Ogni uomo storico conosce l’essere immediatamente, senza tuttavia riconoscerlo come tale. Ma tanto è decisa l’immediatezza di questa conoscenza dell’essere, tanto raramente si riesce davvero a pensarlo. Non è che questo pensiero sia difficile o esiga particolari preparativi per essere messo in atto. La difficoltà consiste semmai nel fatto che pensare l’essere è la cosa più semplice, tuttavia proprio ciò che è semplice a noi riesce quanto mai difficile.
Per pensare l’essere non occorrono né la solenne pomposità che fa uso di una complicata erudizione, né gli stati singolari ed eccezionali quali gli sprofondamenti mistici e le estasi in un’assorta pensosità. C’è bisogno, invece, solo del semplice risvegliarsi nella vicinanza di un qualsiasi ente inappariscente, un risveglio che vede improvvisamente che l’ente «è».

Martin Heidegger, Parmenide, Adelphi, Milano 2005, p. 266.

Che cos’è la filosofia?

La filosofia ha in realtà una doppia origine […], come tanti altri mostri è nata due volte. E’ nata una prima volta con tutti quelli che chiamiamo presocratici: Parmenide, Eraclito, Empedocle. Ma tutti loro erano dei poeti, dunque la filosofia è nata una prima volta nella poesia. E’ nata una seconda volta, probabilmente con Platone, o con Socrate, e questa seconda nascita era contraria alla prima. La seconda nascita è una critica della prima. Cosa è in gioco in questa disputa? L’argomento. Il poeta parla in suo nome, parla mediante l’autorità della parola […], un tono molto vicino alla parola sacra. Chiamiamo parola sacra semplicemente quella parola che dichiara che la sua verità è legata a colui che parla.

La seconda nascita è invece la critica radicale di questo punto e comporta un’idea completamente diversa: l’idea che la verità di ciò che viene detto non deve dipendere da colui che parla, la parola della verità non è parola sacra, bensì parola che deve essere provata […]. Si tratta di un conflitto molto profondo perché riguarda l’origine stessa della verità. La verità è ispirazione soggettiva? Oppure è un sistema di dimostrazioni e argomenti che chiunque può far proprio, riprodurre e discutere?

[…] Poiché la filosofia ha questa doppia nascita, essa mantiene un rapporto ambiguo con tutto ciò […]. La filosofia è dunque impura, una sorta di bastardo che appartiene a due famiglie diverse. Si può dire questo in modo molto semplice: la filosofia deve proporre argomenti dialettici secondo il modello della razionalità, ma deve anche convincere i giovani, deve attirarli, e li si giocano operazioni di transfert amoroso.

Alain Badiou, Del capello e del fango, riflessioni sul cinema, pp. 52-54, Pellegrini editore, Cosenza 2009.

In questa splendida riflessione del filosofo francese vivente Alain Badiou si mette in luce la radice della filosofia domandandogli “da dove vieni?”. Quando era agli albori, quando si basava su un dialogo tra due persone che non la pensavano allo stesso modo, la filosofia giocava sulla sana presunzione di convincere l’altro che sto dicendo non la mia ma la verità.

Filein-sofia è amore per la conoscenza. Essa non ama ciò che conosce ma il fatto stesso di conoscere. Che amore strano, senza oggetto, senza legami. Conoscere porta a sapere, sapere è conoscere le cose come stanno. Ciò che si sa quando si sa come stanno le cose è sapere la verità. Cos’è la verità? E’ ciò che era coperto e ora non lo è più, ciò che si svela. Fare filosofia è giocare a carte scoperte.

Il pensiero a volte riflette per senso comune, non si sforza di sapere le cose come stanno. Poi riflette sul senso comune e inizia a fare filosofia. Per dirla alla greca, è quando si riflette sull’opinione, sul “si dice”, che si inizia a fare filosofia. Succede infatti che l’opinione si rompe, il pensiero devia, la riflessione smette di impigrirsi, taglia la questione e arriva al “che vuoi dire?”; allora, senza neanche accorgersene si sta già facendo filosofia. Non è una scienza, non ci vuole una conoscenza particolare, solo un po’ di tecnica e nessun secondo fine. Proprio quando non ci si nasconde dietro al pensiero, ma lo si mostra per metterlo alla prova – perché ciò che conta è la verità che non ha proprietà – che si fa filosofia. Perché essa è amore.

La filosofia quindi non è legata a nessun sapere. Cos’è che a niente è legato? La libertà. La filosofia è pensiero libero. Ma non essere legato a niente non vuol dire essere senza legami, significa scegliere liberamente a cosa o a chi legarsi, come quando si sceglie su cosa riflettere, come quando si ama. La libertà del pensiero sta in questo gioco del legarsi senza essere legati.

Amare il pensiero che conosce è amare un movimento sempre libero e insieme ordinato, scegliere di legarsi a questo movimento. Badiamo bene quindi: la libertà, come la filosofia, è senza fondamento, non è un sapere. Filein-sofia è l’amore per il pensiero che conosce liberamente per scelta.

Breve guida alla morale di Batman

sale

Solo Nolan e Burton hanno saputo finora trasporre sul grande schermo il Batman dei fumetti. I due registi mettono insieme le due epoche che hanno caratterizzato nel corso della storia lo stile grafico dell’eroe senza superpoteri. Da un lato Burton con quel suo sapore pop che attraversa i vari Schwartz e gli O’Neil, dall’altro Nolan con quel tono più (o)scuro che si rifà all’epoca moderna del personaggio, quella inaugurata nel 1986 da Frank Miller con Il ritorno del Cavaliere Oscuro e proseguita con Il lungo Halloween di Loeb e Sale. Quella tra i due registi è una differenza di stile, non di sostanza, in comune c’è il Batman di sempre, quello che in settant’anni è rimasto sempre lo stesso: il rampollo di Gotham che in un mondo oscuro decide di combattere la decadenza dei costumi della sua città trasformandosi in un poliziotto “buono”.

batman miller

Purtroppo in Italia le recensioni dei film tratti dai fumetti brillano per pochezza e superficialità, un po’ perché spesso si parla effettivamente di filmacci, ma anche perché chi scrive ha spesso una sommaria conoscenza del personaggio o addirittura un malcelato disinteresse per l’arte del romanzo grafico. Per esempio, per quanto riguarda Batman, a volte si insiste sul luogo comune della figura dell‘“eroe ambiguo”, il che fa sorridere: Batman è tutto fuorché un eroe con dubbi morali, mai nel fumetto e nei film si rintracciano indizi in tal senso. Tutt’al più, se c’è una questione morale, essa è scatenata dalla sua stessa presenza in città: Batman è un “guardiano silenzioso”, il custode di Gotham, ma la sua presenza attira come un fiore le api una fiumana di folli criminali che puntalmente piombano in città per confrontarsi con l’uomo pipistrello. Il Jocker incarna questo fenomeno nella novella Arkham Asylum ed è uno dei temi ricorrenti de Il Cavaliere oscuro, il secondo film di Nolan. In entrambe le storie, il fumetto di Morrison e il secondo film di Nolan, si mette in scena l’esasperazione dello scontro tra l’Ordine e il Caos. Il Jocker è la nemesi di Batman, Batman l’anti-caos, ma non sono due mondi che si scontrano, bensì due facce della stessa medaglia che si rincorrono a vicenda. Il clown pazzo cerca di mettere in crisi l’Eroe, mostrandogli la follia e il non-senso del mondo, senza riuscirci però, non tanto perché Batman alla fine lo batte sempre, ma soprattutto perché non lo convince. Insomma, l’universo di Batman, come tutti gli universi dei supereroi dei fumetti, è bello ricco. Proviamo allora a fare un’esegesi di questo territorio tagliando di traverso per i campi della morale, della psicologia e della filosofia.

Gotham come la Terra di Mezzo

In primo luogo precisiamo la natura di questo mondo immaginario, quello della città di Gotham – nonché più in generale degli universi dove si svolgono le storie a fumetti dei supereroi. Il suo meccanismo è simile a quello della Terra di Mezzo di Tolkien: un mondo “storicamente possibile” intriso di magia. Nel caso di Gotham gli elementi magici sono la finzione scenica (l’uomo pipistrello le prende a destra e a manca, rischia costantemente la vita ma non è mai veramente in pericolo) e l’onnipresenza tempestiva dell’eroe (sempre al posto giusto al momento giusto). Batman emerge così come un ninja saggio, un incrocio tra Odisseo e Polifemo: astuto stratega e forte combattente, due virtù che gli permettono di battere incredibilmente Superman, l’alieno indistruttibile ma ingenuo.

batman maroni

Il mondo è folle

Passiamo ora all’argomento più pregnante, la morale di Batman. L’uomo pipistrello viene in genere pubblicizzato come un eroe ambiguo, fraintendimento dovuto al suo evocativo soprannome datogli da Frank Miller: Cavaliere Oscuro. Ma se non è oscuro il cavaliere, cosa è oscuro? Il mondo in cui vive, la città di Gotham. Essa da un lato è manichea nella narrazione – il lettore sa benissimo chi è il buono e chi è il cattivo, a parte qualche eccezione – dall’altro opportunista e ambigua, popolata com’è da sindaci, commissari, uomini d’affari, famiglie di mafiosi e alta borghesia. Su tutto questo prorompe il magico trio composto da Batman, il commissario Gordon e il procuratore distrettuale Harvey Dent (finché non impazzisce). Tutti e tre fanno una squadra di Intoccabili, uomini tutti di un pezzo che consacrano la loro vita più che alla causa del bene a quella dell’Ordine e della Legge, il che appare un po’ fascista, ma non è così. Abbiamo detto che il mondo di Gotham è oscuro, caotico, in crisi, sempre sull’orlo del baratro, ragion per cui la volontà di ristabilire un equilibrio deve essere la contrapposizione violenta di un ordine. Ma più che un ordine totalitario, Batman segue piuttosto l’idea di un ordine platonico, un’idea, un progetto, un impegno che, nonostante siano impossibili da realizzare (non esiste un mondo moralmente puro e perfetto), restano ciò a cui si deve aspirare. Se il mondo è corrotto e rischia la catastrofe ogni volta che un supercattivo minaccia la sua distruzione (Bane del terzo film di Nolan), a Batman non resta altra scelta di presentarsi come colui che ristabilisce l’Ordine piuttosto che il Bene.

La differenza sostanziale tra Batman e tutti gli altri personaggi del suo universo la fa proprio quel cosa fare?. Di fronte a un mondo siffatto, tendente per sua natura al caos, è la scelta che fa la differenza. I cattivi affermano: “Il mondo è oscuro e caotico, quindi non ho dirette responsabilità morali se seguo cinicamente i miei interessi”. Batman invece afferma: “Il mondo è oscuro e caotico ma non per questo non posso prendermene cura fungendo da esempio per tutti”. Quell’essere “esempio per tutti” non è però l’aspirazione di Batman, semmai una conseguenza indiretta delle sue azioni. Il suo fine non è il bene della collettività ma il sollevamento da un fardello personale, un senso di colpa – quale lo vedremo più avanti – generato da un trauma che lo spinge a lottare – tema centrale di Batman Begins – contro la sua stessa paura, decidendo così di incarnarla. “I criminali sono codardi e superstiziosi. Il mio travestimento dovrà infondere terrore nei loro cuori. Dovrò essere una creatura della notte, nera, terribile”, risponde Bruce Wayne ad Alfred, il suo maggiordomo, che gli chiede perché il pipistrello (nella versione di Nolan: «Perché i pipistrelli, signor Wayne? – Perché mi fanno paura. Che li temano anche i miei avversari»). Ecco il motivo per cui Batman sceglie questo travestimento e non piuttosto quello di un Paladino: non deve opporre la Luce alle Tenebre, il mondo resta la composizione caotica di questi due elementi che pur restano separati. Non deve trascendere alla Bontà ma ispirarla, e grazie alle sue gesta e al suo coraggio essere un esempio morale per tutti. Non è un caso che gli unici che adorano Batman sono i ragazzi.

La cura di Batman

Batman è un realista. Il mondo è un luogo dove la morale è in chiaroscuro pur restando possibile il comportamento virtuoso. Un mondo folle con i cattivi che lo cavalcano allegramente. Ma se l’impegno è quello di evitare il collasso di un mondo per natura precario bisogna opporvigli non un elemento trascendente, come la Luce o il Bene, ma qualcosa che componga questo stesso mondo: un lavoro, un impegno, un progetto, una responsabilità, in una parola la cura heideggeriana del mondo. Batman non si illude di “ordinare” e “legiferare” sul mondo, la volontà di ordinare e legiferare è tale solo dal punto di vista dello stato di natura del mondo gothamiano: caos e sopraffazione. Egli vuole soltanto riscattare la sua colpa nella consapevolezza che il mondo ha per sua stessa struttura un equilibrio precario. Per questo è Ordine, per questo è un pipistrello. Si può scegliere di lasciare il mondo così com’è, o prendersene cura. I cattivi, Jocker e Due Facce più di tutti, godono allegramente della precarietà del mondo cavalcando il primo la sua follia, il secondo la sua casualità. Come dargli torto? E’ Batman che gli da torto, mostrandogli la possibilità di una scelta frutto di una castrazione del desiderio: quella di lasciarsi andare al caso.

due facce

Il trauma

Qual è la colpa di Batman, perché due facce è Due Facce, e jocker il Jocker? Sono tre deliri di onnipotenza generati da un trauma. Bruce Wayne ha visto morire i suoi genitori per mano di uno scippatore ed è dilaniato da un senso di colpa dovuto al fatto che è stato lui a portare involontariamente la famiglia sul luogo della rapina. Il Jocker era un marito squattrinato che va fuori di testa dopo aver perso la moglie incinta ed esser rimasto sfigurato a causa di un colpo andato male. Infine, Due Facce era un onesto e brillante procuratore distrettuale frustrato dall’impossibilità di sconfiggere definitivamente la mafia, ed impazzisce dopo che il suo viso rimane per metà bruciato dall’acido. Insomma, tre casi clinici. Jocker cade nella follia dopo che il suo mondo si sgretola da un giorno all’altro, Due Facce abbraccia consapevolmente il principio di casualità dopo esser arrivato alla conclusione che la Legge non può fare niente contro chi è fuori-Legge. Batman è l’unico che si mette in terapia: si prende cura di sé facendosi carico del suo trauma: vuole redimersi dalla responsabilità della morte dei suoi genitori. La versione di Nolan sulla genesi di Batman è a mio avviso quella più riuscita: quella sera a teatro i ballerini che ruotavano su sé stessi somigliavano a pipistrelli e il piccolo Bruce aveva paura. Così lui, suo padre e sua madre decidono di abbandonare lo spettacolo e uscire dal retro del palazzo…Batman elabora il lutto, si maschera da pipistrello, incarna la Paura.

superman

E’ più forte Superman o Batman?

Un altro grande supereroe per onestà e moralità è Superman. I due non possono essere più diversi per intenzioni e origini, pur restando due eroi. La differenza la fa l’elemento di trascendenza dell’Uomo di Acciaio: Superman è un alieno, viene da un altro pianeta, non è umano. E’ un cristo redentore, l’unico che può amare l’umanità più degli uomini. Il mondo in cui si muove è a tutti gli effetti manicheo: da un lato gli abitanti della terra, dall’altro i cattivi, in genere anch’essi alieni (l’unico che è stato capace di uccidere Superman non è umano). Con la sua purezza d’animo e le sue gesta al di là dell’umano, l’Uomo del Domani afferma che l’umanità è fondamentalmente buona. Batman invece più che dirci l’opposto – l’umanità è fondamentalmente cattiva – fa svanire ogni opposizione: non c’è il Bene e il Male. «Guardatemi – sembra dire – sono un paladino vestito da pipistrello che fotte di paura le persone, come posso dire che il mondo è buono o cattivo?». Nel mondo di Gotham i concetti assoluti di bene e male non esistono, non nel senso olistico del termine che si mischiano e si bilanciano, ma piuttosto nietzschianamente sono concetti alla stregua di giudizi di valore, etichette che non dicono nulla di più di uno stato di cose che resta indistinto: al di là del bene e del male (ovvero al di qua del mondo) c’è il caos che genera casualmente azioni degne di essere chiamate buone o cattive. E poi c’è Batman. 

L’Esserci, in quanto è, ha il modo di essere dell’essere-assieme. Questo non può essere inteso come il risultato della somma di più «soggetti». L’esperienza di una molteplicità sommabile di «soggetti» è possibile solo in quanto gli altri, che innanzi tutto si incontrano nel loro con-Esserci, sono successivamente trattati solo come «numeri» […]. Questo con-essere «irriguardoso», «conta» gli altri senza «contare su di loro» seriamente e senza voler «avere a che fare» con loro.

[In altre parole: la democrazia rappresentativa]

Martin Heidegger, Il con-Esserci degli altri e il con-essere quotidiano, in Essere e tempo, Longanesi, Padova 2011, p. 157.

L’utero di Aristotele (che fare?)

 

Universo aristotele testa

La verità è che è tutta colpa di Colombo e Newton. Si stava così bene prima! Il mondo era piatto e aveva confini con le barche che incontravano il Purgatorio appena fuori lo Stretto di Gibilterra e l’universo era chiuso in sfere concentriche con Dio che amministrava il tutto da buon burocrate. Poi è arrivato quell’italo-spagnolo con una sindrome ossessivo compulsiva per la navigazione. Ha aperto un nuovo spazio, ben invaso e occupato poi dagli Europei: “La terra è tonda e non ha confini – hanno dichiarato uno dopo l’altro spagnoli, inglesi, portoghesi e francesi – ma sicuramente quel poco di spazio in più che è stato scoperto è nostro”. Infine è arrivato un inglese che con l’epifanica storia della mela ha rivoluzionato il modo di pensare e conoscere l’universo. Così il mondo è deflagrato diventando puro caos, e il soggetto che viveva tranquillo e sereno nell’utero aristotelico è stato obbligato a uscire. Niente di preoccupante comunque per l’uomo, niente che minacciasse la sua esistenza, piuttosto la sua salute mentale. La cura è consistita nel fare (inconsciamente) finta di (consciamente) credere che l’universo sia retto da leggi, assiomi, regole e postille. Funziona alla grande. Se non ci credete recatevi a Konigsberg, via del Soggetto Trascendentale 2, citofonare Kant.

La cosa che ti frega in tutto questo è che non si torna indietro, fare come Edipo non serve a nulla: fottersi Aristotele non risolve alcunché, ti ritroveresti con un pugno di occhi in mano. Il trauma è fatto e, per dirla alla Mallarmé, il dado è tratto. La domanda giusta non è “che fare?”. Chiederselo è importante, ma serve soltanto per rendersi conto che ciò che si fa adesso non ci piace, per esempio sponsorizzare il vivere senza idee, da deietti, vendendo democrazia globalizzata eco-sostenibile così come una volta si esportava Progresso, Fede e Civiltà verso i popoli del Nuovo Mondo. Il cinismo non è figlio di un sano pensiero moderno ma di una patologica ossessione per il Profitto. E’ la domanda che non deve esistere, questa è la verità.

Viaggio in Italia

Vitri le François, qua sentimmo tre notizie memorabili. […] [Una] riguarda un tal Germano, pure vivente, persona di umile estrazione senz’arte né parte, che sino a ventidue anni d’età era stato una ragazza vista e conosciuta da tutti gli abitanti del luogo e nota per avere sul mento un po’ più di pelo delle altre, tanto che la si chiamava Maria la barbuta. Un giorno, compiendo uno sforzo per saltare, le si produssero gli attributi virili, e il cardinale di Lenoncourt, allora vescovo di Chalons, gli diede il nome di Germano. Tuttavia non s’è sposato; ha una gran barba molto folta […]. Nella città corre ancora sulla bocca delle ragazze una canzoncina nella quale si avvertono a vicenda di non spiccare mai grandi salti, nel timore di diventar maschi come Maria-Germano. Assicurano che la presente notizia venne inserita da Ambrogio Paré nel proprio libro di chirurgia, che è certissima, e in tal senso fu testimoniata al signor de Montaigne dalle prime autorità del luogo.

Michel de Montaigne, Viaggio in Italia, Bur, Milano 2003, p. 109

I pericoli secondo Diogene Laerzio

Lasciava andare ogni cosa per il suo verso e non prendeva alcuna precauzione, ma si mostrava indifferente verso ogni pericolo che gli occorreva, fossero carri o precipizi o cani.

Notare i pericoli di allora. Oggi sono i prodotti non biologici, il riscaldamento globale e la disoccupazione. Ieri carri, precipizi o…cani (!).

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IX, 62

Ti estì?

Non si adoperi la parola “filosofare” quando si vuol esprimere un pensiero fine a sé stesso, quello è un pensiero fine a sé stesso, è pensare per senso comune. Il senso comune è cosa diversa dalla filosofia, anche se proviene da essa. Infatti, per dirla alla greca, è nel momento in cui l’opinione si rompe, quando il pensiero devia, quando la riflessione smette di impigrirsi, taglia la questione e arriva al “che vuoi dire?” che senza neanche accorgersene si fa filosofia. Non è una scienza, non ci vuole una conoscenza particolare, solo un po’ di tecnica e nessun secondo fine. Proprio quando non ci si nasconde dietro al pensiero, ma lo si mostra per metterlo alla prova – perché ciò che conta è la verità che non ha proprietà – che si fa filosofia. Perché essa è amore.

Gli inesistenti

In un mondo strutturato dallo sfruttamento e dall’oppressione, vi sono masse di persone che, propriamente parlando, non possiedono alcuna esistenza. Non contano nulla. Nel mondo di oggi, per esempio, non è praticamente africano che conti qualcosa. Diciamo che queste persone sono presenti nel mondo ma assenti dal suo senso e dalle decisioni sul suo avvenire. Diciamo che sono l’inesistente del mondo. Soltanto un’oligarchia lontana ma onnipresente riesce a collegare la successione degli episodi di vita delle persone al parametro unificato del profitto, e a nutrirsi di questo.
E diremo allora che un cambiamento del mondo è reale quando un inesistente del mondo comincia a esistere in questo stesso mondo con un’intensità massima. E’ esattamente quello che dicono ora le persone che stanno scendendo in piazza in Egitto. E’ la liberazione dell’esistenza: i poveri non sono diventati ricchi, in fondo non è cambiato niente. Quello che è successo invece è che l’esistenza dell’inesistente è stata liberata grazie a quello che io chiamo un evento, che in se stesso è quasi sempre inafferrabile. Che cosa osserviamo oggettivamente? Nel giro di pochi anni una piazza del Cairo si conquista una celebrità planetaria. La cosa veramente straordinaria è che la potenza di questo fenomeno è tale da far inchinare tutto il mondo, persino i suoi nemici più accaniti e nascosti.
I rivoltosi radunati in una piazza del Cairo sono dunque il “popolo egiziano”? Ma, in tutta questa faccenda, che fine fa il dogma democratico, il sacrosanto suffragio universale? Non è pericoloso? Tutto sommato, fossero anche un milione, non sono ancora tanti rispetto agli ottanta milioni di egiziani. In termini di cifre elettorali, è un fiasco garantito! Ma questo stesso milione di persone presenti sul posto vale tantissimo se cominciamo a non misurare più l’impatto politico dal numero inerte e separato, come si fa con i voti. La sua forza risiede nell’intensificazione dell’energia soggettiva (le persone si sentono indispensabili giorno e notte, tutto è entusiasmo e passione) e nella localizzazione spaziale della propria presenza (le persone si radunano in luoghi diventati imprevedibili, piazze, università, viali, fabbriche…). E’ la prova che nel caso di queste configurazioni – le rivolte storiche che aprono a possibilità nuove – è presente un elemento di universalità prescrittiva.

Alain Badiou, Il risveglio della storia, pp. 59-62, Ponte alle Grazie, Bergamo 2012.