Democrazia online, e altri nomi per un buon spot

La democrazia on-line è una delle ultime catastrofiche conseguenze dello strapotere dell’economia nelle decisioni politiche. E’ come la socialità e la condivisione online, nomi evocativi che servono soltanto a pubblicizzare meglio il prodotto. 

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Ultimamente in Italia la parola campeggia nel flusso mediatico. Pare che ci sia chi ne parla seriamente, raccomandando magari Zeitgeist, il documentario che ti indottrina dicendoti di non farti indottrinare. In realtà è tutta propaganda elettorale: chi sbandiera la democrazia online è il primo a non crederci. Che non si agiti la paura della dittatura online, lo spauracchio di un Nuovo Ordine Mondiale Facista proveniente da un movimento che è al contrario il primo partito della storia italiana che si ricordi dopo la fine del PCI e dei vecchi democristiani: ideologia e decisione.

Pericolosa oggi non è tanto la possibile deriva autoritaria di un movimento, quanto un fenomeno che non è iniziato ieri: lo svuotamento etimologico della parola “democrazia”. Oggi a parole cadute in disuso come “uguaglianza”, “emancipazione”, si preferisce la parola che tutto risolve: democrazia, scambiando così il genere per la specie. “Sono democratico” amano dire oggi i politici, che è un po’ come dire “sono una brava persona”. Democratica è soltanto una forma di governo, quella al cui interno devono essere presenti tutte le rappresentanze possibili, e dove quelli che non sono rappresentati a dovere devono imporsi anche con la forza. Proprio il fraintendimento della parola “democrazia” è alla base della sfiducia di cui oggi tristemente gode questa parola, scambiata come orientamento politico quando in realtà viene prima della stessa politica essendo il contenitore al cui interno risiedono gli orientamenti politici. 

La democrazia online è una delle più estreme svendite della politica. La convinzione che per fare basta cliccare, che per dire qualcosa a qualcuno basta scrivergli, poco importa se dall’altro lato ci sia qualcuno pagato dal mittente per rispondere al suo posto. Con questa parola M5S rischia di avvilupparsi in una grossa contraddizione, quella su cui ha giocato tutta la sua campagna elettorale: la rappresentanza diretta. Internet ha annulato il fattore tempo in molte decisioni, ma non è il luogo al cui interno si possa realizzare tanto l’organizzazione che azione. Ha esponenzialmente accelerato la prima, giammai la seconda, che si farà sempre alla buon vecchia maniera, lenta e inesorabile. E’ forse questa la grossa sfida che il web sta affrontando: convincere le persone che, per quanto la grafica dei siti sia deliziosa, non ci sia tutto ciò di cui si ha bisogno. 

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Il termine “democrazia online” fa sorridere quanto un gergo giovanile dalla longevità semestrale. Non esiste, sarebbe come parlare di “felicità online”. (La vendita online, quella è fortissima). L’unica consolazione allo scenario di un parlamento online sarà che finalmente non firmeremo più solo petizioni contro lo scuoiamento dei cani

E così eccoci a una delle ultime svendite della parola “democrazia” dopo il suo fraintendimento per specie. Essa è al contrario un genere, come “femminile” e “maschile”, al cui interno ci sono gli orientamenti. E’ un contenitore al cui interno puoi trovare moderati ed estremisti. E che succede quando si scambia questa forma di governo per orientamento politico e la si mette online? E’ la tremenda realizzazione di un processo già in atto da tempo: la politica che viene scambiata per cifre, le persone ridotte alla loro numerabilità e il consenso come ciò che si conta. Il tutto corollato da splendidi banner. Insomma, un mercato come un altro.

Ma scusate, non sapevo, da quando il mercato si occupa della politica? Da parecchio, da quando, caduto un muro, sono scappate tutte le ideologie e abbiamo creduto così di stare al riparo dalle loro derive autoritarie. Abbiamo creduto che si potesse fare politica senza violenza, che è un po’ come partorire senza dolore: sarebbe bello ma non si può fare. Ma questo non vuol dire che le donne sono masochiste. E così abbiamo affidato tutto alla neutralità apparente del mercato, quello penetrato in profondità ovunque perché se n’è sempre fregato delle ideologie, e questo ci rassicurava. E ora la politica Occidentale si ritrova nelle mani di una follia impersonale e astratta, dominata da equazioni contorte che nessuno sa fare, ma che tutti utilizzano. Una cosa non molto diversa dai banali gerarchi nazisti che “eseguivano soltanto gli ordini”, con la differenza che il tutto è eticamente accettabile. Ma questa mano invisibile non sa neanche quello che vuole, perché non è stata creata per governare. 

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Coprologia del danaro

Come disse Moses E. Herzog, il denaro passa attraverso le persone, il che significa che il danaro non si spende da solo. Alcuni però credono che sia fatto per essere speso, altri per essere accumulato. Tra i due passa una differenza sostanziale.

E’ importante accumulare per investire, risparmiare per comperare qualcosa di importante, è la parsimonia. Al contrario, quando la preposizione per cade e si ripiega su sé stessa accade che ci si innamora dei soldi: si accumula per nessuno scopo in particolare, se non per accumulare. E’ una delle essenze del capitalismo, parola caduta in disuso, guarda caso proprio ora che è diventato l’unico sistema di produzione del pianeta. Prima di lui c’era il colonialismo, ricchezza degli imperi; poi è arrivata l’industrializzazione, ricchezza delle nazioni; oggi è la finanza, ricchezza delle multinazionali. In ogni caso stiamo parlando della stessa cosa: capitalizzare, cioè accumulare Capitale. E’ un cambiamento profondo, antropologico, quello che porta con sé il principio dell’accumulo: il danaro non si spende. Ma c’è un grosso rischio nel limitarsi ad accumulare danaro senza spenderlo: la stitichezza.

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Il danaro è cacca metaforicamente parlando, perché è propriamente uno scarto, scarto con il quale ci si arricchisce. Residuo del lavoro, della fatica, esso non è un prodotto, il prodotto è quello che coltivi, quello che acquisti usando, appunto, il danaro. Credo sia importante pensarlo così, crea la giusta distanza. Gli si riconosce una funzione – direi vitale a questo punto – senza affezionarcisi troppo, senza dargli un valore intrinseco: il suo valore sta nel suo essere speso per qualcosa. C’è per caso qualcuno che conserva la cacca soltanto per conservarla? Sarebbe da pazzi, a meno che non la si usa per concimare. Così il comportamento dell’amante del danaro, dell’accumulatore, è proprio quello di conservarsi le feci e basta. Non mi si fraintenda, non c’è un giudizio morale nel dire che il danaro è cacca (posso mai affermare che defecare sia sbagliato?), piuttosto c’è lo sforzo di vederlo per quello che è: una cosa potente, universale, onnipresente, necessaria…proprio come la cacca. E’ una metafora feticista, non moralista. In altre parole: c’è dell’utile anche nella cacca, ma resta pur sempre cacca.

Abbiamo detto con Herzog che nell’atto della spesa i soldi passano attraverso chi li usa. Così inteso il danaro diventa un mezzo che passa attraverso di te, ti appartiene per un po’, è un pezzo di te, ma non ti ci identifichi. Quando invece si sceglie di accumularlo succede una cosa pericolosa, avviene un processo di identificazione che blocca il naturale circolo del danaro: qualcosa entra ma non esce. Non è una pausa da coito interruptus, non si rimanda il piacere per mantenersi nel desiderio (questo è quello che credono di fare gli amanti dell’accumulo), al contrario siamo di fronte a un blocco fisiologico. Nasce una patologia: quella di credere che possedere danaro sia un valore, quando il suo valore sta nello scopo per il quale è stato accumulato: per spenderlo. Avrà la sua utilità dare valore all’accumulo, ma il criterio dell’utile non è quello del benessere, basta chiedere a uno stitico.

Lo sproloquio marxista

E’ ufficiale, nel tempio del liberalismo individualista più sfrenato, l’Inghilterra, Karl Marx va di moda. Non è tornato di moda, perché non lo è mai stato. E’ il suo nome, non il suo concetto, ad essere entrato nella circolarità popolare della passerella dei socialnetwork. Se fosse il suo concetto ad essere presente col cazzo che si risolverebbe tutto con un post o con un cartello agitato in mezzo alla strada. Il suo nome è una cosa banale, come la merce. Come quando si dice che Balotelli è il simbolo dei cittadini stranieri nati in Italia (BUAHAHAHA!).

Karl Marx, la parola totalizzata come merce nella circolarità del mercato, giusto perché l’ingiustizia strutturale su cui si fonda il sistema del capitale, che il concetto di Karl Marx analizza con grande profondità, è ora veramente insopportabile. Ma basta che questa crisi passi che il suo nome passerà di moda. Il capitale, parola nebulosa sul quale il filosofo tedesco ci ha scritto un libro capitale, quello non passerà mai di moda, perché non lo è mai stato, come il comunismo. Karl Marx, suona proprio bene, ci chiamerei il mio cane così.

La rivoluzione del web ai tempi del mercato

Uno degli elementi caratteristici del mercato è la sua capacità di totalizzare. Che significa? Significa che qualunque cosa il mercato abbia a che fare, anche un elemento antagonista, entra nel suo sistema. Qual è il suo sistema? Semplicemente la merce. La totalizzazione del mercato è quindi la mercificazione di tutto, anche di chi si oppone ad esso. Slavoj Zizek spiega molto bene questo concetto in un divertente video estratto da un suo libro. L’esempio più eclatante, spiega il pop-filosofo sloveno, è nelle multinazionali che pubblicizzano i loro prodotti “equi e solidali”. Starbucks afferma che il suo caffé proviene da agricoltori autonomi e non sfruttati. Sarà pure vero, ma ciò non toglie che l’industrializzazione resta, con tutto lo sfruttamento delle risorse e il plusvalore dei profitti alla sua base. In una parola il capitalismo, in un’altra, mercato. Cosa succede dal punto di vista del consumatore? Egli compra quella merce, partecipando all’ingranaggio produttivo capitalistico, e nello stesso tempo acquista (mai termine più azzeccato in questo caso) la redenzione da quello stesso sistema. E il gioco è fatto, il circolo si chiude. Un’ambivalenza totalizzante. 

Una novità disarmante che mostra ancora una volta la potenza totalizzante del mercato è che ormai anche i motori di ricerca sono stati inglobati e totalizzati dal mercato. Gli effetti possiamo vederli facilmente. Scrivete sul motore di ricerca qualunque termine e vedrete che nella prima pagina dei risultati i negozi online vanno per la maggiore. Questo fenomeno ci dice due cose. La prima è che i motori di ricerca sono contenitori il cui contenuto è il frutto di una selezione fatta dagli stessi motori di ricerca, sulla base di criteri più o meno affidabili. Ora, se il mondo gira intorno al mercato anche questi motori di ricerca faranno altrettanto. Verrebbe da dire: “Ovvio!”. Ma se si afferma questo allora non c’è niente da dire: il mercato totalizza davvero. Non dovrebbe essere ovvio. Dare per scontata l’onnipresenza del mercato è la dimostrazione lampante della sua potenza totalizzante. Il secondo aspetto è che il mercato ironizza cinicamente sulle messianiche aspettative del web, e ci mostra come esso sia un contenitore, non un contenuto. Un luogo neutrale la cui funzione è relativa al suo uso. Se l’umanità sparisse all’istante il web non sparirebbe, soltanto sarebbe un contenitore vuoto. Ci sono tante aspettative mirabolanti sul web ma il suo valore sarà sempre, come per tutti gli strumenti, nell’uso che se ne fa. E il marketing online ci insegna come esso sia solo un mezzo come un altro, lo stesso mezzo che ha permesso una diffusione impressionante delle informazioni, mai accaduta prima per quantità e facilità di accesso ad esse. Qui sta la rivoluzione culturale, di cui il web è solo il mezzo di questo grosso cambiamento, non il cambiamento. Saranno sempre le notizie a determinare la qualità di questa diffusione: informazioni costituite da notizie, fatti, e minchiate. Il web quindi non ha in sé niente di rivoluzionario. 

In conclusione cosa si può dire. Che i motori di ricerca stanno diventando sempre più una specie di succursale del mercato, una ipervetrina di una galleria commerciale stracolma di megastore. E’ probabile che col tempo saranno visti con sempre maggior diffidenza se i criteri di indicizzazione premiano i siti di online marketing. Chissà, forse tra qualche anno inizieranno a sorgere altri motori di ricerca “alternativi”, con criteri di indicizzazione che escluderanno a prescindere i negozi online, oppure basati sulla qualità del testo e non sulla qualità dell’ipertesto. Però prima bisogna fare i conti con l’effetto primario della totalizzazione del mercato: il mercato-mondo. Un mercato che si identifica col mondo e un mondo che si identifica col mercato. E se il web riflette l’andamento del mondo il web sarà sempre totalizzato dal mercato.