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Articoli scritti da: La materia non è solida

Ho creato un giornale online che redigo, Informazioni Marittime (informazionimarittime.it). Ho collaborato con Repubblica, Nazione Indiana, Linkiesta. Collaboro con NOT, Il Post, Corriere del Mezzogiorno. Studio chitarra classica. Questo blog esiste su Tumblr dal 2007. Nel 2014 si è trasferito su Wordpress. Qui scrivo di politica, cultura e filosofia di Maria Elena Boschi.

I due errori di Marx

Il primo errore di Marx è il fatto che sia stato insufficientemente dialettico. La sua teoria è narrativamente eccezionalmente potente, e Marx era consapevole di questo potere. Come mai non si preoccupò del fatto che i suoi discepoli potessero utilizzare il potere dato loro per abusare dei proprio compagni, per approfittare di studenti impressionabili eccetera?

Sappiamo che il successo della Rivoluzione Russa costrinse il capitalismo a compiere una ritirata strategica e a concedere piani previdenziali, servizi sanitari nazionali, e persino l’idea di costringere i ricchi a pagare affinché masse di poveri studenti potessero studiare in scuole e università costruite per scopi liberali. Abbiamo anche visto come la rabbiosa ostilità verso l’Unione Sovietica diffuse la paranoia tra i socialisti e creò un clima di paura che si rivelò particolarmente fertile per figure come Joseph Stalin e Pol Pot. Marx non vide mai il realizzarsi di questo processo dialettico. Semplicemente non considerò la possibilità che la creazione di uno stato di lavoratori avrebbe indotto il capitalismo a divenire più civilizzato mentre lo stato dei lavoratori sarebbe stato infetto dal virus del totalitarismo e l’ostilità del resto del mondo (capitalista) verso di esso sarebbe cresciuta sempre di più.

Il secondo errore di Marx è il peggiore. È stata la sua supposizione che la verità sul capitalismo avrebbe potuto essere scoperta nella matematica dei suoi modelli. Questo è il peggior servizio che Marx avrebbe mai potuto fornire al suo sistema teoretico. Lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al posto che le spettava all’interno dell’economia politica, è stato la stessa persona che ha finito con il dilettarsi con semplicistici modelli algebrici, nei quali le unità del lavoro erano, ovviamente, interamente quantificate, sperando contro ogni previsione di evincere da queste equazioni altre intuizioni sul capitalismo. Dopo la sua morte, economisti marxisti hanno sprecato intere carriere indulgendo in simili tipi di meccanismi scolastici, facendo la fine di quello che Nietzsche una volta descrisse come “pezzi di meccanismo mal funzionanti”. Come ha potuto Marx illudersi così? La ragione del suo errore è un po’ sinistra: proprio come gli economisti volgari che aveva così brillantemente ammonito, egli bramava il potere che la prova matematica poteva dargli.

Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista

Yanis Varoufakis, Confessioni di un marxista irregolare, Asterios, Trieste 2015, pp. 30-35. [citazione non consecutiva].

Un “marxista errante”, come si autodefinisce l’ex ministro delle finanze greco e, chissà, prossimo leader del partito più a sinistra d’Europa. Professore economista awesomissimo che si veste di soli giubbotti di pelle di pastore tedesco, anche d’estate. La sua moto è alimentata con diesel radicale, rigorosamente estratto dalle raffinerie del Capitale.

In questo testo, come in quel bellissimo libro divulgativo che è È l’economia che cambia il mondo, Varoufakis fa un discorso essenziale, che tutti gli studiosi sanno ma di cui poca opinione pubblica è consapevole: le crisi dell’economia non sono propriamente crisi, ma oscillazioni di un sistema che quanto più si avvicina al suo scopo (portare a zero il costo del lavoro attraverso le macchine), tanto più autodistrugge sé stesso.

Un lavoro completamente automatizzato, sogno tanto del padrone-speculatore quanto del lavoratore emancipato, elimina il “surplus” – come il Varoufakis-divulgatore chiama il plusvalore (e “valore d’esperienza” il valore d’uso) -, elimina il guadagno su profitto. È il lavoro automatizzato senza persone, dove non si suda più per vivere: sogno perduto di Adamo ed Eva e incubo di chiunque ha bisogno di fare profitto. E questa tautologica osservazione, tanto ovvia quanto non vista, non la sostiene Yanis, non l’ha teorizzata Lukács, non la diceva Berlinguer, ma l’ha scoperta Marx.

Per questo l’economista tedesco è ancora così fresco, oggi, come strumento di lettura del presente. Perché mostra ogni volta la contraddizione che non vogliamo accettare, quella del processo di produzione: quanto più ci si avvicina alla fine della Storia, tanto più ci si ritrae spaventati di fronte alla fine degli standard di profitto e distribuzione della ricchezza necessari per mantenere un’egemonia.

L’avvenire dura a lungo

pablo

Pablo Iglesias su una motocicletta

I compagni greci ce lo hanno detto: i nostri buoni risultati nei sondaggi non sono necessariamente una buona notizia per loro [Berlino]. I nostri avversari infatti temono che ogni vittoria di Syriza possa alimentare il nostro successo, darci altro ossigeno. Il loro obiettivo non si limita dunque a tenere in scacco il governo greco: si tratta anche di sbarrare la strada ad altre minacce, come quella che rappresentiamo ai loro occhi. Mettere Syriza sotto pressione equivale a fare lo stesso con Podemos, dimostrando che non c’è alternativa. «Volete votare Podemos? Guardate che cosa succede in Grecia»: ecco in sostanza il ritornello che si recita agli spagnoli in questo periodo.

Dal nostro punto di vista, Alexis Tsipras si è dimostrato molto abile. È arrivato a dare corpo all’immagine di una Germania isolata, i cui interessi non coincidono necessariamente con quelli del resto dell’Europa, anche in termini di politica estera. È quel che ha cercato di far valere con Francia e Italia, con un successo limitato, ma anche con i paesi dell’Est. Dunque non bisogna stupirsi troppo che la Germania si mostri così dura nei negoziati

Pablo Iglesias, Le Monde Diplomatique, n.7/8, anno XXII, luglio-agosto 2015, p. 1.

L’avvenire dura a lungo, diceva il filosofo francese Louis Althusser. Quello che accade all’improvviso, quando meno te lo aspetti, stravolgendo gli equilibri – quello che il più famoso dei discepoli di Althusser, Alain Badiou, chiama Evento – accade sì una volta sola, e determina un nuovo tempo (politico, economico, sociale, messianico), ma accade anche in un lasso di tempo più lungo dell’evento stesso. Ciò è dovuto all’aspetto soggettivo dell’evento, al fatto che per rendere significativo un evento, per farlo entrare nella storia, un soggetto vi si deve legare retroattivamente, riconoscersi in esso, determinando la natura stessa di ciò che è accaduto come Evento. È solo un soggetto (politico, sociale, economico) che può dire che un evento è un Evento. L’evento è come l’albero nel bosco: se nessuno lo sente non è caduto. Questo è l’atto di riconoscimento di un evento come Evento (Rivoluzione francese, ritorno alle regole di Bretton Woods), qualcosa in cui un soggetto, riconoscendosi nello spirito, vi riconosce un cambiamento che vuole. E ci può voler tempo per capirlo. L’avvenire dura a lungo.

Di questa coscienza dell’Evento, che ha un tenore metafisico-religioso ma è più semplicemente una considerazione filosofica degli avvenimenti storici, ne sono consapevoli Pablo Iglesias e Alexis Tsipras. Il premier greco ha ceduto a parte delle richieste dei paesi del Nord Europa. Ha perso. Un po’, un po’ del tutto. Ha perso. Ma ha provocato cambiamenti di cui ne avremo la percezione soltanto alla fine dell’anno, e non è detto che saranno a vantaggio soltanto di chi ha vinto. Perché alla fine non è in gioco la salvezza della Grecia ma la scelta tra un’Europa politica o economica, e l’establishment economico-finanziario dell’Unione europea ha vinto, pagando però un po’ di egemonia.

Nonostante il tenore metafisico dell’Evento, il principio di realtà è forte. Pablo Iglesias ha scritto questo articolo molto prima della “capitolazione” della Grecia, ma sono parole ancora fresche nonostante la Grecia abbia perso. Chi vinca o chi perda, in gioco c’è molto più di un paese. La posta in gioco supera gli interessi particolari, nonostante gli interessi della società si vogliono sempre più piegati a interessi particolari. E questo lo sanno tutti. Tutti guardano avanti, a lungo, come l’avvenire. La Merkel, Hollande, Iglesias, Tsipras, sono molto meno nel presente di quanto lo sia l’opinione pubblica e i giornali, condannati a vivere in un eterno presente. Cos’è in gioco nei prossimi mesi? Il mantenimento dello status quo, delle rendite di posizione dei singoli Stati dell’Unione europea, o il suo squilibrio. Questo è in gioco.

Podemos e Syriza stanno squilibrando le posizioni senza mandare nessuno a casa. Anzi. Il loro scopo è costruirla, finalmente, questa casa comune.

Le insicurezze della divulgazione scientifica

Carlo Rovelli

Carlo Rovelli

«Per millenni l’uomo è stato cacciatore. Nel corso di inseguimenti innumerevoli ha imparato a ricostruire le forme e i movimenti di prede invisibili da orme nel fango, rami spezzati, pallottole di sterco, ciuffi di peli, piume impigliate e odori stagnanti. Ha imparato a fiutare, registrare, interpretare e classificare tracce infinitesimali come fili di bava.

Ciò che caratterizza questo sapere è la capacità di risalire da dati sperimentali apparentemente trascurabili a una realtà complessa non sperimentabile direttamente. Si può aggiungere che questi dati vengono sempre disposti dall’osservatore in modo tale da dar luogo a una sequenza narrativa, la cui formulazione più semplice potrebbe essere “qualcuno è passato di là”. Forse l’idea stessa di narrazione (distinta dall’incantesimo, dallo scongiuro o dall’invocazione) nacque per la prima volta in una società di cacciatori, dall’esperienza della decifrazione delle tracce. Il fatto che le figure retoriche su cui s’impernia ancora oggi il linguaggio della decifrazione venatoria – la parte per il tutto, l’effetto per la causa – siano riconducibili all’asse prosastico della metonimia, con rigorosa esclusione della metafora, rafforzerebbe questa ipotesi – ovviamente indimostrabile. Il cacciatore sarebbe stato il primo a raccontare una storia perché era il solo in grado di leggere, nelle tracce mute lasciate dalla preda, una serie coerente di eventi».

Carlo GinzburgMiti emblemi spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino 2013, pp. 166-167

«Quando parliamo del Big Bang o della struttura dello spazio, quello che stiamo facendo non è la continuazione dei racconti liberi e fantastici che gli uomini si sono narrati attorno al fuoco nelle sere di centinaia di millenni. È la continuazione di qualcos’altro: dello sguardo di quegli stessi uomini, alle prime luci dell’alba, che cerca fra la polvere della selva le tracce di un’antilope – scrutare i dettagli della realtà per dedurne quello che non vediamo direttamente, ma di cui possiamo seguire le tracce. Nella consapevolezza che possiamo sempre sbagliarci, e quindi pronti ogni istante a cambiare idea se appare una nuova traccia, ma sapendo anche che se siamo bravi capiremo giusto, e troveremo. Questo è la scienza.

La confusione fra queste due attività umane, inventare racconti e seguire tracce per trovare qualcosa, è l’origine dell’incomprensione e della diffidenza per la scienza di una parte della cultura contemporanea. La separazione è sottile: l’antilope cacciata all’alba non è lontana dal dio antilope dei racconti della sera. Il confine è labile. I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti. Ma il valore conoscitivo del sapere resta. Se troviamo l’antilope possiamo mangiare».

Carlo RovelliSette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Torino 2014, pp. 74-75

Il fatto non è che una certa cultura contemporanea, facendo confusione tra traccia e racconto, sia diffidente verso la scienza, ma al contrario che è la forzata, e inconsistente, distinzione che la scienza fa tra traccia e racconto a far insospettire una certa cultura contemporanea. Quella forzata separazione alla nascita tra indizio scientifico e ricostruzione indiziaria, tra racconto (scientifico) e magia.

Sono entrambe la stessa cosa. Rovelli fa la classica distinzione tra scienza e mito, per arrivare a dire che è il racconto di cose reali che ti porta a cacciare l’antilope e sopravvivere, mentre il mito del dio antilope non ti sfamerà. Una polemica bell’e buona, un’ubriacatura illuministica, quando si sa che il mito è la cristallizzazione di un racconto ad uso immediato. Si pensi al tabù dell’incesto, che vieta l’accoppiamento tra consanguinei sulla base del fatto (scientifico, ovvero basato sull’esperienza) che farlo non genera prole in salute. L’ingenuità sta nel fatto che il tabù è criticabile perché storicamente Edipo Re non è mai esistito. Però l’atomo esiste, eh.

Ho voluto mettere a confronto due citazioni complementari dello storico Ginzburg e dello scienziato Rovelli, per mostrare le insicurezze della divulgazione scientifica, di come a volte, nella sua missione di “educare alla ragione”, si arrovelli in autodistinzioni di sorta volte a sottolineare la sua novità, in uno slancio che non è che un rimasuglio positivistico. Dove lo storico Ginzburg dà per scontata l’inutilità di una distinzione netta tra linguaggio magico e scientifico, lì lo scienziato divulgativo Rovelli si arrovella in distinzioni capziose.

Si sa che tra magia e racconto (scientifico) c’è una differenza. La prima è una formula utile per se stessa, il secondo è il riferire ciò che si è visto. La magia proferisce su un evento che accade nel dirlo (“vi dichiaro marito e moglie”, “scudo energetico”), il racconto proferisce su un evento accaduto indipendentemente dal fatto che lo si racconti o meno. Ma entrambe, magia e scienza, fanno parte di una stessa classe: quella indiziaria, dell’indicare cose con le parole, il linguaggio. Questo è quello che sfugge alla scienza divulgativa, e che dovrebbe invece divulgare. Nella sua ansia da prestazione, vuole distinguere fra genere e genere, senza rendersi conto che ha a che fare con lo stesso genere. Ha paura di far parte della realtà artificiale del linguaggio. Ha paura di essere un sapere tra gli altri, un sapere storico. Paura giustificata dal pregiudizio secondo il quale ammettendo l’aspetto magico della scienza crolli l’impalcatura razionalistica.

Ginzburg, e tanti altri prima e dopo di lui, ci mostrano come la dialettica magia-scienza non è tra irrazionalità e razionalità. La distinzione è a monte. La storia della scienza ci mostra che la ragione è un modo per indicare i progressi di un procedere a tentoni, a passi falsi, uno strumento che, quando ha raggiunto il suo obiettivo, la scoperta, illumina retroattivamente un cammino alla cieca. Lo scrittorefilosofoparapsicologo (come lo chiama wikipedia, cioè divulgatore) Arthur Koestler chiama “sonnambuli” gli scienziati più importanti degli ultimi secoli.

Inventare racconti, seguire tracce, formulare ipotesi, sperimentare teorie, raccogliere le prove, trovare il colpevole, ricostruire civiltà sulla base delle rovine. Ma anche immaginare mondi, raccontare favole, formulare incantesimi, maledire, promettere e supplicare. Tutto questo rientra in uno stesso gioco, di cui lo stesso Rovelli è consapevole: scrutare i dettagli della realtà per dedurne quello che non vediamo direttamente, ma di cui possiamo seguirne le tracce. È l’arte venatoria, l’arte della caccia, l’arte indiziaria. Che sia scienza o letteratura, conoscenza certa o approssimazione metaforica, si tratta sempre di un oscuro scrutare. Che ti riferisca agli elementi atomici, alla gravità, al funzionamento termodinamico del calore, o alla realtà invisibile delle anime che popolano animali e cose, si tratta sempre di parlare di cose che non esistono, che non sono qui, visibili, di cui ci si può solo limitare a parlarne, il che non è poco, visto che si può, parlandone, arrivare a costruirci una teoria.

Che questa paura della scienza divulgativa di essere contagiata dalla magia sia immotivata lo si vede dal fatto che anch’essa usa formule magiche: le equazioni. Scaccia la magia dalla porta per farla rientrare neanche dalla finestra, ma di nuovo dalla porta principale. Buttate in un testo divulgativo, tra un capoverso e l’altro, le formule algebriche sono lì proprio per attestare l’ignoranza di chi legge e la sapienza di chi scrive. Alla faccia della divulgazione! Accompagnate da un “lo so che non significa niente per voi, ma osservatene la bellezza”, le equazioni sono le nuove formule magiche: solo pochi possono capirle, ma tutti ne intuiscono la bellezza-semplicità.

Sì, è vero, le formule funzionano. Le equazioni sono fondamentali per costruire i palazzi. Ma la scienza divulgativa deve sapere che nel momento in cui comunica in questo modo, alludendo a enunciati simbolico-numerici che non può spiegare, pena la fine del testo divulgativo, non è più quella forma di sapere aperto a tutti – quella ragione naturale che tutti adoperano in modo universale -, ma proprio quel sapere ermetico, dogmatico, che combatte. La divulgazione scientifica affascina perché è emancipatrice, come ogni spiegazione, come la ragione. Sapere aude! Nello spiegarti semplicemente cose complicate, allude inevitabilmente a un sapere esotico, indiziario, elitario, speciale, inconoscibile, e insieme accessibile: emancipante! Ma il divulgatore, forse perché deve spiegare tutto e non lasciare nulla insoluto, ha paura di ammettere questa proprietà della conoscenza stessa: il conoscibile include, nella sua struttura, l’inconoscibilità. Siamo tutti d’accordo che la scienza esplora e scopre. E se finisse per spiegare TUTTO, cosa resterebbe? Il nulla, la morte. La scienza, e questo è il mantra della divulgazione, si limita ad allungare l’orizzonte del conoscibile all’infinito. Però nello stesso tempo la divulgazione ci tiene a distinguersi dal linguaggio metaforico, allusivo, magico, delle altre scienze, quando poi ci tiene ad utilizzare la metafora più adatta (e fuorviante) per spiegare gli eventi più violenti dell’universo.

La scienza divulgativa è combattuta tra la buona novella della spiegazione chiara per tutti e quel sapere esclusivo che solo pochi possono capire. Questo genera un’insicurezza di fondo che la porta a volersi distinguere da tutte le altre scienze, dalla letteratura, dalla psicoanalisi. Ossessionata dal terrore per l’irrazionalità, commette disastri, portando a esempio della potenza della scienza gli strumenti terribili della tecnica: la scienza accumula dati come nessuno, e questo sarebbe meraviglioso. Mappa i geni, mappa il cervello di piccoli mammiferi, e questo sarebbe promettente per l’umanità. Per farci cosa, non si sa. Un accumulare che non ricorda la serena osservazione del cielo galileiano, la mendeliana conta dei piselli, quanto piuttosto quei metadati di cui la National Security Agency non sa che farsene, finché non gli servono. La scienza divulgativa è ubriacata di illuminismo, scaccia la fede e nutre un’incrollabile fede per la conoscenza certa, inorridisce del trascendente per glorificare la ragione come un organo che trascende l’apparenza delle cose.

Su questo Piero Angela ha una marcia in più. Poiché ha nel sangue la missione educativa della Rai, non perde di vista l’obiettivo. Non ha l’arduo compito di educare gente laureata, a differenza dei grandi divulgatori da best-seller mondiali. Vola basso, senza mostrare formule, senza vantarsi della difficoltà delle spiegazioni, senza distinzioni forzate tra sé e tutte le altre scienze. Una distinzione che riflette, alla fine, distinzioni di classe (tanto lo studio delle equazioni quanto la formula magica, tanto la conoscenza scientifico-matematica quanto quella esoterica, richiedono tempo libero per studiare e reddito per mantenersi). La scienza di Piero Angela è emancipatrice, quella di Rovelli o di Hawking no.

I divulgatori partono dal presupposto che “tutte le intelligenze sono uguali” (Rancière), che tutti, se usassero la disarmante semplicità della spiegazione razionale, potrebbero comprendere tutto, anche le ingiustizie. Ma Rovelli & Co. si arrovellano in autodistinzioni di sorta, mentre Piero Angela ammette i limiti del potente strumento della ragione, rimandando alle generazioni future la comprensione di ciò che oggi non possiamo sapere, piuttosto che alludendo a formule che capiscono un pugno di persone. La comunicazione scientifica dei grandi best-seller rifugge inorridita l’irrazionalità, per ammaliarsi del conflitto tra teoria della relatività e modello standard, il cui simbolo, come un geroglifico magico, è il buco nero. Divulgare significa far sapere quello che si sa a quante più persone possibili, e per farlo bisogna giocare esattamente con l’ambiguità magica della scienza. Come il cristianesimo, che per essere il più popolare possibile ha dovuto sacrificare un po’ di monoteismo per abbracciare i riti pagani dei loro fedeli.

Scienza e filosofia secondo Enzo Melandri

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«Che le scienze sorgano distaccandosi dalla filosofia è vero; ma è solamente una mezza verità. L’altra metà di questa mezza verità è che la filosofia sorge dalle crisi delle scienze, alimentandosi di quanto vi è in esse di non-scientifico: e le “crisi di fondazione” rivelano periodicamente che in ogni scienza c’è parecchia metafisica. Nondimeno tendiamo tutti a supporre che il distacco della scienza dalla filosofia sia calzante almeno per l’epoca moderna. Da Galilei in poi, tutte le scienze si sono costituite distaccandosi dalla filosofia.

Reciprocamente in epoca antica la filosofia comprendeva tutto e quindi le scienze non potevano rendersene autonome. Ma è proprio vero che sia sorta prima la filosofia e poi le scienze? – Non è vero. Le prime arti-scienze particolari sono sorte nel neolitico. La filosofia greca è la razionalizzazione della crisi che esse subiscono quando pervengono a coesistere nel superiore, più complesso e difficile livello organizzativo della polis. Il progresso accusa quindi una battuta di arresto. Poi, duemila anni dopo, viene il mondo moderno, che è una specie di neo-neolitico. Le seconde scienze-tecniche particolari si distaccano dalla filosofia del primo periodo di crisi e si riapre la vicenda del progresso. Anche qui le cose vanno avanti bene, fino a che le scienze possono sopportare la crisi a cui di nuovo vengono soggette per il fatto stesso di dover coesistere nel superiore, più complesso e difficile livello organizzativo del moderno capitalismo. Ma a questo punto sorge il marxismo, il quale in ultima analisi consiste nella profezia che il progresso dovrà nuovamente accusare – e possibilmente per sempre – una battuta di arresto. La seconda filosofia, se la profezia è vera, sarà la razionalizzazione compendiaria di quest’ultima crisi, che per molti segni si annuncia come definitiva anche nel senso apocalittico.

Lasciamo stare l’inquietante problema del rapporto fra scienze e filosofia. (Noi personalmente tendiamo a credere che anche un mediocre filosofo e per di più del tutto dissenziente con le nostre idee tipo Terenzio Mamiani della Rovere sia superiore per intelligenza complessiva a uno scienziato di tutta simpatia e indiscussa autorità tipo Einstein: ma è una privata opinione che palesiamo per solo scrupolo di onestà e che non vorremmo imporre ad alcuno). Una cosa è certa: ed è che le scienze alimentano la filosofia per lo meno tanto, quanto la filosofia le scienze. Al mondo nulla si crea e nulla si distrugge; tutto si trasforma, e il totale rimane sempre tale e quale».

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 220-221.

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Edward Snowden, la legge, il corpo e la lezione dei Wilco

Edward Snowden

Edward Snowden intervistato dal Guardian nel giugno del 2015

«Le persone che sostengono di non essere interessate alla privacy, perché non hanno niente da nascondere, non capiscono qual è la reale posta in gioco. È come se dicessero che non gli interessa la difesa di un loro diritto. Dire “non mi interessa della privacy perché non ho nulla da nascondere” è come dire “non mi interessa della libertà di espressione perché non ho niente da dire, né della libertà di stampa perché non ho niente da scrivere”.

Assistiamo a una tendenza preoccupante nelle democrazie più avanzate. I governi cercano di restringere sempre di più i limiti dei nostri diritti. Dopo le elezioni, il primo ministro britannico David Cameron ha pronunciato un discorso in cui insinuava che rispettare la legge non rende automaticamente esenti dall’interferenza del governo nella vita privata. Questo approccio è molto distante dall’impostazione tradizionale delle società liberali. La legge stabilisce i limiti di ciò che è consentito. Andare oltre questo concetto e sostenere che il governo non deve solo decidere ciò che è legale o meno, ma anche ciò che è appropriato, ragionevole o eccessivamente ardito, significa concedere alle autorità un potere che non ha precedenti nel mondo in cui siamo cresciuti. A questo punto dobbiamo chiederci se vogliamo che i nostri figli vivano in un mondo meno libero di quello che abbiamo ereditato.

Uno degli aspetti più tragici della restrizione dei nostri diritti, è che questi programmi non aiutano a combattere il terrorismo. Negli Stati Uniti due commissioni indipendenti hanno esaminato i programmi di sorveglianza analizzando informazioni segrete, e hanno stabilito che in nessuno caso la sorveglianza di massa ha dato un contributo rilevante nelle indagini contro il terrorismo. Sappiamo chi sono i responsabili di tutti gli attacchi, dal Canada all’Australia. La verità è che i governi erano a conoscenza della loro esistenza anche prima degli attacchi. Il problema non è che non sorvegliano abbastanza, ma che sorvegliano troppo, al punto da non capire cosa avevamo per le mani. Quando collezioni troppe informazioni e monitori tutto, poi non riesci a capire. E questo deve cambiare.

Ho già detto un paio di volte che una delle differenze più rilevanti tra la mia vita di oggi e quella prima del 2013, è che oggi lavoro molto più duramente rispetto al passato. Dormo meno e mi alzo prima la mattina, ma nonostante ciò mi sento molto soddisfatto del mio contributo. Avere la possibilità di aiutare, di fare qualcosa, di sentirsi parte di qualcosa di importante dopo essersi lasciati alle spalle la propria vita è qualcosa di gratificante.
Quando penso al futuro sento che c’è ancora molto da fare. Il mio lavoro non è concluso. Anzi, direi che è appena cominciato. Sì, abbiamo realizzato qualcosa, tutti noi che vorremmo cambiare le leggi e le politiche sbagliate. Qui non si tratta di far dimettere qualcuno perché ha sbagliato. Sono i sistemi a essere sbagliati. La nostra missione è migliorare i nostri meccanismi. Non solo adesso, ma sempre. Sarà un percorso lungo. Non dobbiamo cambiare solo le leggi, e i sistemi, dobbiamo cambiare i valori. Dobbiamo cambiare il mondo, non solo il nostro paese. Anche ipotizzando che ci sia una sorta di nuovo illuminismo, per esempio nel Regno Unito, in cui i politici approvano riforme per proteggere i nostri diritti e garantiscono il funzionamento democratico della società, una società in cui l’individuo possa fare affidamento sulla protezione della sua privacy, anche in questo caso, appena le comunicazioni superano i confini nazionali, possono essere rubate da tutti gli stati del mondo. Dobbiamo fare in modo che questi diritti siano garantiti non solo dalla legge, ma anche dagli standard tecnologici che si applicano anche fuori dai confini nazionali».

Estratti dell’intervista del Guardian ad Edward Snowden. (Li ho presi da Internazionale, qui, qui e qui)

Fill up your mind with all it can know, don’t forget that your body will let it all go

L’umanista illuminista  Snowden coagula in queste riflessioni la logica bio-logica della politica moderna.

1. Le leggi non intervengono più soltanto quando è in gioco la violazione di esse, ma si muovono prima, quando c’è il rischio che vengano violate. La legge, oggi, decide anche dei comportamenti “appropriati” (il velo), “ragionevoli” (togliersi le scarpe in aeroporto) o “eccessivamente arditi” (avvicinarsi liberamente a una sede istituzionale). Un uso siffatto della legalità restringe lo spazio del lecito, assottiglia il confine tra legale e illegale, rende sempre più difficile distinguere cosa è permesso e cosa no. Tutto è potenzialmente illecito, perché la legge può intervenire, giudicare e sanzionare in ogni aspetto della tua vita.

Si dice che ci si accorge della corporeità delle cose quando queste sono difettose o manchevoli. Ci si accorge della materialità del proprio braccio quando ce lo tagliano. Delle funzioni, completamente inconsce e autonome, del proprio corpo quando queste iniziano a perdere colpi, come quando invecchi. E il corpo dei vecchi non ci piace. Non ci piace ricordare, abbiamo paura di ricordare, vogliamo solo archiviare, immagazzinare, come quando registri un film promettendoti di riguardarlo mentre non lo farai mai. Ricordare è un’altra cosa. Ci fai i conti con quello che ricordi. È un processo di digestione e selezione.

2. Lo zombie è la metafora della sparizione dell’oblio. «Quando collezioni troppe informazioni e monitori tutto, poi non riesci a capire». La società di oggi somiglia sempre più a un morto vivente, a una gigantesca coazione a ripetere. Basta farsi un giro in aeroporto. Oggi si vuole ricordare tutto, con la conseguenza che si scordano un sacco di cose, come quando studi e non ti riposi un attimo. L’esame verrà una merda. L’oblio è fondamentale per ricordare. Fill up your mind with all it can know, don’t forget that your body will let it all go, cantano i Wilco in Wishful thinking. Nutriti, abboffati, scassati, ma poi lascia che il corpo metabolizzi per te. Come una bella cacata: ti metti per caso a selezionare cosa far uscire dall’ano? No, perché ti fidi del tuo corpo e lo lasci fare.

La società, oggi, non si fida più di nessuno, soprattutto dei corpi. È una checca isterica stitica. La straordinaria lezione di Snowden è che il controllo, per definizione, è defettibile.

Melandri e la superstizione

Stevie Wonder, che ha scritto "Superstition"

Stevie Wonder, che ha scritto “Superstition”

Bisogna riconoscere che nella nostra “epoca scientifica” la superstizione non è stata né vinta, né superata, né accantonata: ci si è limitati a tradurla in un altro linguaggio, che imita la scienza propriamente detta solo nel rituale, nel ritmo o nell’atteggiamento esteriore. Così come il ditirambo, in Platone, può ancora esser detto μíμησις τής πράξεως solo “per la mossa”. Nell’età della ragione – che secondo Comte è quella della scienza – la superstizione non è più, in primo luogo, quella religiosa; ma è invece proprio quella scientifica o, meglio, pseudo-scientifica; la quale è propria di coloro che della scienza non sanno nulla, all’infuori di ciò che se ne può ricavare per imitazione “ditirambica”

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 144-145.

La logica insicura del capitalismo

Una delle ultime scene di Breaking Bad

Una delle ultime scene di Breaking Bad

La logica del profitto è storica: il profitto è un modo come un altro per fare economia. Non è quindi una condizione naturale dell’economia, tenendo presente che una condizione naturale dell’economia non esiste.

La logica del profitto è arbitraria: sono proprietario, senza alcun merito ma per pura casualità (di classe, di lignaggio, di acquisti fatti sulla base di rendite precedenti, e così via), di un bene (industria, terreno, etc.) che rendo disponibile nei termini di una sfruttabilità, non di un’adoperabilità: chi disporrà di quel bene deve adoperarlo più di quanto ne abbia bisogno, affinché quel più di lavoro che farà sia ripagato al proprietario per averne concesso l’uso. Essendo il bene non suo, il lavoratore non ha il diritto di adoperarlo il tempo che gli serve, ma dovrà lavorare quel poco in più quanto basta per far fare profitto al capo.

Così alla pura, immeritata (nel senso di casuale) condizione di proprietario/capo/sfruttatore, corrisponde una immeritata (sempre casuale) condizione di dipendente/sfruttato. Il primo merita un profitto sulla base di una condizione (essere il proprietario) puramente casuale. Il secondo merita uno sfruttamento sulla base di una condizione (non sono proprietario) in cui si ritrova, anch’esso, per pura casualità. Alla base del capitale non c’è quindi niente di trascendente. Eppure esso si pone come una trascendenza quando si presenta come una condizione naturale dell’economia in una prospettiva messianica: non c’è alternativa al modo di produzione capitalista, un altro mondo non è possibile.

Il capitale è la più efficace e potente forma di economia perché riflette la pura arbitrarietà dei rapporti di forza, dei territori, dei poteri e delle rendite. Oggi crediamo che tutto questo sia “naturale”, proprio perché riflette, tutto sommato, i rapporti sociali. È il motivo per cui il liberismo ci sembra così “naturale”: è naturale come la giungla. E questa è un’arma teorica davvero straordinaria.

L’economia capitalista mondiale di oggi si regge su una pura arbitrarietà mascherata da naturalità, comprimendo la contraddizione con sistemi sempre più repressivi. Dal XVIII secolo ci vantiamo di essere usciti dallo stato di natura, dalla condizione di animale, e siamo diventati grandi, civilizzati, per abbracciare infine un modello di sviluppo economico basato sullo stato di natura, la giungla, su uno Schumpeter qualsiasi. Il capitalismo è insuperabile per definizione, in due sensi: perché dopo di lui c’è solo distruzione (per sfruttamento delle risorse e degli uomini), e perché non c’è cosa migliore per produrre ricchezza. Davvero non c’è di meglio. Davvero per quanti sforzi possiamo fare (utopici o no che siano), alla fine sempre là andiamo a finire.

Ma credere alla naturalità della logica del profitto non è molto diverso dal credere che la storia sia la volontà di dio: se il capitale è la forma finale dell’economia, il suo luogo naturale e necessario, allora la storia stessa ha una sua finalità, un’intrinseca necessità, come un disegno di dio (un dio capitalista a questo punto).

L’umanità è bizzarra. Si vanta di poter campare tranquillamente dopo la morte di dio sussistendosi con un sistema economico che giustifica sé stesso attraverso una naturalità divina, necessaria, insuperabile. Perché il capitalismo concentra così tanta antropologia? Perché la logica del profitto ha raggiunto oggi la sua egemonia, diventando così metafora per tutto. Ma come tutti gli imperi che raggiungono il massimo livello di espansione, si sente anche terribilmente insicuro, e insiste sulla naturalità della sua posizione arbitraria. Così non gli resta che glorificare sé stesso, visto che non ci sono nemici da demonizzare. Non gli resta che far credere a tutti di essere il luogo necessario e naturale dell’economia, come il fascismo che riscrive la storia dicendo che quest’ultima è sempre stata fascista. È una logica insicura, terribilmente insicura, ma anche terribilmente potente. Tanto potente quanto debole. Un nonnulla la scuote e la mette in crisi. Così, per mantenere la sua egemonia, non gli resta che rappresentarsi come una cosa totalmente naturale e necessaria. Come dio.

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Tutto è lingua

Katy Perry e Miley Cyrus con la sua lunghissima lingua, al 55esimo GRAMMY Awards, 9 febbraio 2013, Los Angeles (foto: Lester Cohen/WireImage)

Katy Perry e Miley Cyrus con la sua lunghissima lingua, al 55esimo GRAMMY Awards, 9 febbraio 2013, Los Angeles (foto: Lester Cohen/WireImage)

«Che cosa non è mai oggi – linguaggio? La musica, le arti figurative, il cinema, la mimica, il comportamento: pochi avrebbero difficoltà a identificare queste cose, e molte altre ancora, con un linguaggio. Si potrebbe continuare: il linguaggio degli animali, la semeiotica, la simbologia onirica, l’inconscio stesso – secondo Lacan. Tutto è linguaggio […]. Fin qui è tutto accettabile […]. Ma proviamo ad allargare la nozione di linguaggio a ogni operazione di lettura, decodificazione o interpretazione. Ne conseguono risultati a dir poco paradossali […]. (iii) forse che quando cado per terra e mi faccio male, ciò che sento è in realtà il messaggio della superficie terrestre, codificato nel linguaggio della gravitazione universale? E se impreco in malo modo, non è anche questa una risposta: sebbene redatta nel linguaggio arcaico dell’animismo, anziché in quello della fisica moderna?

[…] Anche se io non imprecassi, ma – pensando all’ineluttabilità delle leggi di natura o cose del genere – cercassi invece di darmi un contegno dignitoso, facendo finta di nulla e confidando in una rapida attenuazione del dolore: ebbene, anche in questo caso – se si ammette la tesi della riducibilità di ogni comportamento a linguaggio – ciò che io farei sarebbe di nuovo il passaggio da un linguaggio a un altro, e cioè a una diversa interpretazione del mondo […]. Ma, se i codici sono differenti, anche i messaggi sono differenti. E, per favore, non ci si chieda: anche se provengono dalle stesse cose? Perché, se tutto il mondo si riduce a linguaggio e i codici di questo risultano differenti, allora “linguaggio” diventa un concetto di famiglia, e non esiste più un’interglossa nella quale sia lecito parlare delle “stesse” cose».

Enzo Melandri, Pan-logismo e pan-linguismo, in La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 118 e 120.

Enzo Melandri e Heidegger

Il secondo, il terzo e il quarto, da sinistra, sono: Umberto Eco, Michel Foucault, Enzo Melandri

Il secondo, il terzo e il quarto, da sinistra, sono: Umberto Eco, Michel Foucault, Enzo Melandri

«Heidegger […] è l’unico a fare dell’ermeneutica un principio globale di interpretazione, non limitato a questa o quella scrittura o anche alla totalità delle espressioni linguistiche, ma relativo a ogni consapevole attività umana, sia essa teoretica o pratica. Sopra tutto l’Introduzione di Sein und Zeit appare rilevante in questo contesto, poiché contiene una reinterpretazione semeiotica della fenomenologia. Trasformando la fenomenologia in semeiotica, e cioè in sintomatologia generale, Heidegger fa dell’ermeneutica il correlato metodologico indispensabile della Analitik des Daseins. Purtroppo in séguito egli ha smentito uno dei presupposti fondamentali di questo indirizzo: l’analogismo.

Le ricerche indirizzate verso il poetico, il misterioso, il presocratico, non sono forse un indizio di restaurazione anomalistica? E l’interpretazione che egli dà di Nietzsche non pecca forse di un implicito teismo? (Forse quel che ha inibito Heidegger è stato il timore, così caratteristico per un filosofo contemporaneo, di dover rifare i conti con Hegel: e precisamente non tanto nel senso filosofico, quanto in quello ermeneutico. Nella conclusione della sua tesi di dottorato, che è il lavoro di ispirazione ancora in gran parte analogistica, più ancora di Sein un Zeit, Heidegger insiste sulla necessità di fare i conti con Hegel. Da un punto di vista ermeneutico, questo discorso non ha avuto séguito: Heidegger non ha aggiunto nulla alla nostra capacità di capire Hegel meglio di Hegel stesso).

Comunque stia la cosa, è ormai chiaro a tutti che la via scelta del “secondo” Heidegger non conduce da nessuna parte o, meglio, ha senso restaurativo. L’altra diramazione, che faceva parte del progetto originario di Sein un Zeit ma che Heidegger non ha mai battuto perché – come è ormai chiaro anche a noi – essa sfocia in una “palude”, quella della cultura progressista contemporanea, è tuttavia l’unica alternativa che ci resti. Ora, uno dei modi di prosciugare la palude è quello di trasformare l’ermeneutica, attraverso una semeiotica, o semiologia sintomatologica, in una politica terapeutica. E il modulo che permette queste trasformazioni, in accordo con la “genealogia” dell’ermeneutica (ossia, con la motivazione traumatica della sua origine), è sempre il principio di analogia, ma usato in funzione archeologica».

Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 56-57.

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Loro sono il mondo

Ad Antalya, in Turchia, al vertice Nato, ministri e funzionari chiudono la riunione (o si concedono una pausa) cantando We are the world di Michael Jackson. Pare che l’iniziativa sia di una band (mi piacerebbe davvero sapere da dove sia arrivata l’idea). C’erano tra gli altri il ministro turco degli Esteri Mevlut Cavusoglu, l’Alta rappresentante degli Esteri per l’Europa Federica Mogherini, il segretario Nato Jens Stoltenberg.

All’inizio resti sorpreso. Poi ci pensi, e ti rendi conto che non c’è niente di strano.

Nel 1985 Michael Jackson, un uomo distrutto dal narcisismo e dal colonialismo culturale, riunisce ventidue popstar dell’epoca per cantare una canzone dedicata alla pace nel mondo. Ma non parlano dell’imperialismo, della guerra, della radicale ingiustizia del sistema economico mondiale, dell’enorme potere del mercato finanziario. No, parlano di loro, come un narciso che non riesce a uscire dal proprio loop quando si tratta di parlare di qualcosa di diverso che non sia lui. Come il migrante che o ruba o poveretto è affogato: si tratta sempre di me, della mia incolumità fisica e dei miei sentimenti, anche quando sto parlando di te. Chi sono questi loro? Il mondo occidentale, che ha esagerato un po’ con la prepotenza, so let’s start given.

Come lo Zio Tom, come lo Stephen di Samuel L. Jackson in Django Unchained, il re del pop – morto di infarto nel 2009 a cinquant’anni per un’iniezione letale di anestetico per cavalli – agisce come una rimozione, un’autocensura. Mette insieme Cyndi Lauper, Lionel Richie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, per dire al mondo occidentale che “c’è gente che muore”, per cui “è arrivato il momento di dare una mano per la vita”. Niente di emancipante, rivoluzionario. I deboli non vanno sollevati dalla loro condizione (non sia mai) ma il massimo che si può fare è essergli solidali, come quando fai l’elemosina: non è in gioco la condizione di chi aiuti ma la tua propria condizione, la tua coscienza. Non si esce mai da sé stessi perché altrimenti si rischia di minacciare il proprio, che è tutto ciò che conta.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

Pro loco del Comune di Napoli a favore della legalità. 2014.

E cosa hanno fatto ieri i vertici della Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, la rappresentanza militare degli stati vincitori della seconda guerra mondiale? Cosa può cantare se non un noi siamo il mondo. Non sta usando una canzone di pace in modo perverso, ma è la perversione di una canzone che finalmente si libera e diventa esplicita, rivelandosi per quella che è.

Il video della Nato ci mostra la nostra modernità, o postmodernità. Un mondo dal pensiero unico – we are the ones (ones, i propri, i soli, quelli che hanno vinto) who make a brighter day – nel quale si possono finalmente dire le cose come stanno, senza filtri, senza censure.

È vero, siete voi il mondo, bisogna ammetterlo. Oggi più di ieri. Siete rimasti solo voi e il vostro mondo. E potete cantarlo liberamente, senza più neanche uno Zio Tom che vi aiuti.

They are the world. They had always been.

Grazie a Paolo Mossetti per avermi mostrato il video