La rivoluzione non è un trailer

sam bacile

E’ ovvio che non è stato il trailer di un film di cui non si conosce l’autore ad aver scatenato l’ondata di proteste contro le sedi diplomatiche statunitensi in Egitto, Yemen, Libia, Iran e Israele. La causa delle proteste di questi ultimi giorni in Medio Oriente va ricercata altrove. E’ la stessa di questi ultimi anni, quella che cade sotto il nome di “primavera araba”. Che cos’è la primavera araba? E’ il risveglio dell’inesistente. Che cosa vuole questo inesistente che si è risvegliato? La cacciata dei raìs e la lotta contro l’imperialismo nordamericano. L‘“e” in questione funziona allo stesso tempo da congiunzione e predicato: la fine dei regimi è la lotta contro gli Stati Uniti come presenza politica. Hussein, Gheddafi, Mubarak, Ben Ali e gli Stati Uniti sono agli occhi dei rivoltosi la stessa cosa, congiunzione e predicato: i regimi caduti sono la politica estera statunitense, quella stessa politica che prima li ha sostenuti e poi fatti cadere. L’ambivalenza degli States come fautori sia dell’ascesa che della caduta rafforza il valore logico dell””e”: gli Stati Uniti in quanto potenza sono implicati in tutte le dinamiche politiche del Medio Oriente.  

Se non si coglie questo punto fondamentale si finirà sempre per cozzare contro un inspiegabile follia integralista islamica alqaedista jihadista coranista alla base delle violenze, quando invece, come tutto il mondo occidentale riconosce, siamo di fronte a qualcosa di ben più solido: la primavera araba, un nome inventato per etichettare dolcemente un evento violento e drammatico. “La rivoluzione – insegna Mao – non è un pranzo di gala”.

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