Periplo immaginario, Berlusconi e la Cosa

berlusconi

Sto per fare una cosa insopportabile: inanellare una serie di forzature ermeneutiche. Sono caduto dentro lo strutturalismo e non riesco a uscirne. Magari questa è la volta buona per uscirne o impantanarsi. Comunque sia sarà divertentissimo.

L’Immaginario, primo termine strutturale, è il narcisismo del sé che non è ancora un soggetto. E’ ciò che il filosofo della psicoanalisi Jacques Lacan chiamava lo stadio dello specchio, il momento atemporale in cui la persona costruisce il proprio sé riconoscendosi in qualcosa che non è lui, eppure lo ri-presenta: lo specchio, sia esso uno specchio reale o un’altra persona. Nell’Immaginario abita l’altro, l’alterità che si ritrova in sé stessi, che struttura la nostra identità, quella in cui io sono ciò che vedo di me e mi identifico in ciò che gli altri vedono di me. Secondo Ordine strutturale è il Simbolo. E’ tutto ciò nel quale ci identifichiamo senza che alla sua costituzione vi abbiamo partecipato attivamente, come invece accade nell’identificazione immaginaria. E’ l’anagrafe, il cognome del proprio padre, l’insegnamento scolastico, la lingua che parli, la cadenza dialettale. A differenza dell’Immaginario, che è il luogo del sé come io (moi), il Simbolico è il luogo del sé come soggetto (je), identità espropriata che ti viene posta senza che tu la poni, a differenza dell’atto di ripresentazione di noi stessi in un’immagine (l’Immaginario). E’ l’identità gettata, il grande Altro – “Altro”, con la “A” minuscola, a differenza dell‘“altro” dell’Immaginario che si scrive con “a” minuscola. Al Simbolico non possiamo far altro che rispondere: “Si, sono io”.

Silvio Berlusconi è la personificazione dell’ordine dell’Immaginario e trova la sua incarnazione nella televisione: lo schermo come immagine della sua identità. La particolarità di questa relazione tra quest’uomo e la tv, a differenza di tutti gli altri uomini politici moderni che pure identificano la propria immagine pubblica sulla televisione, è che Berlusconi non è nient’altro che il suo Immaginario, il Simbolo è tutto ciò che manca a quello che identifichiamo col nome “Berlusconi”: non sappiamo chi è, da dove viene, conosciamo soltanto quello che raccontano di lui attraverso la televisione. Ovviamente sappiamo chi è veramente, ma non è quello che importa, non è ciò che si sa di lui. Quelle rare volte in cui si mostra per ciò che è veramente, lo è solo nella forma della Cosa, das Ding: un vecchio massone-cariatide inphardato, molto diverso dal venditore di aspirapolveri dal sorriso rassicurante e inquietante come quello di una pubblicità. La fenomenologia del Simbolo Berlusconi è una cosa orribile.

Chi non fa questa distinzione tra il Berlusconi dell’Immaginario e quello del Simbolo cade nell’antiberlusconismo, una realtà gommosa, modellabile, fantasmatica e sognante, come la televisione. La trappola nella critica all’uomo che è il suo Immaginario è questa: credere di poter raccontare il Berlusconi del Simbolo nei luoghi dell’Immaginario, ovvero quegli stessi luoghi in cui egli racconta sé stesso, finendo sopraffatti da bugie che avranno pure le gambe corte ma in tv camminano benissimo. Questo è uno dei motivi per cui Grillo, con una mossa da vecchio partito stalinista, ha vietato ai suoi di apparire in tv: ha intuito la trappola dell’Immaginario. Ci sarà un giorno in cui Berlusconi entrerà nel Simbolico, ma non sarà in televisione, e soprattutto sarà troppo tardi: sarà morto o scappato in Tunisia. 

Ecco perché lo show di Santoro è stato uno show, un evento mediatico, un flop dal punto di vista giornalistico. Curzio Maltese, maestro degli editoriali, ha sintetizzato tutto quello che c’è da dire, non a caso giudicando il conduttore e l’ospite “due narcisi”. Se davvero si fosse invitato Berlusconi per intervistarlo, per fargli domande, per avere delle risposte, per avere il Berlusconi del Simbolo, l’invito sarebbe caduto nel vuoto: egli non è un Simbolo. L’Immaginario sarà pure contraddittorio, ma non accetta il contraddittorio. 

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La forma

Per anni abbiamo fatto della forma la sostanza e della sostanza la forma. Un’orgia di nani e veline ha reso l’involucro esterno il principio di movimento di tutto ciò che è interno. Ancora adesso siamo attaccati alla forma ora che il suo principio di movimento si è dimesso. Così restiamo storditi dalla tremenda differenza tra il Montistyle e quello che c’era fino a qualche giorno fa. Al fatto che in conferenza stampa non si distribuiscano più larghi sorrisi ma biscotti tostissimi che celebrano l’Unità d’Italia. Gli italiani fanno della forma una questione di sostanza. Siamo unici al mondo. Facciamo della sostanza uno stile: la forma riflette la sostanza, mai il contrario. Operazione complicata. Può capitare, infatti, che la forma sopraffa e umilia la sostanza a tal punto da renderla mera apparenza.