A che serve la filosofia (e la comunità)

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«Ciò che la filosofia stessa rivela, una volta giunta al limite, è che l’esistenza non è un’autocostituzione di senso, ma ci offre piuttosto l’essere che precede il senso. Di qui l’immancabile effetto comico della filosofia: fallisce a colpo sicuro il reale dell’esistenza.
Immagino che non ci sia nessun vero filosofo che non si sia sentito, almeno una volta nella vita, stretto dall’angoscia di questa beffa. Non uno che si sia detto, almeno una volta, che tutto il lavoro del pensiero è un onere inutile e grottesco, mentre l’esistenza, la vita, la morte, il pianto, la gioia, l’infimo spessore quotidiano lo precedono sempre e di molto. Viceversa la comunità tollera soltanto con humour o con ironia colui che la tradisce più di tutti gli altri. In un certo senso l’unica questione sarebbe questa: perché continuano ad esserci dei filosofi e perché la comunità continua a far loro posto? Perché questa funzione non è scomparsa insieme con la ricerca della pietra filosofale?

Sul suo limite la filosofia ha dunque a che fare col fatto che il senso non coincide con l’essere (almeno finché l’essere è considerato il luogo del senso). E’ quindi il limite dove anche la comunità si sospende: non c’è un’autocomunicazione del senso e la comunità non ha forse niente e soprattutto non è niente di comune. Essa non ha neppure co-umanità, co-naturalità o co-presenza con una qualunque cosa di un mondo che essa rende inabitabile man mano che lo investe. Al limite – della comunità, della filosofia – il mondo non è un mondo – è un cumulo, e forse immondo. Non possiamo più dire: «ecco il senso, ecco la co-umanità ed ecco la filosofia – o le sue filosofie, nella loro feconda competizione…». Si sa soltanto questo: il senso non può appropriarsi il reale, l’esistenza.
Tale è il ‘senso’ di tutti i ‘temi’ maggiori del pensiero contemporaneo – che si tratti dell”essere’, del ‘linguaggio’, dell”altro’, della ‘singolarità’, della ‘scrittura’, della ‘mimesi’, della ‘molteplicità’, dell”evento’, del ‘corpo’ o di molti altri ancora. Si tratta sempre di ciò che si potrebbe chiamare, nel lessico tradizionale delle dottrine, un realismo della verità inappropriabile».

Jean-Luc NancyLa comunità inoperosa, Cronopio, Napoli 2013, pp.178-180.

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A questo punto, continuando nel percorso decostruzionista, direi che ci calza a pennello Badiou:

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«La filosofia ha in realtà una doppia origine, e credo che non si insista a sufficienza su questo punto. La filosofia non è nata in modo semplice: come tanti altri mostri, è nata due volte. E’ nata una prima volta con tutti quelli che chiamiamo i presocratici: Parmenide, Eraclito, Empedocle. Ma tutti loro erano poeti, dunque la filosofia è nata la prima volta nella poesia. E’ nata una seconda volta, probabilmente con Platone, o con Socrate, e questa seconda nascita era contraria alla prima. La seconda nascita è una critica della prima. 
Il poeta parla mediante l’autorità della parola. Se leggete ciò che rimane di Eraclito e di Parmenide, potrete sentire bene questa autorità pura della parola: “del non-essere non ti permetto di dirlo né di pensarlo”; “tutto scorre, nulla rimane immobile”. Questo è il tono della prima filosofia, un tono ancora molto vicino a quello della parola sacra, quella parola che dichiara che la sua verità è legata a colui che parla. La filosofia è nata con quell’autorità.
La seconda nascita è invece la critica radicale di questo punto e comporta un’idea completamente diversa: l’idea che la verità di ciò che viene detto non deve dipendere da colui che parla, la parola della verità non è parola sacra, bensì parola che deve essere provata. Si tratta di un conflitto molto profondo perché riguarda l’origine stessa della verità. La verità è ispirazione soggettiva? Oppure è un sistema di dimostrazioni e argomenti che chiunque può far proprio, riprodurre e discutere?»

Alain BadiouDel capello e del fango, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2009, pp. 52-53.

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L’affresco di Raffaello Sanzio è quindi sbagliato: non sono Platone e Aristotele i fratelli coltelli, ma Parmenide e Socrate, che guarda caso sono uno sopra l’altro.
Ad ogni modo, filosofia è convincere argomentando. Eggrazie che poi ti si scolla essere e senso, esistenza ed essere, cose e parole. Se davvero filosofia è, nel dire, tenere insieme due intenzioni contrapposte, allora si merita la sua fine, il suo proprio fine, la sua indecidibile scoperta: la verità è inappropriabile.

Che cos’è il fascismo

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«Il fascismo ignobile e il fascismo in quanto estremo rimedio del capitale, il fascismo miserabile era anche un tentativo di rispondere – miserabilmente, ignobilmente – al regno già instaurato, già soffocante della società. Fu un sussulto grottesco o abietto di un’ossessione della comunione che cristallizzò il motivo della sua sedicente perdita e la nostalgia dell’immagine della sua fusione. Il fascismo, in questo senso, fu una convulsione del cristianesimo che affascinò in fondo tutta la cristianità moderna».

Jean-Luc NancyLa comunità inoperosa, Cronopio, Napoli 2013, pp. 46-47.

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Fascio è ciò che unisce. Totale è l’organizzazione della società dei totalitarismi. Dov’è l’uomo in tutto ciò? Non l’uomo dell’avvenire, ma quello del capriccio e della passione (Bataille)? Non c’è. Non c’è spazio per l’uomo se tutto ciò che conta, tutto ciò che ha senso, è l’unità in una nebulosa idea, quella della “gloria” dell’Impero Romano (un’autentica nostalgia sarebbe stata improponibile visto che avrebbe incluso Nerone). La riflessione del filosofo francese costituisce il terreno per ogni possibile giudizio su ciò che ha rappresentato il fascismo per la società (quello che ha rappresentato e tuttora rappresenta per noi italiani è un discorso differente, anche se il punto di partenza è lo stesso). Il fascismo è grottesco perché all’organizzazione totale della società vi si oppone con la stessa natura: la produzione totale. Quello che l’estrema destra ancora non ha capito, o fa populisticamente finta di non capire, è che il fascismo è un finto anticapitalismo, semmai la più irrazionale, potente e imprevedibile arma della produzione totale.