, esattamente come il vecchio, compiace i desideri del pubblico: la differenza è che il pubblico di allora era più ricco, più entusiasta, più ottimista, più emancipato di quello di oggi che è depresso e deve entusiasmarsi per questa nuova formidabile trilogia scritta da un fan ad uso e consumo dei fan. Il problema è che questo entusiasmo, prova provata della contaminazione reciproca tra cultura bassa e alta, è la triste messa in scena del modo in cui il linguaggio politico si appropria di espressioni popolari per adattarli al proprio uso. Il nuovo Star Wars è un ammiccamento continuo. A cosa, non si sa. Come il vecchiardo che per fare lo splendido ammicca e sorride al giovane. E il giovane si chiede: ma questo che vuole?

 

We’ll route them out

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Lacrimogeni sui manifestanti della COP21. Parigi, 1 dicembre 2015

Chissà cosa scriveranno i libri di storia della “lotta al terrorismo”, del termine con il quale i governi occidentali giustificano azioni eterogenee fra loro.

Crollano le Torri gemelle e muoiono migliaia di persone.

We’ll route them out annunciava George W. Bush. E giù con il caos politico in Afghanistan.

Poi in Spagna esplodono dieci zaini.

E quindi giù di nuovo con il caos politico in Iraq.

Poi bombe su autobus e treni a Londra.

E quindi giù con i droni.

Poi a Parigi muore la redazione di un giornale e qualche mese dopo a un concerto se ne vanno in 89, più qualche altra decina di persone per strada. E il presidente socialista, talmente moscio da essere soprannominato dai connazionali flambie, proclama la guerra, la modifica della costituzione e il bombardamento di un paese a migliaia di chilometri in risposta a un attentato compiuto da francesi e belgi.

“Li staneremo”, di nuovo. E quindi giù con le perquisizioni. Bruxelles col coprifuoco per una settimana per arrestare alla fine 17 persone di cui 16 rilasciate dopo poche ore.

Li staneremo. E quindi giù a dare randellate agli ambientalisti in occasione del COP21, con i poliziotti che per raggiungere i crani dei manifestanti calpestano e distruggono i memoriali.

Quindi cominci a pensare che le due cose, azione e reazione, boomwe’ll route them out, sono totalmente slegate. Così ti rendi conto che è qui che risiede la forza di ascensione politica della destra, in questo scollamento tra attacco subìto e difesa attiva, in questa condizione di apparente incompetenza. Per questo un lasciate fare a noi che lo sappiamo fare risulta rassicurante, spingerebbe a votare a destra anche chi in genere non vota a destra. È sparare sulla croce rossa insomma, quello che Salvini ha capito da anni. Come sarebbe altrimenti di fronte al totale disinteresse dei governi occidentali di affrontare un terrorismo proprio: organizzato (almeno in parte) e compiuto da occidentali nati, cresciuti ed emarginati in casa? “Se proprio dobbiamo trasformare i governi da democratici ad autoritari, che a farlo siano chi ste cose le ha già fatte”. No? Almeno così la smettono di stanare sto cazzo.

Avere segreti

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Bernard Marx interpretato da Bud Cort nel film-tv Brave new world (1980)

 

La mania, per esempio, di fare le cose in segreto. Che equivale, in pratica, a non far nulla. Che cos’è infatti, che si può fare in segreto? (A parte, si capisce, l’andare a letto: e del resto non è una cosa che si può fare sempre). Già, cosa dunque. Assai poco.

Lenina Crowne riflette sulle stranezze di Bernard Marx in Aldous Huxley, Il mondo nuovo, capitolo VI.

Nel 1932, un anno prima della salita al potere in Germania dello NSDAP di Hitler, 17 anni prima di Orwell, Huxley pubblicava il romanzo sulla società delle caste e della totale libertà sessuale, sul controllo totale della procreazione e dell’educazione, e della grande ecologia. Brave new world. Il mio terapeuta dice che è più paradigmatico di Orwell. C’ha ragione. Orwell è la distopia del XIX secolo, Huxley quella del XXI.

I due errori di Marx

Il primo errore di Marx è il fatto che sia stato insufficientemente dialettico. La sua teoria è narrativamente eccezionalmente potente, e Marx era consapevole di questo potere. Come mai non si preoccupò del fatto che i suoi discepoli potessero utilizzare il potere dato loro per abusare dei proprio compagni, per approfittare di studenti impressionabili eccetera?

Sappiamo che il successo della Rivoluzione Russa costrinse il capitalismo a compiere una ritirata strategica e a concedere piani previdenziali, servizi sanitari nazionali, e persino l’idea di costringere i ricchi a pagare affinché masse di poveri studenti potessero studiare in scuole e università costruite per scopi liberali. Abbiamo anche visto come la rabbiosa ostilità verso l’Unione Sovietica diffuse la paranoia tra i socialisti e creò un clima di paura che si rivelò particolarmente fertile per figure come Joseph Stalin e Pol Pot. Marx non vide mai il realizzarsi di questo processo dialettico. Semplicemente non considerò la possibilità che la creazione di uno stato di lavoratori avrebbe indotto il capitalismo a divenire più civilizzato mentre lo stato dei lavoratori sarebbe stato infetto dal virus del totalitarismo e l’ostilità del resto del mondo (capitalista) verso di esso sarebbe cresciuta sempre di più.

Il secondo errore di Marx è il peggiore. È stata la sua supposizione che la verità sul capitalismo avrebbe potuto essere scoperta nella matematica dei suoi modelli. Questo è il peggior servizio che Marx avrebbe mai potuto fornire al suo sistema teoretico. Lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al posto che le spettava all’interno dell’economia politica, è stato la stessa persona che ha finito con il dilettarsi con semplicistici modelli algebrici, nei quali le unità del lavoro erano, ovviamente, interamente quantificate, sperando contro ogni previsione di evincere da queste equazioni altre intuizioni sul capitalismo. Dopo la sua morte, economisti marxisti hanno sprecato intere carriere indulgendo in simili tipi di meccanismi scolastici, facendo la fine di quello che Nietzsche una volta descrisse come “pezzi di meccanismo mal funzionanti”. Come ha potuto Marx illudersi così? La ragione del suo errore è un po’ sinistra: proprio come gli economisti volgari che aveva così brillantemente ammonito, egli bramava il potere che la prova matematica poteva dargli.

Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista

Yanis Varoufakis, Confessioni di un marxista irregolare, Asterios, Trieste 2015, pp. 30-35. [citazione non consecutiva].

Un “marxista errante”, come si autodefinisce l’ex ministro delle finanze greco e, chissà, prossimo leader del partito più a sinistra d’Europa. Professore economista awesomissimo che si veste di soli giubbotti di pelle di pastore tedesco, anche d’estate. La sua moto è alimentata con diesel radicale, rigorosamente estratto dalle raffinerie del Capitale.

In questo testo, come in quel bellissimo libro divulgativo che è È l’economia che cambia il mondo, Varoufakis fa un discorso essenziale, che tutti gli studiosi sanno ma di cui poca opinione pubblica è consapevole: le crisi dell’economia non sono propriamente crisi, ma oscillazioni di un sistema che quanto più si avvicina al suo scopo (portare a zero il costo del lavoro attraverso le macchine), tanto più autodistrugge sé stesso.

Un lavoro completamente automatizzato, sogno tanto del padrone-speculatore quanto del lavoratore emancipato, elimina il “surplus” – come il Varoufakis-divulgatore chiama il plusvalore (e “valore d’esperienza” il valore d’uso) -, elimina il guadagno su profitto. È il lavoro automatizzato senza persone, dove non si suda più per vivere: sogno perduto di Adamo ed Eva e incubo di chiunque ha bisogno di fare profitto. E questa tautologica osservazione, tanto ovvia quanto non vista, non la sostiene Yanis, non l’ha teorizzata Lukács, non la diceva Berlinguer, ma l’ha scoperta Marx.

Per questo l’economista tedesco è ancora così fresco, oggi, come strumento di lettura del presente. Perché mostra ogni volta la contraddizione che non vogliamo accettare, quella del processo di produzione: quanto più ci si avvicina alla fine della Storia, tanto più ci si ritrae spaventati di fronte alla fine degli standard di profitto e distribuzione della ricchezza necessari per mantenere un’egemonia.

Edward Snowden, la legge, il corpo e la lezione dei Wilco

Edward Snowden

Edward Snowden intervistato dal Guardian nel giugno del 2015

«Le persone che sostengono di non essere interessate alla privacy, perché non hanno niente da nascondere, non capiscono qual è la reale posta in gioco. È come se dicessero che non gli interessa la difesa di un loro diritto. Dire “non mi interessa della privacy perché non ho nulla da nascondere” è come dire “non mi interessa della libertà di espressione perché non ho niente da dire, né della libertà di stampa perché non ho niente da scrivere”.

Assistiamo a una tendenza preoccupante nelle democrazie più avanzate. I governi cercano di restringere sempre di più i limiti dei nostri diritti. Dopo le elezioni, il primo ministro britannico David Cameron ha pronunciato un discorso in cui insinuava che rispettare la legge non rende automaticamente esenti dall’interferenza del governo nella vita privata. Questo approccio è molto distante dall’impostazione tradizionale delle società liberali. La legge stabilisce i limiti di ciò che è consentito. Andare oltre questo concetto e sostenere che il governo non deve solo decidere ciò che è legale o meno, ma anche ciò che è appropriato, ragionevole o eccessivamente ardito, significa concedere alle autorità un potere che non ha precedenti nel mondo in cui siamo cresciuti. A questo punto dobbiamo chiederci se vogliamo che i nostri figli vivano in un mondo meno libero di quello che abbiamo ereditato.

Uno degli aspetti più tragici della restrizione dei nostri diritti, è che questi programmi non aiutano a combattere il terrorismo. Negli Stati Uniti due commissioni indipendenti hanno esaminato i programmi di sorveglianza analizzando informazioni segrete, e hanno stabilito che in nessuno caso la sorveglianza di massa ha dato un contributo rilevante nelle indagini contro il terrorismo. Sappiamo chi sono i responsabili di tutti gli attacchi, dal Canada all’Australia. La verità è che i governi erano a conoscenza della loro esistenza anche prima degli attacchi. Il problema non è che non sorvegliano abbastanza, ma che sorvegliano troppo, al punto da non capire cosa avevamo per le mani. Quando collezioni troppe informazioni e monitori tutto, poi non riesci a capire. E questo deve cambiare.

Ho già detto un paio di volte che una delle differenze più rilevanti tra la mia vita di oggi e quella prima del 2013, è che oggi lavoro molto più duramente rispetto al passato. Dormo meno e mi alzo prima la mattina, ma nonostante ciò mi sento molto soddisfatto del mio contributo. Avere la possibilità di aiutare, di fare qualcosa, di sentirsi parte di qualcosa di importante dopo essersi lasciati alle spalle la propria vita è qualcosa di gratificante.
Quando penso al futuro sento che c’è ancora molto da fare. Il mio lavoro non è concluso. Anzi, direi che è appena cominciato. Sì, abbiamo realizzato qualcosa, tutti noi che vorremmo cambiare le leggi e le politiche sbagliate. Qui non si tratta di far dimettere qualcuno perché ha sbagliato. Sono i sistemi a essere sbagliati. La nostra missione è migliorare i nostri meccanismi. Non solo adesso, ma sempre. Sarà un percorso lungo. Non dobbiamo cambiare solo le leggi, e i sistemi, dobbiamo cambiare i valori. Dobbiamo cambiare il mondo, non solo il nostro paese. Anche ipotizzando che ci sia una sorta di nuovo illuminismo, per esempio nel Regno Unito, in cui i politici approvano riforme per proteggere i nostri diritti e garantiscono il funzionamento democratico della società, una società in cui l’individuo possa fare affidamento sulla protezione della sua privacy, anche in questo caso, appena le comunicazioni superano i confini nazionali, possono essere rubate da tutti gli stati del mondo. Dobbiamo fare in modo che questi diritti siano garantiti non solo dalla legge, ma anche dagli standard tecnologici che si applicano anche fuori dai confini nazionali».

Estratti dell’intervista del Guardian ad Edward Snowden. (Li ho presi da Internazionale, qui, qui e qui)

Fill up your mind with all it can know, don’t forget that your body will let it all go

L’umanista illuminista  Snowden coagula in queste riflessioni la logica bio-logica della politica moderna.

1. Le leggi non intervengono più soltanto quando è in gioco la violazione di esse, ma si muovono prima, quando c’è il rischio che vengano violate. La legge, oggi, decide anche dei comportamenti “appropriati” (il velo), “ragionevoli” (togliersi le scarpe in aeroporto) o “eccessivamente arditi” (avvicinarsi liberamente a una sede istituzionale). Un uso siffatto della legalità restringe lo spazio del lecito, assottiglia il confine tra legale e illegale, rende sempre più difficile distinguere cosa è permesso e cosa no. Tutto è potenzialmente illecito, perché la legge può intervenire, giudicare e sanzionare in ogni aspetto della tua vita.

Si dice che ci si accorge della corporeità delle cose quando queste sono difettose o manchevoli. Ci si accorge della materialità del proprio braccio quando ce lo tagliano. Delle funzioni, completamente inconsce e autonome, del proprio corpo quando queste iniziano a perdere colpi, come quando invecchi. E il corpo dei vecchi non ci piace. Non ci piace ricordare, abbiamo paura di ricordare, vogliamo solo archiviare, immagazzinare, come quando registri un film promettendoti di riguardarlo mentre non lo farai mai. Ricordare è un’altra cosa. Ci fai i conti con quello che ricordi. È un processo di digestione e selezione.

2. Lo zombie è la metafora della sparizione dell’oblio. «Quando collezioni troppe informazioni e monitori tutto, poi non riesci a capire». La società di oggi somiglia sempre più a un morto vivente, a una gigantesca coazione a ripetere. Basta farsi un giro in aeroporto. Oggi si vuole ricordare tutto, con la conseguenza che si scordano un sacco di cose, come quando studi e non ti riposi un attimo. L’esame verrà una merda. L’oblio è fondamentale per ricordare. Fill up your mind with all it can know, don’t forget that your body will let it all go, cantano i Wilco in Wishful thinking. Nutriti, abboffati, scassati, ma poi lascia che il corpo metabolizzi per te. Come una bella cacata: ti metti per caso a selezionare cosa far uscire dall’ano? No, perché ti fidi del tuo corpo e lo lasci fare.

La società, oggi, non si fida più di nessuno, soprattutto dei corpi. È una checca isterica stitica. La straordinaria lezione di Snowden è che il controllo, per definizione, è defettibile.

La logica insicura del capitalismo

Una delle ultime scene di Breaking Bad

Una delle ultime scene di Breaking Bad

La logica del profitto è storica: il profitto è un modo come un altro per fare economia. Non è quindi una condizione naturale dell’economia, tenendo presente che una condizione naturale dell’economia non esiste.

La logica del profitto è arbitraria: sono proprietario, senza alcun merito ma per pura casualità (di classe, di lignaggio, di acquisti fatti sulla base di rendite precedenti, e così via), di un bene (industria, terreno, etc.) che rendo disponibile nei termini di una sfruttabilità, non di un’adoperabilità: chi disporrà di quel bene deve adoperarlo più di quanto ne abbia bisogno, affinché quel più di lavoro che farà sia ripagato al proprietario per averne concesso l’uso. Essendo il bene non suo, il lavoratore non ha il diritto di adoperarlo il tempo che gli serve, ma dovrà lavorare quel poco in più quanto basta per far fare profitto al capo.

Così alla pura, immeritata (nel senso di casuale) condizione di proprietario/capo/sfruttatore, corrisponde una immeritata (sempre casuale) condizione di dipendente/sfruttato. Il primo merita un profitto sulla base di una condizione (essere il proprietario) puramente casuale. Il secondo merita uno sfruttamento sulla base di una condizione (non sono proprietario) in cui si ritrova, anch’esso, per pura casualità. Alla base del capitale non c’è quindi niente di trascendente. Eppure esso si pone come una trascendenza quando si presenta come una condizione naturale dell’economia in una prospettiva messianica: non c’è alternativa al modo di produzione capitalista, un altro mondo non è possibile.

Il capitale è la più efficace e potente forma di economia perché riflette la pura arbitrarietà dei rapporti di forza, dei territori, dei poteri e delle rendite. Oggi crediamo che tutto questo sia “naturale”, proprio perché riflette, tutto sommato, i rapporti sociali. È il motivo per cui il liberismo ci sembra così “naturale”: è naturale come la giungla. E questa è un’arma teorica davvero straordinaria.

L’economia capitalista mondiale di oggi si regge su una pura arbitrarietà mascherata da naturalità, comprimendo la contraddizione con sistemi sempre più repressivi. Dal XVIII secolo ci vantiamo di essere usciti dallo stato di natura, dalla condizione di animale, e siamo diventati grandi, civilizzati, per abbracciare infine un modello di sviluppo economico basato sullo stato di natura, la giungla, su uno Schumpeter qualsiasi. Il capitalismo è insuperabile per definizione, in due sensi: perché dopo di lui c’è solo distruzione (per sfruttamento delle risorse e degli uomini), e perché non c’è cosa migliore per produrre ricchezza. Davvero non c’è di meglio. Davvero per quanti sforzi possiamo fare (utopici o no che siano), alla fine sempre là andiamo a finire.

Ma credere alla naturalità della logica del profitto non è molto diverso dal credere che la storia sia la volontà di dio: se il capitale è la forma finale dell’economia, il suo luogo naturale e necessario, allora la storia stessa ha una sua finalità, un’intrinseca necessità, come un disegno di dio (un dio capitalista a questo punto).

L’umanità è bizzarra. Si vanta di poter campare tranquillamente dopo la morte di dio sussistendosi con un sistema economico che giustifica sé stesso attraverso una naturalità divina, necessaria, insuperabile. Perché il capitalismo concentra così tanta antropologia? Perché la logica del profitto ha raggiunto oggi la sua egemonia, diventando così metafora per tutto. Ma come tutti gli imperi che raggiungono il massimo livello di espansione, si sente anche terribilmente insicuro, e insiste sulla naturalità della sua posizione arbitraria. Così non gli resta che glorificare sé stesso, visto che non ci sono nemici da demonizzare. Non gli resta che far credere a tutti di essere il luogo necessario e naturale dell’economia, come il fascismo che riscrive la storia dicendo che quest’ultima è sempre stata fascista. È una logica insicura, terribilmente insicura, ma anche terribilmente potente. Tanto potente quanto debole. Un nonnulla la scuote e la mette in crisi. Così, per mantenere la sua egemonia, non gli resta che rappresentarsi come una cosa totalmente naturale e necessaria. Come dio.

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Loro sono il mondo

Ad Antalya, in Turchia, al vertice Nato, ministri e funzionari chiudono la riunione (o si concedono una pausa) cantando We are the world di Michael Jackson. Pare che l’iniziativa sia di una band (mi piacerebbe davvero sapere da dove sia arrivata l’idea). C’erano tra gli altri il ministro turco degli Esteri Mevlut Cavusoglu, l’Alta rappresentante degli Esteri per l’Europa Federica Mogherini, il segretario Nato Jens Stoltenberg.

All’inizio resti sorpreso. Poi ci pensi, e ti rendi conto che non c’è niente di strano.

Nel 1985 Michael Jackson, un uomo distrutto dal narcisismo e dal colonialismo culturale, riunisce ventidue popstar dell’epoca per cantare una canzone dedicata alla pace nel mondo. Ma non parlano dell’imperialismo, della guerra, della radicale ingiustizia del sistema economico mondiale, dell’enorme potere del mercato finanziario. No, parlano di loro, come un narciso che non riesce a uscire dal proprio loop quando si tratta di parlare di qualcosa di diverso che non sia lui. Come il migrante che o ruba o poveretto è affogato: si tratta sempre di me, della mia incolumità fisica e dei miei sentimenti, anche quando sto parlando di te. Chi sono questi loro? Il mondo occidentale, che ha esagerato un po’ con la prepotenza, so let’s start given.

Come lo Zio Tom, come lo Stephen di Samuel L. Jackson in Django Unchained, il re del pop – morto di infarto nel 2009 a cinquant’anni per un’iniezione letale di anestetico per cavalli – agisce come una rimozione, un’autocensura. Mette insieme Cyndi Lauper, Lionel Richie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, per dire al mondo occidentale che “c’è gente che muore”, per cui “è arrivato il momento di dare una mano per la vita”. Niente di emancipante, rivoluzionario. I deboli non vanno sollevati dalla loro condizione (non sia mai) ma il massimo che si può fare è essergli solidali, come quando fai l’elemosina: non è in gioco la condizione di chi aiuti ma la tua propria condizione, la tua coscienza. Non si esce mai da sé stessi perché altrimenti si rischia di minacciare il proprio, che è tutto ciò che conta.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

E cosa hanno fatto ieri i vertici della Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, la rappresentanza militare degli stati vincitori della seconda guerra mondiale? Cosa può cantare se non un noi siamo il mondo. Non sta usando una canzone di pace in modo perverso, ma è la perversione di una canzone che finalmente si libera e diventa esplicita, rivelandosi per quella che è.

Il video della Nato ci mostra la nostra modernità, o postmodernità. Un mondo dal pensiero unico – we are the ones (ones, i propri, i soli, quelli che hanno vinto) who make a brighter day – nel quale si possono finalmente dire le cose come stanno, senza filtri, senza censure.

È vero, siete voi il mondo, bisogna ammetterlo. Oggi più di ieri. Siete rimasti solo voi e il vostro mondo. E potete cantarlo liberamente, senza più neanche uno Zio Tom che vi aiuti.

They are the world. They had always been.

Grazie a Paolo Mossetti per avermi mostrato il video