La filosofia è gaia, ma non è una scienza

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«Corrispondentemente alla disposizione complessiva della storia dell’uomo sulla terra, il carattere tecnico-industriale avviato da circa un secolo e mezzo contribuirà a determinare l’ulteriore destino della scienza odierna. Il contenuto semantico della parola “scienza” si svilupperà quindi in questa direzione che lo porta ad identificarsi con il concetto francese di science, termine con il quale si intendono le discipline matematico-tecniche. Già oggi i grandi rami dell’industria e lo stato maggiore generale sono molto meglio “informati” delle “università” sulle necessità “scientifiche” […].

Le cosiddette “scienze dello spirito” però non si svilupperanno a ritroso fino a diventare una componente delle “belle arti” di un tempo, ma si trasformeranno in uno strumento di educazione “politico-ideologica” […].

A differenza della “scienza”, in filosofia le cose stanno in modo del tutto diverso. Dicendo qui “filosofia” si intende soltanto l’opera dei grandi pensatori. Questa, anche nel modo di comunicare, ha i suoi tempi e le sue leggi. La fretta di pubblicare e la paura di arrivare troppo tardi vengono qui a cascare già per la ragione che dell’essenza di ogni genuina filosofia fa parte l’essere necessariamente fraintesa dai suoi contemporanei. Perfino nei confronti di se stesso il filosofo deve cessare di essere un proprio contemporaneo […], ancora oggi noi dobbiamo durare fatica per capire ad esempio la filosofia di Kant nel suo contenuto essenziale […]. Anche Nietzsche non pretende di essere capito in modo compiuto, ma vuole avviare un cambiamento dello stato d’animo fondamentale, vuole trasformare i suoi contemporanei soltanto in padri e antenati di quello che deve venire».

1937

Martin Heidegger, Nietzsche, Adeplhi, Milano 2005, pp. 227-228.

Che cos’è il linguaggio

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«Il linguaggio umano, rispetto a quello degli altri animali, non è interamente iscritto nel codice genetico, ma legato anche a una tradizione esosomatica. Il linguaggio avviene all’infante dall’esterno, storicamente, e se egli non è esposto al linguaggio entro una certa età, perde per sempre la possibilità di parlare. Ma per questo il linguaggio anticipa anche sempre il parlante, lo priva per così dire della sua voce (il linguaggio umano non è mai voce, come quello animale) e può diventare la sua prigione in una misura sconosciuta alle specie animali. Ma è anche la sua unica possibilità di libertà. Per riprendere l’immagine di Wittgenstein, l’uomo sta nel linguaggio come una mosca intrappolata nella bottiglia: quel che egli non può vedere è proprio ciò attraverso cui vede il mondo. Tuttavia la filosofia consiste appunto nel tentativo di aiutare la mosca a uscire dalla bottiglia, o almeno a prenderne coscienza».

Giorgio Agamben intervistato da Adriano Sofri, in Reporter, sabato 9/domenica 10 novembre 1985, pp. 33-33. (via)

Che cos’è la matematica?

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«”Matematico” deriva, quanto alla sua formazione, dal greco τα μάθημαματα, ciò che si può imparare ed insieme insegnare; μανθάνειν significa imparare, μάθησις insegnamento […].

Da lungo tempo siamo abituati a pensare ai numeri, ogni qualvolta si usa il termine “matematico”. Chiaramente la mathesis e i numeri sono tra loro in rapporto. Ma ora, essendo i numeri in tale relazione con la mathesis, ci si deve chiedere ancora: perché proprio i numeri vengono considerati come ciò che è in senso eminente “matematico”? Cos’è mai la mathesis, se proprio il numero dev’essere concepito e rappresentato come il “carattere matematico” per eccellenza? 

Μάθησις significa apprendimento; μαθήμαματα ciò che può essere appreso. Come si è detto, con tale nome si indicano le cose in quanto possono essere apprese. L’apprendere è un modo di ricevere facendo proprio ciò che si riceve. Quindi non ogni prendere è un apprendere. Ora, qual è il modo di prendere che distingue l’apprendere? In senso rigoroso non possiamo apprendere una cosa, ad es. un’arma; possiamo apprendere soltanto l’uso della cosa […]. Soltanto se sappiamo in anticipo che cos’è un’arma, ciò che ci è posto innanzi agli occhi diviene per noi visibile per quello che è […]. Quando giungiamo a conoscerla veramente, in modo determinato, allora prendiamo conoscenza di qualcosa che propriamente già abbiamo. Proprio questo “prendere conoscenza” è la vera e propria essenza della μάθησις . I μαθήμαματα sono le cose in quanto noi ne prendiamo conoscenza, in quanto noi prendiamo conoscenza di ciò che delle cose stesse propriamente conosciamo in anticipo […]. La mathesis è ciò che invero già conosciamo “delle” cose, ciò che, conseguentemente, non prendiamo soltanto da loro, ma in certo modo rechiamo già in noi.

Possiamo ora comprendere perché il numero è qualcosa di “matematico”. Vediamo tre sedie e diciamo: sono tre. Che cosa sia il “tre” non ce lo dicono le tre sedie, e neppure tre mele o tre gatti o tre altre cose qualsiasi. Piuttosto noi possiamo contare tre cose, se già conosciamo il “tre”. Ciò di cui prendiamo conoscenza non lo ricaviamo da nessuna cosa. Noi prendiamo ciò che in qualche modo già abbiamo. Ed è appunto questo che così può essere appreso, che dev’essere concepito come “matematico”».

Martin Heidegger, La questione della cosa, Mimesis, Milano 2011, pp. 65, 67, 68, 69.

La matematica/μαθήμαματα è il sapere della comprensione(Platone), l’accordo della cosa con il pensiero (Kant).

Che cos’è corpo

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Il sentimento, in quanto sentirsi, è proprio il modo nel quale noi siamo un corpo; essere un corpo non significa che a un anima venga attaccata in più una zavorra chiamata corpo, ma, nel sentirci, il corpo è incluso fin da principio nella nostra identità, e precisamente in modo che esso, nel suo essere in uno stato, ci permea. Noi non «abbiamo» un corpo allo stesso modo in cui teniamo in tasca un coltellino; il corpo in carne e ossa che siamo non è nemmeno un corpo fisico che semplicemente ci accompagna e che al tempo stesso noi possiamo anche constatare, in modo esplicito o meno, come lì presente. Noi non «abbiamo» un corpo, noi «siamo» dei corpi. […]

Ma poiché il sentimento, in quanto sentirsi, è sempre in modo parimenti essenziale l’avere-sentimento per l’ente nel suo insieme, con ogni stato fisiologico è rispettivamente in sintonia un modo in cui noi ci rivolgiamo o meno alle cose intorno a noi e agli esseri umani che sono con noi. Una «indisposizione» di stomaco può calare un’ombra su tutte le cose. Quello che altrimenti appare indifferente è d’improvviso irritante e fastidioso. Ciò che altrimenti funziona con facilità di un gioco si inceppa. Certo, la volontà può mettersi in mezzo, può reprimere l’indisposizione, ma non può suscitare e creare direttamente la disposizione contraria […]. Rimane qui essenziale fare attenzione al fatto che il sentimento non è per niente qualcosa che si svolge soltanto «interiormente», ma è quel modo fondamentale del nostro esistere in forza del quale noi siamo sempre trasportati al di là di noi stessi nell’ente nel suo insieme che, in un modo o nell’altro, ci riguarda o non ci riguarda.

Martin Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 2005, p. 107.

Che cos’è l’amore? Ciò che si dissipa

«Affetto è l’attacco che acceca. La passione è lo slancio nell’ente che raccoglie e rende lucidi. Parliamo e vediamo in modo soltanto esteriore quando diciamo: l’ira si infiamma e si spegne, dura poco; l’odio invece dura più a lungo. No, l’odio o l’amore non soltanto durano più a lungo, ma sono essi a portare nella nostra esistenza la vera durata e la vera costanza. Un affetto invece non è capace di tanto. Poiché la passione ci riprende nel nostro essere, ci libera nei suoi fondamenti e ci scioglie, poiché la passione è al tempo stesso lo slancio nella distesa dell’ente, sono proprie della passione – si intende: della grande passione – la dissipazione e l’inventiva, non solo il saper dare via, ma anche il dover dare via e contemporaneamente quel non curarsi di dove vada a finire quanto è dissipato, quella superiorità impassibile che connota la grande volontà».

Martin Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 2005, p. 60.

In Egitto sta accadendo lo Stato

«Che legittimità ha un potere non eletto dal popolo che contraddice e annulla un potere eletto dal popolo?». Con questa domanda apparsa sull’Amaca il giornalista Michele Serra pone una domanda che cancella cent’anni di pensiero politico, di riflessioni sulla politica. Che te ne fai del senso dell’atto fondativo di uno Stato. Che te ne fai di Rousseau, Tocqueville, Marx, Schmitt, Kantorowicz, Foucault, quando puoi liquidare tutto ciò in una tremenda, superficiale riflessione sui “poteri eletti dal popolo”? Non ci vuole un’enorme erudizione per sapere che la Fondazione, l’atto fondativo, l’atto creativo, è ciò che avviene fuori quello che determina. Non è un’opinione, non si tratta di punti di vista. La storia ti mostra questo. E’ forse la costituzione stata creata dalla legge? No, da costituenti, ovvero da persone nominate da nessuno che nel costituire si costituiscono come coloro che costituiscono. Si pongono fuori, pur appartenendo retroattivamente a quello che creano. E’ forse la legge creata da legislatori? No, perché questi ultimi diventano tali quando la legge già c’è. In logica è il concetto di insieme, che pur non essendo incluso, appartiene all’insieme: lo nomina ma non vi fa parte, non è una parte del tutto, è il tutto che determina le parti. 

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E’ un punto fondamentale, la realtà della fondazione di uno Stato. Una verità che andrebbe insegnata a scuola, ma che purtroppo circola solo nelle Accademie, oltretutto come una consapevolezza alquanto ovvia. In questo momento, osservando quello che succede in Egitto, abbiamo la straordinaria occasione di vedere uno Stato in fieri, o almeno che in qualche modo ricomincia da capo. Reboot si direbbe oggi. Il generale Abdel Fattah el-Sissi ha sospeso la costituzione e messo in mano alla corte costituzionale l’onere di organizzare le elezioni presidenziali. Sembra un controsenso: si dà a un gruppo di uomini destituiti del loro strumento di potere (la Costituzione) il compito di stabilire i presupposti affinché la vecchia o una nuova Costituzione possa ripartire. Eppure non si può fare altrimenti.

Non c’è da aver paura. «Ma della democrazia, quando è d’impiccio, che ne facciamo?» si domanda ancora Serra, dando un’altra coltellata alla Storia dello Stato moderno, o forse alla storia dello stato in generale. E’ forse la democrazia piovuta dal cielo? Sono state tagliate centinaia di teste per creare quell’idea di Stato a cui siamo abituati oggi, e di fronte a una rivoluzione che, diciamoci la verità, è stata un pranzo di gala, se sorge il “timore” che quello stesso Stato democratico sia a rischio, vuol dire che si sta dimenticando la storia. Non me la prendo con Serra, cerco solo di chiamare alla responsabilità etica i tanti come lui che hanno una rubrica pedagogica letta da migliaia di persone. Stiamo parlando di giornalisti che sicuramente avranno letto uno dei tanti Montesquieu e Agamben, e che poi se ne escono con tali banalità, dimenticando le loro stesse letture, le loro stesse consapevolezze.

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La conclusione di questo ragionamento non è che nell’atto fondativo di uno Stato la violenza è necessaria, ma che quando si fondano le regole, quando si stabiliscono leggi lì dove ancora non ci sono, o non ci sono più, il luogo in cui vengono fatte, le persone che le determinano, si pongono fuori da ciò che solo successivamente apparterranno, determinando ciò da cui sono in un certo senso anche determinati: lo Stato. Ne Le età del mondo, uno degli ultimi scritti di Friedrich Schelling rimasto incompiuto, il filosofo tedesco della natura e dell’arte fa un bellissimo ragionamento sul concetto di Fondamento. Quello che noi generalmente intendiamo per Fondamento, l’atto creativo che fonda il mondo, scrive Schelling, in realtà andrebbe scritto con la effe minuscola. Prima di creare, Dio ha dovuto prima dire NO al caos, a quell’indistinta forma, a quel Tutto in cui era immerso. Ha dovuto prima fondarsi come colui che fonda, e poi fondare con un immenso Big Bang tutto ciò che ci circonda. Ha dovuto compiere la scelta: fare o no il mondo. L’Egitto si trova esattamente in questo momento: sta decidendo come e quando prendere le distanze dal caos per generare il luogo nel quale la società egiziana si riconoscerà in futuro. Ed è un momento particolare, perché pur essendo fuori dalla legge, essendo come abbiamo detto ogni atto fondativo fuori-legge, ha come unico scopo quello di stabilire la Legge, la Costituzione. Questo momento è tremendamente affascinante, è quello che se lo si guarda troppo da vicino si rischia di rimanere cechi. E’ il momento in cui Antigone viene murata viva dentro la tomba del fratello Creonte: non sapremo mai cosa sta succedendo lì dentro, e cosa porterà la figlia di Edipo ad impiccarsi. Non sapremo mai tutto quello che sta succedendo ora nelle stanze del palazzo dove fino a ieri risiedeva Mohamed Morsi, e ora starebbero per confrontarsi i capi religiosi, politici e militari dell’Egitto. Sapremo cosa hanno deciso, ma non come e non tutto quello che hanno deciso. E’ il luogo contraltare di piazza Tahrir, dove tutto è in mostra, ma poco si decide, ma molto anche si determina, e che forse si muove allo stesso modo delle stanze del Palazzo, della tomba di Creonte: una moltitudine indistinta.

Nella prima foto: piazza Tahir in festa dopo la caduta del presidente Morsi (AP Photo/Amr Nabil). Nella seconda: un ritratto di Friedrich Schelling del 1848.

Competenze

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«Siamo soliti esprimere le nostre conoscenze, ma anche i nostri problemi e le nostre considerazioni, mediante proposizioni. Il fisico ed il giurista, lo storico ed il medico, il teologo ed il meteorologo, il biologo ed il filosofo, tutti parlano mediante proposizioni ed enunciati […]. Così avviene che comunemente non si scorga nessuna differenza, se non di contenuto, tra il discorrere di problemi biologici, quali la scissione della cellula, la crescita, la riproduzione, ed il trattare la biologia stessa, del suo orientamento di ricerca e del suo linguaggio. Si ritene che il parlare biologicamente degli oggetti della biologia si distingua solo dal punto di vista del contenuto dal discutere sulla biologia. Chi può fare la prima cosa, deve certo saper fare, lui medesimo, anche la seconda. Ma questa è un’illusione, perché non si può trattare la biologia biologicamente. La biologia non è come le alghe ed il museo, le rane e le salamandre, le cellule e gli organi. La biologia è una scienza. Non possiamo mettere sotto il microscopio la biologia, come mettiamo i suoi oggetti».

Martin Heidegger, La questione della cosa, Mimesis, Milano 2011, pp.155-156. 

La cosa

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«[“Che è una cosa”?], che è come chiedersi, ha realmente senso porre tali domande? Noi sappiamo che discutendo di tali problemi non si dà principio a niente. Le conseguenze sono le stesse, sia che li poniamo, sia che li tralasciamo. Se non prestiamo attenzione all’avviso di pericolo posto accanto ad una rete d’alta tensione e tocchiamo i fili, siamo morti. Se non prestiamo ascolto alla domanda “che è una cosa?”, “dopo non succede niente”. Se un medico sbaglia nel curare un certo numero di malati, c’è pericolo che costoro muoiano. Se un insegnante interpreta per i suoi studenti una poesia in modo assurdo, “dopo non succede nulla”. Ma forse è bene parlare con maggior cautela: non prestando ascolto alla domanda sulla cosa o interpretando in modo inadeguato una poesia sembra che in seguito non accada nulla. Un giorno – forse 50 o 100 anni – qualcosa tuttavia accade».

Martin Heidegger, La questione della cosa, Mimesis, Milano 2011, pp. 51-52.

L’autista di Talete

L’autista di Talete

Passeggi con la testa nello smartphone e temi di sbattere contro un palo? Niente paura, l’autista di Talete ti guiderà a destinazione senza che tu debba alzare lo sguardo dallo schermo.

Il collettivo di artisti newyorkese Improve Everywhere – famoso alle cronache per aver fatto camminare all’indietro 2000 passanti a New York, congelato la Grand Central Station e aver fatto dire qualcosa di carino al megafono ai passanti – ha realizzato una delle loro più potenti performance. Fingendosi volontari, hanno assistito i tantissimi pedoni newyorkesi che passeggiano a testa bassa con la testa nel telefonino. Indossando una pettorina catarifrangente con su scritto seeing eye person, invitavano i distratti passanti ad attaccarsi ad un guinzaglio e a farsi guidare da un isolato all’altro, così da “aiutarli a messaggiare e a camminare in sicurezza”. Le ignare vittime non avrebbero dovuto far altro che continuare a fare quello che stavano facendo – scrivere un sms, controllare l’email – tanto c’erano i seeing che vedevano per loro dove mettere i piedi. Il risultato è esilarante.

Mi fa venire in mente l’aneddoto di Platone sulla servetta trace, quella in cui il primo filosofo della storia, il greco Talete, intento com’era a guardare le stelle o a ragionare su problemi metafisici, cadde in un pozzo. Una “graziosa e intelligente” serva trace che passava di lì, avendo assistito alla scena, prese in giro il filosofo osservando come egli, occupato com’era a conoscere le cose in cielo, non vedeva quello che gli stava davanti.

E’ come se con la loro performance gli artisti newyorkesi avessero voluto scongiurare il rischio per Talete di cadere nel pozzo, prendendolo per mano, anzi, ancora meglio, attaccandolo a un guinzaglio, così da farlo continuare a riflettere sui perché del mondo senza correre alcun pericolo. Questi autisti di Talete sono la stessa servetta di Mileto, con la differenza che decidono di intervenire prima del disastro. Certo, chi messaggia camminando per strada difficilmente si starà occupando di problemi filosofici, ma in entrambi i casi va incontro agli stessi pericoli, anche se morire cadendo in un pozzo mentre si osserva il moto degli astri è sicuramente più onorevole che essere investito da un’auto mentre si guarda un lolcat (giudizio inversamente proporzionale allo stato in cui versa la filosofia oggi).

talete

Ciò che mostrano la storiella di Platone e il collettivo artistico statunitense è che è difficile mantenere nello stesso momento entrambi i comportamenti, quello “intellettuale” e quello “manuale”: o si pensa o si agisce. Ma questo non vuol dire, checché ne dica Cartesio o il principio della catena di montaggio, che questi due atteggiamenti non facciano fondamentalmente lo stesso lavoro, solo che lo fanno in modo diverso. Su questo ci viene in aiuto un’altra storiella, questa volta tramandataci dal discepolo di Platone, Aristotele. E’ l’aneddoto dei frantoi, che ha come protagonista sempre Talete. Il filosofo di Mileto veniva criticato per lo stato di povertà in cui versava, dovuto secondo i compaesani proprio alla sua attività filosofica che non gli permetteva di guadagnare a sufficienza. Era tremendamente vero, come lo è tremendamente vero tuttora, ma Talete ne era infastidito, vedendo dietro un giudizio generico su uno stato dei fatti un’opinione morale sull’attività filosofica in sé (e anche questo, dopo quasi tremila anni, è un pregiudizio validissimo). Così, tediato da quella che era a tutti gli effetti un’accusa di fannullaggine, Talete decise di mostrare il risvolto pratico della sua attività teoretica. Sulla base di alcune osservazioni astronomiche, predisse un’abbondante raccolta di olive. Acquistò a poco prezzo, poiché fuori stagione e in uno stato di semi abbandono, tutti i frantoi di Mileto. La previsione si rivelò esatta e così, pieno di olive e con tutti i terreni della città di sua proprietà, stabilì un regime di monopolio. Il filosofo che sosteneva che l’acqua fosse il fondamento di tutte le cose dimostrò così quello che millenni dopo ha incontestabilmente fatto la scienza: studiare serve a qualcosa. E’ il paradigma scientifico che noi moderni conosciamo molto bene, tanto da averlo sovvertito: è l’osservazione diretta delle cose che ci fa “scoprire” la teoria che le spiega, basta guardare il bombolone sulla testa di Newton. 

Gli autisti di Talete di Improve Everywhere scongiurano così il rischio di cadere nel pozzo. Ma il risvolto è ironico, visto che quando siamo assorti nel nostro smartphone difficilmente ci staremmo occupando di problemi filosofici, ma neanche staremmo impastando il pane, piuttosto siamo intenti a guardare in street view la strada su cui stiamo camminando.

Crisi di sesso

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Ciò che spaventa la religione non è l’importanza del sesso, al contrario. I padri della Chiesa la sanno lunga sul sesso, sulle use perversioni, sui suoi effetti, e sono gli ultimi a sottovalutarne l’importanza. Ciò che li spaventa è che il sesso possa comandare una concezione della verità separata dal senso. La cosa terribile è che il sesso sia ribelle a ogni donazione di senso, mentre per la religione è una questione vitale il poter spiritualizzare, e dunque far significare, il rapporto sessuale […].

La funzione antireligiosa del faccia a faccia pensiero/sesso sotto il segno della verità è che esso sottrae il discorso sul sesso alle pretese della morale. Tale sottrazione equivale a una rivoluzione di così vasta portata da dubitare che il secolo [il XX ndr] sia riuscito a realizzarla. Certo, ha estirpato il sesso dalle figure più manifeste della moralità. Ma lo ha anche de-moralizzato? La morale può nascondersi sotto l’edonismo. L’imperativo “Godi!”, oggi sbandierato da tutte le riviste per adolescenti, mantiene e aggrava le strutture sintetizzate dell’imperativo “Non godere!”.

Alain Badiou, Il secolo, Feltrinelli, Milano 2006, pp. 95-96.