Chi sono i terroristi/1 – Dissacramento

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Illustrazione di Lucille Clerc (forse), inizialmente attribuita a Banksy

Alzi la mano chi non ha mai scherzato e fatto battute su Dio fin dalle medie. Un’attività che si perfeziona man mano che si arriva all’adolescenza, dove l’insofferenza verso l’autorità trova il suo miglior sfogo nel dissacramento religioso. Quando poi vieni a sapere che è dall’Illuminismo che le religioni hanno avviato un lento processo di secolarizzazione ancora in corso, ti rendi conto di come la satira religiosa sia uno sport che, pur restando divertente, è fondamentalmente usurato, talmente inflazionato che oggi appare più sovversivo porsi in posizione di interesse che di critica nei confronti di una confessione (magari per criticarla, in modo molto più efficace, dall’interno, come un antropologo). L’insofferenza nei confronti delle autorità religiose è un buon test per misurare il grado di maturità intellettuale di una persona. Non tanto accertando la quantità di battute che fa quanto la serietà che ripone in esse: più crede di essere dissacrante minore sarà la sua sensibilità. In altre parole, quanto più ti rendi conto che i capi religiosi – soprattutto quelli inventati come Maometto e Cristo – sono l’ultimo dei tuoi problemi in fatto di lotta all’autorità, tanto più le tue energie intellettuali si rivolgono su bersagli più efficaci, per esempio l’ordine economico-politico. Sia chiaro, governi e multinazionali hanno sempre a che fare con gli ordini religiosi, e viceversa, ma sono secoli che l’ordinamento del mondo non è più trascendente ma immanente, con finalità fisiologiche, economiche più che spirituali. (Questo per dire, sostanzialmente, che lo sport del “dio non esiste” è ormai uno stanco esercizio retorico che rivela piuttosto il terrore che proviamo verso questa verità. Molto più produttivo oggi sarebbe dirigere queste energie sovversive verso, per esempio, un “il denaro non esiste” o un “l’egoismo liberale è una menzogna”)

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La prima pagina di Charlie Hebdo del 7 novembre 2012

Charlie Hebdo rappresenta per la Francia pura libertà di espressione. Pura libertà di scoreggiare battute, letteralmente. È una satira fisica, prettamente francese. Cosa c’entra la satira becera su Maometto sbattuta in prima pagina con la critica della religione musulmana? Alzi la mano, tra i francesi, chi ha avuto illuminanti consapevolezze sul ruolo e il significato di una confessione leggendo Charlie Hebdo. Questo giornale non ha a che fare con la libertà di critica delle religioni ma con la libertà di critica e basta. Sembra una rivendicazione infantile, e infatti è esattamente questo: libertà di espressione. Se a vignette con contenuti e battute dissacranti si risponde con una mitragliata di kalashnikov il problema non risiede certamente nel giornale. La vignetta che più di tutte ha sintetizzato meglio questa sproporzione, realizzata a caldo poche ore dopo il massacro di rue Nicola Appert 10, è quella di David Pope sul Canberra Times:

David Pope, Canberra Times

Ha iniziato prima lui, in un gioco di parole intraducibile in italiano dove drew sta per estratto/tratto/iniziato. Una vignetta che mostra la totale irrazionalità di quello che è successo. Un esempio di come la penna sia più potente della spada, fintantoché non si incontrano. È stato un gioco, un disegno, un tratto, un drew finito male. Uno scontro tra un gruppo di giornalisti satirici e un gruppo di satiri folli che credono di agire in nome della religione. Charlie Hebdo, da quando ha pubblicato il 6 febbraio 2006 la vignetta “blasfema” del giornale danese Jylland Posten, sapeva benissimo a chi si rivolgeva: c55b3ba6-7ae1-4e07-89cd-5760f20f4e89_ORIGINAL A nessun imam o califfato, ma proprio a loro, a Said e Chérif Kouachi, ai terroristi, agli psicotici. Charlie Hebdo non stuzzicava ferocemente ayatollah e muezzin ma la pazienza di organizzazioni estremiste armate.

«C’est peut-être un peu pompeux ce que je vais dire, mais je préfère mourir debout que vivre à genoux».

«Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio» disse Stéphane Charbonnier nel 2012 a SkyTg24. Hai ragione, sei pomposo, eri solo un vignettista, sei meno virtuoso di Laura Poitras, con la fondamentale libertà di dire cazzate che danno da pensare. Charb sapeva di scherzare col fuoco, ma sapeva bene che è la paura quella che ci fotte, che ci rende manipolabili e vulnerabili. Controllabili in nome della lotta al terrorismo, in nome della sicurezza, della privacy e della libertà. Limitare la nostra libertà in nome della libertà, ecco il regalo più grande che facciamo al terrore. Charb non avrebbe dovuto disegnare quelle maledette vignette. Perché non avrebbe dovuto? In nome di cosa: della “sobrietà” che fa rima con conformismo orwelliano? Non è l’orgoglio dell’Occidente contro l’inciviltà d’Oriente. Potrebbe essere questa la conclusione di questa difesa della libertà di espressione. E infatti la “libertà” e la “democrazia” sono le due categorie, i due cartelli, le due foglie di fico che hanno giustificato le guerre coloniali di questi ultimi decenni come il colonialismo di due secoli fa. Ma all’inverso potrebbe anche essere l’orgoglio di dire quello che si vuole e basta. La libertà di fare satira, di dire cazzate, la libertà di dire quello che si vuole. Si potrebbe dire che Charlie Hebdo ha attizzato il fuoco. Eccoci qui: attizzato il fuoco di chi? Provocato chi? L'”Islam”? Gli “estremisti”? Quanto vaga può essere una tale definizione dei provocati? Torniamo di nuovo al punto sottolineato da David Pope: una provocazione che merita morte per fucilazione. Per mano di chi?

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