Chi è Socrate?

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«In primo luogo devo ricordarvi che il reale, anzi, la presa sul reale non dev’essere concepita in quell’epoca [VI-V secolo a.c.] come correlativa al soggetto. Si tratta molto semplicemente della Cosa. Non è die Sache, una faccenda, la realtà ultima. Ricordatevi che teoria non si limita a questo, e lo mostra assai bene la prassi da cui essa nasce, la pratica orfica. La teoria non è un’astrazione della prassi, non è neppure il suo riferimento generale. Nel momento in cui appare, è questa stessa prassi. Essa stessa, la teoria, è l’esercizio del potere, to pragma, la grande faccenda. 
Ciò che Socrate chiama episteme, scienza, ciò che insomma egli scopre, coglie, mette in evidenza è che il discorso genera la dimensione della verità. Socrate non è, come si dice, colui che riconduce l’uomo all’uomo, oppure ogni cosa all’uomo. E’ Protagora ad aver dato questa parola d’ordine: l’uomo misura di tutte le cose. Socrate, invece, riconduce la verità al discorso. Egli è, per così dire, il supersofista, ed è qui che risiede il suo mistero, perché se fosse solo il supersofista non avrebbe generato niente di più dei sofisti, vale a dire una reputazione alquanto dubbia.
E’ ben altro che un soggetto temporale ad avere ispirato la sua azione. E così arriviamo all’atopia, all’aspetto instabile di Socrate, che è quello che ci interessa. Se si cerca di leggere la discendenza socratica attraverso le testimonianze contemporanee o vicine oppure attraverso gli effetti più lontani, potrebbe venire in mente la formula di una sorta di perversione senza oggetto. In verità, credetemi, si fa fatica quando si cerca di focalizzare, di fissarsi su come poteva essere effettivamente questo personaggio. 
Un suo discepolo ha avuto l’idea – balzana, bisogna pur dirlo – di andare a consultare il dio di Delfi, Apollo. E il dio ha risposto: vi sono alcuni saggi, ce n’è uno che non è male ed è Euripide, ma il saggio dei saggi, il migliore, il nec plus ultra, è Socrate. Da quel giorno Socrate si è detto: bisogna che io realizzi l’oracolo del dio, ma dal momento che l’oracolo l’ha detto bisogna che lo sia. E’ in questi termini che Socrate ci presenta la svolta del suo passaggio alla vita pubblica. E’ insomma un folle che si crede comandato al servizio di un dio. E’ un messia e, per giunta, in una società di parolai».

Jacques Lacan, Il seminario VIII, Il transfert, 1960-61, Einaudi, Torino 2008, pp. 89-92.

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Per Lacan l’uomo non è un essere del tutto naturale. C’è il linguaggio -inteso in senso largo, molto largo, tutto ciò che ha senso – che lo determina in un modo del tutto particolare, perché esso è esosomatico. Come sintetizza Agamben, riprendendo Wittgenstein, «l’uomo sta nel linguaggio come una mosca intrappolata nella bottiglia: quel che egli non può vedere è proprio ciò attraverso cui vede il mondo. Tuttavia la filosofia consiste appunto nel tentativo di aiutare la mosca a uscire dalla bottiglia, o almeno a prenderne coscienza». Insomma è la metafora su cui, non c’è dubbio, Kant ha la paternità.
Per dirlo in termini lacaniani, il reale è ciò che sta fuori della bottiglia, e l’uomo non può che limitarsi non a osservare attraverso la bottiglia, ma a osservare la bottiglia e nient’altro, il simbolico. Non ci sarà mai quindi una vera e propria presa del reale, esso ci è interdetto, nonostante il linguaggio si riferisca ad esso. Nel momento in cui parliamo di stiamo già parlando di qualcos’altro, aggiungiamo qualcosa, il senso.
Il reale, dice lo psicanalista francese, è senza fessure (Seminario II), compatto come un pianeta, e Lacan dice: i pianeti, come sappiamo, non parlano (Seminario II). L’uomo è invece pieno di fessure: l’orifizio, l’apertura direbbe Heidegger, è ciò che fa dell’uomo un uomo, un vivente e non soltanto, qualcosa che a differenza degli animali è gettato in pasto al mondo.
Per questo il reale di Lacan non è la realtà ultima, il mondo delle idee, la “realtà”: non c’è niente lì, solo cose di cui non possiamo articolarne il senso, solo cose, forme di brocche vuote direbbe Heidegger (La questione della cosa). Se il reale davvero fosse qualcosa lì per noi, allora prima o poi potremmo comprenderlo, sarebbe solo questione di tempo. Ed è infatti solo questione di tempo, ma è un avvenimento terribile: l’unico momento in cui c’è una presa sul reale è quando smettiamo di parlare. E quand’è che smettiamo di parlare? Quando siamo morti, quando l’uomo non è che il suo corpo.
Lacan potrebbe dire che nonostante ci sia la Luna non possiamo fare a meno di osservare il dito, e non perché siamo stupidi, ma proprio perché siamo intelligenti.
Socrate, il maestro, l’analista, il soggetto supposto sapere, si pone nella situazione di colui che sa tutte queste cose, cioè sa di non poter sapere mai, sa che non c’è mai l’ultima parola, che ci sarà sempre qualcosa da dire, nonostante si sia detto di tutto. Socrate non sa come stanno le cose, sa solo come stanno veramente. E sa benissimo come dirlo.

Nell’immagine in alto: Socrate e Santippe. Incisione di Otto van Veen, XVII secolo.

Che cos’è l’intellettuale

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 «Alla fine della seconda guerra mondiale, due sono state [in Francia] le forze emergenti, poiché entrambe all’origine della resistenza all’occupazione nazista: i gollisti e i comunisti. Tali forze si intendevano tacitamente su due regole fondamentali: innanzitutto, lo Stato aveva delle responsabilità economiche e sociali, da cui la serie importante di nazionalizzazioni (banche, industria automobilistica, energia…), la pianificazione centralizzata, la previdenza sociale ecc. In secondo luogo, la Francia non doveva allinearsi integralmente agli Stati Uniti, da cui il patto franco-sovietico siglato da De Gaulle. Questi due punti di accordo facevano da sfondo alla contrapposizione tra la destra gollista e la sinistra socialista. Per quanto riguarda l’intellettuale di sinistra, questi era essenzialmente un “compagno di strada” del Partito comunista, nel senso che considerava che le regole comuni scaturite dalla Resistenza e dalla Liberazione andassero riprese nel senso della sinistra, e non limitate come voleva la destra. Da qui l’impegno sociale (con il popolo e gli operai contro i borghesi), la neutralità in politica estera (né con gli Stati Uniti né, troppo direttamente, con l’URSS), l’anticolonialismo. Oggi tutto ciò non ha più nessuna pertinenza. Le categorie di “sinistra” e “destra” si sono americanizzate: sono solo sfumature nella gestione capitalista. Tutti si richiamano alla “democrazia” – che io personalmente preferisco chiamare “capital-parlamentarismo” – come all’unico regime politico accettabile. Gli intellettuali dominanti sono diventati pappagalli della cosiddetta democrazia, e fanno la morale alla terra intera su basi che sono in realtà imperialiste. Ho sentito con le mie stesse orecchie una quantità di intellettuali di “sinistra” approvare caldamente il bombardamento di Kabul da parte dell’aviazione americana in nome delle liberazione delle donne afghane… La verità è che le categorie politiche stesse sono in rovina, e che la figura dell’intellettuale pubblico è diventata una caricatura».

Alain Badiou intervistato da Livio Boni e Andrea Cavazzini in Allegoria n. 58.

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La posizione di Badiou non è anti-intellettuale ma contro L‘intellettuale. Non è insomma una posizione contro la categoria. “Intellettuale” è una figura fondamentale che accompagna (“compagno di strada” dice il filosofo) un movimento politico e/o culturale. Lo commenta, lo giudica, lo radicalizza, lo semplifica, lo rende creativo o lo affossa. Intellettuale sta all’epoca storica che vive come il giornalista alla notizia: l’uno e l’altro non possono contaminarsi, pena la confusione su ciò che succede per il primo, la falsità di quel che dice per il secondo. “Intellettuale” è come “politico”: è una vocazione non una professione. Non la si sceglie, ma si è scelti. E’ questo il senso della frase: “Io non volevo neanche farlo il presidente, ma devo farlo perché molti me lo chiedono”, perché sono stato chiamato. Oggi però questa frase, che racchiude l’onore e la rispettabilità di una vocazione, si è trasformata nel suo contrario: “Io non volevo neanche farlo il presidente, il politico, l’intellettuale, mi fanno schifo, ma sono costretto a farlo, sono costretto a scendere in campo per difendere i miei interessi”. Ecco che l’intellettuale, anche quando è “chiamato”, rischia costantemente di diventare l‘intellettuale, perché può essere chiamato dalle persone sbagliate. Il genere peggiore di questa categoria è l’opinionista, colui che non solo si accontenta di snocciolare opinioni e mai verità, ma addirittura pretende che le sue opinioni siano spacciate come verità, nella consapevolezza che dureranno il tempo di un dibattito in tv. Belli i tempi dei sofisti, gli opinionisti del IV secolo avanti cristo. Quelli almeno, però, ti insegnavano un mestiere.

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Nella foto, Jean-Paul Sartre

Privato-pubblico o che cos’è l’amore

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«Ammettiamolo, questa faccenda della famiglia e della dialettica tra privato e pubblico è la croce del comunismo, perché l’amore, che è a sua volta verità, esige ritiro, esige che gli sia accordata una parte di invisibilità. Non possiamo intraprendere la strada che, in nome del reale fardello reazionario costituito dalla vita familiare, pretenderebbe di eliminare ogni distinzione tra vita pubblica e vita privata. La minaccia del resto non viene unicamente dalle imprese comuniste. La democrazia corrotta, che è il regime politico del capitalismo crepuscolare, adora anch’essa la “trasparenza” e gli uomini politici espongono alla luce del sole le loro scappatelle, quando non sono le loro orge. La volontà di farla finita con i segreti dell’amore era flagrante in quei Paesi in cui si dichiarava che la politica sta “al posto di comando”. Ma è altrettanto attiva nei Paesi in cui al posto di comando sta il denaro: la segreta gratuità dell’amore esaspera i capitalisti al governo, preferiscono di gran lunga i succosi profitti pubblici della pornografia».

Socrate in Alain BadiouLa Repubblica di Platone, 445e-471c, Ponte delle Grazie, Milano 2013, pp. 192-193.

T-1000, ovvero il popolo

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«Se dovessi indicare, nelle lettere di Paolo, un lascito politico immediatamente attuale, credo che il concetto di resto non potrebbe non farne parte. Esso permette, in particolare, di dislocare in una prospettiva nuova le nostre antiquate e, tuttavia, forse non rinunciabili nozioni di popolo e democrazia. Il popolo non è né il tutto né la parte, né la maggioranza né la minoranza. Esso è, piuttosto, ciò che non può mai coincidere con se stesso, né come tutto né come parte, ciò che infinitamente resta o resiste in ogni divisione, e – con buona pace di coloro che ci governano – non si lascia mai ridurre a una maggioranza o a una minoranza. E questo resto è la figura o la consistenza che il popolo prende nell’istanza decisiva – e, come tale, esso è l’unico soggetto politico reale»

Giorgio AgambenIl tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 58-59.

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Per questo “populismo” non è un termine che attiene al “popolo”. Per questo “essere eletto dal popolo” significa tutto fuorché essere eletto dal popolo. Il popolo non esiste, non è identificabile. E nel momento in cui ti sembra di averlo trovato, ecco che rispunta da un’altra parte. Se lo vuoi acchiappare e imbrigliare, ti ritroveresti con un T-1000, il cyborg indistruttibile di Terminator 2: puoi farlo a pezzetti all’infinito, ma egli sarà sempre lì, ritornerà sempre, perché non è un tutto che se separi distruggi, ma una parte che, in quanto già parte, è già separata, quindi inseparabile, quindi indistruttibile. Se l’ostinazione dovesse prendere il sopravvento a tal punto da convincerti che il popolo è qualcosa che si può identificare, imbrigliare e comandare, vedresti ciò che Lacan chiama il Reale: tanti piccoli pezzetti che ritornano insieme, incessantemente, inesorabilmente, infinitamente. Senza fessure. Vedresti un T-1000 che si ricompone, indifferente a te a tal punto che farlo a pezzi non sembra badargli molto, perché non c’è differenza tra intero e parte, in entrambi i casi è sempre un resto. Un popolo recintato non esiste, sarebbe l’organizzazione totale del lavoro e della politica, tutt’altro che “popolo”.

Morti viventi

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«Malgrado la fatica degli storici, degli scribi e degli archivisti di ogni specie, la quantità di ciò che va irrimediabilmente perduto è infinitamente più grande di ciò che può essere raccolto negli archivi della memoria. In ogni istante, lo scialo ontologico che portiamo in noi stessi eccede di gran lunga la pietà dei nostri ricordi e della nostra coscienza. Ma questo caos informe del dimenticato non è inerte né inefficace. Vi sono una forza e un’operazione del dimenticato, che non possono essere misurate in termini di memoria cosciente né accumulate come sapere, ma la cui consistenza determina il rango di ogni sapere e di ogni conoscenza. Ciò che il perduto esige, non è di essere ricordato e commemorato, ma di restare in noi e con noi in quanto dimenticato, in quanto perduto – e unicamente per questo, indimenticabile […].

L’alternativa qui non è fra dimenticare e ricordare, essere inconsapevole e prendere coscienza: decisiva è la capacità di rimanere fedeli a ciò che – pur incessantemente dimenticato – deve restare indimenticabile, esigere di rimanere in qualche modo con noi, di essere ancora – per noi – in qualche modo possibile […]. Se, invece, rifiutiamo questa esigenza, se perdiamo ogni relazione con la massa del dimenticato che ci accompagna come un golem silenzioso, allora essa si manifesterà in noi in modo distruttivo e perverso, nella forma di ciò che Freud chiamava il ritorno del rimosso, cioè il ritorno dell’impossibile come tale». 

Giorgio AgambenIl tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 43-44.

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Pensiamo all’Olocausto. La paura di dimenticarlo – ora che stiamo avvicinandoci alla prima generazione cresciuta senza “uomini che hanno vissuto la guerra” – è cocente. Ma, seguendo Agamben, non vi deve essere alcuna paura di dimenticare se, seguendo Freud, ciò che dimentichiamo è ciò su cui abbiamo lavorato, se ciò che stiamo per dimenticare sappiamo che è qualcosa di possibile, ogni giorno, tutti i giorni. La paura non è di dimenticare l’Olocausto ma di vederlo ripetersi. Ma se un oblio dovesse determinare il ripetersi di ciò che è accaduto, non è perché si dimentica ciò che è accaduto, ma perché si dimentica ciò che ha significato. Si dimentica che è qualcosa con cui abbiamo a che fare ogni volta in forme diverse, non necessariamente quelle del lager: Di nuovo, è sempre qualcosa di possibile. Se non prendiamo coscienza di questo, c’è il ritorno del rimosso, quello che la filmografia moderna ha ben rappresentato con la figura dello zombie: deve essere morto, trapassato; allora perché continua a persistere? Si dimentica ciò che si fa proprio, e che in quanto proprio non c’è bisogno di portare alla mente ogni volta. Questo è l’oblio che cancella l’ossessione di ricordare, elimina la necessità di fissare immagini, forme, senza badare a sostanze e contenuti. Se non si ricorda l’Olocausto in quanto possibile, se non lo si ricorda come ciò che ha significato per noi, la sua crudeltà ritorna e persiste come un’inammissibile morto vivente.

Proletariato, cent’anni dopo

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«Dov’è dunque la possibilità positiva dell’emancipazione […]? Risposta: nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile che non è una classe della società civile, di uno Stand, che è la dissoluzione di tutti gli Stände […], che non rivendica nessun diritto particolare, poiché su di essa viene esercitata non un’ingiustizia particolare, ma l’ingiustizia assoluta […]; di una sfera, infine, che non può emanciparsi, senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società e senza emancipare quindi tutte le altre sfere della società – che, in una parola, è la perdita totale dell’uomo e che potrà raggiungere se stessa solo riscattando integralmente l’uomo. Questa dissoluzione della società come Stand particolare è il proletariato.

Karl Marx e Friedrich EnglesWerke, I, Dietz, Berlin p. 390, in Giorgio AgambenIl tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 34-35.   

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Non mi pare le cose siano cambiate tanto. Anzi, i proletari di oggi sono più proletari di quelli di ieri. Siamo più veri dei veri. Non a caso “proletariato” è oggi una parola anacronistica. Una parola ha bisogno del suo contrario per esistere, altrimenti decade. E’ come in un mondo di pazzi. Siamo tutti proletari.

Ma il Capitale, non aveva vinto? Sì, però funziona che la ricchezza è distribuita male. Poi ti spiego.

La differenza con i vecchi proletari è che noi oggi vogliamo questa catena radicale, questa perdita totale, la desideriamo come il nuovo tablet che cambierà tutto, tranne la propria condizione sociale. Alcuni hanno addirittura sostenuto, e ancor di più altri sostengono ancora oggi, che non desideriamo più questi oggetti, ma già ne godiamo: le rate insomma son roba vecchia, ora puoi già ottenere (goderne) ciò che desideri, senza bisogno di lavorare. Il lavoro non rende più liberi, ma questo già si sapeva da un pezzo. Ogni oggetto da consumare non sarà mai al di sopra delle proprie possibilità perché già si vive al di sopra delle proprie possibilità, e quell’oggetto, quel feticcio, quella merce, è sempre già nelle tue possibilità.Il “Godi! Godi! Godi!” della generazione che non resiste più a niente si è sostituito a quel “Resistere! Resistere” Restistere!” della generazione che voleva soltanto godere.

Negazionismo e governo dei corpi

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Il 15 ottobre la Commissione Giustizia del Senato ha approvato un emendamento presentato dal senatore Felice Casson (PD) che modifica l’articolo 414 del codice penale (istigazione a delinquere) prevedendo un aggravio di pena del cinquanta per cento «se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo, crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra. La stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità». In questi giorni la stessa Commissione sta discutendo un emendamento all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 – presentato in origine da Silvana Amati del Pd il 16 ottobre dell’anno scorso (il 16 ottobre del 1943 avvenne il rastrellamento del ghetto di Roma) – che prevede tre anni di reclusione e una multa fino a 10mila euro a chi nega l’esistenza di genocidi. La legge del ‘75 è la ricezione della Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Entrambi gli interventi in Commissione riguardano il cosiddetto “reato di negazionismo”, su cui in questi giorni se ne discute parecchio. Il primo che propose in Italia un progetto di legge di questo tipo, seguendo l’esempio di diversi paesi europei che già lo adottano da decenni, fu nel 2007 l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, e prevedeva condanna e reclusione a chi negava l’esistenza della Shoah. Alla proposta di Mastella seguirono diverse reazioni contrarie. La più famosa fu quella di un gruppo di 197 storici universitari italiani che in una specie di manifesto dello storicismo affermarono che il progetto di legge di Mastella avrebbe sostituito «a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge». infine, l’11 ottobre è morto il capitano delle SS Erich Priebke, il “boia delle Fosse Ardeatine”, manco a farlo apposta appena due giorni prima del settantaseiesimo anniversario del rastrellamento di Roma.

La tempesta perfetta.

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Il negazionismo è una brutta bestia, ma una legge che ne certifichi il reato non è necessaria, è anzi l’ammissione di un’impotenza. Come spiegano i 197 storici italiani nel documento del 2007, si offrirebbe in primo luogo «ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà». Ma la cosa più grave, afferma il gruppo di storici italiano, è che si imporrebbe «una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato». La preoccupazione degli storici è attuale e scottante. Oltre a contenere implicitamente un’autocritica – gli storici denunciano proprio la mancanza di una “pratica educativa”, “una coscienza comune sulla verità storica della Shoah”, altrimenti non verrebbe in mente a nessuno di discutere seriamente una legge di questo tipo, né a 197 professori di intervenire così – il documento degli universitari è prezioso, afferma il paradossale effetto del reato di negazionismo: la delegittimazione della cultura storica, l’esautorazione dell’educazione scolastica e della sensibilità intellettuale dal determinare una coscienza storica dell’Olocausto. Per affrontare il negazionismo, afferma una buona fetta del mondo accademico italiano, non è necessaria la forza bruta della legge, ma un sano dibattito pubblico. David Irving ha scontato 400 giorni di prigione non solo perché negazionista, ma soprattutto perché colpevole di razzismo e apologia del nazismo, e la sua opinione non ha mai contato nulla. In Francia, Belgio, Germania e Austria (i paesi più colpiti dalle deportazioni) la negazione dell’Olocausto è reato, mentre in Israele, Portogallo e Spagna è addirittura punita qualsiasi negazione di un genocidio. Sono armi in più contro l’oblio della storia, ma quella principale resterà sempre la conoscenza storica, l’unico strumento capace di sconfiggere qualunque propaganda.

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Esiste una legge contro chi afferma l’esistenza di scie chimiche o di una corporazione di alieni che ci governa da millenni? No, perché sono una serie di evocative balle che si smontano semplicemente col buon senso. Il dibattito tra cospirazionisti e cacciatori di bufale non rafforza né le posizioni dell’uno né dell’altro, esalta soltanto la potenza del confronto razionale. Lo stesso discorso dovrebbe valere per chi nega la Shoah. E’ una realtà oggettiva che tra il 1933 e il 1941 la Germania nazionalsocialista ha pianificato e quasi portato a termine l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei d’Europa. Che poi Irving abbia sostenuto che le camere a gas servivano per sterminare i pidocchi è soltanto la libertà di spararle grosse. Se poi ci si sente a tal punto offesi da avere il bisogno di tappargli la bocca allora vuol dire che il revisionismo opportunista di questi individui tocca un nervo scoperto.

E’ il rischio di oblio della storia, la verità che con i totalitarismi noi europei non ci abbiamo ancora fatto i conti. Sotto lo stress di un trauma, tendiamo a cristallizzare questo periodo storico come un capitolo che vogliamo chiuso ad ogni costo, forte di una lettura storica ai limiti dell’interpretazione religiosa: il momento in cui Male ha fatto la sua comparsa sulla terra. Per questo il negazionismo fa paura, perché ha la forza liberatoria dell’antidogmatismo, la stessa che troviamo nella teoria del complotto. Ma perché mai l’Olocausto deve essere un dogma? Abbiamo la storia dalla nostra parte, sono fatti realmente accaduti, non abbiamo bisogno di una chiesa. La paura del negazionismo è la nostra preoccupazione storica più forte, quella della possibilità di un errore ermeneutico da parte delle generazioni future.

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Purtroppo l’Olocausto è stato un affare umano, troppo umano, è questa l’insopportabile verità che non dobbiamo dimenticare. Quella che svela come i totalitarismi del XX secolo siano stati il governo dei corpi in un vorticoso e avviluppante delirio, la conseguenza estrema di un governo in cui vita e politica sono tutt’uno a tal punto che sia la politica a decidere della vita e non il contrario. Da qui l’organizzazione totale dell’esistenza dell’uomo, da quando nasce a quando muore. Questo bisogna insegnare a scuola. Di questo dobbiamo parlare quando affrontiamo faccia a faccia gli orrori dei totalitarismi: il loro nuovo uso del corpo che inaugura l’indicibile verità della politica moderna.

La fusione di vita e politica non fa un animale politico ma un animale la cui vita si fa tutt’una con la politica a tal punto da scambiare la stessa vita per uno dei tanti elementi che compongono la polis. A tal punto da determinare il bisogno del diritto alla vita, di diritti umani. E’ questa la verità che l’Occidente tarda ad affrontare. E’ questa la vera negazione. C’è un filo rosso che collega l’ideologia totalitaria di allora con l’organizzazione totale dell’economia capitalista di oggi. Discutiamo di questo. Difficile parlarne, perché è scandaloso, come l’Olocausto. Ma limitarsi a paventare l’Olocausto dei totalitarismi senza vedere il nuovo uso dei corpi che c’è alla sua base, alle sue fondamenta, è la più grande ingiustizia che si possa fare alle sue vittime, quella che si limita a ricordare, ci costringe a non dimenticare.

Che cosa non è l’ateismo

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«L’ateismo di Nietzsche è un ateismo del tutto particolare. Nietzsche non deve essere incluso nella problematica compagnia di quegli atei superficiali che negano Dio se non lo trovano in provetta, e che al posto di Dio, negato in questo modo, “divinizzano” il loro “progresso”. Non dobbiamo scambiare Nietzsche per uno di quei “senza-dio” che non possono nemmeno essere tali, perché non hanno mai lottato né sono capaci di lottare per conquistarlo […].

Non possiamo fare del termine e del concetto “ateismo” una parola di battaglia, e di difesa, cristiana, come se ciò che non corrisponde al Dio cristiano fosse “in fondo” già per questo ateismo […]. Solo gli ignavi e coloro che si sono stancati del loro cristianesimo vanno a cercarsi nelle affermazioni di Nietzsche una conferma a buon mercato del loro problematico ateismo». 

Martin Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 2005, p. 272. 

Il Reale

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«C’è un’immagine che condensa tutta la sensibilità postmoderna di questo autore [David Lynch]. Penso alla scena iniziale di Blue Velvet quando, dopo l’attacco di cuore del padre, la camera da presa si avvicina al protagonista e poi guarda a terra, tra l’erba, da dove arrivano strani, ripugnanti rumori di vita. L’erba brulica di disgustosi vermi e di insetti vari. La realtà è qualcosa dalla quale bisogna mantenere una certa distanza, se ti avvicini troppo vedi questa specie di vita mortale, che è disgustosa. Dettagli come questi mi attraggono. Per relazionarti alla realtà hai bisogno di uno schermo che possa rendertela sopportabile. Se ti avvicini troppo, la realtà esplode. E per questo motivo sono diventato cine-dipendente».

Slavoj Žižek intervistato da Elisabetta D’Erme il 3 settembre del 1998 per Il Manifesto.