Il giorno della memoria e l’importanza dell’oblio

auschwitz

Il 27 gennaio del 1945 il campo di Aushwitz veniva liberato. Oggi ci preoccupiamo che il ricordo di quello che è accaduto possa sbiadire, e con esso, in proporzione inversa, la possibilità del suo ripetersi.

La psicoanalisi mette ricordo rimosso in una relazione particolare: se non si ricorda ciò che è accaduto, perché ricordarlo farebbe riaffiorare sentimenti profondamente turbanti, allora il trauma ritorna come rimosso, persistendo e insistendo in forme diverse dall’integrità del ricordo, magari prendendone solo un pezzettino. Un esempio fesso: un profondo turbamento che dà l’indossare un certo capo di abbigliamento perché è con quel vestito che si è stati stuprati, e la vittima non lo sa perché: più che dimenticare l’episodio, qui si tratta di rimuoverlo lasciandone la traccia. Il ricordo apparentemente sparisce per trasformarsi in rimosso, persistendo nel pantalone che si indossava quella sera. Un po’ come se il corpo non dimentica niente di quello che il cervello vorrebbe sotterrare. È la figura micidiale dello zombie: una cosa che dovrebbe essere morta, immobile, passata, persiste dopo la morte, terrorizzandoci. Lo zombie è qualcosa di irrisolto che si vorrebbe risolto, dimenticandolo. Così ritorna e persiste, incessantemente finché non lo si affronta.

La necessità di ricordare quello che è successo nella Seconda Guerra Mondiale non è quindi così fondamentale per scongiurare il suo ripetersi: se anche dimenticassimo, il ritorno del rimosso sarebbe inevitabile. È il trauma della storia. Piuttosto, sarebbe più utile dimenticare, ma in un modo particolare.

La giornata della memoria mi ha ricordato una riflessione di Giorgio Agamben che trattai a novembre di due anni fa a proposito dell’importanza dell’oblio. Più che persistere nel ricordo, come un morto vivente, se la civiltà occidentale volesse davvero imparare da quello che è successo, dovrebbe imparare a dimenticare chiedendosi perché sia successo. Ciò che è accaduto può a quel punto anche sbiadire, perché ormai se ne conosce la ragione profonda. Una dimenticanza simile a quella della terapia: ora che hai scoperto di essere stato stuprato, non c’è più bisogno che il ricordo che non vuoi persista in un feticcio traumatico. Ora che lo sai, puoi dimenticare il trauma, e ricordarlo liberamente.

Giorgio Agamben e l’importanza dell’oblio per una sana memoria 

Chi sono i terroristi/3 – Conversazione tra Badiou e Hazan

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[Il 24 dicembre 2008, sulla rivista Politis, è stato pubblicato un articolo, riportato dal collettivo francese Le parole sono importanti, firmato dal filosofo Alain Badiou e dello scrittore Eric Hazan a proposito della parola terrorismo. Lo spunto allora era il caso dell’ex prefetto di Var, in Francia, Jean-Charles Marchiani, riconosciuto prima colpevole di abuso di beni aziendali – per commissioni guadagnate illegalmente per un importo di 10 milioni di franchi -, incriminato per aver preso parte a un traffico di armi con l’Angola e infine graziato dal presidente Sarkozy dopo soli sei mesi di carcere. «Mentre Julien Coupat – osserva il collettivo Le parole – ancora langue in carcere senza processo, perché è semplicemente sospettato di aver sabotato delle sospensioni a catenaria dei treni di Stato della SNCF. Soltanto per questo motivo, questo presunto sabotaggio è stato elevato dallo Stato sarkozyano al rango di atto terrorista, qualificazione che giustifica – e non serve che a questo – qualsiasi misura preventiva e qualsiasi trattamento d’eccezione». Il testo di Badiou e Hazan potete leggerlo in francese qui]

«Impresa individuale o collettiva finalizzata a turbare gravemente l’ordine pubblico attraverso l’intimidazione o il terrore».

Questa è la definizione di terrorismo nel codice penale [francese]. Una tale impresa, concertata e di grande ampiezza, è condotta sotto i nostri occhi da mesi. I sistemi di intimidazione sono molti e vari: riconoscimento visivo per strada, nella metropolitana ronde minacciose di GPSR (Groupes de protection et de sécurisation des réseaux) con i loro cani da guardia, filtraggio delle uscite della città da parte della polizia, monitoraggio delle periferie dal cielo da droni con visori notturni. Senza contare l’intimidazione dei giornalisti, minacciati di perdere il loro posto con una telefonata “dall’alto”.

In termini di terrore, la recente irruzione all’alba in un piccolo villaggio in Corrèze di forze speciali incappucciate e armate, è stata filmata e fotografata in modo che tutta la Francia poteva immaginare il terrore dei bambini davanti la comparsa di questi extra-terrestri.

Non abbiamo dimenticato la morte di Chulan Zhang Liu, la ragazzina cinese che si è gettata dalla finestra l’anno scorso, tanto era terrorizzata da un controllo di polizia che cercava i sans papiers.

Né gli adolescenti in carcere che spingono la loro indisciplina fino al punto di suicidarsi.

Né le ragazze del collegio di Marciac terrorizzate dai cani poliziotto.

Senza dimenticare il terrore dei malati di mente che popolano le carceri e le panchine nella stagione fredda, e al quale il capo dello Stato ha promesso appropriate misure tecno-mediche per la minaccia che rappresentano.

La lotta antiterrorismo, con le sue sorelle minori che sono la lotta all’immigrazione clandestina e la lotta alla droga, sono lotte che non hanno nulla a che vedere con ciò che pretendono di combattere. Questi sono esercizi di governo, modalità di controllo della popolazione attraverso intimidazione e terrore. Coloro che oggi hanno in mano l’apparato statale sono consapevoli della impopolarità senza precedenti di quello che loro chiamano riforme. Sanno che una scintilla può avviare un incendio. Hanno creato un sistema terroristico per prevenire e trattare i gravi problemi che provocano. Gli eventi in Grecia vanno a rafforzare le loro paure, il che può far pensare che sono sufficientemente giustificate. Infatti, com’è scritto nell’articolo 35 della Costituzione del 1793:

«Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri».


Nella foto in alto, un momento del blitz del 9 gennaio 2015 all’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, Parigi. Grazie a Edoardo Acotto per la segnalazione del pezzo e la consulenza nella traduzione.

Quell’idiota di Derrida

profesorharvey

Un anno ho cercato di leggere Il capitale con un gruppo che seguiva il programma di lingue romanze della Johns Hopkins. Con mia immensa frustrazione, dedicammo quasi l’intero semestre al primo capitolo. Io ripetevo: «Dobbiamo andare oltre, per arrivare almeno alla trattazione della “Giornata lavorativa”», e la risposta era sempre: «No, no, no, dobbiamo chiarire bene. Cos’è il valore? Cosa dobbiamo intendere con denaro e merce? Cos’è il feticcio?» e così via. Usavano anche l’edizione tedesca per accertarsi della traduzione. Scoprii anche che essi si ispiravano a qualcuno che non avevo mai sentito nominare, che pensai dovesse essere un idiota dal punto di vista politico, se non addirittura da quello intellettuale, per aver diffuso un approccio simile. Questa persona era Jacques Derrida.

David HarveyIntroduzione al Capitale. 12 lezioni sul primo libro, La Casa Usher, Firenze 2012, p. 15.

Un nuovo “muodo de vivere”

Antica gracia

«Nelle società fondate sulla tradizione orale, la memoria della comunità tende involontariamente a mascherare e riassorbire i mutamenti. Alla relativa plasticità della vita materiale corrisponde cioè un’accentuata immobilità dell’immagine del passato. Le cose sono sempre andate così; il mondo è quello che è. Soltanto nei periodi di acuta trasformazione sociale emerge l’immagine, generalmente mitica, di un passato diverso e migliore – un modello di perfezione, di fronte a cui il presente appare come uno scadimento, una degenerazione. “Quando Adamo zappava e Eva filava, chi era nobile?”. La lotta per trasformare l’assetto sociale diventa allora un tentativo consapevole di tornare a quel mitico passato».

Carlo GinzburgIl formaggio e i vermi, Einaudi, Torino 2009. p. 91.

La particolarità della crisi contemporanea è che la trasformazione del glorioso passato è ostaggio degli estremismi di destra. A tutti piace Tolkien e il suo meraviglioso mondo fatto di Virtù, Natura e Morale, ma solo gli xenofobi l’hanno inserito nel loro immaginario.

Estremista è ogni visione gloriosa del passato, altrimenti come la fai la rivoluzione? La differenza con qualche generazione fa – quella in cui Nietzsche e Wagner annunciavano e cantavano una gloria che apparteneva a tutti, universale – è che questo estremismo è stato consegnato a chi di tutta questa Storia della Crisi, di questa dinamica della crisi (quella in cui il passato diventa migliore del presente e quest’ultimo va trasformato in un passato che esiste solo nella mente di chi vive nel presente) non ne sa nulla, la vive ma non la sa. La conseguenza è che la crisi è in mano al conservatore, l’estremista di destra, col risultato di radicare e rendere ancora più immobile il presente, riducendo l’immaginario del passato alla sola delizia tolkeniana.

Il senso della vita

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Cercavo Avamposto 42, il sito dedicato alla quarantaduesima missione della Stazione Spaziale Internazionale (parte stasera dal Kazakistan alle 22:01:13 ora italiana). Così ho scritto “42” sulla barra URL e il correttore google mi ha portato su www.42.com, una pagina di testo che trova a suo modo il senso alla Risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto: math, ovvero la somma delle posizioni nell’alfabeto delle lettere della parola “matematica” in inglese, che dà: 13(M)+1(A)+20(T)+8(H)=42.

Oh, si gioca eh. Il fascino della numerologia è proprio il suo gioco (basta guardarsi la divertentissima pagina sul 42 di wikipedia). E infatti il senso della vita è esattamente questo gioco: un senso che ha luogo fintantoché si rispettano delle regole. Ancora meglio: un senso che è definito dalle sue stesse regole, come negli scacchi, dove per spiegarne il senso devi limitarti a enunciarne le regole: l’alfiere va solo in diagonale, il cavallo solo a elle, etc. Certo, lo scopo degli scacchi è mangiarsi la regina, ma nessuno scacchista ti direbbe che il bello del gioco degli scacchi è mangiarsi la regina, piuttosto le mosse per metterla in scacco.

Le regole hanno un campo di applicazione che non è mai totale, ovvero un campo che non comprende mai, estensivamente, l’universo intero ma soltanto quello nel quale il gioco ha luogo. È il motivo per cui il gioco è un gioco, una finzione.

Per concludere, come la goliardica trovata del “42” di Douglas Adams insegna, non c’è senso della vita, nel senso di uno scopo ultimo, una trascendenza finale epifanica che scioglie ogni dubbio trasfigurando l’esistenza, ma solo la necessità di obbedire alle sue regole.

Altissima povertà

Ciò che i francescani non si stancano di ribadire e su cui anche il ministro generale dell’ordine, Michele da Cesena, che pure aveva collaborato con Giovanni XXII nella condanna degli spirituali, non è disposto a transigere, è la liceità per i frati di servirsi dei beni senza avere su di essi alcun diritto (né di proprietà né di uso): nelle parole di Bonagrazia, sicut equus habet usus frati, «come il cavallo ha l’uso di fatto, ma non la proprietà dell’avena che mangia, così il religioso che ha abdicato a ogni proprietà ha il semplice uso di fatto (usum simplicem facti) del pane, del vino e delle vesti» (Bonagrazia, p. 511).

Nella prospettiva che qui ci interessa, il francescanesimo può essere definito – e in questo consiste la sua novità, ancor oggi impensata e, nelle condizioni presenti della società, del tutto impensabile – come il tentativo di realizzare una vita e una prassi umane assolutamente al di fuori delle determinazioni del diritto. Se chiamiamo «forma-di-vita» questa vita inattingibile dal diritto, allora possiamo dire che il sintagma forma vitae esprime l’intenzione più propria del francescanesimo […].

Se, da una parte, gli animali sono umanizzati e diventano «frati» («chiamava tutte le creature col nome di fratelli», Francesco 2, II, p. 156), per converso, i frati sono equiparati, dal punto di vista del diritto, a degli animali.

Giorgio AgambenAltissima povertà. Regole monastiche e forma di vita, Neri Pozza, Vicenza 2012, pp. 136-137.

Pink Floyd

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Ho letto la prima traduzione italiana di un testo di Friedrich A. Kittler (foto in alto), filosofo tedesco che ho scoperto da poco. Il libro si chiama Preparare la venuta degli dei, Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd (titolo originale: Das Nahes der Gotter vorbereiten) e raccoglie tre conferenze. La seconda conferenza, Il dio delle orecchie, contiene una straordinaria e serrata ermeneutica dei Pink Floyd, il gruppo che ha inventato la musica dopo la musica moderna. 

Il discorso di Kittler è il seguente: l’arrivo del sound, termine con il quale Kittler indica la nascita del suono riproducibile elettronicamente, ha determinato l’emancipazione del suono vero e proprio, liberandolo dalla sua in-scrizione nelle parole, nella metrica, per farlo esplodere come semplice suono. Il sound di Kittler ha implicito il surr-ound, il suono che ti avvolge da tutte le parti senza una sorgente identificabile se non il suo stesso suono.

«E pensare che tutto era iniziato in modo così semplice. Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright, tre studenti di architettura nell’Inghilterra degli anni Sessanta, si esibivano con le loro chitarre nei teatri di periferia suonando vecchi classici di Chuck Berry. Si chiamavano The Architectural Abdabs, un gruppo che oggi nessuno ricorda più. Un bel giorno di primavera del 1965, si unì a loro un chitarrista e cantante che inventò il marchio Pink Floyd, cioè il nome della band e il sound che lo caratterizza: amplificatori sovramodulati, mixer come quinto strumento, suoni vorticanti nello spazio e tecnologia delle basse frequenze combinata con l’opto-elettronica fino ai limiti del possibile. Con buchi neri al posto degli occhi, Syd Barrett apre al rock’n’roll il dominio dell’astronomia, Astronomy Domine».

Rovesciando la tesi di McLuhan, Kittler conclude che con l’arrivo del sintetizzatore (per i Pink Floyd il Coordinatore Azimuth) il medium non è più il suo stesso messaggio ma ritorna di nuovo propriamente medium, mezzo, strumento di qualcosa che non appartiene più strutturalmente alla cosa che riproduce: se la televisione ti chiede di guardarla, non importa cosa basta che guardi lei, il sintetizzatore ti chiede di ascoltare, non importa da dove esca fuori il suono basta che ascolti.

«[…] in presenza del denaro e della follia cadono tutte le barriere ed è stato Barrett e nessun altro a fornire la prova assicurando ai Pink Floyd, con il Coordinatore Azimuth, una superiorità tecnica su tutti gli altri gruppi musicali. Come dice già il nome, il Coordinatore Azimuth è un impianto di amplificazione che riesce a far arrivare all’ascoltatore singoli suoni, tracce e stratificazioni all’interno della massa sonora in posizioni variabili a piacimento lungo le tre dimensioni spaziali: Brain Damage ne celebra la gloria».

Alla base della sparizione del medium-messaggio e del ritorno del medium come strumento che produce qualcosa che non gli appartiene, c’è il ruolo particolare che ha l’orecchio su tutti gli altri sensi. Riprendendo l’osservazione dello psicoanalista francese Jacques Lacan secondo il quale l’orecchio è l’unico orifizio del corpo che non si può chiudere, Kittler conclude che l’ascolto non è un atto volontario: a differenza della visione, del sapore, del tatto e dell’olfatto, il suono ci piove addosso senza che possiamo controllarlo. L’udito è l’unico senso che si stoppa solo al prezzo della sordità: possiamo smettere qualche volta di guardare e odorare, ma mai di ascoltare. 

«Nel regno dell’acustica le cose non funzionano come nello show business: «Le orecchie sono, nel campo dell’inconscio, il solo orifizio che non possa chiudersi» [J. Lacan, Il seminario. Libro XI]. Dal prato attraverso il corridoio fin dentro alla testa: l’inarrestabile avanzamento della follia passa per orecchie incapaci di difendersi e, alla fine della canzone, che sia Brain Damage The Wall, gli argini si sono ormai rotti, la testa esplode e si sentono solo urla che rimangono inascoltate».

Nel sound non c’è più primarietà del medium sul messaggio come voleva McLuhan. La musica dei Pink Floyd è oggetto di qualcosa su cui il medium non esercita più alcun controllo. Il medium, dopo decenni di autoreferenzialità, ritorna a mediare. Il messaggio del sound non si in-scrive più nel Reale per mezzo del medium, permettendo a quest’ultimo di dominare pensieri ed emozioni, ma lo travalica. Il sintetizzatore è insomma un medium vecchia maniera, propriamente mezzo: mette davanti (di dietro, da sinistra, da destra, da sopra, da sotto) all’ascoltatore il sound e nient’altro. Il prezzo da pagare è la dispersione del messaggio nel suono stesso, anziché nel medium, col risultato di mettere l’ascoltatore faccia a faccia con l’inconscio.

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Ma questa natura del medium di Kittler non viene che sfiorata dai Pink Floyd che con il loro marchio impacchettano e producono il suono per i desideri del capitale. Non lo riproducono più, come invece voleva Syd Barrett, colui che ha creato il sound dei Pink Floyd con il Coordinatore Azimuth.

«La stella dell’undeground londinese ha brillato per due anni scarsi […]. Durante le ultime esibizioni di Barrett la mano sinistra, invece di impugnare il manico della chitarra, cade molle lungo il fianco, mentre la destra pizzica incessantemente la stessa corda libera: la monotonia che è qui insieme inizio e fine della musica, come nelle tecniche di tortura cinese. Poi, l’uomo che ha inventato i Pink Floyd sparisce da tutti i palchi e sprofonda in una terra di nessuno medica tra psicosi da LSD e schizofrenia, mentre il suo gruppo trova un altro chitarrista e insieme a lui la formula del successo».

La nascita dei Pink Floyd ha richiesto l’esclusione di Syd Barrett, com’è lecito in ogni processo creativo che richiede sempre un’esclusione e un’inclusione. Barrett è stato escluso, afferma Kittler, perché alla base di ogni creazione c’è sempre un dentro che diventa fuori e un fuori che diventa dentro: è stato necessario escludere Barrett, il creatore dei Pink Floyd, per rendere possibile i Pink Floyd, per renderli ascoltabili e leggendari così come li conosciamo, anziché un bisbiglio rumoroso di suoni come invece avrebbe voluto il diamante pazzo-Barrett che non a caso, osserva Kittler, si dice abbia giudicato “un po’ antiquata” la musica dei suoi stessi Pink Floyd anni dopo l’addio al gruppo e alla sanità mentale.

«La macchina capitalistica e i suoi flussi di denaro vengono nutriti dal flusso decodificato e deterritorializzato dell’alienazione mentale, la cui realizzazione immediata è quella elettrica. Per sei anni i Pink Floyd hanno taciuto sull’esclusione che li ha resi possibili, ma Brain Damage è la canzone che parla del dentro e del fuori, di esclusione e inclusione e del loro reciproco annullamento».

Perché questa esclusione di Barrett?, perché la scoperta del sound, per essere tollerabileall’orecchio mortale senza sfinirlo, com’è invece successo a Barrett, andava addomesticata: prodotta, non più riprodotta. 

«Quando i suoni […] possono riemergere davanti, dietro, a destra e a sinistra, sopra e sotto l’uditore, salta in aria lo spazio in cui ci si orienta quotidianamente […]. La testa, non solo come sede metaforica del cosiddetto pensiero, ma come effettivo centro del sistema nervoso, diviene una cosa sola con ciò che arriva a livello di informazione, che non si limita alla cosiddetta oggettività, ma è concretamente sound. La fine di Brain Damage è attraversata dai suoni al sintetizzatore, probabilmente a dimostrazione del fatto che i sintetizzatori hanno soppiantato già da molto tempo i giudizio sintetici a priori dei filosofi: un generatore in grado di pilotare e programmare i suoni secondo tutti i parametri – frequenza, differenza di fase, armonici e ampiezza – traduce condizioni che rendono possibile l’esperienza all’interno del simulacro fisiologicamente totale». 

Il sound è un simulacro (una manifestazione di qualcosa che non rappresenta che sé stessa: un accordo musicale, un’immagine sacra di Dio) fisiologicamente totale: il suono emancipato dal medium arriva direttamente alle orecchie e al corpo dell’ascoltatore. Nel sound è il corpo a fare da cassa di risonanza. Sarebbe quindi il corpo a fare da medium, se non fosse che il corpo è punto di arrivo per il sound e insieme strumento di ascolto: per questo non si può più parlare di medium à la McLuhan.
Ma questo sound nella sua purezza, prima di essere il corpo che lo ascolta, è fondamentalmente brusio di sottofondo. E la follia è la soglia che articola questo brusio di sottofondo che sta in ogni pezzetto di informazione, sia essa un flash news o un brano rock: è il sound. Chi si immerge in esso appare pazzo all’esterno, come Barrett. Poi c’è chi, come Roger Waters (che ha sostituito Barrett), si limita ad indicare questo mondo fatto di brusii e rumori di fondo restandone fuori. Waters ha inventato un linguaggio per mostrare il non-sense alla base di ogni informazione sensata grazie alla strada aperta da Barrett che del non-senso della pura informazione senza mediazione, a differenza di Waters, è rimasto affascinato e ammaliato.

«Foucault ha scritto una Storia della follia nell’età classica; Bataille una Storia dell’orecchio; ma a Roger Waters, il compositore di Brain Damage, dobbiamo la breve storia dell’orecchio e della follia nell’epoca dei media».

Il linguaggio della follia, quella vera, dello psicotico, è il linguaggio del brusio di sottofondo che sta dietro ogni informazione che passa per un medium che non la determina. È un linguaggio indipendente dallo strumento con il quale l’informazione viene emessa. Per questo è incomprensibile, folle: non ha dove propagarsi se non ovunque, disperdendosi come un’onda sonora, finché non c’è qualcuno che ascolta un pezzetto di questa dispersione, articolandone il senso. Ecco l’informazione senza il determinismo e il controllo del medium. Ecco il sound.

«Insomma […] la storia dell’orecchio è sempre anche una storia della follia: una musica che produce danni celebrali avvera gli oscuri presentimenti che infestavano le menti e i manicomi; un’enciclopedia della psichiatria ci informa poi del fatto che «di tutte le sfere sensoriali l’udito è quella che viene più spesso colpita da allucinazioni» (C. Muller, Lexikon der Psychiatrie). Dal rumore bianco passando per sibili, gocce d’acqua e sussuri fino ai discorsi e alle grida: sono tutti i sintomi compresi nella scala dei cosiddetti acoasmi percepiti o prodotti dalla follia. Leggendoli si ha l’impressione che il nostro dizionario psichiatrico voglia stilare una lista degli effetti sonori dei Pink Floyd: il rumore bianco c’è in One of These Days, il sibilo in Echoes, le gocce d’acqua in Alan’s Psychedelic Breakfast, le urla in Careful With That AxeEugene e i sussuri sono ovunque… […]».

«Gli alienati mentali, che a quanto pare sono meglio informati dei loro medici, ci dicono esplicitamente che la follia non fornisce una descrizione metaforica e farfugliante di chissà quali emittenti installate nel cervello ma che, al contrario, è essa stessa una metafora della tecnologia: proprio perché viene messa sempre sui più moderni banchi di prova, la pazzia registra con precisione storiografica tramite le sue antenne lo stato attuale dell’elaborazione dell’informazione».

Friedrich KittlerPreparare la venuta degli dei, Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd, L’orma, Roma 2013. Tutte le citazioni sono da pagina 49 a seguire.

La scienza e la filosofia

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« […] il libero arbitrio è una questione terribilmente difficile da affrontare per i fisici. Di solito cerchiamo di evitarla. Non fa che confondere questioni che altrimenti apparirebbero chiarissime. Tanto più con le macchine del tempo».

Kip ThorneBuchi neri e salti temporali, l’eredità di Einstein, Castelvecchi, Roma 2013, p. 529.

L’ingenuità con la quale gli scienziati approcciano o, come in questo caso, accennano a temi filosofici è sempre divertente, perché non si rendono conto neanche dell’ingenuità con la quale la pongono. È il segno dei tempi, dei tempi di una scienza senza filosofia, ma non di una filosofia che, nonostante sia in crisi, persiste a ragionare sulla scienza, sul suo ruolo.

Come sempre quando una dottrina della conoscenza sparisce (in questo caso la filosofia), ci si dimentica dei basilari. Il fisico di fama mondiale Kip Thorne, ingenuamente o ironicamente è impossibile da capire (ma forse non ha importanza), sentenzia che la questione del libero arbitrio è “terribilmente difficile da affrontare per i fisici”. Resta da capire cosa intenda per “terribilmente difficile da affrontare”. È sicuramente molto più “terribilmente difficile” da affrontare un’equazione sulle linee di campo piuttosto che la conoscenza della storia delle concezioni del libero arbitrio, perché nel primo caso si tratta di avere conoscenze preliminari (matematiche) che permettano di realizzare complicatissime formule, quindi applicare una tecnica, mentre nel secondo caso si tratta nient’altro che di leggere, leggere cosa ha detto Tommaso D’Aquino, Sant’Agostino, Hobbes, Nietzsche. Il libero arbitrio è una questione “facilissima” se non la si ritiene una cosa come fosse una formula matematica, una tecnica algebrica. Se leggere e riflettere su quello che queste persone molti secoli prima di noi hanno sentenziato sul libero arbitrio significa applicare una tecnica allora il corpo e il respiro sono macchine e non organismi autosufficienti. ”Capire” la filosofia è concentrarsi sul pensiero così come ci si concentra sul proprio respiro. È la cosa più naturale del mondo. È studiare storia e nient’altro, opinioni snocciolate nel corso dei secoli, dibattiti fatti tanto tempo fa su quali conseguenze ci siano in un mondo in cui l’uomo è libero o non libero, fintantoché ci sia messi d’accordo su cosa sia la libertà e la scelta. Questo non significa che filosofia è guardare al passato come fa lo storico, perché significherebbe che la storia è finita, che adesso non stiamo facendo storia e che nel futuro le prossime generazioni se ne fregheranno di quello che abbiamo detto oggi. È un’eventualità possibile solo se ci estinguessimo.

L’ingenuità dello scienziato privo di nozioni filosofiche, che è l’ingenuità di qualunque specialista che ignori o snobbi dottrine della conoscenza che non sono quelle in cui è preparato, è quella per cui egli pensa che la questione del libero arbitrio sia da trovare in una formula, nel giusto esperimento. Ma la questione del libero arbitrio non si risolve, non ha soluzione, non è fatta per essere risolta. Non c’è una risposta netta alla domanda: quanto l’uomo è libero?, perché per qualche decennio della prima metà del XX secolo la riposta è stata “molto poco”, nella seconda metà del XIX “parecchio”. Addirittura secoli prima la questione era tutta incentrata su quanta libertà ci concedeva Dio, pensate un po’.

La “questione filosofica” in filosofia si pone per porsi, per essere discussa, per far esprimere a ciascuno la propria opinione, e alla fine della carrellata riassumere le posizioni in due: esiste/non esiste il libero arbitrio, con tutte le schiere di sfumature semantiche che seguono.

Perché il libero arbitrio non esiste, la libertà non esiste. Esistono le stelle, materialmente, ma credo sia impossibile che un giorno si incontri per strada la Libertà. Il filosofo tedesco Kant riassumeva le cose così: il mondo esiste, ma non puoi incontrare un giorno “mondo” per strada, non vedrai mai qualcosa che sia “mondo”, neanche se ti metti a orbitare attorno alla terra. Mondo è qualcosa di più del pianeta roccioso sul quale viviamo. “Mondo” – come verità, essere, volontà, etc. – è un concetto nel quale sei completamente immerso e pretendere di sentenziare definitivamente su di lui equivale a tirarsi fuori dalle sabbie mobili tirandosi per i propri capelli. È questo l’errore commesso da chi la filosofia non la conosce e crede nello stesso tempo di poterla valutare (serve? non serve?): è l’errore di credere che la filosofia sia stata una scienza, che la filosofia serva, abbia un’utilità. Fintanto che gli scienziati (dal neurobiologo al medico di base, dal fisico teorico all’ingegnere) credono che la filosofia sia stata una scienza non potranno mai rispondere alla domanda: a cosa serve la scienza?

La filosofia è una riflessione sul pensiero, sul pensiero in generale e su un pensiero in particolare. Filosofia è il modo con il quale ci si pone le domande. Si parte da: che cos’è il libero arbitrio?, e si continua con: che cose la libertà?, che cos’è la scelta?, perché dovrei essere libero, perché non lo dovrei essere, perché mi faccio tutte queste domande nonostante sappia benissimo che non mi aiuteranno a trovare lavoro? Ecco la filosofia: chiedersi le cose disinteressatamente. Avere il tempo di farsi queste domande perché di tutto il resto (necessità vitali e sopravvivenza prima di tutto) ci si è già occupati. Filosofia è essere pronti a mettersi sul pergolato di casa a riflettere, in compagnia o in solitudine, o a rivoltare le cose come un calzino, ma poi mettersi comunque seduti, serenamente, a riflettere.

La filosofia è una carrellata di opinioni in mezzo alle quali è nascosta la verità, verità che sarà destinata un giorno a ritornare opinione. E così via. Ma non si creda che la relatività di questa consapevolezza (l’opinione che diventa verità e la verità che diventa opinione) possa farti snobbare l’opinione vera, tutto è relativo!, sarebbe veramente da paraculo. Perché fintantoché questa opinione resta vera (per cento anni, per dieci anni) dovrai farci sempre i conti, te che in questo periodo storico ci vivi.

Jacques Lacan e la scienza (intervista a Panorama, 1974)

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«[…] Gli scienziati hanno un bel dire che niente è impossibile nel reale. Ci vuole molta faccia tosta per affermazioni del genere. Oppure, come io sospetto, la totale ignoranza di ciò che si fa e si dice. 

Reale e impossibile sono antitetici, non possono andare insieme. L’analisi spinge il soggetto verso l’impossibile, gli suggerisce di considerare il mondo com’è veramente, cioè immaginario, senza senso. Mentre il reale, come un uccello vorace, non fa che nutrirsi di cose sensate, di azioni che hanno un senso».

Oggi, che rapporto c’è tra scienza e psicoanalisi?

«Per me l’unica scienza vera, seria, da seguire, è la fantascienza. L’altra, quella ufficiale, che ha i suoi altari nei laboratori, va avanti a tentoni, senza meta. E comincia persino ad aver paura della propria ombra.
Sembra che stia arrivando anche per gli scienziati il momento dell’angoscia. Nei loro laboratori asettici, avvolti nei loro camici inamidati, questi vecchi bambini che giocano con cose sconosciute, maneggiando apparecchi sempre più complicati e inventando formule sempre più astruse, cominciano a domandarsi che cosa può accadere domani, a che cosa finiranno per portare queste sempre nuove ricerche […].
Solo adesso, quando già stanno per sfasciare l’universo, gli viene in mente di chiedersi se per caso non può essere pericoloso. E se salta tutto? […].
Alle tre posizioni impossibili di Freud, governo educazione psicoanalisi, io aggiungerei, quarta, la scienza. Solo che loro, gli scienziati, non lo sanno di stare in una posizione insostenibile».

Una visione abbastanza pessimistica di quello che comunemente si definisce progresso.

«No, tutt’altro. Io non sono pessimista. Non succederà niente. Per il semplice fatto che l’uomo è un buono a nulla, nemmeno capace di distruggersi. Personalmente, un flagello totale promosso dall’uomo lo troverei meraviglioso. La prova che finalmente è riuscito a combinare qualche cosa, con le sue mani, la sua testa, senza interventi divini, naturali, o altro […]. 
Ma non succederà. La scienza ha la sua brava responsabilità. Tutto rientrerà nell’ordine delle cose, come si dice. L’ho detto: il reale avrà il sopravvento come sempre. E noi saremo, come sempre, fottuti».

Emilia Granzotto, Freud per sempre, intervista a Jacques Lacan, Panorama, Roma, 21 novembre 1974.