Il decadentismo di Star Wars

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Il dilagare di citazionismi starwarseschi da parte delle istituzioni, dai cattolici italiani ai democratici americani, non è una cosa divertente. È la conferma che questa prima parte del XXI secolo sarà ricordata come l’epoca dell’isteria della cultura pop, in una curva ascendente direttamente proporzionale alla fine della sua energia creatrice: quando sono i vertici dei quadri a fare proprie, per la massa, tutta una serie di temi cari alla sottocultura, ad andarsene a quel paese è proprio il valore propulsivo di una sottocultura, la sua capacità di emancipare gli oppressi, i secchioni, i piscioni, gli underdog, quelli che di sottocultura si nutrono e che non sono mai la massa. Tipo il rap che diventa popolare, tipo Jay-Z che, nato poveraccio, oggi non è più la voce del ghetto. Fagocitata dal merchandaising e dal serial-cinematografismo, la sottocultura nerd è ormai definitivamente tramontata, soppiantata da tempo dal più socievole e normalizzato geek (una contraddizione in termini, pensateci: un disadattato cool, un sociopatico socievole, praticamente un autistico perfettamente inserito nella società, come si vorrebbero gli autistici).

La conferma che viviamo in un periodo di decadenza delle sottoculture, ridotte a un residuo fatto di splendore estetico (come per il Tardo Impero romano), arriva dal capovolgimento di senso di Star Wars, che da opera di pace in tempi di pace degli episodi IV-V-VI (1977-83), dopo la fase intermedia, autocritica, degli episodi I-II-III (1999-2005), è diventata opera di guerra in tempi di guerra con gli episodi VII-VIII-IX (2015-19). È il segno dei tempi di una politica mondiale senza più blocchi continentali, guerre fredde, buoni e cattivi, ma sempre più egemone, sempre più orientata a destra, sempre più concentrata sulla difesa dell’Impero contro i Ribelli, sempre meno concentrata sugli affari sociali e sempre più diretta al mantenimento dei privilegi e delle differenze di censo, di ceto, di classe. Non sto dicendo che lo Star Wars di oggi è propaganda neoliberale, piuttosto che è la propaganda neoliberale ad essersi appropriata ormai anche di Star Wars: potremmo parlare di Star Wars in modo diverso, meno di Dart Vader e più di Leila, ma abbiamo scelto di fissarci col primo.

Sforniamo mitopoiesi come se non ci fosse un domani. Il citazionismo è ovunque. Ma diciamo la verità, tutto questo pullulare di spade laser e flash mob militari non è rassicurante. Non può entusiasmare un cinema pieno di gente in divisa e facce allegre. Non è nostalgia, inquieta e basta. Un entusiasmo che puzza di marcio perché è nei confronti di una storia lunga, complicata, un’epopea di fantascyenza che richiede passione, non tifo. È bellissimo vedere quanta voglia di sottocultura abbiamo nel XXI secolo, ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: non è voglia di sottocultura ma è un certo uso che della sottocultura si fa per giustificare le egemonie culturali disinnescandone la carica sovversiva, come per l’hipster: un amante della tecnologia “buona”, quella meccanica e difficilmente manipolabile, ridotto ad amante della barba e delle camicie a quadroni.

Il nuovo Star Wars, esattamente come il vecchio, compiace i desideri del pubblico: la differenza è che il pubblico di allora era più ricco, più entusiasta, più ottimista, più emancipato di quello di oggi che è depresso e deve entusiasmarsi per questa nuova formidabile trilogia scritta da un fan ad uso e consumo dei fan. Il problema è che questo entusiasmo, prova provata della contaminazione reciproca tra cultura bassa e alta, è la triste messa in scena del modo in cui il linguaggio politico si appropria di espressioni popolari per adattarli al proprio uso. Il nuovo Star Wars è un ammiccamento continuo. A cosa, non si sa. Come il vecchiardo che per fare lo splendido ammicca e sorride al giovane. E il giovane si chiede: ma questo che vuole?

 

We’ll route them out

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Lacrimogeni sui manifestanti della COP21. Parigi, 1 dicembre 2015

Chissà cosa scriveranno i libri di storia della “lotta al terrorismo”, del termine con il quale i governi occidentali giustificano azioni eterogenee fra loro.

Crollano le Torri gemelle e muoiono migliaia di persone.

We’ll route them out annunciava George W. Bush. E giù con il caos politico in Afghanistan.

Poi in Spagna esplodono dieci zaini.

E quindi giù di nuovo con il caos politico in Iraq.

Poi bombe su autobus e treni a Londra.

E quindi giù con i droni.

Poi a Parigi muore la redazione di un giornale e qualche mese dopo a un concerto se ne vanno in 89, più qualche altra decina di persone per strada. E il presidente socialista, talmente moscio da essere soprannominato dai connazionali flambie, proclama la guerra, la modifica della costituzione e il bombardamento di un paese a migliaia di chilometri in risposta a un attentato compiuto da francesi e belgi.

“Li staneremo”, di nuovo. E quindi giù con le perquisizioni. Bruxelles col coprifuoco per una settimana per arrestare alla fine 17 persone di cui 16 rilasciate dopo poche ore.

Li staneremo. E quindi giù a dare randellate agli ambientalisti in occasione del COP21, con i poliziotti che per raggiungere i crani dei manifestanti calpestano e distruggono i memoriali.

Quindi cominci a pensare che le due cose, azione e reazione, boomwe’ll route them out, sono totalmente slegate. Così ti rendi conto che è qui che risiede la forza di ascensione politica della destra, in questo scollamento tra attacco subìto e difesa attiva, in questa condizione di apparente incompetenza. Per questo un lasciate fare a noi che lo sappiamo fare risulta rassicurante, spingerebbe a votare a destra anche chi in genere non vota a destra. È sparare sulla croce rossa insomma, quello che Salvini ha capito da anni. Come sarebbe altrimenti di fronte al totale disinteresse dei governi occidentali di affrontare un terrorismo proprio: organizzato (almeno in parte) e compiuto da occidentali nati, cresciuti ed emarginati in casa? “Se proprio dobbiamo trasformare i governi da democratici ad autoritari, che a farlo siano chi ste cose le ha già fatte”. No? Almeno così la smettono di stanare sto cazzo.

Avere segreti

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Bernard Marx interpretato da Bud Cort nel film-tv Brave new world (1980)

 

La mania, per esempio, di fare le cose in segreto. Che equivale, in pratica, a non far nulla. Che cos’è infatti, che si può fare in segreto? (A parte, si capisce, l’andare a letto: e del resto non è una cosa che si può fare sempre). Già, cosa dunque. Assai poco.

Lenina Crowne riflette sulle stranezze di Bernard Marx in Aldous Huxley, Il mondo nuovo, capitolo VI.

Nel 1932, un anno prima della salita al potere in Germania dello NSDAP di Hitler, 17 anni prima di Orwell, Huxley pubblicava il romanzo sulla società delle caste e della totale libertà sessuale, sul controllo totale della procreazione e dell’educazione, e della grande ecologia. Brave new world. Il mio terapeuta dice che è più paradigmatico di Orwell. C’ha ragione. Orwell è la distopia del XIX secolo, Huxley quella del XXI.

I due errori di Marx

Il primo errore di Marx è il fatto che sia stato insufficientemente dialettico. La sua teoria è narrativamente eccezionalmente potente, e Marx era consapevole di questo potere. Come mai non si preoccupò del fatto che i suoi discepoli potessero utilizzare il potere dato loro per abusare dei proprio compagni, per approfittare di studenti impressionabili eccetera?

Sappiamo che il successo della Rivoluzione Russa costrinse il capitalismo a compiere una ritirata strategica e a concedere piani previdenziali, servizi sanitari nazionali, e persino l’idea di costringere i ricchi a pagare affinché masse di poveri studenti potessero studiare in scuole e università costruite per scopi liberali. Abbiamo anche visto come la rabbiosa ostilità verso l’Unione Sovietica diffuse la paranoia tra i socialisti e creò un clima di paura che si rivelò particolarmente fertile per figure come Joseph Stalin e Pol Pot. Marx non vide mai il realizzarsi di questo processo dialettico. Semplicemente non considerò la possibilità che la creazione di uno stato di lavoratori avrebbe indotto il capitalismo a divenire più civilizzato mentre lo stato dei lavoratori sarebbe stato infetto dal virus del totalitarismo e l’ostilità del resto del mondo (capitalista) verso di esso sarebbe cresciuta sempre di più.

Il secondo errore di Marx è il peggiore. È stata la sua supposizione che la verità sul capitalismo avrebbe potuto essere scoperta nella matematica dei suoi modelli. Questo è il peggior servizio che Marx avrebbe mai potuto fornire al suo sistema teoretico. Lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al posto che le spettava all’interno dell’economia politica, è stato la stessa persona che ha finito con il dilettarsi con semplicistici modelli algebrici, nei quali le unità del lavoro erano, ovviamente, interamente quantificate, sperando contro ogni previsione di evincere da queste equazioni altre intuizioni sul capitalismo. Dopo la sua morte, economisti marxisti hanno sprecato intere carriere indulgendo in simili tipi di meccanismi scolastici, facendo la fine di quello che Nietzsche una volta descrisse come “pezzi di meccanismo mal funzionanti”. Come ha potuto Marx illudersi così? La ragione del suo errore è un po’ sinistra: proprio come gli economisti volgari che aveva così brillantemente ammonito, egli bramava il potere che la prova matematica poteva dargli.

Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista

Yanis Varoufakis, Confessioni di un marxista irregolare, Asterios, Trieste 2015, pp. 30-35. [citazione non consecutiva].

Un “marxista errante”, come si autodefinisce l’ex ministro delle finanze greco e, chissà, prossimo leader del partito più a sinistra d’Europa. Professore economista awesomissimo che si veste di soli giubbotti di pelle di pastore tedesco, anche d’estate. La sua moto è alimentata con diesel radicale, rigorosamente estratto dalle raffinerie del Capitale.

In questo testo, come in quel bellissimo libro divulgativo che è È l’economia che cambia il mondo, Varoufakis fa un discorso essenziale, che tutti gli studiosi sanno ma di cui poca opinione pubblica è consapevole: le crisi dell’economia non sono propriamente crisi, ma oscillazioni di un sistema che quanto più si avvicina al suo scopo (portare a zero il costo del lavoro attraverso le macchine), tanto più autodistrugge sé stesso.

Un lavoro completamente automatizzato, sogno tanto del padrone-speculatore quanto del lavoratore emancipato, elimina il “surplus” – come il Varoufakis-divulgatore chiama il plusvalore (e “valore d’esperienza” il valore d’uso) -, elimina il guadagno su profitto. È il lavoro automatizzato senza persone, dove non si suda più per vivere: sogno perduto di Adamo ed Eva e incubo di chiunque ha bisogno di fare profitto. E questa tautologica osservazione, tanto ovvia quanto non vista, non la sostiene Yanis, non l’ha teorizzata Lukács, non la diceva Berlinguer, ma l’ha scoperta Marx.

Per questo l’economista tedesco è ancora così fresco, oggi, come strumento di lettura del presente. Perché mostra ogni volta la contraddizione che non vogliamo accettare, quella del processo di produzione: quanto più ci si avvicina alla fine della Storia, tanto più ci si ritrae spaventati di fronte alla fine degli standard di profitto e distribuzione della ricchezza necessari per mantenere un’egemonia.

Edward Snowden, la legge, il corpo e la lezione dei Wilco

Edward Snowden

Edward Snowden intervistato dal Guardian nel giugno del 2015

«Le persone che sostengono di non essere interessate alla privacy, perché non hanno niente da nascondere, non capiscono qual è la reale posta in gioco. È come se dicessero che non gli interessa la difesa di un loro diritto. Dire “non mi interessa della privacy perché non ho nulla da nascondere” è come dire “non mi interessa della libertà di espressione perché non ho niente da dire, né della libertà di stampa perché non ho niente da scrivere”.

Assistiamo a una tendenza preoccupante nelle democrazie più avanzate. I governi cercano di restringere sempre di più i limiti dei nostri diritti. Dopo le elezioni, il primo ministro britannico David Cameron ha pronunciato un discorso in cui insinuava che rispettare la legge non rende automaticamente esenti dall’interferenza del governo nella vita privata. Questo approccio è molto distante dall’impostazione tradizionale delle società liberali. La legge stabilisce i limiti di ciò che è consentito. Andare oltre questo concetto e sostenere che il governo non deve solo decidere ciò che è legale o meno, ma anche ciò che è appropriato, ragionevole o eccessivamente ardito, significa concedere alle autorità un potere che non ha precedenti nel mondo in cui siamo cresciuti. A questo punto dobbiamo chiederci se vogliamo che i nostri figli vivano in un mondo meno libero di quello che abbiamo ereditato.

Uno degli aspetti più tragici della restrizione dei nostri diritti, è che questi programmi non aiutano a combattere il terrorismo. Negli Stati Uniti due commissioni indipendenti hanno esaminato i programmi di sorveglianza analizzando informazioni segrete, e hanno stabilito che in nessuno caso la sorveglianza di massa ha dato un contributo rilevante nelle indagini contro il terrorismo. Sappiamo chi sono i responsabili di tutti gli attacchi, dal Canada all’Australia. La verità è che i governi erano a conoscenza della loro esistenza anche prima degli attacchi. Il problema non è che non sorvegliano abbastanza, ma che sorvegliano troppo, al punto da non capire cosa avevamo per le mani. Quando collezioni troppe informazioni e monitori tutto, poi non riesci a capire. E questo deve cambiare.

Ho già detto un paio di volte che una delle differenze più rilevanti tra la mia vita di oggi e quella prima del 2013, è che oggi lavoro molto più duramente rispetto al passato. Dormo meno e mi alzo prima la mattina, ma nonostante ciò mi sento molto soddisfatto del mio contributo. Avere la possibilità di aiutare, di fare qualcosa, di sentirsi parte di qualcosa di importante dopo essersi lasciati alle spalle la propria vita è qualcosa di gratificante.
Quando penso al futuro sento che c’è ancora molto da fare. Il mio lavoro non è concluso. Anzi, direi che è appena cominciato. Sì, abbiamo realizzato qualcosa, tutti noi che vorremmo cambiare le leggi e le politiche sbagliate. Qui non si tratta di far dimettere qualcuno perché ha sbagliato. Sono i sistemi a essere sbagliati. La nostra missione è migliorare i nostri meccanismi. Non solo adesso, ma sempre. Sarà un percorso lungo. Non dobbiamo cambiare solo le leggi, e i sistemi, dobbiamo cambiare i valori. Dobbiamo cambiare il mondo, non solo il nostro paese. Anche ipotizzando che ci sia una sorta di nuovo illuminismo, per esempio nel Regno Unito, in cui i politici approvano riforme per proteggere i nostri diritti e garantiscono il funzionamento democratico della società, una società in cui l’individuo possa fare affidamento sulla protezione della sua privacy, anche in questo caso, appena le comunicazioni superano i confini nazionali, possono essere rubate da tutti gli stati del mondo. Dobbiamo fare in modo che questi diritti siano garantiti non solo dalla legge, ma anche dagli standard tecnologici che si applicano anche fuori dai confini nazionali».

Estratti dell’intervista del Guardian ad Edward Snowden. (Li ho presi da Internazionale, qui, qui e qui)

Fill up your mind with all it can know, don’t forget that your body will let it all go

L’umanista illuminista  Snowden coagula in queste riflessioni la logica bio-logica della politica moderna.

1. Le leggi non intervengono più soltanto quando è in gioco la violazione di esse, ma si muovono prima, quando c’è il rischio che vengano violate. La legge, oggi, decide anche dei comportamenti “appropriati” (il velo), “ragionevoli” (togliersi le scarpe in aeroporto) o “eccessivamente arditi” (avvicinarsi liberamente a una sede istituzionale). Un uso siffatto della legalità restringe lo spazio del lecito, assottiglia il confine tra legale e illegale, rende sempre più difficile distinguere cosa è permesso e cosa no. Tutto è potenzialmente illecito, perché la legge può intervenire, giudicare e sanzionare in ogni aspetto della tua vita.

Si dice che ci si accorge della corporeità delle cose quando queste sono difettose o manchevoli. Ci si accorge della materialità del proprio braccio quando ce lo tagliano. Delle funzioni, completamente inconsce e autonome, del proprio corpo quando queste iniziano a perdere colpi, come quando invecchi. E il corpo dei vecchi non ci piace. Non ci piace ricordare, abbiamo paura di ricordare, vogliamo solo archiviare, immagazzinare, come quando registri un film promettendoti di riguardarlo mentre non lo farai mai. Ricordare è un’altra cosa. Ci fai i conti con quello che ricordi. È un processo di digestione e selezione.

2. Lo zombie è la metafora della sparizione dell’oblio. «Quando collezioni troppe informazioni e monitori tutto, poi non riesci a capire». La società di oggi somiglia sempre più a un morto vivente, a una gigantesca coazione a ripetere. Basta farsi un giro in aeroporto. Oggi si vuole ricordare tutto, con la conseguenza che si scordano un sacco di cose, come quando studi e non ti riposi un attimo. L’esame verrà una merda. L’oblio è fondamentale per ricordare. Fill up your mind with all it can know, don’t forget that your body will let it all go, cantano i Wilco in Wishful thinking. Nutriti, abboffati, scassati, ma poi lascia che il corpo metabolizzi per te. Come una bella cacata: ti metti per caso a selezionare cosa far uscire dall’ano? No, perché ti fidi del tuo corpo e lo lasci fare.

La società, oggi, non si fida più di nessuno, soprattutto dei corpi. È una checca isterica stitica. La straordinaria lezione di Snowden è che il controllo, per definizione, è defettibile.

La logica insicura del capitalismo

Una delle ultime scene di Breaking Bad

Una delle ultime scene di Breaking Bad

La logica del profitto è storica: il profitto è un modo come un altro per fare economia. Non è quindi una condizione naturale dell’economia, tenendo presente che una condizione naturale dell’economia non esiste.

La logica del profitto è arbitraria: sono proprietario, senza alcun merito ma per pura casualità (di classe, di lignaggio, di acquisti fatti sulla base di rendite precedenti, e così via), di un bene (industria, terreno, etc.) che rendo disponibile nei termini di una sfruttabilità, non di un’adoperabilità: chi disporrà di quel bene deve adoperarlo più di quanto ne abbia bisogno, affinché quel più di lavoro che farà sia ripagato al proprietario per averne concesso l’uso. Essendo il bene non suo, il lavoratore non ha il diritto di adoperarlo il tempo che gli serve, ma dovrà lavorare quel poco in più quanto basta per far fare profitto al capo.

Così alla pura, immeritata (nel senso di casuale) condizione di proprietario/capo/sfruttatore, corrisponde una immeritata (sempre casuale) condizione di dipendente/sfruttato. Il primo merita un profitto sulla base di una condizione (essere il proprietario) puramente casuale. Il secondo merita uno sfruttamento sulla base di una condizione (non sono proprietario) in cui si ritrova, anch’esso, per pura casualità. Alla base del capitale non c’è quindi niente di trascendente. Eppure esso si pone come una trascendenza quando si presenta come una condizione naturale dell’economia in una prospettiva messianica: non c’è alternativa al modo di produzione capitalista, un altro mondo non è possibile.

Il capitale è la più efficace e potente forma di economia perché riflette la pura arbitrarietà dei rapporti di forza, dei territori, dei poteri e delle rendite. Oggi crediamo che tutto questo sia “naturale”, proprio perché riflette, tutto sommato, i rapporti sociali. È il motivo per cui il liberismo ci sembra così “naturale”: è naturale come la giungla. E questa è un’arma teorica davvero straordinaria.

L’economia capitalista mondiale di oggi si regge su una pura arbitrarietà mascherata da naturalità, comprimendo la contraddizione con sistemi sempre più repressivi. Dal XVIII secolo ci vantiamo di essere usciti dallo stato di natura, dalla condizione di animale, e siamo diventati grandi, civilizzati, per abbracciare infine un modello di sviluppo economico basato sullo stato di natura, la giungla, su uno Schumpeter qualsiasi. Il capitalismo è insuperabile per definizione, in due sensi: perché dopo di lui c’è solo distruzione (per sfruttamento delle risorse e degli uomini), e perché non c’è cosa migliore per produrre ricchezza. Davvero non c’è di meglio. Davvero per quanti sforzi possiamo fare (utopici o no che siano), alla fine sempre là andiamo a finire.

Ma credere alla naturalità della logica del profitto non è molto diverso dal credere che la storia sia la volontà di dio: se il capitale è la forma finale dell’economia, il suo luogo naturale e necessario, allora la storia stessa ha una sua finalità, un’intrinseca necessità, come un disegno di dio (un dio capitalista a questo punto).

L’umanità è bizzarra. Si vanta di poter campare tranquillamente dopo la morte di dio sussistendosi con un sistema economico che giustifica sé stesso attraverso una naturalità divina, necessaria, insuperabile. Perché il capitalismo concentra così tanta antropologia? Perché la logica del profitto ha raggiunto oggi la sua egemonia, diventando così metafora per tutto. Ma come tutti gli imperi che raggiungono il massimo livello di espansione, si sente anche terribilmente insicuro, e insiste sulla naturalità della sua posizione arbitraria. Così non gli resta che glorificare sé stesso, visto che non ci sono nemici da demonizzare. Non gli resta che far credere a tutti di essere il luogo necessario e naturale dell’economia, come il fascismo che riscrive la storia dicendo che quest’ultima è sempre stata fascista. È una logica insicura, terribilmente insicura, ma anche terribilmente potente. Tanto potente quanto debole. Un nonnulla la scuote e la mette in crisi. Così, per mantenere la sua egemonia, non gli resta che rappresentarsi come una cosa totalmente naturale e necessaria. Come dio.

Immagine in alto (via)

Loro sono il mondo

Ad Antalya, in Turchia, al vertice Nato, ministri e funzionari chiudono la riunione (o si concedono una pausa) cantando We are the world di Michael Jackson. Pare che l’iniziativa sia di una band (mi piacerebbe davvero sapere da dove sia arrivata l’idea). C’erano tra gli altri il ministro turco degli Esteri Mevlut Cavusoglu, l’Alta rappresentante degli Esteri per l’Europa Federica Mogherini, il segretario Nato Jens Stoltenberg.

All’inizio resti sorpreso. Poi ci pensi, e ti rendi conto che non c’è niente di strano.

Nel 1985 Michael Jackson, un uomo distrutto dal narcisismo e dal colonialismo culturale, riunisce ventidue popstar dell’epoca per cantare una canzone dedicata alla pace nel mondo. Ma non parlano dell’imperialismo, della guerra, della radicale ingiustizia del sistema economico mondiale, dell’enorme potere del mercato finanziario. No, parlano di loro, come un narciso che non riesce a uscire dal proprio loop quando si tratta di parlare di qualcosa di diverso che non sia lui. Come il migrante che o ruba o poveretto è affogato: si tratta sempre di me, della mia incolumità fisica e dei miei sentimenti, anche quando sto parlando di te. Chi sono questi loro? Il mondo occidentale, che ha esagerato un po’ con la prepotenza, so let’s start given.

Come lo Zio Tom, come lo Stephen di Samuel L. Jackson in Django Unchained, il re del pop – morto di infarto nel 2009 a cinquant’anni per un’iniezione letale di anestetico per cavalli – agisce come una rimozione, un’autocensura. Mette insieme Cyndi Lauper, Lionel Richie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, per dire al mondo occidentale che “c’è gente che muore”, per cui “è arrivato il momento di dare una mano per la vita”. Niente di emancipante, rivoluzionario. I deboli non vanno sollevati dalla loro condizione (non sia mai) ma il massimo che si può fare è essergli solidali, come quando fai l’elemosina: non è in gioco la condizione di chi aiuti ma la tua propria condizione, la tua coscienza. Non si esce mai da sé stessi perché altrimenti si rischia di minacciare il proprio, che è tutto ciò che conta.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

E cosa hanno fatto ieri i vertici della Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, la rappresentanza militare degli stati vincitori della seconda guerra mondiale? Cosa può cantare se non un noi siamo il mondo. Non sta usando una canzone di pace in modo perverso, ma è la perversione di una canzone che finalmente si libera e diventa esplicita, rivelandosi per quella che è.

Il video della Nato ci mostra la nostra modernità, o postmodernità. Un mondo dal pensiero unico – we are the ones (ones, i propri, i soli, quelli che hanno vinto) who make a brighter day – nel quale si possono finalmente dire le cose come stanno, senza filtri, senza censure.

È vero, siete voi il mondo, bisogna ammetterlo. Oggi più di ieri. Siete rimasti solo voi e il vostro mondo. E potete cantarlo liberamente, senza più neanche uno Zio Tom che vi aiuti.

They are the world. They had always been.

Grazie a Paolo Mossetti per avermi mostrato il video

I criminali sono buoni o cattivi?

Jonathan Banks e Mark Proksch in

Jonathan Banks e Mark Proksch in “Pimento”, Better Call Saul S01E09

«La morale è che sei vuoi fare il criminale, devi studiare»

«Aspetta, io non sono uno dei cattivi…»

«Non ho detto che sei uno dei cattivi, ho detto che sei un criminale»

«Qual è la differenza»

«Ho conosciuto bravi criminali e cattivi poliziotti. Pessimi preti, ladri onorevoli. Puoi decidere da quale parte della legge stare, ma se fai affari con qualcuno, devi mantenere la tua parola. Te ne puoi andare a casa con i tuoi soldi, e non rifarlo mai più, ma tu hai preso qualcosa che non ti apparteneva, e l’hai venduta per un profitto. Ora sei un criminale. Buono, cattivo, spetta a te»

Jonathan Banks e Mark Proksch in una scena di Pimento, Better Call Saul, S01E09.

***

La morale e la legge sono come le patatine fritte e la nutella. Sono buone, sono cibo, ad alti dosaggi fanno male (moralismo e legalità), ma soprattutto non vanno mischiate. Giorgio Agamben, promessa della giurisprudenza prima di incontrare gli strutturalisti francesi, ha inventato un concetto che rende l’idea di questa incongruenza tra legge, norma e regola da una parte, e tra moralità, etica e bontà dall’altro: inoperosità.

La legge è inoperosa. Che significa? Che il diritto, nel quale la legge opera, da qualche secolo a questa parte non è più un’emanazione (di dio, della natura) ma soltanto una decisione degli uomini. Il reato, dice l’abc della giurisprudenza, è un fatto suscettibile di pena, la pena una condanna conseguente a un reato, e il cerchio si chiude. La legge gira a vuoto su sé stessa, opera sul piano della decisione tra ciò che è legale e illegale, non più su un’oggettiva condotta retta, morale.

Agamben ci insegna che la legge è l’esercizio di un potere che si esplica in due atti: inclusione ed esclusione. La particolarità di questo duplice gesto è nell’atto di esclusione, che non è propriamente un’esclusione ma sempre un’inclusione. Sembra un’espressione alla Derrida, ma il discorso è facile. È l’enigma di San Paolo. Se tutti rispettassimo la legge, se fossimo tutti all’interno della sfera del diritto, la legge non servirebbe più a nulla. La legge in una società ideale giusta è un controsenso: una società che rispetta integralmente la legge fa sparire ogni necessità di qualsiasi legge. (Da qui l’intuizione di Hobbes di ritenere che l’uomo è un cazzimoso lupo solitario che deve essere imbrigliato nell’ordinamento del diritto. “Egli non sa cos’è l’amore” commenterebbe San Paolo).

È necessario che ogni tanto la legge venga violata, altrimenti come esercitare il diritto? La conseguenza è che la lotta contro una legge ingiusta non deve configurarsi propriamente come una lotta contro la legge, perché è proprio quello che la legge vuole. È come la melma di Ghostbuster II, più ti arrabbi meglio è, per lei. I fought the law, the law won.

La grande scoperta della teoria del diritto dell’ultimo paio di secoli è che l’illegalità non è in opposizione alla legalità, ma la sua cosa più propria. L’esterno, ciò che è illegale, fa parte della legge, ne definisce il contorno. È norma, è prassi per la legge, tanto rispettarla quanto violarla. È sadica, ti chiede di violarla, fa la faccia brutta se lo fai ma fondamentalmente ha bisogno di criminali. Come dice la psicoanalisi e una dozzina di libri di Žižek, la legge è come il Super-io: vuole sempre più di quello che puoi dargli e gode nel vederti fallire. Ciò che bandisce, gli appartiene. Si determina così una soglia labile tra legale e illegale, è la ragione per cui le leggi col tempo cambiano, per cui un’azione può andare contro la legge in un periodo storico e in un altro no. Per questo legiferare sui “diritti dell’uomo” è tremendo, perché così l’umano viene insieme incluso ed espulso dallo stato di diritto, assumendo l’inclusione di un uomo e l’espulsione di un non-uomo: avremo sempre bisogno di barbarie, altrimenti come esercitare i “diritti dell’uomo”? I diritti umani sono il rovescio perverso delle leggi razziali.

Ciò che ci mostrano Tony Soprano, Walter White, Mike Ehrmantraut, è che una società fatta di persone che confondono norma e moralità, è una società destinata alla distopia. È una società di automi, morta, quella che crede che si possa rispettare integralmente la legge. Fare la cosa giusta non è sempre il rispetto delle regole. È il quieto vivere, ma il rischio è di ritrovarsi a mangiare nutella spalmata sulle San Carlo dicendoti quanto è buona. Eichmann adorava farlo, eseguiva ordini, giusto?

Perfino il grado zero di moralità, quella utilitarista di Mike (che tu sia criminale o no, quando fai affari devi mantenere la parola) è già fuori dalla legge. La peggiore morale che tu possa immaginare, quella dei buoni affari, ha già quella dignità che qualifica la bontà di un uomo d’onore. La legge non potrà mai darti questa dignità. È ridicola la rispettabilità di un uomo che si limita a rispettare la legge. Il piano di azione morale può coincidere con quello del diritto, possono fare qualche volta un po’ di strada assieme, ma non condividono più lo stesso campo. Si rispetta la legge perché per mettere ordine alle cose non abbiamo di meglio. Si rispetta la legge perché conviene, non perché sia giusto.

Scoparsi la democrazia

Cittadini che si scopano poliziotti

Cittadini che scopano poliziotti

Poliziotti che riprendono passanti che riprendono poliziotti. Succede a Seattle e il video è stato caricato dal canale youtube del Seattle Police Department.

Nel futuro più dispotico che tu possa immaginare, il massimo di sovversione che il potere può rischiare di subire è questa paparazzata, uno specchio che riflette sé stesso, come il gioco che facevo nel salotto di mia zia entrando in quel corridoio infinito che genera due specchi frontali. Questa gente potrebbe star riprendendo qualunque cosa, Madonna sul red carpet o un negro pestato a sangue. Non ha importanza.

Lacan (dai che mo si porta di nuovo lo strutturalismo) la chiama la trappola dell’immaginario, ovvero l’impasse dell’infanzia, l’impossibilità di uscire da una situazione nella quale ci si trova la bomba atomica, tipo (dal più patologico al meno) in braccio alla mamma, davanti a un videogioco, davanti a un film sul divano. L’immagine/video ti calamita e ti assorbe, come il buio in sala e la luce del proiettore. Quella condizione per cui il processo di identificazione è inceppato ai primi passi, ti fa dire io-sono-questo-ma-non-ancora-quello-che-non-sono-io: è il primo momento, quello in cui hai appena scoperto te stesso, il tuo corpo, i tuoi movimenti, e tutto quello che vedi intorno a te è sempre e solo te. Il narciso. E così non vuoi saperne di identificarti in qualcosa che non sia tu, di imparare le regole, di esternare un’azione, di maturare la tua educazione, di diventare grande. La società sta messa un po’ così ultimamente, non vuole cambiare le cose, si scoccia, è così bello sto schermo. Questi guardano l’ingiustizia, l’oppressione e…guardano l’ingiustizia, l’oppressione.

Nell’era dei metadati è questo l’atto rivoluzionario perfetto, non la sovversione fisica, la violenza insurrezionale, botte, proteste, lotta, ma una loro sublimazione. Il futuro chirurgo non tagliuzza più la coda delle lucertole, ma nasce, cresce e muore con un telefonino in mano, nasce già sublimato, per cui non sublima proprio nulla. Sì! Ti riprendo con un cazzo di smartphone così lo posto su youtube e tutti lo vedono poi altri lo posteranno per farlo vedere ad altri che lo posteranno e così finalmente sì, finalmente…tutti vedranno poliziotti che riprendono persone che riprendono poliziotti che riprendono persone che riprendono pol

Scopare viene dal greco skopéo, guardare/osservare. La perversione infinita dello sguardo del potere fotte la democrazia, trasformando le vittime in spioncini.

[ps: non credo skopéo c’entri nulla con “scopare”, però funziona]

un grazie a Pietro Minto che mi ha fatto scoprire il video 

Edward Snowden, umanista illuminista

Edward Snowden e Glenn Greenwald

Edward Snowden e Glenn Greenwald

Ricordo com’era internet prima che fosse sotto osservazione. Non è mai esistita nella storia dell’uomo qualcosa del genere. Potevi avere discussioni alla pari con ragazzini dall’altra parte del mondo, in cui si sapeva che gli era garantito lo stesso rispetto per le loro idee e conversazioni. Specialisti dall’altra parte del mondo, su qualunque argomento, ovunque, in qualunque momento, tutte le volte. Era libero e senza limiti.

Ne abbiamo visto l’effetto spaventoso, il suo raffreddamento e il cambiamento di quel modello verso qualcosa in cui le persone autocontrollano i propri punti di vista, e letteralmente fanno le proprie battute sul finire su una lista nera se si donassero a una causa politica, se dicessero qualcosa in una discussione. È diventato naturale sentirsi osservati.

Molte persone con cui ho parlato mi dicono di come fanno attenzione a cosa scrivono nei motori di ricerca, perché sanno che viene archiviato, e questo limita i confini della loro esplorazione intellettuale.

Sono maggiormente disposto a rischiare l’imprigionamento o qualunque altro esito negativo personale, di quanto sia disposto a rischiare la riduzione della mia libertà intellettuale, e quella di quelli intorno a me, per i quali tengo egualmente come tengo per me stesso. Non significa che mi stia autosacrificando, perché tutto ciò mi restituisce qualcosa, mi fa sentire bene nella mia esperienza umana sapere che posso contribuire al bene degli altri

Edward Snowden risponde alla prima domanda di Glenn Greenwald: se il tuo interesse è di vivere in un mondo in cui ci sia massima privacy, fare qualcosa che potrebbe farti finire in prigione, in cui la tua privacy viene completamente distrutta è un po’ in antitesi con tutto ciò. Come sei arrivato al punto in cui hai pensato che ne valesse la pena? in Citizenfour.

Citizenfour di Laura Poitras è un documento straordinario che testimonia la ragion d’essere del giornalismo: cane da guardia che non determina democrazia ma vi partecipa e basta. Il presupposto del giornalismo è la democrazia, non il contrario: bisogna già vivere in un paese libero per aprirsi un giornale, non il contrario. È una differenza sottile, utile per comprendere il ruolo del quarto potere, senza confonderlo con i mass-media, di cui il giornalismo è una parte dell’insieme. Altrimenti crederemmo che basti un’inchiesta per cambiare le cose, quando queste cambiano con l’azione politica, che col giornalismo c’entra come la specie col genere.

Non basta scoprire i metadati per far sparire i cattivi. Lo scoop del secolo del Guardian ci ha fatto soltanto scoprire che attualmente i buoni non governano, e forse mai lo faranno. Questo è il giornalismo: toglie il velo, rende il re nudo, ma il re può governare come gli pare finché ci riesce. Il potere non ha pudore. Giornalismo è in-formare: mettere in forma quello che si sa per farlo sapere anche agli altri. Non mette in pratica la libertà di espressione, generica definizione che ti porta a insultare Maometto come a dire che la terra è ferma, ma dà immediatamente, nel momento in cui si legge una notizia, la libertà di pensare.

La libertà di espressione è poca cosa, una banale libertà di dire cose tanto sensate quanto insensate, di insultare quanto di giudicare. La libertà dell’uomo non è questo vociare indistinto, questa è la libertà di ululare dell’animale, che pure appartiene all’uomo, ma non è tutto ciò che fa di un uomo un uomo. La libertà di espressione appartiene anche al cane, ma io coi cani non ci discuto. La libertà umana è invece un passo in più oltre questa condizione, una scelta di azione, di messa in pratica, che ognuno prende su di sé: la libertà di ragionare e fare, di non dire cazzate. Tremendamente difficile. Come afferma Snowden, è la libertà intellettuale. Non siamo tutti uguali, davvero c’è una sostanziale differenza tra gli uomini, una darwinistica varietà di specie, ma tutti abbiamo lo stesso cervello, la stessa intelligenza, di cui ne siamo responsabili, di cui dobbiamo esserne degni. Una sostanziale varietà dei corpi di fronte a un’assoluta identità di cervelli. E questo scompagina un po’ il naturale ordine darwinistico delle cose.

L’eguaglianza delle intelligenze è il legame comune del genere umano, la condizione necessaria e sufficiente affinché una società d’uomini possa esistere

Jacques Rancière, Il maestro ignorante, Mimesis.

Ecco il passo in più da fare: bisogna rinunciare alla tolleranza verso chi non usa la ragione, verso chi non ha il coraggio di conoscere. Il che non significa fare fuori chi è stupido, soltanto insegnargli a ragionare.

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Evelyn Beatrice Hall (non Voltaire)

Che cosa terribile e ipocrita da dire: non ti sopporto, ma la perbenista società dei costumi mi costringe a sorriderti. Non vi dà questa idea? Mi sembra di dover difendere il diritto di una persona a restare un fesso. Io difenderò il diritto di quella persona ad usare meglio il suo cervello o a studiare le cose che non sa, ma mai difenderò il suo diritto a vociare cazzate se so che quello che dice è frutto di mancata riflessione, di ignoranza. Poi se stiamo discutendo dei sistemi pensionistici, del finanziamento a un’opera, insomma di pratiche democratiche di discussione politica, possiamo non essere d’accordo perché non sappiamo gli effetti delle nostre decisioni, ma anche in questo caso strapparsi i capelli e chiamare in causa la propria vita affinché l’altro mi dica la sua in ogni caso mi sembra un po’ esagerato, perché tanto a passare sarà una delle due posizioni, mica la somma magica delle due. Lo spirito di tolleranza a oltranza non mette al centro quello che dello spirito dell’illuminismo fa luce: la ragione. Il diritto per Sheikh Bandar al-Khaibari di affermare che lui in Cina in aereo non ci arriva se la terra gira è il suo dovere di ritornare a scuola, ma questa volta aprendo i manuali di storia della scienza e i saggi dei filosofi, piuttosto che limitarsi a studiare un solo libro religioso. Io la libertà di dire che la terra è ferma a quello non gliela do, in nome di una libertà di capire perché non è vero che la terra è ferma.

Sapere aude! Siamo tutti uguali in quanto esseri umani dotati di ragione, il che è una definizione universale e insieme particolare, qualcosa di più di quella massima universale e inconsistente della libertà di espressione. Libertà di espressione è foglia di fico per colonialisti, libertà intellettuale è impegno morale ad essere giusti, perché abbiamo un cervello che ci fa capire il mondo. Se avessimo soltanto il diritto di esprimerci, potremmo ridurre il tutto alla libertà di ululare feeds su facebook. Invece, se avessimo anche il diritto di usare il cervello sarebbe molto più difficile controllare una massa di acculturati (magari pure culturisti che ti fanno un culo così).

Dalla riflessione profondamente umana di un ex militare, che per ragioni che forse non sapremo mai decide di rinunciare alla famiglia e alla donna che ama, emergono due cose.

1. Una potenza intellettuale formidabile, degna del miglior illuminista. Sì, è vero, il potere del controllo dei corpi e delle identità che determina l’archiviazione e l’analisi dei metadati rende dispotiche e paranoiche le relazioni sociali, lo sanno tutti quelli che usano i social network. Ma Snowden osserva acutamente che ciò che fa la differenza tra l’Internet ingenuo e libero degli anni ’90 da quello capitalista del XXI secolo non è il semplice controllo, ma la limitazione della libertà intellettuale. Come se Snowden ci stesse dicendo che Internet oggi è diventato un regime formale, una sala da thé castrata che non lascia libera energia al pensiero, o meglio, come dice Snowden, all’«esplorazione intellettuale». Snowden dice le stesse cose che affermava più di due secoli fa Kant quando polemizzava con Jacobi.

In verità si è soliti dire che un potere superiore può privarci della libertà di parlare o di scrivere, ma non di pensare. Ma quanto, e quanto correttamente penseremmo, se non pensassimo per così dire in comune con altri a cui comunichiamo i nostri pensieri, e che ci comunicano i loro? Quindi si può ben dire che quel potere esterno che strappa agli uomini la libertà di comunicare pubblicamente i loro pensieri li priva anche della libertà di pensare, cioè dell’unico tesoro rimastoci in mezzo a tutte le imposizioni sociali, il solo che ancora può consentirci di trovare rimedio ai mali di questa condizione

Immanuel Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi.

2. Una potenza umanistica formidabile, una cognizione della natura umana degna del miglior rinascimentale di corte. Nella risposta a Greenwald, Snowden è molto più sincero di quanto sembri. Non ha sacrificato la sua vita, in realtà non ha sacrificato proprio nulla. Il suo non è propriamente un sacrificio, perché nel sacrificare la sua di libertà ottiene qualcosa di più grande, «sapere che posso contribuire al bene degli altri». Il che sembra pura retorica buonista, ma ascoltiamo (per chi ha il video) o rileggiamo quello che dice: «mi fa sentire bene [I feel good] nella mia esperienza umana sapere che posso contribuire al bene degli altri». Ciò che guida Snowden è un egoismo di specie: sa che una volta toltosi questo peso, quello di far sapere a tutti cose che pochi sanno, si sentirà degno di essere un uomo. Tutto ciò lo fa sentire bene, non male. Dovreste sentire come dice I feel good, guardatevi Citizenfour e ditemi se non sembra James Brown. I feel good, as a mankind.

Snowden è cresciuto a Fort Maude, in Pennsylvania. È sempre stato un militare. Sentirlo parlare è vedere un militare che pensa. Probabilmente ciò che lo ha spinto a parlare è la frustrazione che genera questo mondo in cui è cresciuto, dove “sai già cosa succederà domani”, dove i rapporti sono gerarchici e il controllo è la prima forma di sicurezza delle persone e le cose. «È una sensazione inusuale che è piuttosto difficile da spiegare, da descrivere o comunicare con le parole» spiega il ragazzo chiuso da settimane in una stanza di albergo di Hong Kong, riflettendo sul suo stato d’animo a due giorni dall’uscita dei primi due articoli sul Guardian e il Washington Post.

Non sapere cosa stia per succedere nei prossimi giorni, nelle prossime ore, la prossima settimana, fa paura ma allo stesso tempo è liberatorio.

È un militare che ragiona e che scopre un mondo che non è una caserma:

La pianificazione riesce molto più facile perché non hai tutte quelle variabili da tenere nel piatto, puoi solo agire, e poi agire di nuovo

Magari lo ha fatto per vanità, un magico momento in cui l’egoismo narciso è indistinguibile da un puro gesto di altruismo. E questo, lasciatemelo dire, è proprio dell’uomo. Sublime.