Che cos’è l’amore? Ciò che si dissipa

«Affetto è l’attacco che acceca. La passione è lo slancio nell’ente che raccoglie e rende lucidi. Parliamo e vediamo in modo soltanto esteriore quando diciamo: l’ira si infiamma e si spegne, dura poco; l’odio invece dura più a lungo. No, l’odio o l’amore non soltanto durano più a lungo, ma sono essi a portare nella nostra esistenza la vera durata e la vera costanza. Un affetto invece non è capace di tanto. Poiché la passione ci riprende nel nostro essere, ci libera nei suoi fondamenti e ci scioglie, poiché la passione è al tempo stesso lo slancio nella distesa dell’ente, sono proprie della passione – si intende: della grande passione – la dissipazione e l’inventiva, non solo il saper dare via, ma anche il dover dare via e contemporaneamente quel non curarsi di dove vada a finire quanto è dissipato, quella superiorità impassibile che connota la grande volontà».

Martin Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 2005, p. 60.

Gravità

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«Se consideriamo più particolareggiatamente come sia forte la tendenza a staccarsi dalla superficie terrestre che […] deve possedere un proietto massiccio, di piombo o di bronzo, essendo animato da un movimento così rapido da attraversare circa quindici miglia nel minuto di un’ora; ci deve apparire che sia necessaria una potenza meravigliosa per curvarlo, regolarlo o rimandarlo indietro verso terra, e mantenercelo, nonostante la forte resistenza posta da questa prima legge del movimento che tenderebbe ad allontanarlo. Il che rende manifesta non solo l’ammirabile potenza d’Unità nell’indiscerpibilità nello Spirito della Natura, ma anche l’esistenza di un’esecuzione perentoria e perfino violenta di un Consiglio eterno ed onnicomprensivo, che tende ad ordinare ed a guidare nell’universo i movimenti della materia verso ciò che è meglio. E questo fenomeno della gravità comporta delle conseguenze così buone e necessarie, che, senza di lui, non vi potrebbero essere né la terra né i suoi abitanti, così come essi sono».

Henry MoreAntidoto contro l’ateismo, c. II, par. 1, p. 43, in Alexandre Koyré, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano 1984, p. 106.

Marcello Stellato Palingenio

La terra e il mare contengono molti animali: e si deve credere vuoto il cielo? O menti vuote piuttosto voi, che credete questo!

Marcello Stellato PalingenioZodiacus Vitae, 1., XI, Aquarius, vv. 609-611, in Alexandre Koyré, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano 1984, p. 27.

De docta ignorantia

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«Considerando il corpo del sole, esso avrà una certa terra (per così dire) più centrale, e alla circonferenza una certa luminosità; diciamo così, ignea, e nel mezzo una nube acquea ed un’aria più chiara, allo stesso modo che questa terra ha i suoi elementi. Ragion per cui, se qualcuno fosse al di là della zona ignea, la nostra terra gli apparirebbe, in grazia del fuoco nella regione della circonferenza, come una stella luminosa, allo stesso modo in cui a noi, che siamo fuori della circonferenza della regione del sole, questo appare splendidissimo […].

E’ dunque la terra una stella nobile: la quale ha luce, calore ed influsso, altri e diversi da tutte le altre stelle, così come ogni stella differisce da ogni altra per luce, natura ed influsso. E, come ogni stella comunica non intenzionalmente luce ed influsso ad un’altra, poiché tutte si muovono e brillano soltanto per essere nel modo migliore e la partecipazione ne è una conseguenza, così la luce brilla per sua natura, e non perché io la veda, ma la partecipazione avviene per conseguenza, mentre utilizzo la luce per vedere».

Nicola CusanoDe docta ignorantia, II, XII, p. 104, in Alexandre Koyré, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano 1984, p. 23-24.

Antenati intellettuali

Noi non veniamo influenzati da qualunque cosa leggiamo o impariamo: in un certo senso, forse il più profondo, siamo noi stessi a determinare le influenze cui ci sottomettiamo; i nostri antenati intellettuali non ci vengono affatto dati, ma sono da noi liberamente scelti: almeno in senso lato.

Alexandre KoyréDal cosmo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano 1984, p. 14.

Competenze

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«Siamo soliti esprimere le nostre conoscenze, ma anche i nostri problemi e le nostre considerazioni, mediante proposizioni. Il fisico ed il giurista, lo storico ed il medico, il teologo ed il meteorologo, il biologo ed il filosofo, tutti parlano mediante proposizioni ed enunciati […]. Così avviene che comunemente non si scorga nessuna differenza, se non di contenuto, tra il discorrere di problemi biologici, quali la scissione della cellula, la crescita, la riproduzione, ed il trattare la biologia stessa, del suo orientamento di ricerca e del suo linguaggio. Si ritene che il parlare biologicamente degli oggetti della biologia si distingua solo dal punto di vista del contenuto dal discutere sulla biologia. Chi può fare la prima cosa, deve certo saper fare, lui medesimo, anche la seconda. Ma questa è un’illusione, perché non si può trattare la biologia biologicamente. La biologia non è come le alghe ed il museo, le rane e le salamandre, le cellule e gli organi. La biologia è una scienza. Non possiamo mettere sotto il microscopio la biologia, come mettiamo i suoi oggetti».

Martin Heidegger, La questione della cosa, Mimesis, Milano 2011, pp.155-156. 

La cosa

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«[“Che è una cosa”?], che è come chiedersi, ha realmente senso porre tali domande? Noi sappiamo che discutendo di tali problemi non si dà principio a niente. Le conseguenze sono le stesse, sia che li poniamo, sia che li tralasciamo. Se non prestiamo attenzione all’avviso di pericolo posto accanto ad una rete d’alta tensione e tocchiamo i fili, siamo morti. Se non prestiamo ascolto alla domanda “che è una cosa?”, “dopo non succede niente”. Se un medico sbaglia nel curare un certo numero di malati, c’è pericolo che costoro muoiano. Se un insegnante interpreta per i suoi studenti una poesia in modo assurdo, “dopo non succede nulla”. Ma forse è bene parlare con maggior cautela: non prestando ascolto alla domanda sulla cosa o interpretando in modo inadeguato una poesia sembra che in seguito non accada nulla. Un giorno – forse 50 o 100 anni – qualcosa tuttavia accade».

Martin Heidegger, La questione della cosa, Mimesis, Milano 2011, pp. 51-52.

Salto di qualità

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«L’oggetto di consumo, nella sua versione moderna, è il feticcio […]. Era il capitalismo, dove valeva la previsione del presidente Hoover nei confronti di Edward Bernays, astuto fondatore dei primi sistemi di marketing e di risorse umane, e nipotino di Freud: “Voi avete trasformato le persone in instancabili macchine della felicità” (constantly moving happiness machine). Quel tempo è ormai alle nostre spalle.

[…]

L’oggetto di consumo, oggi, è diventato un gadget. Intercetta più il nostro godimento che il nostro desiderio […]. In fondo il capitalismo non ci dice più come e cosa dobbiamo pensare o desiderare. Non scrive il fantasma. O almeno non soltanto. La scommessa oggi riguarda i corpi e il loro godimento. L’oggetto gadget non evoca, non illude, non innesca la temporalità propria del desiderio e del fantasma: l’attesa, la speranza, la ricerca, l’aspirazione, l’identificazione immaginaria…L’oggetto gadget inchioda il consumatore al suo godimento autistico: tu sei questo. Non si tratta più di ciò che l’oggetto ti farà diventare, ma qualcosa di molto più forte e singolare. In questo, infatti, il capitalismo segue la logica dell’uno per uno a cui punta anche la psicoanalisi».

Matteo Bonazzi, Lacan e le politiche dell’inconscio, clinica dell’immaginario contemporaneo, Mimesis, Milano 2012, p.79.

L’intellettuale di sinistra e l’intellettuale di destra

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Ci fu un tempo ormai lontano, proprio all’inizio della nostra Societé – ricordate? – in cui si parlò, a proposito del Menone di Platone, degli intellettuali. Vorrei dirvi a questo proposito alcune cose massicce, ma che credo siano illuminanti.

Come si fece notare allora, ci sono, già da molto tempo, l’intellettuale di sinistra e l’intellettuale di destra. Vorrei darvene delle formule che, per quanto possano sembrarvi di primo acchito perentorie, possono comunque servirci a illuminare il nostro cammino.

Stolto, o anche démeuré (ritardato), termine piuttosto carico per cui ho una certa simpatia, sono parole che esprimono solo approssimativamente qualche cosa rispetto a cui – ci tornerò – la lingua e l’elaborazione della letteratura inglese mi sembrano fornire un significante più preciso. Una tradizione che comincia con Chaucer, ma che fiorisce pienamente nel teatro del tempo di Elisabetta, si incentra infatti intorno al termine fool.

Il fool è un sempliciotto, un ritardato, ma dalla sua bocca escono delle verità che non solo sono tollerate, ma acquisiscono una loro funzione per il fatto che talvolta il fool è rivestito delle insegne del buffone. Quest’ombra felice, questa foolery di fondo, ecco che cosa costituisce ai miei occhi il pregio dell’intellettuale di sinistra.

[…] A cui opporrei il termine knave […].

Knave a un certo livello del suo impiego si traduce con servitore, ma è qualcosa che va oltre. Non è il cinico, con quel che tale posizione comporta di eroico. E’, per l’esattezza, ciò che Stendhal chiama le coquin fieffé (il furfante matricolato), ossia, in fin dei conti, il signor Tutti, ma un signor Tutti con maggiore determinazione.

Sappiamo come un certo modo di presentarsi che fa parte dell’ideologia dell’intellettuale di destra consista per l’appunto nel porsi per quello che egli effettivamente è – un knave -, in altri termini nel non ritrarsi di fronte alle conseguenze di quello che si chiama realismo, e cioè, quando necessario, nel rivelarsi essere una canaglia.

Dopotutto, una canaglia vale bene uno stolto, almeno per quanto riguarda il divertimento, solo che il risultato della costituzione delle canaglie in branco è infallibilmente una stoltezza collettiva. E’ ciò che rende così sconfortante in politica l’ideologia di destra.

Ma osserviamo qualcosa che non si nota abbastanza: per un curioso effetto di chiasmo, la foolery, che conferisce il suo stile individuale all’intellettuale di sinistra, sfocia con faciltà in una knavery di gruppo, in una canaglieria collettiva.

Jacques LacanIl seminario VII, l’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2008. pp. 214-215.

Crisi di sesso

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Ciò che spaventa la religione non è l’importanza del sesso, al contrario. I padri della Chiesa la sanno lunga sul sesso, sulle use perversioni, sui suoi effetti, e sono gli ultimi a sottovalutarne l’importanza. Ciò che li spaventa è che il sesso possa comandare una concezione della verità separata dal senso. La cosa terribile è che il sesso sia ribelle a ogni donazione di senso, mentre per la religione è una questione vitale il poter spiritualizzare, e dunque far significare, il rapporto sessuale […].

La funzione antireligiosa del faccia a faccia pensiero/sesso sotto il segno della verità è che esso sottrae il discorso sul sesso alle pretese della morale. Tale sottrazione equivale a una rivoluzione di così vasta portata da dubitare che il secolo [il XX ndr] sia riuscito a realizzarla. Certo, ha estirpato il sesso dalle figure più manifeste della moralità. Ma lo ha anche de-moralizzato? La morale può nascondersi sotto l’edonismo. L’imperativo “Godi!”, oggi sbandierato da tutte le riviste per adolescenti, mantiene e aggrava le strutture sintetizzate dell’imperativo “Non godere!”.

Alain Badiou, Il secolo, Feltrinelli, Milano 2006, pp. 95-96.