Io non credo che ci meritiamo un downgrade, ma dobbiamo prendere atto che c’è un downgrade.
Enrico Letta analizza la perdita della tripla A.
Miglior sintesi dell’impotenza della politica nel controllo dell’economia finanziaria non si poteva fare.
Io non credo che ci meritiamo un downgrade, ma dobbiamo prendere atto che c’è un downgrade.
Enrico Letta analizza la perdita della tripla A.
Miglior sintesi dell’impotenza della politica nel controllo dell’economia finanziaria non si poteva fare.

Non è un movimento, non ha rappresentanze. Anzi, proprio perché non ci sono rappresentanze, gli spettri delle rappresentanze passate sperano di ritrovare, nell’impresentabilità di un movimento che non è un movimento, una loro presentabilità.
Non ha slogan (“Tutti a casa” è lo slogan di chi non ha slogan). Non ha un programma. Insomma, non è un movimento.
Dentro ci trovi di tutto. I telegiornali enfatizzano l’estremismo proto-fascista, ragionevole a vedere quelli che si fanno intervistare. Ma il movimento dei forconi non è solo la Jaguar di Danilo Calvani, il naturalismo contadino di Mariano Ferro o lo stile da rock toscano anni ‘90 di Andrea Zunino. Non verrà ricordato per queste icone posticce, ma perché è frammentato, eterogeneo, disordinato, e vuoto.
La metafora del forcone è perfetta: cosa fanno gli abitanti insofferenti di un piccolo paesino in un immaginario mondo rurale dove la vita della comunità non è scandita dal ritmo delle istituzioni ma dal sorgere del sole? Prendono il forcone. Disordinatamente, incessantemente, si mettono al posto del boia, fanno un casino pazzesco confondendo buoni e cattivi e non risparmiano nessuno. E’ una vecchia metafora illuminista, quella del volgo che lasciato a se stesso, senza un’educazione razionale, si abbandona in una caccia alle streghe infinita. “Tutti a casa” significa svuotare le istituzioni per non lasciarci nessuno, giusto il tempo per dare al primo della classe in populismo l’occasione di occupare la poltrona lasciata vuota. Una specie di socialismo storico che implode in un rigurgito restauratore.

Non si può dire che al giorno d’oggi manifestare abbia una sua efficacia. Ve lo ricordate Occupy Wall Street? Chiedeva una cosa rivoluzionaria: la fine dell’ingerenza della finanza nella politica. “We are the 99%”, uno slogan che ritorce l’uso del numero contro chi riduce tutto ai numeri, al profitto calcolato e al consenso numerato. Una richiesta forte, stravolgente, un ritorno a tempi dimenticati, quando politica ed economia finanziaria erano due mondi separati che dovevano restare separati. Insomma, un movimento importante, con le palle, che chiedeva una vera rivoluzione. I marxisti ci hanno visto addirittura un prolegomeno a future sommosse a macchia di leopardo all’insegna dei fasti del 1848. Per ora però, di questo movimento ricordiamo solo la sua estetica e i bellissimi libri di Slavoj Zizek pieni di citazioni cinefile. Un’inefficacia ingiusta, dovuta più al fatto che non innesca, o non ha ancora innescato, il passaggio alla consapevolezza istituzionale. Chissà, forse è questione di tempo, di una generazione. Ma una cosa è chiara, c’è un’estetizzazione molto potente della manifestazione, un estetismo della protesta che minaccia la sua stessa efficacia. E non è un caso che quelli che vogliono ottenere visibilità dal movimento dei forconi sono quelli che vivono un’ideologia ridotta alla sua estetica, ad un’attività politica che si esercita nella figura dell’ultras.
A Napoli si dice fare ammuina quando, non sapendo come fare quello che si vuole fare, si fa qualunque cosa in ogni caso, basta che non si sta fermi. Lasciando stare le prospettive, le inquietudini, le metafore e l’estremismo retorico, alla fine cosa resta dei forconi? Un movimento frammentato ed eterogeneo che desidera un sacco di cose, troppe, anche cose che magari lo “Stato” non ha mai dato né mai darà. E’ un movimento che vuole. Vuole un “fortissimamente vuole” rovesciato, lapalissiano, retrocesso: vuole solo volere, vuole manifestare e basta, visto che non sa più come si fa né a che serve.

La guerra fredda è finita esattamente quattordici anni, un mese e due giorni fa.
Ci piace tantissimo definire quest’epoca come “postmoderna”, quella del cibo biologico e dello sfruttamento capillare del lavoro. Quella della fine delle ideologie, o meglio della vittoria di una sola che regna incontrastata con la sua sistemica crisi strutturale.
Raul Castro è notoriamente colui che sta traghettando Cuba da Stato socialista a Stato liberale.
Però, se il presidente degli Stati Uniti gli stringe la mano, cacchiarola è una notizia storica.

«Alla fine della seconda guerra mondiale, due sono state [in Francia] le forze emergenti, poiché entrambe all’origine della resistenza all’occupazione nazista: i gollisti e i comunisti. Tali forze si intendevano tacitamente su due regole fondamentali: innanzitutto, lo Stato aveva delle responsabilità economiche e sociali, da cui la serie importante di nazionalizzazioni (banche, industria automobilistica, energia…), la pianificazione centralizzata, la previdenza sociale ecc. In secondo luogo, la Francia non doveva allinearsi integralmente agli Stati Uniti, da cui il patto franco-sovietico siglato da De Gaulle. Questi due punti di accordo facevano da sfondo alla contrapposizione tra la destra gollista e la sinistra socialista. Per quanto riguarda l’intellettuale di sinistra, questi era essenzialmente un “compagno di strada” del Partito comunista, nel senso che considerava che le regole comuni scaturite dalla Resistenza e dalla Liberazione andassero riprese nel senso della sinistra, e non limitate come voleva la destra. Da qui l’impegno sociale (con il popolo e gli operai contro i borghesi), la neutralità in politica estera (né con gli Stati Uniti né, troppo direttamente, con l’URSS), l’anticolonialismo. Oggi tutto ciò non ha più nessuna pertinenza. Le categorie di “sinistra” e “destra” si sono americanizzate: sono solo sfumature nella gestione capitalista. Tutti si richiamano alla “democrazia” – che io personalmente preferisco chiamare “capital-parlamentarismo” – come all’unico regime politico accettabile. Gli intellettuali dominanti sono diventati pappagalli della cosiddetta democrazia, e fanno la morale alla terra intera su basi che sono in realtà imperialiste. Ho sentito con le mie stesse orecchie una quantità di intellettuali di “sinistra” approvare caldamente il bombardamento di Kabul da parte dell’aviazione americana in nome delle liberazione delle donne afghane… La verità è che le categorie politiche stesse sono in rovina, e che la figura dell’intellettuale pubblico è diventata una caricatura».
Alain Badiou intervistato da Livio Boni e Andrea Cavazzini in Allegoria n. 58.
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La posizione di Badiou non è anti-intellettuale ma contro L‘intellettuale. Non è insomma una posizione contro la categoria. “Intellettuale” è una figura fondamentale che accompagna (“compagno di strada” dice il filosofo) un movimento politico e/o culturale. Lo commenta, lo giudica, lo radicalizza, lo semplifica, lo rende creativo o lo affossa. Intellettuale sta all’epoca storica che vive come il giornalista alla notizia: l’uno e l’altro non possono contaminarsi, pena la confusione su ciò che succede per il primo, la falsità di quel che dice per il secondo. “Intellettuale” è come “politico”: è una vocazione non una professione. Non la si sceglie, ma si è scelti. E’ questo il senso della frase: “Io non volevo neanche farlo il presidente, ma devo farlo perché molti me lo chiedono”, perché sono stato chiamato. Oggi però questa frase, che racchiude l’onore e la rispettabilità di una vocazione, si è trasformata nel suo contrario: “Io non volevo neanche farlo il presidente, il politico, l’intellettuale, mi fanno schifo, ma sono costretto a farlo, sono costretto a scendere in campo per difendere i miei interessi”. Ecco che l’intellettuale, anche quando è “chiamato”, rischia costantemente di diventare l‘intellettuale, perché può essere chiamato dalle persone sbagliate. Il genere peggiore di questa categoria è l’opinionista, colui che non solo si accontenta di snocciolare opinioni e mai verità, ma addirittura pretende che le sue opinioni siano spacciate come verità, nella consapevolezza che dureranno il tempo di un dibattito in tv. Belli i tempi dei sofisti, gli opinionisti del IV secolo avanti cristo. Quelli almeno, però, ti insegnavano un mestiere.
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Nella foto, Jean-Paul Sartre

«Ammettiamolo, questa faccenda della famiglia e della dialettica tra privato e pubblico è la croce del comunismo, perché l’amore, che è a sua volta verità, esige ritiro, esige che gli sia accordata una parte di invisibilità. Non possiamo intraprendere la strada che, in nome del reale fardello reazionario costituito dalla vita familiare, pretenderebbe di eliminare ogni distinzione tra vita pubblica e vita privata. La minaccia del resto non viene unicamente dalle imprese comuniste. La democrazia corrotta, che è il regime politico del capitalismo crepuscolare, adora anch’essa la “trasparenza” e gli uomini politici espongono alla luce del sole le loro scappatelle, quando non sono le loro orge. La volontà di farla finita con i segreti dell’amore era flagrante in quei Paesi in cui si dichiarava che la politica sta “al posto di comando”. Ma è altrettanto attiva nei Paesi in cui al posto di comando sta il denaro: la segreta gratuità dell’amore esaspera i capitalisti al governo, preferiscono di gran lunga i succosi profitti pubblici della pornografia».
Socrate in Alain Badiou, La Repubblica di Platone, 445e-471c, Ponte delle Grazie, Milano 2013, pp. 192-193.
I dati sulle presenze alle votazioni del Parlamento dell’ex senatore Silvio Berlusconi esplicitano la sua natura extraparlamentare: una su 1803 sedute, lo 0,06%. Sono le presenze da votante, non le presenze generali in aula.
Berlusconi non è un politico, se per politico si intende colui che si occupa della cosa pubblica. Non ha mai considerato lo Stato e la sua attività (il Parlamento) come lo strumento con il quale esercitare il potere della cosa pubblica, ma come quello con cui esercitarlo da privato, che significa occuparsi solo degli affari propri (politico è colui che beneficia personalmente di una cosa di cui beneficiano tutti: è perché ne beneficiano tutti che ne benefici anche tu, mai il contrario).
La natura di Berlusconi è extrapolitica. Egli non considera i tre poteri dello Stato (esecutivo, legislativo, giudiziario) come qualcosa in cui è incluso, ma come qualcosa da cui ne è escluso. Li ha adoperati o influenzati nel loro esercizio, ma non vi a mai fatto parte: giudica ma non vuole essere giudicato, legifera ma non è uguale davanti alla legge, ha sempre applicato la legge fuorché non gli convenisse. E’ letteralmente un fuori-legge. Per questo ogni azione giudiziaria è sempre stata inefficace. Per questo ogni esercizio del suo potere, da presidente del Consiglio, da uomo di Stato, tende a demolire l’istituzione che lo rappresenta: perché lo esercita senza riconoscersi, sempre da fuori. Per questo è soprannominato il caimano: quando sembra sconfitto, fuori dal potere che esercita, ecco che ritorna più feroce, perché non ha mai perso l’esercizio di un potere da cui si pone fuori.
La sua decadenza da Senatore gli toglie quindi un certo potere, ma non lo estromette dal suo esercizio, per esempio nella forma indiretta del partito. E’ una contraddizione difficile da sostenere, eppure non si può negare che da oggi c’è una sedia vuota in Parlamento che è sempre stata vuota.

«Ciò che la filosofia stessa rivela, una volta giunta al limite, è che l’esistenza non è un’autocostituzione di senso, ma ci offre piuttosto l’essere che precede il senso. Di qui l’immancabile effetto comico della filosofia: fallisce a colpo sicuro il reale dell’esistenza.
Immagino che non ci sia nessun vero filosofo che non si sia sentito, almeno una volta nella vita, stretto dall’angoscia di questa beffa. Non uno che si sia detto, almeno una volta, che tutto il lavoro del pensiero è un onere inutile e grottesco, mentre l’esistenza, la vita, la morte, il pianto, la gioia, l’infimo spessore quotidiano lo precedono sempre e di molto. Viceversa la comunità tollera soltanto con humour o con ironia colui che la tradisce più di tutti gli altri. In un certo senso l’unica questione sarebbe questa: perché continuano ad esserci dei filosofi e perché la comunità continua a far loro posto? Perché questa funzione non è scomparsa insieme con la ricerca della pietra filosofale?
Sul suo limite la filosofia ha dunque a che fare col fatto che il senso non coincide con l’essere (almeno finché l’essere è considerato il luogo del senso). E’ quindi il limite dove anche la comunità si sospende: non c’è un’autocomunicazione del senso e la comunità non ha forse niente e soprattutto non è niente di comune. Essa non ha neppure co-umanità, co-naturalità o co-presenza con una qualunque cosa di un mondo che essa rende inabitabile man mano che lo investe. Al limite – della comunità, della filosofia – il mondo non è un mondo – è un cumulo, e forse immondo. Non possiamo più dire: «ecco il senso, ecco la co-umanità ed ecco la filosofia – o le sue filosofie, nella loro feconda competizione…». Si sa soltanto questo: il senso non può appropriarsi il reale, l’esistenza.
Tale è il ‘senso’ di tutti i ‘temi’ maggiori del pensiero contemporaneo – che si tratti dell”essere’, del ‘linguaggio’, dell”altro’, della ‘singolarità’, della ‘scrittura’, della ‘mimesi’, della ‘molteplicità’, dell”evento’, del ‘corpo’ o di molti altri ancora. Si tratta sempre di ciò che si potrebbe chiamare, nel lessico tradizionale delle dottrine, un realismo della verità inappropriabile».
Jean-Luc Nancy, La comunità inoperosa, Cronopio, Napoli 2013, pp.178-180.
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A questo punto, continuando nel percorso decostruzionista, direi che ci calza a pennello Badiou:
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«La filosofia ha in realtà una doppia origine, e credo che non si insista a sufficienza su questo punto. La filosofia non è nata in modo semplice: come tanti altri mostri, è nata due volte. E’ nata una prima volta con tutti quelli che chiamiamo i presocratici: Parmenide, Eraclito, Empedocle. Ma tutti loro erano poeti, dunque la filosofia è nata la prima volta nella poesia. E’ nata una seconda volta, probabilmente con Platone, o con Socrate, e questa seconda nascita era contraria alla prima. La seconda nascita è una critica della prima.
Il poeta parla mediante l’autorità della parola. Se leggete ciò che rimane di Eraclito e di Parmenide, potrete sentire bene questa autorità pura della parola: “del non-essere non ti permetto di dirlo né di pensarlo”; “tutto scorre, nulla rimane immobile”. Questo è il tono della prima filosofia, un tono ancora molto vicino a quello della parola sacra, quella parola che dichiara che la sua verità è legata a colui che parla. La filosofia è nata con quell’autorità.
La seconda nascita è invece la critica radicale di questo punto e comporta un’idea completamente diversa: l’idea che la verità di ciò che viene detto non deve dipendere da colui che parla, la parola della verità non è parola sacra, bensì parola che deve essere provata. Si tratta di un conflitto molto profondo perché riguarda l’origine stessa della verità. La verità è ispirazione soggettiva? Oppure è un sistema di dimostrazioni e argomenti che chiunque può far proprio, riprodurre e discutere?»
Alain Badiou, Del capello e del fango, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2009, pp. 52-53.
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L’affresco di Raffaello Sanzio è quindi sbagliato: non sono Platone e Aristotele i fratelli coltelli, ma Parmenide e Socrate, che guarda caso sono uno sopra l’altro.
Ad ogni modo, filosofia è convincere argomentando. Eggrazie che poi ti si scolla essere e senso, esistenza ed essere, cose e parole. Se davvero filosofia è, nel dire, tenere insieme due intenzioni contrapposte, allora si merita la sua fine, il suo proprio fine, la sua indecidibile scoperta: la verità è inappropriabile.

«Il fascismo ignobile e il fascismo in quanto estremo rimedio del capitale, il fascismo miserabile era anche un tentativo di rispondere – miserabilmente, ignobilmente – al regno già instaurato, già soffocante della società. Fu un sussulto grottesco o abietto di un’ossessione della comunione che cristallizzò il motivo della sua sedicente perdita e la nostalgia dell’immagine della sua fusione. Il fascismo, in questo senso, fu una convulsione del cristianesimo che affascinò in fondo tutta la cristianità moderna».
Jean-Luc Nancy, La comunità inoperosa, Cronopio, Napoli 2013, pp. 46-47.
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Fascio è ciò che unisce. Totale è l’organizzazione della società dei totalitarismi. Dov’è l’uomo in tutto ciò? Non l’uomo dell’avvenire, ma quello del capriccio e della passione (Bataille)? Non c’è. Non c’è spazio per l’uomo se tutto ciò che conta, tutto ciò che ha senso, è l’unità in una nebulosa idea, quella della “gloria” dell’Impero Romano (un’autentica nostalgia sarebbe stata improponibile visto che avrebbe incluso Nerone). La riflessione del filosofo francese costituisce il terreno per ogni possibile giudizio su ciò che ha rappresentato il fascismo per la società (quello che ha rappresentato e tuttora rappresenta per noi italiani è un discorso differente, anche se il punto di partenza è lo stesso). Il fascismo è grottesco perché all’organizzazione totale della società vi si oppone con la stessa natura: la produzione totale. Quello che l’estrema destra ancora non ha capito, o fa populisticamente finta di non capire, è che il fascismo è un finto anticapitalismo, semmai la più irrazionale, potente e imprevedibile arma della produzione totale.

«Se dovessi indicare, nelle lettere di Paolo, un lascito politico immediatamente attuale, credo che il concetto di resto non potrebbe non farne parte. Esso permette, in particolare, di dislocare in una prospettiva nuova le nostre antiquate e, tuttavia, forse non rinunciabili nozioni di popolo e democrazia. Il popolo non è né il tutto né la parte, né la maggioranza né la minoranza. Esso è, piuttosto, ciò che non può mai coincidere con se stesso, né come tutto né come parte, ciò che infinitamente resta o resiste in ogni divisione, e – con buona pace di coloro che ci governano – non si lascia mai ridurre a una maggioranza o a una minoranza. E questo resto è la figura o la consistenza che il popolo prende nell’istanza decisiva – e, come tale, esso è l’unico soggetto politico reale»
Giorgio Agamben, Il tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 58-59.
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Per questo “populismo” non è un termine che attiene al “popolo”. Per questo “essere eletto dal popolo” significa tutto fuorché essere eletto dal popolo. Il popolo non esiste, non è identificabile. E nel momento in cui ti sembra di averlo trovato, ecco che rispunta da un’altra parte. Se lo vuoi acchiappare e imbrigliare, ti ritroveresti con un T-1000, il cyborg indistruttibile di Terminator 2: puoi farlo a pezzetti all’infinito, ma egli sarà sempre lì, ritornerà sempre, perché non è un tutto che se separi distruggi, ma una parte che, in quanto già parte, è già separata, quindi inseparabile, quindi indistruttibile. Se l’ostinazione dovesse prendere il sopravvento a tal punto da convincerti che il popolo è qualcosa che si può identificare, imbrigliare e comandare, vedresti ciò che Lacan chiama il Reale: tanti piccoli pezzetti che ritornano insieme, incessantemente, inesorabilmente, infinitamente. Senza fessure. Vedresti un T-1000 che si ricompone, indifferente a te a tal punto che farlo a pezzi non sembra badargli molto, perché non c’è differenza tra intero e parte, in entrambi i casi è sempre un resto. Un popolo recintato non esiste, sarebbe l’organizzazione totale del lavoro e della politica, tutt’altro che “popolo”.

«Malgrado la fatica degli storici, degli scribi e degli archivisti di ogni specie, la quantità di ciò che va irrimediabilmente perduto è infinitamente più grande di ciò che può essere raccolto negli archivi della memoria. In ogni istante, lo scialo ontologico che portiamo in noi stessi eccede di gran lunga la pietà dei nostri ricordi e della nostra coscienza. Ma questo caos informe del dimenticato non è inerte né inefficace. Vi sono una forza e un’operazione del dimenticato, che non possono essere misurate in termini di memoria cosciente né accumulate come sapere, ma la cui consistenza determina il rango di ogni sapere e di ogni conoscenza. Ciò che il perduto esige, non è di essere ricordato e commemorato, ma di restare in noi e con noi in quanto dimenticato, in quanto perduto – e unicamente per questo, indimenticabile […].
L’alternativa qui non è fra dimenticare e ricordare, essere inconsapevole e prendere coscienza: decisiva è la capacità di rimanere fedeli a ciò che – pur incessantemente dimenticato – deve restare indimenticabile, esigere di rimanere in qualche modo con noi, di essere ancora – per noi – in qualche modo possibile […]. Se, invece, rifiutiamo questa esigenza, se perdiamo ogni relazione con la massa del dimenticato che ci accompagna come un golem silenzioso, allora essa si manifesterà in noi in modo distruttivo e perverso, nella forma di ciò che Freud chiamava il ritorno del rimosso, cioè il ritorno dell’impossibile come tale».
Giorgio Agamben, Il tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 43-44.
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Pensiamo all’Olocausto. La paura di dimenticarlo – ora che stiamo avvicinandoci alla prima generazione cresciuta senza “uomini che hanno vissuto la guerra” – è cocente. Ma, seguendo Agamben, non vi deve essere alcuna paura di dimenticare se, seguendo Freud, ciò che dimentichiamo è ciò su cui abbiamo lavorato, se ciò che stiamo per dimenticare sappiamo che è qualcosa di possibile, ogni giorno, tutti i giorni. La paura non è di dimenticare l’Olocausto ma di vederlo ripetersi. Ma se un oblio dovesse determinare il ripetersi di ciò che è accaduto, non è perché si dimentica ciò che è accaduto, ma perché si dimentica ciò che ha significato. Si dimentica che è qualcosa con cui abbiamo a che fare ogni volta in forme diverse, non necessariamente quelle del lager: Di nuovo, è sempre qualcosa di possibile. Se non prendiamo coscienza di questo, c’è il ritorno del rimosso, quello che la filmografia moderna ha ben rappresentato con la figura dello zombie: deve essere morto, trapassato; allora perché continua a persistere? Si dimentica ciò che si fa proprio, e che in quanto proprio non c’è bisogno di portare alla mente ogni volta. Questo è l’oblio che cancella l’ossessione di ricordare, elimina la necessità di fissare immagini, forme, senza badare a sostanze e contenuti. Se non si ricorda l’Olocausto in quanto possibile, se non lo si ricorda come ciò che ha significato per noi, la sua crudeltà ritorna e persiste come un’inammissibile morto vivente.