Chi sono i terroristi/3 – Conversazione tra Badiou e Hazan

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[Il 24 dicembre 2008, sulla rivista Politis, è stato pubblicato un articolo, riportato dal collettivo francese Le parole sono importanti, firmato dal filosofo Alain Badiou e dello scrittore Eric Hazan a proposito della parola terrorismo. Lo spunto allora era il caso dell’ex prefetto di Var, in Francia, Jean-Charles Marchiani, riconosciuto prima colpevole di abuso di beni aziendali – per commissioni guadagnate illegalmente per un importo di 10 milioni di franchi -, incriminato per aver preso parte a un traffico di armi con l’Angola e infine graziato dal presidente Sarkozy dopo soli sei mesi di carcere. «Mentre Julien Coupat – osserva il collettivo Le parole – ancora langue in carcere senza processo, perché è semplicemente sospettato di aver sabotato delle sospensioni a catenaria dei treni di Stato della SNCF. Soltanto per questo motivo, questo presunto sabotaggio è stato elevato dallo Stato sarkozyano al rango di atto terrorista, qualificazione che giustifica – e non serve che a questo – qualsiasi misura preventiva e qualsiasi trattamento d’eccezione». Il testo di Badiou e Hazan potete leggerlo in francese qui]

«Impresa individuale o collettiva finalizzata a turbare gravemente l’ordine pubblico attraverso l’intimidazione o il terrore».

Questa è la definizione di terrorismo nel codice penale [francese]. Una tale impresa, concertata e di grande ampiezza, è condotta sotto i nostri occhi da mesi. I sistemi di intimidazione sono molti e vari: riconoscimento visivo per strada, nella metropolitana ronde minacciose di GPSR (Groupes de protection et de sécurisation des réseaux) con i loro cani da guardia, filtraggio delle uscite della città da parte della polizia, monitoraggio delle periferie dal cielo da droni con visori notturni. Senza contare l’intimidazione dei giornalisti, minacciati di perdere il loro posto con una telefonata “dall’alto”.

In termini di terrore, la recente irruzione all’alba in un piccolo villaggio in Corrèze di forze speciali incappucciate e armate, è stata filmata e fotografata in modo che tutta la Francia poteva immaginare il terrore dei bambini davanti la comparsa di questi extra-terrestri.

Non abbiamo dimenticato la morte di Chulan Zhang Liu, la ragazzina cinese che si è gettata dalla finestra l’anno scorso, tanto era terrorizzata da un controllo di polizia che cercava i sans papiers.

Né gli adolescenti in carcere che spingono la loro indisciplina fino al punto di suicidarsi.

Né le ragazze del collegio di Marciac terrorizzate dai cani poliziotto.

Senza dimenticare il terrore dei malati di mente che popolano le carceri e le panchine nella stagione fredda, e al quale il capo dello Stato ha promesso appropriate misure tecno-mediche per la minaccia che rappresentano.

La lotta antiterrorismo, con le sue sorelle minori che sono la lotta all’immigrazione clandestina e la lotta alla droga, sono lotte che non hanno nulla a che vedere con ciò che pretendono di combattere. Questi sono esercizi di governo, modalità di controllo della popolazione attraverso intimidazione e terrore. Coloro che oggi hanno in mano l’apparato statale sono consapevoli della impopolarità senza precedenti di quello che loro chiamano riforme. Sanno che una scintilla può avviare un incendio. Hanno creato un sistema terroristico per prevenire e trattare i gravi problemi che provocano. Gli eventi in Grecia vanno a rafforzare le loro paure, il che può far pensare che sono sufficientemente giustificate. Infatti, com’è scritto nell’articolo 35 della Costituzione del 1793:

«Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri».


Nella foto in alto, un momento del blitz del 9 gennaio 2015 all’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, Parigi. Grazie a Edoardo Acotto per la segnalazione del pezzo e la consulenza nella traduzione.

Chi sono i terroristi/2 – Il funerale dell’Europa

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Questo corteo funebre per gli attentati di Charlie Hebdo è ambivalente. Inquietante. Cecchini sparsi sui tetti scortano i leader del mondo fino al loro ritorno in auto che le faranno marciare blindatati e solitari verso l’Eliseo. Poi il vero corteo, quello fatto di persone, potrà marciare liberamente.

Una schiera di incravattati in nero, silenziosi. Abituati come sono a protocollare i loro incontri, deve essere stata un po’ imbarazzante la cosa. È un po’ il funerale dell’Europa, ma di quale? Il funerale di quell’idea di Europa greco-classica ecumenica? laica?, illuminata?, che mai abbiamo neanche provato a costruire?

Obama non c’era. Ed è giusto che sia così. Sono affari nostri.

Sarebbe bello costruire da domani proprio quell’Europa ecumenica al limite dell’euroasiaticità con tutte quelle bandiere palestinesi e turche che sventolavano oggi a Parigi. Possiamo dirci anti-imperialisti e volere un’Europa che la faccia finita con questo eterno dopoguerra, che sia una volta per tutte indipendente dagli Stati Uniti, per poi renderci conto che il colonialismo lo abbiamo inventato noi e loro stanno solo prendendo esempio dai padri.

La verità è che siamo depressi. Un attentato così arriva per darci il colpo di grazia in un momento in cui sono anni che chiudiamo gli occhi di fronte alla necessità di costruire un’alternativa a questo modello economico liberal-coloniale. Assassini europei che uccidono europei. European fighters, altro che foreign. Non è certo la prima volta che succede e non è certo perché c’è uno scontro di civiltà in atto con nemici lontani e indefiniti, al massimo che queste civiltà in scontro ci appartengono, che un po’ ce la siamo cercata. Ma togliamoci dalla bocca la parola civiltà per piacere, che è una cosa che si coltiva, quando l’abbiamo usata per di più per falciare. Questo terrorismo non è causa del “male”, ma effetto di qualcosa che non vogliamo vedere, perché sarebbe l’orrore, la messa in discussione di tanto benessere economico mascherato da Occidente. Ma sono opinioni che l’opinione pubblica neutralizzerà nell’anti-europeismo fascista.

Ci attendono altri anni di psicosi del controllo, di pratiche immunitarie militari per difendere un corpo politico in perenne crisi. Gli aeroporti esacerberanno la loro isteria. E Snowden che cacchio si è sacrificato a fare?

Funerali simbolici come questo non sono come i funerali reali, dove ci sono corpi di cui occuparsi. Possono durare tantissimo, si può vivere morendo se non hai corpo. Come il capitalismo, che della crisi semplicemente se ne frega perché già gli appartiene. Ci convinceremo che le pratiche immunitarie sono la soluzione – le stesse che si esercitano sulle banlieue, sugli invisibili e gli inesistenti – quando sono la causa di quello da cui crediamo di doverci difendere.


Per approfondimenti sulle fonti di questo editoriale. Alain Badiou, Il risveglio della storia. Roberto Esposito, Immunitas.

Tre consigli ai complottisti

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All’indomani dell’attentato di Charlie Hebdo ci stiamo tutti domandando cosa sia successo e perché gli attentatori, come sempre già conosciuti dai servizi segreti, non siano stati fermati in tempo. Vorrei dare tre consigli di metodo di analisi dei fatti a tutti quelli che non riescono a non pensare che sia tutto, in qualche modo, orchestrato e voluto (da chi?) come un film.

1. Esistono le fonti primarie (documenti scritti e testimonianze orali) e le fonti secondarie (web, tv, giornali).
2. Se vuoi spiegarmi come sono andate veramente le cose, non puoi smentirmi le fonti secondarie utilizzando fonti secondarie, dimostrandomi l’inattendibilità dei fatti da fonti di cui tu stesso diffidi (per esempio riferendoti a un documentario, un articolo, un editoriale per dirmi come i governi, che parlano ai giornali, dicono cazzate).
3. Sul metodo, infine. Piuttosto che seguire la scuola del “è tutto preparato” – quella che vuole il laissez faire per i terroristi, la scuola che nasconde una spaventosa etica de-responsabilizzante nella quale i controllori sono talmente sopravvalutati da somigliare a Dio – preferisco quella della “dittatura dell’incompetenza” sulla base della quale vengono orchestrate le forme di controllo. Se c’è una forma di controllo, non ti credere che sia infallibile. Allo stesso modo, se c’è un attentatore, non ti credere che sia Silvester Stallone. È una dittatura dell’incompetenza nella quale figurano buoni e cattivi.

La serietà di quello che dici viene dai contatti che hai, dall’essere direttamente coinvolto in quello che racconti. È vero che ci raccontano un sacco di balle, i nostri genitori ci hanno mentito per anni su Babbo Natale quindi figurati cosa può raccontarci il mondo. Ma non bisogna dimenticare che la verità non è trascendente: per sapere le cose come stanno ci vuole veramente poco, solo che questo poco richiede un lungo lavoro. Edward Snowden non ha rivelato la Volontà vogliosa di un gruppo politico-economico che spia il nostro account Facebook, ma lo strumento dei metadati nelle mani sbagliate. E Snowden era un impiegato medio della NSA che ha inviato un’email al Guardian che se ci pensava cinque minuti di più non gliela inviava proprio. Bisogna andare alla fonte primaria, alla sorgente, dove sgorga viva la fattualità delle cose. Bisogna annoiarsi e perdere un sacco di tempo sui documenti e le testimonianze. Ma soprattutto, più di tutto, non dimenticare mai che i cattivi non sono più intelligenti dei buoni ma stupidi altrettanto.

Chi sono i terroristi/1 – Dissacramento

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Illustrazione di Lucille Clerc (forse), inizialmente attribuita a Banksy

Alzi la mano chi non ha mai scherzato e fatto battute su Dio fin dalle medie. Un’attività che si perfeziona man mano che si arriva all’adolescenza, dove l’insofferenza verso l’autorità trova il suo miglior sfogo nel dissacramento religioso. Quando poi vieni a sapere che è dall’Illuminismo che le religioni hanno avviato un lento processo di secolarizzazione ancora in corso, ti rendi conto di come la satira religiosa sia uno sport che, pur restando divertente, è fondamentalmente usurato, talmente inflazionato che oggi appare più sovversivo porsi in posizione di interesse che di critica nei confronti di una confessione (magari per criticarla, in modo molto più efficace, dall’interno, come un antropologo). L’insofferenza nei confronti delle autorità religiose è un buon test per misurare il grado di maturità intellettuale di una persona. Non tanto accertando la quantità di battute che fa quanto la serietà che ripone in esse: più crede di essere dissacrante minore sarà la sua sensibilità. In altre parole, quanto più ti rendi conto che i capi religiosi – soprattutto quelli inventati come Maometto e Cristo – sono l’ultimo dei tuoi problemi in fatto di lotta all’autorità, tanto più le tue energie intellettuali si rivolgono su bersagli più efficaci, per esempio l’ordine economico-politico. Sia chiaro, governi e multinazionali hanno sempre a che fare con gli ordini religiosi, e viceversa, ma sono secoli che l’ordinamento del mondo non è più trascendente ma immanente, con finalità fisiologiche, economiche più che spirituali. (Questo per dire, sostanzialmente, che lo sport del “dio non esiste” è ormai uno stanco esercizio retorico che rivela piuttosto il terrore che proviamo verso questa verità. Molto più produttivo oggi sarebbe dirigere queste energie sovversive verso, per esempio, un “il denaro non esiste” o un “l’egoismo liberale è una menzogna”)

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La prima pagina di Charlie Hebdo del 7 novembre 2012

Charlie Hebdo rappresenta per la Francia pura libertà di espressione. Pura libertà di scoreggiare battute, letteralmente. È una satira fisica, prettamente francese. Cosa c’entra la satira becera su Maometto sbattuta in prima pagina con la critica della religione musulmana? Alzi la mano, tra i francesi, chi ha avuto illuminanti consapevolezze sul ruolo e il significato di una confessione leggendo Charlie Hebdo. Questo giornale non ha a che fare con la libertà di critica delle religioni ma con la libertà di critica e basta. Sembra una rivendicazione infantile, e infatti è esattamente questo: libertà di espressione. Se a vignette con contenuti e battute dissacranti si risponde con una mitragliata di kalashnikov il problema non risiede certamente nel giornale. La vignetta che più di tutte ha sintetizzato meglio questa sproporzione, realizzata a caldo poche ore dopo il massacro di rue Nicola Appert 10, è quella di David Pope sul Canberra Times:

David Pope, Canberra Times

Ha iniziato prima lui, in un gioco di parole intraducibile in italiano dove drew sta per estratto/tratto/iniziato. Una vignetta che mostra la totale irrazionalità di quello che è successo. Un esempio di come la penna sia più potente della spada, fintantoché non si incontrano. È stato un gioco, un disegno, un tratto, un drew finito male. Uno scontro tra un gruppo di giornalisti satirici e un gruppo di satiri folli che credono di agire in nome della religione. Charlie Hebdo, da quando ha pubblicato il 6 febbraio 2006 la vignetta “blasfema” del giornale danese Jylland Posten, sapeva benissimo a chi si rivolgeva: c55b3ba6-7ae1-4e07-89cd-5760f20f4e89_ORIGINAL A nessun imam o califfato, ma proprio a loro, a Said e Chérif Kouachi, ai terroristi, agli psicotici. Charlie Hebdo non stuzzicava ferocemente ayatollah e muezzin ma la pazienza di organizzazioni estremiste armate.

«C’est peut-être un peu pompeux ce que je vais dire, mais je préfère mourir debout que vivre à genoux».

«Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio» disse Stéphane Charbonnier nel 2012 a SkyTg24. Hai ragione, sei pomposo, eri solo un vignettista, sei meno virtuoso di Laura Poitras, con la fondamentale libertà di dire cazzate che danno da pensare. Charb sapeva di scherzare col fuoco, ma sapeva bene che è la paura quella che ci fotte, che ci rende manipolabili e vulnerabili. Controllabili in nome della lotta al terrorismo, in nome della sicurezza, della privacy e della libertà. Limitare la nostra libertà in nome della libertà, ecco il regalo più grande che facciamo al terrore. Charb non avrebbe dovuto disegnare quelle maledette vignette. Perché non avrebbe dovuto? In nome di cosa: della “sobrietà” che fa rima con conformismo orwelliano? Non è l’orgoglio dell’Occidente contro l’inciviltà d’Oriente. Potrebbe essere questa la conclusione di questa difesa della libertà di espressione. E infatti la “libertà” e la “democrazia” sono le due categorie, i due cartelli, le due foglie di fico che hanno giustificato le guerre coloniali di questi ultimi decenni come il colonialismo di due secoli fa. Ma all’inverso potrebbe anche essere l’orgoglio di dire quello che si vuole e basta. La libertà di fare satira, di dire cazzate, la libertà di dire quello che si vuole. Si potrebbe dire che Charlie Hebdo ha attizzato il fuoco. Eccoci qui: attizzato il fuoco di chi? Provocato chi? L'”Islam”? Gli “estremisti”? Quanto vaga può essere una tale definizione dei provocati? Torniamo di nuovo al punto sottolineato da David Pope: una provocazione che merita morte per fucilazione. Per mano di chi?

Gli invisibili

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In Italia ci sono 25 milioni di persone che nutrono l’economia italiana senza essere riconosciute. Sono immigrati, pensionati poveri, disoccupati, precari e neet (Not in Education, Employment or Training). Cinque categorie sociali ora bersagliate ora coccolate dalla propaganda politica. Cinque classi che insieme formano un’unica “maggioranza invisibile”, termine coniato da Emanuele Ferragina nel suo ultimo libro, La maggioranza invisibile (Rizzoli). Ferragina nasce a Catanzaro nel 1983, studia scienze politiche a Torino e si forma in giro per l’Europa tra Bordeaux, Parigi e un dottorato all’Università di Oxford dov’è attualmente lecturer nel dipartimento di Politiche Sociali. È un politologo, editorialista del Fatto quotidiano e membro della Fonderia Oxford, laboratorio politico formato da accademici italiani accomunati, si legge sul sito, «da un forte legame con l’Italia e dalla voglia di continuare a crescere (e magari tornare) in un paese più giusto, libero ed eguale».

La maggioranza invisibile è il suo secondo libro, con un lungo sottotitolo ad uso e consumo immediato: chi sono gli italiani per i quali la politica non fa nulla, e come potrebbero cambiare davvero l’Italia. In realtà è un testo a quattro mani realizzato insieme al collega connazionale Alessandro Arrigoni, anche lui ricercatore di Oxford.

Ferragina e Arrigoni utilizzano lo strumento concettuale della maggioranza invisibile per racchiudere unitariamente cinque classi sociali in conflitto. In questo scenario politico la distinzione tra destra e sinistra, secondo i giovani politologi, è prettamente nominale: la prima sarebbe noliberista, la seconda garantista, salvo poi annullarsi in una specie di socialismo blairesco da “Terza via”, figlio della Tatcher, che persegue indistintamente austerity e taglio del costo del lavoro. Una politica economica che in Italia va avanti da almeno trent’anni, con un’accelerata dopo Tangentopoli, che ha portato alla creazione di una maggioranza invisibile che secondo i calcoli di Ferragina e Arrigoni è fatta da 25 milioni di italiani, la metà del corpo elettorale. Il guaio è che non si tratta di operai uniti nella lotta ma immigrati, pensionati, precari, disoccupati e depressi che il più delle volte se le danno di santa ragione tra loro. Una grossa fetta della popolazione italiana che non può contare su assunzione e assistenza sociale e nello stesso tempo conta moltissimo per l’economia a basso costo.

La maggioranza invisibile, che riprende in un senso politicamente invertito la “maggioranza silenziosa” conservatrice che Nixon incitava a votare a favore della guerra in Vietnam, è praticamente il nuovo proletariato, con la differenza che siamo di fronte a frammenti sconclusionati di difficile se non impossibile rappresentanza. Nelle elezioni politiche del 2013 il MoVimento 5 Stelle è riuscito a raccogliere le istanze di questa classe liquida, salvo poi disperderla in una propaganda isterica.

La maggioranza invisibile è un libro di analisi elettorale italiana con elementi di storia del fordismo. Ti spiega come la polarità berlusconiana-antiberlusconiana ha rispecchiato una polarità culturale più che politica, nascondendo una natura economica unitaria che piuttosto che essere senza ideologie è semmai guidata dall’unica ideologia sopravvissuta alla crisi energetica del ’73 e alla caduta del Muro dell’89, quella neoliberista e monetarista, ossessionata dalle privatizzazioni e dal taglio del costo del lavoro. Ti racconta l’importanza del welfare state, della redistribuzione, del lavoro ben pagato e del potere di negoziazione contrattuale. Al centro un mostro informe che se soltanto si riuscisse a compattare e a essere solidale prima di tutto con se stesso determinerebbe grossi cambiamenti. Maggioranza invisibile, si legge alla fine del libro, è «profitto che finisce sempre nelle tasche di qualun altro», «ricerca vana di un asilo, è scelta fra la carriera e l’avere un bambino», «è studio non riconosciuto, è lavoro in un call center a 370 euro al mese, è figli a carico sostenuti a stento».

Emanuele, per chi hai scritto questo libro?

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Camminare con la bocca salata

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Noi napoletani siamo provinciali, subito invidiosi se c’è qualcuno che fa arte in autonomia, che crea qualcosa senza chiedersi se possa compiacere i dirimpettai, che magari di arte non capiscono nulla. Cerchiamo subito di acchiappare e trattenere chi vorrebbe seguire la sua strada perché altrimenti ne perderemmo il potere di controllo. Il sentimento di tradimento e malinconia che ci caratterizza è una dimostrazione di ingenuità, tanto siamo concentrati sulla teatralità del fare. Pino l’ha capito subito, prestissimo, ha capito che se voleva diventare un grande musicista doveva smarcarsi da tutto questo. A 18 anni scrive Napul’è. All’età in cui si vive alla giornata aveva già dato il meglio di sé. Due, tre dischi in cui c’è tutta la sua carriera. Un blues mediterraneo in una miscela esplosiva. È questa la differenza che fa il genio.

Pino Daniele è ambivalenza pura. È riuscito a uscire dalla “provincialità” e a farsi grande, e per farlo ha dovuto lasciare una città che altrimenti lo avrebbe stritolato, appunto, nel provincialismo. È tutta qui la ragione per cui lo amiamo tanto, la stessa per cui non piace: resta uno straordinario neomelodico che si porta la provincia dentro. È un profondo cantante malinconico.

Una canzone su tutte, Chi tene ‘o mare. È la canzone di Pino e di Senese, si sforza di essere blues (Pino) e jazz (Senese) nonostante sia profondamente neomelodica. Le parole sono poesia ma non è chiaro quello che vuole dire. Che significa che chi vive vicino il mare “cammina con la bocca salata”? Che non è amarezza, altrimenti la bocca sarebbe appunto amara. È piuttosto una bocca secca, prosciugata. Per me questa canzone significa che chi vive in un posto splendido e accogliente come Napoli s’illude che la natura basti alla bellezza, è fess e cuntent. Non è vero che è bello vivere in un posto in cui la natura è tremendamente generosa. Questo lo dicono solo i turisti, chi viene, ammira e va via. Chi al contrario vive in posti così porta na croce: il fardello di chi si fissa sulla bellezza, di chi crede che il mare (nel senso della natura, delle cose il cui stato non dipende da noi) basti per tutto e non si occupa delle cose a portata di mano. È il fardello dei popoli del Mediterraneo che vivono in un lago sereno e, magari proprio per questo, non riescono ad autogestirsi. Chi tene ‘o mare, ‘o ssaje, nun tene niente.

Pino Daniele è un perfetto misto di blues (o sap caaaaa) e neomelodicità (è fess e cuntento). Un nero a metà. È arrivato come un fulmine tra gli anni ’70 e ’80. Guardava all’ammerica e alla sua straordinaria ricchezza musicale, conscio che il suo linguaggio, quello di un diplomato ragioniere cresciuto a Santa Maria la Nova, era lo stesso. Il suo successo è il segreto della creatività: la fecondità è frutto di commistioni bastarde. Lo dice anche la legge di natura: replicare lo stesso DNA alla lunga stanca e avvizzisce, bisogna variare.

La maggioranza invisibile

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La maggioranza invisibile è profitto che finisce sempre nelle tasche di qualun altro, è manodopera qualificata ma a basso costo, è elusione continua delle regole per far galleggiare un paese al collasso. La maggioranza invisibile è ricerca vana di un asilo, è scelta fra la carriera e l’avere un bambino. La maggioranza invisibile è studio non riconosciuto, è lavoro in un call center a 370 euro al mese, è figli a carico sostenuti a stento. La maggioranza invisibile è pause sigaretta, è caffè bevuti in serie alla macchinetta. La maggioranza invisibile è solitudine, è tensione precaria non protetta.

La maggioranza invisibile è una pensione da 500 euro, è un figlio disoccupato da mantenere, è un migrante che cerca fortuna. La maggioranza invisibile è raccolta di arance a 15 euro al giorno, è nottate passate in un capannone, è quattordici ore di lavoro sognando un futuro migliore. La maggioranza invisibile è il vicino colto che vive a stento, è tua sorella che lavora senza contratto celando il malcontento. La maggioranza invisibile è forza trainante dell’economia, è schiavitù legalizzata al soldo di chi non produce niente, è pagamento a rate postdatate per i lussi dei garantiti. La maggioranza invisibile è numero che cresce dimenticato, è gruppo sociale in potenza che continua a passare inosservato. La maggioranza invisibile è l’unica speranza per un paese stanco e vecchio. La maggioranza invisibile è la reincarnazione di antiche lotte, è storie di vita comune che un giorno potrebbero farsi racconto.

La maggioranza invisibile di Emanuele Ferragina citata qui (La maggioranza invisibile, Bur, Milano 2014, pp. 248-249), più che la “maggioranza silenziosa” di Nixon richiama gli inesistenti del filosofo francese maoista Alain Badiou. Questi sono molto più poveri di quelli. Sono i riot di Londra, i popoli della Primavera Araba, Occupy Hong Kong e Wall Street, i cittadini di Iguala scesi in strada per chiedere giustizia sugli studenti uccisi dal sindaco, gli indignados spagnoli. Ma invisibili e inesistenti hanno dalla loro diversi punti in comune. Nonostante l’impossibilità di essere visti, sono contati, nel senso che contano per la società, sono forza lavoro a basso costo di una certa importanza, quindi in comune hanno lo sfruttamento. Infine sono eterogenei tra loro, non appartengono a una classe specifica.

Quell’idiota di Derrida

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Un anno ho cercato di leggere Il capitale con un gruppo che seguiva il programma di lingue romanze della Johns Hopkins. Con mia immensa frustrazione, dedicammo quasi l’intero semestre al primo capitolo. Io ripetevo: «Dobbiamo andare oltre, per arrivare almeno alla trattazione della “Giornata lavorativa”», e la risposta era sempre: «No, no, no, dobbiamo chiarire bene. Cos’è il valore? Cosa dobbiamo intendere con denaro e merce? Cos’è il feticcio?» e così via. Usavano anche l’edizione tedesca per accertarsi della traduzione. Scoprii anche che essi si ispiravano a qualcuno che non avevo mai sentito nominare, che pensai dovesse essere un idiota dal punto di vista politico, se non addirittura da quello intellettuale, per aver diffuso un approccio simile. Questa persona era Jacques Derrida.

David HarveyIntroduzione al Capitale. 12 lezioni sul primo libro, La Casa Usher, Firenze 2012, p. 15.

Un nuovo “muodo de vivere”

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«Nelle società fondate sulla tradizione orale, la memoria della comunità tende involontariamente a mascherare e riassorbire i mutamenti. Alla relativa plasticità della vita materiale corrisponde cioè un’accentuata immobilità dell’immagine del passato. Le cose sono sempre andate così; il mondo è quello che è. Soltanto nei periodi di acuta trasformazione sociale emerge l’immagine, generalmente mitica, di un passato diverso e migliore – un modello di perfezione, di fronte a cui il presente appare come uno scadimento, una degenerazione. “Quando Adamo zappava e Eva filava, chi era nobile?”. La lotta per trasformare l’assetto sociale diventa allora un tentativo consapevole di tornare a quel mitico passato».

Carlo GinzburgIl formaggio e i vermi, Einaudi, Torino 2009. p. 91.

La particolarità della crisi contemporanea è che la trasformazione del glorioso passato è ostaggio degli estremismi di destra. A tutti piace Tolkien e il suo meraviglioso mondo fatto di Virtù, Natura e Morale, ma solo gli xenofobi l’hanno inserito nel loro immaginario.

Estremista è ogni visione gloriosa del passato, altrimenti come la fai la rivoluzione? La differenza con qualche generazione fa – quella in cui Nietzsche e Wagner annunciavano e cantavano una gloria che apparteneva a tutti, universale – è che questo estremismo è stato consegnato a chi di tutta questa Storia della Crisi, di questa dinamica della crisi (quella in cui il passato diventa migliore del presente e quest’ultimo va trasformato in un passato che esiste solo nella mente di chi vive nel presente) non ne sa nulla, la vive ma non la sa. La conseguenza è che la crisi è in mano al conservatore, l’estremista di destra, col risultato di radicare e rendere ancora più immobile il presente, riducendo l’immaginario del passato alla sola delizia tolkeniana.