Giornalismo di quantità

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La guerra fredda è finita esattamente quattordici anni, un mese e due giorni fa.
Ci piace tantissimo definire quest’epoca come “postmoderna”, quella del cibo biologico e dello sfruttamento capillare del lavoro. Quella della fine delle ideologie, o meglio della vittoria di una sola che regna incontrastata con la sua sistemica crisi strutturale.
Raul Castro è notoriamente colui che sta traghettando Cuba da Stato socialista a Stato liberale.

Però, se il presidente degli Stati Uniti gli stringe la mano, cacchiarola è una notizia storica.

Obama 2.0

Obama ha vinto. Che bello! Nell’era estetica 2.0 di questa seconda decade multi-touch del XXI secolo è una vittoria di stile. Siamo tutti più felici perché ha vinto un’altra volta il nero, il simpatico yo-man-ti-saluto-pugno-a-pugno che tanto ci ricorda The Wire (tra l’altro un telefilm che ha seguito). Romney invece è Reagan-style, roba vecchia, anche se il reaganismo è tutto ciò che ci rimane ora, con tutte le sue macerie. Romney è asettico e asessuato, basta guardare la pagina web presidenziale uscita per errore che i repubblicani avevano preparato. Fa da controaltare il discorso di straordinaria retorica di Obama, roba da alta comunicazione politica. La sensazione di leggerezza che ci dà questa vittoria è legata a questi ancestrali, coloniali e profondi sentimenti occidentali del buon zio Tom, e questo Obama lo sa benissimo visto che si tratta della maschera perfetta per un’economia di guerra.

La mia anagrafe dice che della vecchia politica fatta di ideologie non posso ricordare niente. Ho iniziato a leggere il quotidiano a 17 anni, nel maggio 2001, quando nacque il primo governo Berlusconi, e nel 1989 avevo sei anni, ma non è stato difficile notare che in queste ultime settimane giornali e telegiornali ci hanno provato a mettere in mezzo contenuti politici, a titolare con parole a effetto, ma quello che ne è uscito è stato un macello anacronistico, un linguaggio 1.0, anzi beta, da cortina di ferro, da pre-caduta-del-muro. Si è parlato infatti di un’elezione che “metteva in campo due americhe”, “due visioni del mondo”, come se ancora ci fosse posto per una politica in cui si prende parte per qualcosa e ci si impegna nella lotta, dove ci siano idee davvero diverse, dove insomma ci sia una qualche ideologia, quando in realtà di tutto ciò è rimasto solo il suo valore di mercato, quello pronto a salutare gli avvenimenti politici con insindacabile giudizio.