In Egitto sta accadendo lo Stato

«Che legittimità ha un potere non eletto dal popolo che contraddice e annulla un potere eletto dal popolo?». Con questa domanda apparsa sull’Amaca il giornalista Michele Serra pone una domanda che cancella cent’anni di pensiero politico, di riflessioni sulla politica. Che te ne fai del senso dell’atto fondativo di uno Stato. Che te ne fai di Rousseau, Tocqueville, Marx, Schmitt, Kantorowicz, Foucault, quando puoi liquidare tutto ciò in una tremenda, superficiale riflessione sui “poteri eletti dal popolo”? Non ci vuole un’enorme erudizione per sapere che la Fondazione, l’atto fondativo, l’atto creativo, è ciò che avviene fuori quello che determina. Non è un’opinione, non si tratta di punti di vista. La storia ti mostra questo. E’ forse la costituzione stata creata dalla legge? No, da costituenti, ovvero da persone nominate da nessuno che nel costituire si costituiscono come coloro che costituiscono. Si pongono fuori, pur appartenendo retroattivamente a quello che creano. E’ forse la legge creata da legislatori? No, perché questi ultimi diventano tali quando la legge già c’è. In logica è il concetto di insieme, che pur non essendo incluso, appartiene all’insieme: lo nomina ma non vi fa parte, non è una parte del tutto, è il tutto che determina le parti. 

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E’ un punto fondamentale, la realtà della fondazione di uno Stato. Una verità che andrebbe insegnata a scuola, ma che purtroppo circola solo nelle Accademie, oltretutto come una consapevolezza alquanto ovvia. In questo momento, osservando quello che succede in Egitto, abbiamo la straordinaria occasione di vedere uno Stato in fieri, o almeno che in qualche modo ricomincia da capo. Reboot si direbbe oggi. Il generale Abdel Fattah el-Sissi ha sospeso la costituzione e messo in mano alla corte costituzionale l’onere di organizzare le elezioni presidenziali. Sembra un controsenso: si dà a un gruppo di uomini destituiti del loro strumento di potere (la Costituzione) il compito di stabilire i presupposti affinché la vecchia o una nuova Costituzione possa ripartire. Eppure non si può fare altrimenti.

Non c’è da aver paura. «Ma della democrazia, quando è d’impiccio, che ne facciamo?» si domanda ancora Serra, dando un’altra coltellata alla Storia dello Stato moderno, o forse alla storia dello stato in generale. E’ forse la democrazia piovuta dal cielo? Sono state tagliate centinaia di teste per creare quell’idea di Stato a cui siamo abituati oggi, e di fronte a una rivoluzione che, diciamoci la verità, è stata un pranzo di gala, se sorge il “timore” che quello stesso Stato democratico sia a rischio, vuol dire che si sta dimenticando la storia. Non me la prendo con Serra, cerco solo di chiamare alla responsabilità etica i tanti come lui che hanno una rubrica pedagogica letta da migliaia di persone. Stiamo parlando di giornalisti che sicuramente avranno letto uno dei tanti Montesquieu e Agamben, e che poi se ne escono con tali banalità, dimenticando le loro stesse letture, le loro stesse consapevolezze.

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La conclusione di questo ragionamento non è che nell’atto fondativo di uno Stato la violenza è necessaria, ma che quando si fondano le regole, quando si stabiliscono leggi lì dove ancora non ci sono, o non ci sono più, il luogo in cui vengono fatte, le persone che le determinano, si pongono fuori da ciò che solo successivamente apparterranno, determinando ciò da cui sono in un certo senso anche determinati: lo Stato. Ne Le età del mondo, uno degli ultimi scritti di Friedrich Schelling rimasto incompiuto, il filosofo tedesco della natura e dell’arte fa un bellissimo ragionamento sul concetto di Fondamento. Quello che noi generalmente intendiamo per Fondamento, l’atto creativo che fonda il mondo, scrive Schelling, in realtà andrebbe scritto con la effe minuscola. Prima di creare, Dio ha dovuto prima dire NO al caos, a quell’indistinta forma, a quel Tutto in cui era immerso. Ha dovuto prima fondarsi come colui che fonda, e poi fondare con un immenso Big Bang tutto ciò che ci circonda. Ha dovuto compiere la scelta: fare o no il mondo. L’Egitto si trova esattamente in questo momento: sta decidendo come e quando prendere le distanze dal caos per generare il luogo nel quale la società egiziana si riconoscerà in futuro. Ed è un momento particolare, perché pur essendo fuori dalla legge, essendo come abbiamo detto ogni atto fondativo fuori-legge, ha come unico scopo quello di stabilire la Legge, la Costituzione. Questo momento è tremendamente affascinante, è quello che se lo si guarda troppo da vicino si rischia di rimanere cechi. E’ il momento in cui Antigone viene murata viva dentro la tomba del fratello Creonte: non sapremo mai cosa sta succedendo lì dentro, e cosa porterà la figlia di Edipo ad impiccarsi. Non sapremo mai tutto quello che sta succedendo ora nelle stanze del palazzo dove fino a ieri risiedeva Mohamed Morsi, e ora starebbero per confrontarsi i capi religiosi, politici e militari dell’Egitto. Sapremo cosa hanno deciso, ma non come e non tutto quello che hanno deciso. E’ il luogo contraltare di piazza Tahrir, dove tutto è in mostra, ma poco si decide, ma molto anche si determina, e che forse si muove allo stesso modo delle stanze del Palazzo, della tomba di Creonte: una moltitudine indistinta.

Nella prima foto: piazza Tahir in festa dopo la caduta del presidente Morsi (AP Photo/Amr Nabil). Nella seconda: un ritratto di Friedrich Schelling del 1848.

Salto di qualità

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«L’oggetto di consumo, nella sua versione moderna, è il feticcio […]. Era il capitalismo, dove valeva la previsione del presidente Hoover nei confronti di Edward Bernays, astuto fondatore dei primi sistemi di marketing e di risorse umane, e nipotino di Freud: “Voi avete trasformato le persone in instancabili macchine della felicità” (constantly moving happiness machine). Quel tempo è ormai alle nostre spalle.

[…]

L’oggetto di consumo, oggi, è diventato un gadget. Intercetta più il nostro godimento che il nostro desiderio […]. In fondo il capitalismo non ci dice più come e cosa dobbiamo pensare o desiderare. Non scrive il fantasma. O almeno non soltanto. La scommessa oggi riguarda i corpi e il loro godimento. L’oggetto gadget non evoca, non illude, non innesca la temporalità propria del desiderio e del fantasma: l’attesa, la speranza, la ricerca, l’aspirazione, l’identificazione immaginaria…L’oggetto gadget inchioda il consumatore al suo godimento autistico: tu sei questo. Non si tratta più di ciò che l’oggetto ti farà diventare, ma qualcosa di molto più forte e singolare. In questo, infatti, il capitalismo segue la logica dell’uno per uno a cui punta anche la psicoanalisi».

Matteo Bonazzi, Lacan e le politiche dell’inconscio, clinica dell’immaginario contemporaneo, Mimesis, Milano 2012, p.79.

Democrazia online, e altri nomi per un buon spot

La democrazia on-line è una delle ultime catastrofiche conseguenze dello strapotere dell’economia nelle decisioni politiche. E’ come la socialità e la condivisione online, nomi evocativi che servono soltanto a pubblicizzare meglio il prodotto. 

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Ultimamente in Italia la parola campeggia nel flusso mediatico. Pare che ci sia chi ne parla seriamente, raccomandando magari Zeitgeist, il documentario che ti indottrina dicendoti di non farti indottrinare. In realtà è tutta propaganda elettorale: chi sbandiera la democrazia online è il primo a non crederci. Che non si agiti la paura della dittatura online, lo spauracchio di un Nuovo Ordine Mondiale Facista proveniente da un movimento che è al contrario il primo partito della storia italiana che si ricordi dopo la fine del PCI e dei vecchi democristiani: ideologia e decisione.

Pericolosa oggi non è tanto la possibile deriva autoritaria di un movimento, quanto un fenomeno che non è iniziato ieri: lo svuotamento etimologico della parola “democrazia”. Oggi a parole cadute in disuso come “uguaglianza”, “emancipazione”, si preferisce la parola che tutto risolve: democrazia, scambiando così il genere per la specie. “Sono democratico” amano dire oggi i politici, che è un po’ come dire “sono una brava persona”. Democratica è soltanto una forma di governo, quella al cui interno devono essere presenti tutte le rappresentanze possibili, e dove quelli che non sono rappresentati a dovere devono imporsi anche con la forza. Proprio il fraintendimento della parola “democrazia” è alla base della sfiducia di cui oggi tristemente gode questa parola, scambiata come orientamento politico quando in realtà viene prima della stessa politica essendo il contenitore al cui interno risiedono gli orientamenti politici. 

La democrazia online è una delle più estreme svendite della politica. La convinzione che per fare basta cliccare, che per dire qualcosa a qualcuno basta scrivergli, poco importa se dall’altro lato ci sia qualcuno pagato dal mittente per rispondere al suo posto. Con questa parola M5S rischia di avvilupparsi in una grossa contraddizione, quella su cui ha giocato tutta la sua campagna elettorale: la rappresentanza diretta. Internet ha annulato il fattore tempo in molte decisioni, ma non è il luogo al cui interno si possa realizzare tanto l’organizzazione che azione. Ha esponenzialmente accelerato la prima, giammai la seconda, che si farà sempre alla buon vecchia maniera, lenta e inesorabile. E’ forse questa la grossa sfida che il web sta affrontando: convincere le persone che, per quanto la grafica dei siti sia deliziosa, non ci sia tutto ciò di cui si ha bisogno. 

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Il termine “democrazia online” fa sorridere quanto un gergo giovanile dalla longevità semestrale. Non esiste, sarebbe come parlare di “felicità online”. (La vendita online, quella è fortissima). L’unica consolazione allo scenario di un parlamento online sarà che finalmente non firmeremo più solo petizioni contro lo scuoiamento dei cani

E così eccoci a una delle ultime svendite della parola “democrazia” dopo il suo fraintendimento per specie. Essa è al contrario un genere, come “femminile” e “maschile”, al cui interno ci sono gli orientamenti. E’ un contenitore al cui interno puoi trovare moderati ed estremisti. E che succede quando si scambia questa forma di governo per orientamento politico e la si mette online? E’ la tremenda realizzazione di un processo già in atto da tempo: la politica che viene scambiata per cifre, le persone ridotte alla loro numerabilità e il consenso come ciò che si conta. Il tutto corollato da splendidi banner. Insomma, un mercato come un altro.

Ma scusate, non sapevo, da quando il mercato si occupa della politica? Da parecchio, da quando, caduto un muro, sono scappate tutte le ideologie e abbiamo creduto così di stare al riparo dalle loro derive autoritarie. Abbiamo creduto che si potesse fare politica senza violenza, che è un po’ come partorire senza dolore: sarebbe bello ma non si può fare. Ma questo non vuol dire che le donne sono masochiste. E così abbiamo affidato tutto alla neutralità apparente del mercato, quello penetrato in profondità ovunque perché se n’è sempre fregato delle ideologie, e questo ci rassicurava. E ora la politica Occidentale si ritrova nelle mani di una follia impersonale e astratta, dominata da equazioni contorte che nessuno sa fare, ma che tutti utilizzano. Una cosa non molto diversa dai banali gerarchi nazisti che “eseguivano soltanto gli ordini”, con la differenza che il tutto è eticamente accettabile. Ma questa mano invisibile non sa neanche quello che vuole, perché non è stata creata per governare. 

La democrazia rotta

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Il principio democratico della divisione dei poteri è oggi venuto meno. Il potere esecutivo ha di fatto assorbito, almeno in parte, il potere legislativo. Il parlamento non è più l’organo sovrano cui spetta il potere esclusivo di obbligare i cittadini attraverso la legge: esso si limita a ratificare i decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico, la Repubblica non è più parlamentare, ma governamentale. Ed è significativo che una simile trasformazione dell’assetto costituzionale oggi in corso in misura diversa in tutte le democrazie occidentali, benché sia perfettamente nota ai giuristi e ai politici, rimanga del tutto inosservata da parte dei cittadini. Proprio nel momento in cui vorrebbe dar lezioni di democrazia a culture e tradizioni diverse, la cultura politica dell’Occidente non si rende conto di averne del tutto smarrito il canone.

Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Borighieri, Torino 2003, p. 28.

La violenza della politica

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«Se viene meno la consapevolezza della presenza latente della violenza in un istituto giuridico, esso decade. Un esempio di questo processo è fornito, in questo periodo dai parlamenti. Essi presentano il noto, triste spettacolo, perché non sono rimasti consapevoli delle forze rivoluzionarie a cui devono la loro esistenza…Manca loro il senso della violenza creatrice di diritto che è rappresentata in essi; non c’è quindi da stupirsi che non pervengano a decisioni degne di questa violenza, ma curino, nel compromesso, una condotta degli affari politici che si vorrebbe senza violenza»

Era il 1921.

Walter BenjaminZur kritik der gewalt, in Gesammelte Schriften, Frankfurt am Main 1974-1989, vol. II, I (1977), citato in Giorgio Agamben, Homo sacer, Torino 2005, p. 47.

Nel velo del soldato francese la verità della guerra

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Mi trovavo affianco ai soldati francesi di stanza vicino a un terreno abbandonato, presso la prefettura di Niono. Un elicottero stava decollando sollevando enormi nuvole di polvere. Istintivamente, tutti i soldati nei dintorni hanno indossato le loro sciarpe per evitare di ingoiare la polvere. Era sera. La luce del sole filtrava attraverso gli alberi e le nuvole sollevate dall’elicottero. C’era una bella luce. Ho visto questo soldato che indossava questo foulard divertente e ho scattato la foto. Al momento non ho trovato la foto particolarmente straordinaria o sconvolgente. Il soldato non posava. Non c’è stata alcuna messa in scena dell’immagine. Il ragazzo se ne stava lì, proteggendosi il viso dalla polvere, aspettando che l’elicottero atterrasse. Nessuno mi ha impedito di scattare la foto.

Nel racconto di Issouf Sanogo, autore dell’immagine del soldato francese con il foulard della morte, è contenuta tutta la potenza del fotogiornalismo. Una foto che ha costretto Thierry Burkhard, portavoce dello stato maggiore della Francia, a intervenire definendo il comportamento del soldato «inaccettabile». «Questa immagine – ha detto – non è rappresentativa dell’azione che la Francia conduce in Mali». Invece è rappresentativa eccome, essendo nient’altro che la più essenziale raffigurazione del soldato, portatore di morte.

Sanogo spiega che la scena non è una messa in scena, nessuno si è messo in posa, il soldato non faceva nient’altro che coprirsi dalla polvere alzata dall’elicottero. Certo, l’immagine è scenica, come lo è la scelta del soldato di indossare un foulard del genere invece di una semplice sciarpa, così come la scelta del fotografo di scattare con un determinato taglio che racchiude un cannone, un blindato, soldati sullo sfondo e una “bella luce”. Sanogo era ben consapevole di cosa stava per ritrarre, e probabilmente anche delle conseguenze dello scatto una volta pubblicato, ma le sue intenzioni si fermano qui, limitandosi a voler mostrare ciò che accade senza influenzare. Fotogiornalismo insomma.

L’immagine pare faccia da contraltare ad un’altra, letteralmente scenica, quella di Joker, il soldato di Full Metal Jacket che indossa una spilla della pace e un casco con su scritto “born to kill”. Il soldato di Kubrick nello stesso tempo si mente (spilletta) e si afferma per quello che è (casco), racchiudendo in una sola persona le contraddizioni del militarismo del dopoguerra: soldato mandato sul fronte per mantenere la pace o soldato con le stesse buon vecchie funzioni di sempre? In realtà in entrambi i casi siamo di fronte alla stessa immagine, con la differenza che Joker porta su di sé le contraddizioni che il soldato francese mostra solo in parte, rimandando il resto a chi lo osserva: sono portatore di morte, ma non servivo a portare pace e democrazia?

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L’ironia sta qui nel gioco della maschera, nella quale collimano le angosce e le verità della cultura occidentale. Per mostrare il suo vero volto il soldato non si mostra, anzi si copre. Per togliere il velo della menzogna sulla guerra moderna, quella delle missioni di pace, se n’è dovuto stendere un altro, un velo che non nasconde, ma che anzi al contrario mostra le cose per quelle che sono. E’ un nascondersi che mostra, un mostrare che nascondeGli antichi greci avevano un termine per indicare ciò che si mostra celandosi, ciò che scoprendosi si mantiene nella velatezzaa-letheiail non-velato. E’ ciò che traduciamo col termine verità. Un mostrare che in questo caso aderisce perfettamente a ciò che vogliamo dire: per mostrarsi ci si deve in parte nascondere.

C’è un velo molto più antico del foulard indossato dal soldato, e che in questo caso assolve la stessa funzione, il chador. Il suo uso millenario è legato al segno distintivo per antonomasia del sesso femminile: i capelli lunghi. Il velo utilizzato dalle donne musulmane, infatti, serve a raddoppiarli, rafforzando l’identità di chi lo indossa. Stendendo un velo che parte dai capelli e copre tutto il corpo, il chador rafforza simbolicamente chi lo indossa, così da essere immediatamente riconoscibile: una donna sposata di un determinato luogo, status sociale, etnia. Tutte informazioni che la sola capigliatura non potrà mai dare. Qui come lì per mostrare la propria identità ci si copre, rendendo inequivocabile chi c’è sotto: una donna, un soldato. E’ un esempio di rappresentazione difficile da digerire per il mondo cristiano, da sempre legato all’iconoclastia della trasparenza figurata, del Dio barbuto, dei santi del calendario, del Gesù Cristo dal cuore spinato, fino ad arrivare all’ossessione statunitense per le impronte digitali. Niente di più lontano dalla rappresentazione islamica che proibisce categoricamente l’immagine di Maometto e di Allah.

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Il foulard del soldato ci dice che siamo al cospetto di uno strumento di morte. Questo risulta «inaccettabile» per le istituzioni che tanto si spendono per mascherare questa verità. Come si potrebbe perpetrare la menzogna delle “missioni di pace” se i soldati mostrassero il loro vero volto? Per dirsi, la verità deve conservare una certa velatezza, si direbbe una certa rappresentanza. Anche la menzogna ha lo stesso identico movimento, con la differenza che il velo non lo vediamo, non ne siamo consapevoli, pur trovandosi davanti agli occhi. Così non basta più indossare elmetto e mimetica per mostrare il vero soldato. Per ristabilire la verità bisogna coprirlo, affinché egli si sveli.

Periplo immaginario, Berlusconi e la Cosa

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Sto per fare una cosa insopportabile: inanellare una serie di forzature ermeneutiche. Sono caduto dentro lo strutturalismo e non riesco a uscirne. Magari questa è la volta buona per uscirne o impantanarsi. Comunque sia sarà divertentissimo.

L’Immaginario, primo termine strutturale, è il narcisismo del sé che non è ancora un soggetto. E’ ciò che il filosofo della psicoanalisi Jacques Lacan chiamava lo stadio dello specchio, il momento atemporale in cui la persona costruisce il proprio sé riconoscendosi in qualcosa che non è lui, eppure lo ri-presenta: lo specchio, sia esso uno specchio reale o un’altra persona. Nell’Immaginario abita l’altro, l’alterità che si ritrova in sé stessi, che struttura la nostra identità, quella in cui io sono ciò che vedo di me e mi identifico in ciò che gli altri vedono di me. Secondo Ordine strutturale è il Simbolo. E’ tutto ciò nel quale ci identifichiamo senza che alla sua costituzione vi abbiamo partecipato attivamente, come invece accade nell’identificazione immaginaria. E’ l’anagrafe, il cognome del proprio padre, l’insegnamento scolastico, la lingua che parli, la cadenza dialettale. A differenza dell’Immaginario, che è il luogo del sé come io (moi), il Simbolico è il luogo del sé come soggetto (je), identità espropriata che ti viene posta senza che tu la poni, a differenza dell’atto di ripresentazione di noi stessi in un’immagine (l’Immaginario). E’ l’identità gettata, il grande Altro – “Altro”, con la “A” minuscola, a differenza dell‘“altro” dell’Immaginario che si scrive con “a” minuscola. Al Simbolico non possiamo far altro che rispondere: “Si, sono io”.

Silvio Berlusconi è la personificazione dell’ordine dell’Immaginario e trova la sua incarnazione nella televisione: lo schermo come immagine della sua identità. La particolarità di questa relazione tra quest’uomo e la tv, a differenza di tutti gli altri uomini politici moderni che pure identificano la propria immagine pubblica sulla televisione, è che Berlusconi non è nient’altro che il suo Immaginario, il Simbolo è tutto ciò che manca a quello che identifichiamo col nome “Berlusconi”: non sappiamo chi è, da dove viene, conosciamo soltanto quello che raccontano di lui attraverso la televisione. Ovviamente sappiamo chi è veramente, ma non è quello che importa, non è ciò che si sa di lui. Quelle rare volte in cui si mostra per ciò che è veramente, lo è solo nella forma della Cosa, das Ding: un vecchio massone-cariatide inphardato, molto diverso dal venditore di aspirapolveri dal sorriso rassicurante e inquietante come quello di una pubblicità. La fenomenologia del Simbolo Berlusconi è una cosa orribile.

Chi non fa questa distinzione tra il Berlusconi dell’Immaginario e quello del Simbolo cade nell’antiberlusconismo, una realtà gommosa, modellabile, fantasmatica e sognante, come la televisione. La trappola nella critica all’uomo che è il suo Immaginario è questa: credere di poter raccontare il Berlusconi del Simbolo nei luoghi dell’Immaginario, ovvero quegli stessi luoghi in cui egli racconta sé stesso, finendo sopraffatti da bugie che avranno pure le gambe corte ma in tv camminano benissimo. Questo è uno dei motivi per cui Grillo, con una mossa da vecchio partito stalinista, ha vietato ai suoi di apparire in tv: ha intuito la trappola dell’Immaginario. Ci sarà un giorno in cui Berlusconi entrerà nel Simbolico, ma non sarà in televisione, e soprattutto sarà troppo tardi: sarà morto o scappato in Tunisia. 

Ecco perché lo show di Santoro è stato uno show, un evento mediatico, un flop dal punto di vista giornalistico. Curzio Maltese, maestro degli editoriali, ha sintetizzato tutto quello che c’è da dire, non a caso giudicando il conduttore e l’ospite “due narcisi”. Se davvero si fosse invitato Berlusconi per intervistarlo, per fargli domande, per avere delle risposte, per avere il Berlusconi del Simbolo, l’invito sarebbe caduto nel vuoto: egli non è un Simbolo. L’Immaginario sarà pure contraddittorio, ma non accetta il contraddittorio. 

Coprologia del danaro

Come disse Moses E. Herzog, il denaro passa attraverso le persone, il che significa che il danaro non si spende da solo. Alcuni però credono che sia fatto per essere speso, altri per essere accumulato. Tra i due passa una differenza sostanziale.

E’ importante accumulare per investire, risparmiare per comperare qualcosa di importante, è la parsimonia. Al contrario, quando la preposizione per cade e si ripiega su sé stessa accade che ci si innamora dei soldi: si accumula per nessuno scopo in particolare, se non per accumulare. E’ una delle essenze del capitalismo, parola caduta in disuso, guarda caso proprio ora che è diventato l’unico sistema di produzione del pianeta. Prima di lui c’era il colonialismo, ricchezza degli imperi; poi è arrivata l’industrializzazione, ricchezza delle nazioni; oggi è la finanza, ricchezza delle multinazionali. In ogni caso stiamo parlando della stessa cosa: capitalizzare, cioè accumulare Capitale. E’ un cambiamento profondo, antropologico, quello che porta con sé il principio dell’accumulo: il danaro non si spende. Ma c’è un grosso rischio nel limitarsi ad accumulare danaro senza spenderlo: la stitichezza.

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Il danaro è cacca metaforicamente parlando, perché è propriamente uno scarto, scarto con il quale ci si arricchisce. Residuo del lavoro, della fatica, esso non è un prodotto, il prodotto è quello che coltivi, quello che acquisti usando, appunto, il danaro. Credo sia importante pensarlo così, crea la giusta distanza. Gli si riconosce una funzione – direi vitale a questo punto – senza affezionarcisi troppo, senza dargli un valore intrinseco: il suo valore sta nel suo essere speso per qualcosa. C’è per caso qualcuno che conserva la cacca soltanto per conservarla? Sarebbe da pazzi, a meno che non la si usa per concimare. Così il comportamento dell’amante del danaro, dell’accumulatore, è proprio quello di conservarsi le feci e basta. Non mi si fraintenda, non c’è un giudizio morale nel dire che il danaro è cacca (posso mai affermare che defecare sia sbagliato?), piuttosto c’è lo sforzo di vederlo per quello che è: una cosa potente, universale, onnipresente, necessaria…proprio come la cacca. E’ una metafora feticista, non moralista. In altre parole: c’è dell’utile anche nella cacca, ma resta pur sempre cacca.

Abbiamo detto con Herzog che nell’atto della spesa i soldi passano attraverso chi li usa. Così inteso il danaro diventa un mezzo che passa attraverso di te, ti appartiene per un po’, è un pezzo di te, ma non ti ci identifichi. Quando invece si sceglie di accumularlo succede una cosa pericolosa, avviene un processo di identificazione che blocca il naturale circolo del danaro: qualcosa entra ma non esce. Non è una pausa da coito interruptus, non si rimanda il piacere per mantenersi nel desiderio (questo è quello che credono di fare gli amanti dell’accumulo), al contrario siamo di fronte a un blocco fisiologico. Nasce una patologia: quella di credere che possedere danaro sia un valore, quando il suo valore sta nello scopo per il quale è stato accumulato: per spenderlo. Avrà la sua utilità dare valore all’accumulo, ma il criterio dell’utile non è quello del benessere, basta chiedere a uno stitico.