La politica è come acquistare una lavatrice

«Abbiamo già provato tutto. Abbiamo provato il re, non ha funzionato. Dopo, abbiamo provato il socialismo con Nasser, e, persino all’apice del socialismo, c’erano ancora i pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Dopo, abbiamo provato il centro, poi il capitalismo […] E non funziona. Potremmo benissimo provare i Fratelli musulmani, adesso, vedere se questo funziona. Comunque, non abbiamo nulla da perdere».

Un tassista allo scrittore egiziano Khaled al-Khamissi.

Mi ricorda tanto il discorso di alcuni italiani che votavano Berlusconi.

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In Egitto sta accadendo lo Stato

«Che legittimità ha un potere non eletto dal popolo che contraddice e annulla un potere eletto dal popolo?». Con questa domanda apparsa sull’Amaca il giornalista Michele Serra pone una domanda che cancella cent’anni di pensiero politico, di riflessioni sulla politica. Che te ne fai del senso dell’atto fondativo di uno Stato. Che te ne fai di Rousseau, Tocqueville, Marx, Schmitt, Kantorowicz, Foucault, quando puoi liquidare tutto ciò in una tremenda, superficiale riflessione sui “poteri eletti dal popolo”? Non ci vuole un’enorme erudizione per sapere che la Fondazione, l’atto fondativo, l’atto creativo, è ciò che avviene fuori quello che determina. Non è un’opinione, non si tratta di punti di vista. La storia ti mostra questo. E’ forse la costituzione stata creata dalla legge? No, da costituenti, ovvero da persone nominate da nessuno che nel costituire si costituiscono come coloro che costituiscono. Si pongono fuori, pur appartenendo retroattivamente a quello che creano. E’ forse la legge creata da legislatori? No, perché questi ultimi diventano tali quando la legge già c’è. In logica è il concetto di insieme, che pur non essendo incluso, appartiene all’insieme: lo nomina ma non vi fa parte, non è una parte del tutto, è il tutto che determina le parti. 

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E’ un punto fondamentale, la realtà della fondazione di uno Stato. Una verità che andrebbe insegnata a scuola, ma che purtroppo circola solo nelle Accademie, oltretutto come una consapevolezza alquanto ovvia. In questo momento, osservando quello che succede in Egitto, abbiamo la straordinaria occasione di vedere uno Stato in fieri, o almeno che in qualche modo ricomincia da capo. Reboot si direbbe oggi. Il generale Abdel Fattah el-Sissi ha sospeso la costituzione e messo in mano alla corte costituzionale l’onere di organizzare le elezioni presidenziali. Sembra un controsenso: si dà a un gruppo di uomini destituiti del loro strumento di potere (la Costituzione) il compito di stabilire i presupposti affinché la vecchia o una nuova Costituzione possa ripartire. Eppure non si può fare altrimenti.

Non c’è da aver paura. «Ma della democrazia, quando è d’impiccio, che ne facciamo?» si domanda ancora Serra, dando un’altra coltellata alla Storia dello Stato moderno, o forse alla storia dello stato in generale. E’ forse la democrazia piovuta dal cielo? Sono state tagliate centinaia di teste per creare quell’idea di Stato a cui siamo abituati oggi, e di fronte a una rivoluzione che, diciamoci la verità, è stata un pranzo di gala, se sorge il “timore” che quello stesso Stato democratico sia a rischio, vuol dire che si sta dimenticando la storia. Non me la prendo con Serra, cerco solo di chiamare alla responsabilità etica i tanti come lui che hanno una rubrica pedagogica letta da migliaia di persone. Stiamo parlando di giornalisti che sicuramente avranno letto uno dei tanti Montesquieu e Agamben, e che poi se ne escono con tali banalità, dimenticando le loro stesse letture, le loro stesse consapevolezze.

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La conclusione di questo ragionamento non è che nell’atto fondativo di uno Stato la violenza è necessaria, ma che quando si fondano le regole, quando si stabiliscono leggi lì dove ancora non ci sono, o non ci sono più, il luogo in cui vengono fatte, le persone che le determinano, si pongono fuori da ciò che solo successivamente apparterranno, determinando ciò da cui sono in un certo senso anche determinati: lo Stato. Ne Le età del mondo, uno degli ultimi scritti di Friedrich Schelling rimasto incompiuto, il filosofo tedesco della natura e dell’arte fa un bellissimo ragionamento sul concetto di Fondamento. Quello che noi generalmente intendiamo per Fondamento, l’atto creativo che fonda il mondo, scrive Schelling, in realtà andrebbe scritto con la effe minuscola. Prima di creare, Dio ha dovuto prima dire NO al caos, a quell’indistinta forma, a quel Tutto in cui era immerso. Ha dovuto prima fondarsi come colui che fonda, e poi fondare con un immenso Big Bang tutto ciò che ci circonda. Ha dovuto compiere la scelta: fare o no il mondo. L’Egitto si trova esattamente in questo momento: sta decidendo come e quando prendere le distanze dal caos per generare il luogo nel quale la società egiziana si riconoscerà in futuro. Ed è un momento particolare, perché pur essendo fuori dalla legge, essendo come abbiamo detto ogni atto fondativo fuori-legge, ha come unico scopo quello di stabilire la Legge, la Costituzione. Questo momento è tremendamente affascinante, è quello che se lo si guarda troppo da vicino si rischia di rimanere cechi. E’ il momento in cui Antigone viene murata viva dentro la tomba del fratello Creonte: non sapremo mai cosa sta succedendo lì dentro, e cosa porterà la figlia di Edipo ad impiccarsi. Non sapremo mai tutto quello che sta succedendo ora nelle stanze del palazzo dove fino a ieri risiedeva Mohamed Morsi, e ora starebbero per confrontarsi i capi religiosi, politici e militari dell’Egitto. Sapremo cosa hanno deciso, ma non come e non tutto quello che hanno deciso. E’ il luogo contraltare di piazza Tahrir, dove tutto è in mostra, ma poco si decide, ma molto anche si determina, e che forse si muove allo stesso modo delle stanze del Palazzo, della tomba di Creonte: una moltitudine indistinta.

Nella prima foto: piazza Tahir in festa dopo la caduta del presidente Morsi (AP Photo/Amr Nabil). Nella seconda: un ritratto di Friedrich Schelling del 1848.

La rivoluzione non è un trailer

sam bacile

E’ ovvio che non è stato il trailer di un film di cui non si conosce l’autore ad aver scatenato l’ondata di proteste contro le sedi diplomatiche statunitensi in Egitto, Yemen, Libia, Iran e Israele. La causa delle proteste di questi ultimi giorni in Medio Oriente va ricercata altrove. E’ la stessa di questi ultimi anni, quella che cade sotto il nome di “primavera araba”. Che cos’è la primavera araba? E’ il risveglio dell’inesistente. Che cosa vuole questo inesistente che si è risvegliato? La cacciata dei raìs e la lotta contro l’imperialismo nordamericano. L‘“e” in questione funziona allo stesso tempo da congiunzione e predicato: la fine dei regimi è la lotta contro gli Stati Uniti come presenza politica. Hussein, Gheddafi, Mubarak, Ben Ali e gli Stati Uniti sono agli occhi dei rivoltosi la stessa cosa, congiunzione e predicato: i regimi caduti sono la politica estera statunitense, quella stessa politica che prima li ha sostenuti e poi fatti cadere. L’ambivalenza degli States come fautori sia dell’ascesa che della caduta rafforza il valore logico dell””e”: gli Stati Uniti in quanto potenza sono implicati in tutte le dinamiche politiche del Medio Oriente.  

Se non si coglie questo punto fondamentale si finirà sempre per cozzare contro un inspiegabile follia integralista islamica alqaedista jihadista coranista alla base delle violenze, quando invece, come tutto il mondo occidentale riconosce, siamo di fronte a qualcosa di ben più solido: la primavera araba, un nome inventato per etichettare dolcemente un evento violento e drammatico. “La rivoluzione – insegna Mao – non è un pranzo di gala”.

Gli inesistenti

In un mondo strutturato dallo sfruttamento e dall’oppressione, vi sono masse di persone che, propriamente parlando, non possiedono alcuna esistenza. Non contano nulla. Nel mondo di oggi, per esempio, non è praticamente africano che conti qualcosa. Diciamo che queste persone sono presenti nel mondo ma assenti dal suo senso e dalle decisioni sul suo avvenire. Diciamo che sono l’inesistente del mondo. Soltanto un’oligarchia lontana ma onnipresente riesce a collegare la successione degli episodi di vita delle persone al parametro unificato del profitto, e a nutrirsi di questo.
E diremo allora che un cambiamento del mondo è reale quando un inesistente del mondo comincia a esistere in questo stesso mondo con un’intensità massima. E’ esattamente quello che dicono ora le persone che stanno scendendo in piazza in Egitto. E’ la liberazione dell’esistenza: i poveri non sono diventati ricchi, in fondo non è cambiato niente. Quello che è successo invece è che l’esistenza dell’inesistente è stata liberata grazie a quello che io chiamo un evento, che in se stesso è quasi sempre inafferrabile. Che cosa osserviamo oggettivamente? Nel giro di pochi anni una piazza del Cairo si conquista una celebrità planetaria. La cosa veramente straordinaria è che la potenza di questo fenomeno è tale da far inchinare tutto il mondo, persino i suoi nemici più accaniti e nascosti.
I rivoltosi radunati in una piazza del Cairo sono dunque il “popolo egiziano”? Ma, in tutta questa faccenda, che fine fa il dogma democratico, il sacrosanto suffragio universale? Non è pericoloso? Tutto sommato, fossero anche un milione, non sono ancora tanti rispetto agli ottanta milioni di egiziani. In termini di cifre elettorali, è un fiasco garantito! Ma questo stesso milione di persone presenti sul posto vale tantissimo se cominciamo a non misurare più l’impatto politico dal numero inerte e separato, come si fa con i voti. La sua forza risiede nell’intensificazione dell’energia soggettiva (le persone si sentono indispensabili giorno e notte, tutto è entusiasmo e passione) e nella localizzazione spaziale della propria presenza (le persone si radunano in luoghi diventati imprevedibili, piazze, università, viali, fabbriche…). E’ la prova che nel caso di queste configurazioni – le rivolte storiche che aprono a possibilità nuove – è presente un elemento di universalità prescrittiva.

Alain Badiou, Il risveglio della storia, pp. 59-62, Ponte alle Grazie, Bergamo 2012.