Obama ha vinto. Che bello! Nell’era estetica 2.0 di questa seconda decade multi-touch del XXI secolo è una vittoria di stile. Siamo tutti più felici perché ha vinto un’altra volta il nero, il simpatico yo-man-ti-saluto-pugno-a-pugno che tanto ci ricorda The Wire (tra l’altro un telefilm che ha seguito). Romney invece è Reagan-style, roba vecchia, anche se il reaganismo è tutto ciò che ci rimane ora, con tutte le sue macerie. Romney è asettico e asessuato, basta guardare la pagina web presidenziale uscita per errore che i repubblicani avevano preparato. Fa da controaltare il discorso di straordinaria retorica di Obama, roba da alta comunicazione politica. La sensazione di leggerezza che ci dà questa vittoria è legata a questi ancestrali, coloniali e profondi sentimenti occidentali del buon zio Tom, e questo Obama lo sa benissimo visto che si tratta della maschera perfetta per un’economia di guerra.
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Riflessioni politiche, in genere filosofiche, in genere comuniste
Che cos’è la politica?
La politica è quello che fai mentre qualcun altro si sta occupando di qualcos’altro al posto tuo. E’ una definizione greca, all’antica, non propriamente la sua definizione – πολίτεῖα/politeia è l’arte di governare una città – quanto il suo presupposto, la conditio sine qua non la politica non si può praticare.
Nell’antica Grecia quelli che si occupano di cose che riguardano gli affari tuoi sono gli schiavi, per esempio occupandosi della tua casa. Infatti uno dei nomi con cui allora si chiamava lo schiavo era οἰκέτης/oikétês, colui che abita la casa, ovvero colui che gestisce le faccende domestiche al posto tuo.
E’ un bel privilegio avere uno schiavo, si ha più tempo libero grazie al sollevamento dagli impegni domestici, tempo libero da impiegare per fare altre cose, per esempio politica. In un certo senso, per dirla alla Hegel, lo schiavo rendeva libero il padrone. Il politico greco, all’antica, è quindi un uomo libero non di fare ciò che gli pare ma libero di occuparsi di politica. Una libertà vincolante, come tutte le autentiche libertà: disimpegnava dalle faccende quotidiane e impegnava verso qualcosa di più ampio.

Perché questo disimpegno che impegna? Perché questo privilegio comporta l’impegno politico? Qual è il nesso? Come abbiamo detto, il privilegio di cui gode chi ha uno schiavo è quello di avere più tempo libero. Per un greco privilegio è privi–legio, ovvero una legge (legio) fatta a favore di un singolo (previ). Non si tratta di una legge ad personam bensì di un sollevamento che responsabilizza: visto che chi possiede uno schiavo esercita l’arte di governare la casa, e visto che chi non è impegnato a occuparsi della casa ha tempo libero a disposizione, allora la legge del privilegio comanda di esercitare su una casa più grande questa abilità che si esercita in casa propria.
Pare brutto questo fatto che il fondamento della politica ateniese e della libertà dei suoi cittadini sia la schiavitù. Ma questa è un’altra storia, anzi la Storia, quella della ricchezza delle nazioni e dei popoli, da sempre fondata sullo sfruttamento. Al di là di questo, ciò che qui conta è lo spazio per una definizione autentica (auto–enteo, che si muove entro se stesso, entro ciò che la parola dice) della “politica”. Cosa dice quest’autenticità? In positivo, che la politica è l’arte di governare, in negativo che essa non è l’occuparsi degli affari propri visto che c’è uno schiavo a farlo al posto tuo.
E se invece si praticasse la politica proprio per occuparsi degli affari propri? Un greco, quello antico, ti risponderebbe che non avrebbe senso: si fa politica proprio perché gli affari personali non sono più una propria preoccupazione.
La rivoluzione non è un trailer

E’ ovvio che non è stato il trailer di un film di cui non si conosce l’autore ad aver scatenato l’ondata di proteste contro le sedi diplomatiche statunitensi in Egitto, Yemen, Libia, Iran e Israele. La causa delle proteste di questi ultimi giorni in Medio Oriente va ricercata altrove. E’ la stessa di questi ultimi anni, quella che cade sotto il nome di “primavera araba”. Che cos’è la primavera araba? E’ il risveglio dell’inesistente. Che cosa vuole questo inesistente che si è risvegliato? La cacciata dei raìs e la lotta contro l’imperialismo nordamericano. L‘“e” in questione funziona allo stesso tempo da congiunzione e predicato: la fine dei regimi è la lotta contro gli Stati Uniti come presenza politica. Hussein, Gheddafi, Mubarak, Ben Ali e gli Stati Uniti sono agli occhi dei rivoltosi la stessa cosa, congiunzione e predicato: i regimi caduti sono la politica estera statunitense, quella stessa politica che prima li ha sostenuti e poi fatti cadere. L’ambivalenza degli States come fautori sia dell’ascesa che della caduta rafforza il valore logico dell””e”: gli Stati Uniti in quanto potenza sono implicati in tutte le dinamiche politiche del Medio Oriente.
Se non si coglie questo punto fondamentale si finirà sempre per cozzare contro un inspiegabile follia integralista islamica alqaedista jihadista coranista alla base delle violenze, quando invece, come tutto il mondo occidentale riconosce, siamo di fronte a qualcosa di ben più solido: la primavera araba, un nome inventato per etichettare dolcemente un evento violento e drammatico. “La rivoluzione – insegna Mao – non è un pranzo di gala”.
Julian Assange’s: The World Tomorrow (Slavoj Žižek & David Horowitz)
Perché la fame nel mondo?

ilPost ha pubblicato la lettera di risposta dell’allora direttore della NASA Ernst Stuhlinger a suor Mary Jacunda, missionaria in Zambia, che gli chiedeva perché spendere tutti questi soldi per le esplorazioni spaziali quando sulla terra milioni di esseri umani muoiono di fame. Stuhlinger si difende appellandosi al vecchio orgoglio positivistico sugli indubbi benefici che il progresso scientifico porta sul progresso umano, e chiude la lettera con la splendida immagine simbolo dell’ambientalismo. Più che la risposta però, è la domanda ad essere interessante. Essa è ingenua come quella che porrebbe un bambino, e analizzarla aiuterebbe a scioglierla, nel senso di analuo.
Prima di tutto bisogna spezzare la linea, deviare il ragionamento che pone due questioni disgiunte l’una dall’altra, quella tra i soldi che si spendono inutilmente per l’esplorazione del sistema solare e quelli utili per aiutare i paesi poveri. Lasciando stare l’utilitarismo di fondo dietro l’innocente polemica della suora – le esplorazioni spaziali non sono utili perché non danno profitto – la verità è che purtroppo la fame nel mondo non è un problema economico ma politico, non è legato alla produzione e alla distribuzione del cibo come ingenuamente afferma Stuhlinger ma alla stessa ricchezza delle nazioni, fondata com’è sullo sfruttamento di una parte della popolazione mondiale, in una parola quel vecchio e famoso termine tanto conosciuto fino a vent’anni fa: il capitalismo. La fame nel mondo è quindi certamente un problema economico nella sua natura, nel senso che risiede nel modo in cui è organizzato il sistema di produzione – quindi anche sulla distribuzione – ma la sua soluzione non richiede un intervento di tipo economico/distributivo – quante tasse destinare all’Africa? come fertilizzare un terreno? – bensì politico, e Stuhlinger si avvicina di parecchio quando afferma che “un efficiente sollievo dalla fame, temo, non arriverà fino a quando tutti i confini tra le nazioni non saranno diventati più labili di adesso”. Che ironia inviare una lettera con temi di questa portata proprio agli Stati Uniti, l’impero economico che, dopo la Spagna del XVI secolo con il colonialismo e dopo l’Inghilterra, il Portogallo e la Francia tra XVII e XVIII con lo schiavismo, basa la sua ricchezza sullo sfruttamento di una parte del mondo. Forse suor Jacunda tanto ingenua non era.
La domanda reale non è quindi come destinare le giuste risorse economiche ai paesi poveri ma perché i paesi poveri sono poveri. Il sintagma “perché la fame nel mondo?” va sostituito con un altro che dà il nome alla causa della fame nel mondo, ovvero perché il capitalismo? Posta così, la questione prende tutt’altra piega, quella reale che va oltre l’opinione del senso comune che invece si domanda: perché gli stati ricchi invece di allontanare gli uomini dalla terra non li avvicinano alle persone bisognose? E’ il trucco della pietà, quello che elogia il valore dell’atto di dare elemosina quando invece altro non è che l’occasione per il ricco di sentirsi a posto con la coscienza.
Che senso ha oggi la domanda “perché la fame nel mondo?”. Nessuna, come tutte le questioni che pone il senso comune. E’ addirittura datata, obsoleta, sostituita da un’altra più attuale: “perché il cambiamento climatico?”. Entrambe però, se seguiamo la linea spezzata che dal senso comune ci porta al reale, pongono la stessa lapidaria e indecidibile domanda: perché il capitalismo?
La globalizzazione dei mercati ha mostrato la straordinaria potenza di un fenomeno tipico del consumismo, la totalizzazione, ovvero la sua straordinaria capacità di fagocitare le opposizioni facendole rientrare nel sistema di produzione. E’ il caso proprio delle politiche di “aiuto” ai paesi poveri, perfettamente incorporate nel sistema di produzione come una grande elemosina mondiale, quello che SlavoJ Žižek, con l’efficace esempio della Starbucks, chiama il capitalismo culturale.
La restaurazione del XX secolo
Come definire gli ultimi vent’anni del secolo, se non come la seconda Restaurazione? Constatiamo, in ogni caso, che questi anni sono ossessionati dal numero. Dato che una restaurazione altro non è se non il momento della Storia che dichiara impossibili e abominevoli le rivoluzioni, nonché naturale quanto eccellente la superiorità dei ricchi, è comprensibile che essa adori il numero, che è anzitutto numero degli scudi, dei dollari o degli euro […]. Ma, in senso più profondo, ogni restaurazione ha orrore del pensiero e non ama che le opinioni, in particolare l’opinione dominante, riassunta una volta per tutte nell’imperativo di Guizot: “Arricchitevi!”. Il reale, correlato obbligato del pensiero, viene (non senza buone ragioni) considerato dagli ideologi delle restaurazioni come qualcosa di sempre pronto a sfociare nell’iconoclastia politica, quindi nel Terrore. Una restaurazione è innanzitutto un’asserzione circa il reale, nel senso che è preferibile non averci nulla a che fare.
Il crepuscolo della benzina

C’è un che di crepuscolare nell’ultima pubblicità Eni con Rocco Papaleo. La réclame annuncia una campagna di sconti, credo la prima nella storia delle multinazionali del petrolio, da parte un’industria sull’orlo del baratro. “Stiamo morendo, vi prego comprateci” sembra dirci. Un’iniziativa simile alla Fiat che recentemente a chiunque, ma proprio chiunque, compri un’auto blocca per tre anni il prezzo del carburante (tra l’altro le cose non stanno proprio così).
Lo slogan “riparti con Eni” apre un campo di interpretazioni ironiche che svelano la cieca aggressività dominante tipica dei colossi industriali. Lasciando perdere quella rassicurazione che sa più di minaccia – “stare ancora più vicino agli italiani” – quel “riparti con Eni” significa: rimetti in moto la produzione di carburante che ha già il destino segnato; fai ripartire un’industria in agonia; ripartiamo, tanto questa crisi è solo un momento passeggero visto che è essa stessa a strutturare il ciclo del consumo basato sullo sfruttamento folle delle risorse. E nel finale, dove il povero attore italiano afferma: “Se non ripartiamo così, quando ripartiamo”, è contenuta la menzogna più grande, che è quella di far credere che non si tratta soltanto del sistema di produzione migliore, ma anche l’unico.
Gli inesistenti
In un mondo strutturato dallo sfruttamento e dall’oppressione, vi sono masse di persone che, propriamente parlando, non possiedono alcuna esistenza. Non contano nulla. Nel mondo di oggi, per esempio, non è praticamente africano che conti qualcosa. Diciamo che queste persone sono presenti nel mondo ma assenti dal suo senso e dalle decisioni sul suo avvenire. Diciamo che sono l’inesistente del mondo. Soltanto un’oligarchia lontana ma onnipresente riesce a collegare la successione degli episodi di vita delle persone al parametro unificato del profitto, e a nutrirsi di questo.
E diremo allora che un cambiamento del mondo è reale quando un inesistente del mondo comincia a esistere in questo stesso mondo con un’intensità massima. E’ esattamente quello che dicono ora le persone che stanno scendendo in piazza in Egitto. E’ la liberazione dell’esistenza: i poveri non sono diventati ricchi, in fondo non è cambiato niente. Quello che è successo invece è che l’esistenza dell’inesistente è stata liberata grazie a quello che io chiamo un evento, che in se stesso è quasi sempre inafferrabile. Che cosa osserviamo oggettivamente? Nel giro di pochi anni una piazza del Cairo si conquista una celebrità planetaria. La cosa veramente straordinaria è che la potenza di questo fenomeno è tale da far inchinare tutto il mondo, persino i suoi nemici più accaniti e nascosti.
I rivoltosi radunati in una piazza del Cairo sono dunque il “popolo egiziano”? Ma, in tutta questa faccenda, che fine fa il dogma democratico, il sacrosanto suffragio universale? Non è pericoloso? Tutto sommato, fossero anche un milione, non sono ancora tanti rispetto agli ottanta milioni di egiziani. In termini di cifre elettorali, è un fiasco garantito! Ma questo stesso milione di persone presenti sul posto vale tantissimo se cominciamo a non misurare più l’impatto politico dal numero inerte e separato, come si fa con i voti. La sua forza risiede nell’intensificazione dell’energia soggettiva (le persone si sentono indispensabili giorno e notte, tutto è entusiasmo e passione) e nella localizzazione spaziale della propria presenza (le persone si radunano in luoghi diventati imprevedibili, piazze, università, viali, fabbriche…). E’ la prova che nel caso di queste configurazioni – le rivolte storiche che aprono a possibilità nuove – è presente un elemento di universalità prescrittiva.
Kim Dotcom, libertà a buon mercato
Kim Dotcom, alias Kim Schmitz, si fa paladino della libertà. E’ il fondatore di Megaupload, un grande sito che permette di far circolare liberamente materiale video protetto da copyright. Liberamente nel senso che tutti possono fruirne senza pagare, ma la libertà qui non c’entra niente. L’interesse principale di questo grande affarista con decine di truffe alle spalle tra furti di carte di credito e frodi bancarie, tutte mascherate da azioni di “pirateria informatica”, sono i soldi. Nel 2001 Schmitz acquistò le azioni della LetsbuyIt.com dichiarando subito dopo di volerci investire 50 milioni di dollari. Le azioni schizzarono del 300% e il nostro caro paladino della libertà le rivendette guadagnando 1,5 milioni di dollari (la LetsbuyIt.com gli costò 375mila dollari). Ora si è iscritto a twitter e da lì manda laconici messaggi sulla libertà.
Kim Dotcom si può tradurre liberamente in Michelepuntocommercio – Kim sta per Kimberly, nome inglese che significa comandante, capo, la traduzione letterale è quindi ComandantepuntoCommercio: capitano del commercio. Su twitter in molti lo adorano. C’è chi lo invita alla sua festa, chi dichiara con misticismo messianico il suo amore per lui e chi va al sodo e sentenzia: “I’m richer then you”. Ma è nella risposta ad una domanda posta da un utente che si manifesta la qualità di questo moralista a buon mercato. “Pensi che il copyright sia morto e che sia arrivato il tempo di un’informazione libera?” e lui: “Copyright e libertà possono coesistere”. Se non esistesse più il copyright il sistema di distribuzione non sarebbe più fondato sulle case di produzione col risultato che megaupload non avrebbe più ragione di esistere e né Kim, visto che afferma che le responsabilità di plagio sono a carico degli utenti e non sue, potrebbe farsi paladino della libertà con il culo degli altri.
Lo sproloquio marxista
E’ ufficiale, nel tempio del liberalismo individualista più sfrenato, l’Inghilterra, Karl Marx va di moda. Non è tornato di moda, perché non lo è mai stato. E’ il suo nome, non il suo concetto, ad essere entrato nella circolarità popolare della passerella dei socialnetwork. Se fosse il suo concetto ad essere presente col cazzo che si risolverebbe tutto con un post o con un cartello agitato in mezzo alla strada. Il suo nome è una cosa banale, come la merce. Come quando si dice che Balotelli è il simbolo dei cittadini stranieri nati in Italia (BUAHAHAHA!).
Karl Marx, la parola totalizzata come merce nella circolarità del mercato, giusto perché l’ingiustizia strutturale su cui si fonda il sistema del capitale, che il concetto di Karl Marx analizza con grande profondità, è ora veramente insopportabile. Ma basta che questa crisi passi che il suo nome passerà di moda. Il capitale, parola nebulosa sul quale il filosofo tedesco ci ha scritto un libro capitale, quello non passerà mai di moda, perché non lo è mai stato, come il comunismo. Karl Marx, suona proprio bene, ci chiamerei il mio cane così.
