La scienza è inutile

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«Le tecniche antiche sono tutt’altra cosa che scienza applicata. Per quanto ci possa apparire sorprendente, si possono edificare templi, palazzi, ed anche cattedrali, scavare canali e costruire ponti, sviluppare la metallurgia e la ceramica, senza possedere alcun sapere scientifico, o non possedendone che i rudimenti. La scienza non è necessaria alla vita d’una società, allo sviluppo di una cultura, all’edificazione d’uno stato o anche d’un impero. Vi furono imperi, fra i più grandi, civiltà, fra le più belle, (pensiamo alla Persia o alla Cina) che ne hanno interamente, o quasi interamente, fatto a meno; come ve ne furono altri (pensiamo a Roma) che, avendone ricevuto il retaggio, non vi hanno aggiunto nulla o quasi nulla. Non dobbiamo sopravvalutare il posto della scienza come fattore storico: nel passato, anche quando essa esistette effettivamente come in Grecia o nel mondo occidentale premoderno, il suo posto fu minimo».

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«Perché la scienza nasca e si sviluppi, occorre, come ci spiegò già lo stesso Aristotele, che vi siano uomini che dispongano di tempo libero; ma questo non basta: bisogna anche che fra i membri delle leisured classes compaiano uomini i quali trovino soddisfazione nella comprensione, nella theoria; occorre anche che questo esercizio della theoria, l’attività scientifica, abbia valore agli occhi della società. Ora queste cose non sono per nulla necessarie; sono anzi cose rarissime, che, a mia conoscenza, non si sono realizzate se non due volte nella storia. Poiché, a dispetto di Aristotele, l’uomo non è naturalmente animato dal desiderio di comprendere: neppure l’uomo ateniese. E le società, piccole o grandi, apprezzano generalmente pochissimo l’attività puramente gratuita e, all’inizio, perfettamente inutile, del teorico. Poiché, bisogna proprio riconoscerlo, la teoria non conduce, almeno non direttamente, alla pratica; e la pratica non genera, per lo meno non direttamente, la teoria. Tutt’al contrario, il più delle volte essa ce ne distoglie. Così la geometria non fu inventata dagli arpedonapti egiziani, che avevano da misurare i campi della valle del Nilo, bensì dai greci, che non avevano da misurare niente d’importante; gli arpedonapti si accontentarono delle esazioni [imposte approssimativamente]. Parimenti non furono i babilonesi che credevano all’astrologia e che perciò avevano bisogno di calcolare e prevedere le posizioni dei pianeti nel cielo…ad elaborare un sistema di movimenti planetari. Furono ancora una volta i greci, che non ci credevano».

Alexandre KoyréPerspectives sur l’histoire des sciences (da Scientific Change cit.), ora in EHPSc, pp. 358-359, citato nell’introduzione di Paolo Zambelli di A. Koyré, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Einaudi 2000, pp. 38.39.

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L’inutilità della scienza è un’affermazione illuminista, una controintuizione agli antipodi della stessa identica affermazione che potrebbe fare un complottista.
La scienza non è utile nel senso che non ha interesse. Non produce utili, e quello che fa non lo fa per interesse. Quindi, non genera profitto, perché il profitto sta alla fine di un processo di produzione nel quale la scienza non c’è più da un pezzo, trovandosi sempre e soltanto all’inizio. Per esempio, quando un’azienda mercifica la sintesi molecolare di un elemento chimico sotto forma di medicinale protetto da copyright.
L’assunto filosofico di fondo è il seguente: il pensiero, la conoscenza, entra in azione quando è urtata (da un oggetto sconosciuto, dalla visione di un tramonto). Gli antichi greci chiamavano la sensazione di essere urtati nel pensiero θαυμάζειν (thaumàzein), stupore. Per questo la theoria, la visione delle idee, l’attività del pensiero, inizia quando non si ha nulla da fare: come mettersi a pensare se tieni da fare? Il “ma vai a zappare!” rivolto all’intellettuale ha qui il suo logico fondamento.
Sapere aude! diceva Orazio: abbi il coraggio di usare il cervello. Motto fatto proprio dai razionalisti del XVIII secolo, quando il primo professore di storia della filosofia (della storia) alla domanda “che cos’è l’illuminismo?”, rispose:

«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo».

Immanuel KantRisposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? 

Alexandre Koyré è stato un filosofo e storico della scienza del XX secolo. Una specie di accademico Piero Angela, o Neil deGrass Tyson, ante litteram. La sua è una visione antipositivistica della storia della conoscenza: la scienza non ci aiuterà ad appiattire le disuguaglianze, ma neanche favorisce le disuguaglianze. Non c’è propriamente progresso nella scienza, cioè la scienza non fa progredire alcunché, piuttosto può far progredire una classe sociale, un popolo, che si impossessa di una determinata tecnica a svantaggio di un’altra classe o popolo. Ma questo è un altro discorso, in cui la scienza c’entra ben poco. 
La scienza non ha alcun interesse particolare, se non quello di conoscere. Poi, una volta scoperto l’oggetto che cerca o che non si aspetta di trovare, lo articola in un discorso coerente fatto di leggi che rimandano a loro volta a nient’altro che alla necessità di conoscere.

Nella foto, Isaac Newton.

L’utero di Aristotele (che fare?)

 

Universo aristotele testa

La verità è che è tutta colpa di Colombo e Newton. Si stava così bene prima! Il mondo era piatto e aveva confini con le barche che incontravano il Purgatorio appena fuori lo Stretto di Gibilterra e l’universo era chiuso in sfere concentriche con Dio che amministrava il tutto da buon burocrate. Poi è arrivato quell’italo-spagnolo con una sindrome ossessivo compulsiva per la navigazione. Ha aperto un nuovo spazio, ben invaso e occupato poi dagli Europei: “La terra è tonda e non ha confini – hanno dichiarato uno dopo l’altro spagnoli, inglesi, portoghesi e francesi – ma sicuramente quel poco di spazio in più che è stato scoperto è nostro”. Infine è arrivato un inglese che con l’epifanica storia della mela ha rivoluzionato il modo di pensare e conoscere l’universo. Così il mondo è deflagrato diventando puro caos, e il soggetto che viveva tranquillo e sereno nell’utero aristotelico è stato obbligato a uscire. Niente di preoccupante comunque per l’uomo, niente che minacciasse la sua esistenza, piuttosto la sua salute mentale. La cura è consistita nel fare (inconsciamente) finta di (consciamente) credere che l’universo sia retto da leggi, assiomi, regole e postille. Funziona alla grande. Se non ci credete recatevi a Konigsberg, via del Soggetto Trascendentale 2, citofonare Kant.

La cosa che ti frega in tutto questo è che non si torna indietro, fare come Edipo non serve a nulla: fottersi Aristotele non risolve alcunché, ti ritroveresti con un pugno di occhi in mano. Il trauma è fatto e, per dirla alla Mallarmé, il dado è tratto. La domanda giusta non è “che fare?”. Chiederselo è importante, ma serve soltanto per rendersi conto che ciò che si fa adesso non ci piace, per esempio sponsorizzare il vivere senza idee, da deietti, vendendo democrazia globalizzata eco-sostenibile così come una volta si esportava Progresso, Fede e Civiltà verso i popoli del Nuovo Mondo. Il cinismo non è figlio di un sano pensiero moderno ma di una patologica ossessione per il Profitto. E’ la domanda che non deve esistere, questa è la verità.