Come definire gli ultimi vent’anni del secolo, se non come la seconda Restaurazione? Constatiamo, in ogni caso, che questi anni sono ossessionati dal numero. Dato che una restaurazione altro non è se non il momento della Storia che dichiara impossibili e abominevoli le rivoluzioni, nonché naturale quanto eccellente la superiorità dei ricchi, è comprensibile che essa adori il numero, che è anzitutto numero degli scudi, dei dollari o degli euro […]. Ma, in senso più profondo, ogni restaurazione ha orrore del pensiero e non ama che le opinioni, in particolare l’opinione dominante, riassunta una volta per tutte nell’imperativo di Guizot: “Arricchitevi!”. Il reale, correlato obbligato del pensiero, viene (non senza buone ragioni) considerato dagli ideologi delle restaurazioni come qualcosa di sempre pronto a sfociare nell’iconoclastia politica, quindi nel Terrore. Una restaurazione è innanzitutto un’asserzione circa il reale, nel senso che è preferibile non averci nulla a che fare.
Progetto excelsior, il salto più alto del mondo
Progetto Excelsior, il salto più alto del mondo.
Tra il 1959 e il 1960, con la scusa di testare il sistema “Beaupre”- il paracadute a più stadi – e il comportamento di un corpo in caduta libera ad altezze considerevoli, il militare Joseph William Kittinger II si gettò prima da 23, poi da 22, e infine da 31 chilometri di altezza. In orizzontale è una distanza raggiungibile da chiunque, in altezza significa stare nello spazio (anche se tecnicamente si è ancora abbondantemente nell’atmosfera terrestre) circondati da un cielo eternamente notturno e con una palla azzurra sotto i piedi.
Il 16 agosto 1960, nel suo ultimo tentativo, quello da record, Joseph si trovò davanti a un grosso problema: la sua mano. Mentre il pallone aerostatico saliva, l’aviatore la vide gonfiarsi all’inverosimile a causa di un piccolo squarcio nel guanto che fece incontrare improvvisamente la pressione esterna (bassissima) con quella del suo corpo. Non disse niente alla squadra che lo stava seguendo qualche chilometro più in basso: doveva farcela a tutti i costi. Saranno stati novantuno interminabili minuti di ascesa. Poi, arrivato all’altezza giusta per il lancio ne aspettò altri dodici a settanta gradi sottozero circondato da un silenzio unico. Raggiunto il punto di atterraggio saltò, mettendocene solo quattordici per arrivare a terra, toccando una velocità massima di 988 chilometri orari. Atterrato e raggiunto dalla squadra che lo attendeva, la prima cosa che Joseph fece fu accendersi una sigaretta.
La vita sulla terra secondo i terrestri

Manca meno di una settimana all’atterraggio di Curiosity su Marte, robot che se non dovesse schiantarsi al suolo cercherà tra gli strati di roccia del cratere Gale la storia del pianeta rosso e del sistema solare. A bordo, oltre alle strumentazioni scientifiche ci sono due disegni di Leonardo Da Vinci: il codice del volo e un autoritratto. L’idea è stata suggerita da Silvia Rosa Brusin, redattrice del telegiornale scientifico italiano “Leonardo” ed è stata colta al volo dall’equipe del Curiosity che ha visto nei disegni un omaggio alla scienza.
Lo trovo un gesto molto dolce, una forte affermazione identitaria ma senza quello stravagante orgoglio positivistico condito da prosopopea occidentale che si ritrova nel Voyager Golden Record installato sul Pioneer, l’oggetto umano più distante dalla terra che attualmente si trova a 20 miliardi di chilometri da noi e sfreccia a 61mila chilometri orari. Il VGR è un bellissimo disco di rame placcato in oro con su registrati saluti in 55 lingue diverse, 27 brani di musica classica, suoni degli elementi naturali e versi di animali; ad esso è affiancata una piccola placca in oro con sopra incisi un uomo e una donna nudi e indicazioni sull’origine della sonda. Insomma una serie di informazioni caotiche e frammentarie che poco aiuteranno qualunque alieno a capire che razza di posto sia la terra. Quelli del Curiosity invece non hanno pensato a nessun alieno, non hanno avuto nessuna presunzione di rappresentare in maniera “ottimale” la cultura terrestre. Soltanto un disegno, lo scarabocchio di un genio sregolato forse ancora più incomprensibile del disco d’oro del Pioneer. Ma almeno è un onesto e sano omaggio a sé stessi.
Ti estì?
Non si adoperi la parola “filosofare” quando si vuol esprimere un pensiero fine a sé stesso, quello è un pensiero fine a sé stesso, è pensare per senso comune. Il senso comune è cosa diversa dalla filosofia, anche se proviene da essa. Infatti, per dirla alla greca, è nel momento in cui l’opinione si rompe, quando il pensiero devia, quando la riflessione smette di impigrirsi, taglia la questione e arriva al “che vuoi dire?” che senza neanche accorgersene si fa filosofia. Non è una scienza, non ci vuole una conoscenza particolare, solo un po’ di tecnica e nessun secondo fine. Proprio quando non ci si nasconde dietro al pensiero, ma lo si mostra per metterlo alla prova – perché ciò che conta è la verità che non ha proprietà – che si fa filosofia. Perché essa è amore.
Il crepuscolo della benzina

C’è un che di crepuscolare nell’ultima pubblicità Eni con Rocco Papaleo. La réclame annuncia una campagna di sconti, credo la prima nella storia delle multinazionali del petrolio, da parte un’industria sull’orlo del baratro. “Stiamo morendo, vi prego comprateci” sembra dirci. Un’iniziativa simile alla Fiat che recentemente a chiunque, ma proprio chiunque, compri un’auto blocca per tre anni il prezzo del carburante (tra l’altro le cose non stanno proprio così).
Lo slogan “riparti con Eni” apre un campo di interpretazioni ironiche che svelano la cieca aggressività dominante tipica dei colossi industriali. Lasciando perdere quella rassicurazione che sa più di minaccia – “stare ancora più vicino agli italiani” – quel “riparti con Eni” significa: rimetti in moto la produzione di carburante che ha già il destino segnato; fai ripartire un’industria in agonia; ripartiamo, tanto questa crisi è solo un momento passeggero visto che è essa stessa a strutturare il ciclo del consumo basato sullo sfruttamento folle delle risorse. E nel finale, dove il povero attore italiano afferma: “Se non ripartiamo così, quando ripartiamo”, è contenuta la menzogna più grande, che è quella di far credere che non si tratta soltanto del sistema di produzione migliore, ma anche l’unico.

NASA’s Mars Exploration Rover Opportunity, photo taken from Pancam
I potenti mezzi dell’informazione
E’ stato nominato un nuovo CEO di un’importante multinazionale del web. Da dove viene, qual è il suo profilo politico, quale nuova impostazione darà all’azienda? Ci si è chiesti quanto il fatto che venga dal colosso Google rappresenti un consolidamento della posizione dominante di Montain View? I potenti mezzi dell’informazione dicono che: è donna e incinta. Yahoo!
L’opinione non è libera di dire cazzate
Michele Serra parte da un giudizio obiettivo mettendo in mezzo un argomento vecchio come il mondo: che senso ha usare uno spazio di discussione per esprimere opinioni fuorvianti, banali e rancorose. C’è un fatto, che non è stato certo scoperto da Serra: i commenti alle notizie sono nella maggior parte dei casi come un pop-up durante la navigazione, distraggono soltanto, senza aggiungere niente all’argomento trattato nell’articolo. Giustificare questo status quo come libertà di espressione sarebbe come dire che ognuno è libero di usare uno strumento musicale per farci tutto tranne che suonare, così farebbe un Deschamps, ma i commenti a un articolo non hanno a che fare con l’arte. In altre parole si è liberi di dire ciò che si vuole a patto che si abbia qualcosa da dire. Infine se si liquida il tutto con un “basta ignorarli” si ribadisce la loro inutilità, e il problema resta. I commenti online sono fondamentali solo quando vengono usati allo scopo di dire qualcosa di interessante, per tutto il resto c’è il bar sotto casa o una conversazione sul tempo con il compagno occasionale d’autobus.
Gli inesistenti
In un mondo strutturato dallo sfruttamento e dall’oppressione, vi sono masse di persone che, propriamente parlando, non possiedono alcuna esistenza. Non contano nulla. Nel mondo di oggi, per esempio, non è praticamente africano che conti qualcosa. Diciamo che queste persone sono presenti nel mondo ma assenti dal suo senso e dalle decisioni sul suo avvenire. Diciamo che sono l’inesistente del mondo. Soltanto un’oligarchia lontana ma onnipresente riesce a collegare la successione degli episodi di vita delle persone al parametro unificato del profitto, e a nutrirsi di questo.
E diremo allora che un cambiamento del mondo è reale quando un inesistente del mondo comincia a esistere in questo stesso mondo con un’intensità massima. E’ esattamente quello che dicono ora le persone che stanno scendendo in piazza in Egitto. E’ la liberazione dell’esistenza: i poveri non sono diventati ricchi, in fondo non è cambiato niente. Quello che è successo invece è che l’esistenza dell’inesistente è stata liberata grazie a quello che io chiamo un evento, che in se stesso è quasi sempre inafferrabile. Che cosa osserviamo oggettivamente? Nel giro di pochi anni una piazza del Cairo si conquista una celebrità planetaria. La cosa veramente straordinaria è che la potenza di questo fenomeno è tale da far inchinare tutto il mondo, persino i suoi nemici più accaniti e nascosti.
I rivoltosi radunati in una piazza del Cairo sono dunque il “popolo egiziano”? Ma, in tutta questa faccenda, che fine fa il dogma democratico, il sacrosanto suffragio universale? Non è pericoloso? Tutto sommato, fossero anche un milione, non sono ancora tanti rispetto agli ottanta milioni di egiziani. In termini di cifre elettorali, è un fiasco garantito! Ma questo stesso milione di persone presenti sul posto vale tantissimo se cominciamo a non misurare più l’impatto politico dal numero inerte e separato, come si fa con i voti. La sua forza risiede nell’intensificazione dell’energia soggettiva (le persone si sentono indispensabili giorno e notte, tutto è entusiasmo e passione) e nella localizzazione spaziale della propria presenza (le persone si radunano in luoghi diventati imprevedibili, piazze, università, viali, fabbriche…). E’ la prova che nel caso di queste configurazioni – le rivolte storiche che aprono a possibilità nuove – è presente un elemento di universalità prescrittiva.
Kim Dotcom, libertà a buon mercato
Kim Dotcom, alias Kim Schmitz, si fa paladino della libertà. E’ il fondatore di Megaupload, un grande sito che permette di far circolare liberamente materiale video protetto da copyright. Liberamente nel senso che tutti possono fruirne senza pagare, ma la libertà qui non c’entra niente. L’interesse principale di questo grande affarista con decine di truffe alle spalle tra furti di carte di credito e frodi bancarie, tutte mascherate da azioni di “pirateria informatica”, sono i soldi. Nel 2001 Schmitz acquistò le azioni della LetsbuyIt.com dichiarando subito dopo di volerci investire 50 milioni di dollari. Le azioni schizzarono del 300% e il nostro caro paladino della libertà le rivendette guadagnando 1,5 milioni di dollari (la LetsbuyIt.com gli costò 375mila dollari). Ora si è iscritto a twitter e da lì manda laconici messaggi sulla libertà.
Kim Dotcom si può tradurre liberamente in Michelepuntocommercio – Kim sta per Kimberly, nome inglese che significa comandante, capo, la traduzione letterale è quindi ComandantepuntoCommercio: capitano del commercio. Su twitter in molti lo adorano. C’è chi lo invita alla sua festa, chi dichiara con misticismo messianico il suo amore per lui e chi va al sodo e sentenzia: “I’m richer then you”. Ma è nella risposta ad una domanda posta da un utente che si manifesta la qualità di questo moralista a buon mercato. “Pensi che il copyright sia morto e che sia arrivato il tempo di un’informazione libera?” e lui: “Copyright e libertà possono coesistere”. Se non esistesse più il copyright il sistema di distribuzione non sarebbe più fondato sulle case di produzione col risultato che megaupload non avrebbe più ragione di esistere e né Kim, visto che afferma che le responsabilità di plagio sono a carico degli utenti e non sue, potrebbe farsi paladino della libertà con il culo degli altri.
