Altissima povertà

Ciò che i francescani non si stancano di ribadire e su cui anche il ministro generale dell’ordine, Michele da Cesena, che pure aveva collaborato con Giovanni XXII nella condanna degli spirituali, non è disposto a transigere, è la liceità per i frati di servirsi dei beni senza avere su di essi alcun diritto (né di proprietà né di uso): nelle parole di Bonagrazia, sicut equus habet usus frati, «come il cavallo ha l’uso di fatto, ma non la proprietà dell’avena che mangia, così il religioso che ha abdicato a ogni proprietà ha il semplice uso di fatto (usum simplicem facti) del pane, del vino e delle vesti» (Bonagrazia, p. 511).

Nella prospettiva che qui ci interessa, il francescanesimo può essere definito – e in questo consiste la sua novità, ancor oggi impensata e, nelle condizioni presenti della società, del tutto impensabile – come il tentativo di realizzare una vita e una prassi umane assolutamente al di fuori delle determinazioni del diritto. Se chiamiamo «forma-di-vita» questa vita inattingibile dal diritto, allora possiamo dire che il sintagma forma vitae esprime l’intenzione più propria del francescanesimo […].

Se, da una parte, gli animali sono umanizzati e diventano «frati» («chiamava tutte le creature col nome di fratelli», Francesco 2, II, p. 156), per converso, i frati sono equiparati, dal punto di vista del diritto, a degli animali.

Giorgio AgambenAltissima povertà. Regole monastiche e forma di vita, Neri Pozza, Vicenza 2012, pp. 136-137.

Sull’utilità e il danno dei sindacati

image

A seguire il dibattito degli ultimi giorni in Italia sulla crisi della sinistra, le cose da fare “da sinistra”, le polemiche tra imprenditori “di sinistra”, si diventa matti. Giusto per citarne tre che mi sono capitati sottomano ultimamente.

1. Miliardari che bacchettano miliardari per le proposte indecenti sullo sciopero.

2. Sceneggiatori che appoggiano Renzi perché seguire lui è l’unica strada progressista.

3. Infine, un quotidiano liberale che liquida i sindacati italiani, ormai inutili e reazionari.

Cosa fare in questi casi, contro il logorio del dibattito giornalistico moderno? Innanzi tutto partire da un’importante considerazione: non c’è attualmente alcuna politica di sinistra, né nel mondo né quantomeno in Italia. Per sinistra si intende una pratica di emancipazione degli emarginati, degli sfruttati, dei precari, dei poveri, insomma quella volontà politica di far partecipare attivamente nella società, restituendogli diritti negati, quelli che il filosofo francese maoista Alain Badiou chiama gli inesistenti. Volendo essere meno radicali e più democratici: dare la possibilità a tutti di realizzare sé stessi sulla base delle proprie necessità e dei propri bisogni. Ok, anche questo è radicale.

In ogni caso, per evitare la confusione di fronte a un dibattito quotidiano sui giornali italiani che mangia se stesso avviluppandosi in un narcisistico delirio. Se siete stressati dalle opinioni e vi ritrovate senza bussola, fatevi questa semplice domanda: si sta parlando degli inesistenti? Vedrete che tutto diventa più chiaro.

1. Oscar Farinetti, alla guida di una società che promuove cibo costoso e di qualità, polemizza sull’utilità dello sciopero con Davide Serra, amministratore delegato di un fondo da una decina di milioni di euro di utili quasi tutti divisi tra gli azionisti.

2. Uno sceneggiatore esperto di estetica e arte fa una dichiarazione d’amore a un politico che pone le sue fondamenta etiche sulla comunicazione.

3. Il quotidiano liberale Wall Street Journal vede nei sindacati italiani un cumulo di pensionati che del futuro politico di una nazione non possono materialmente farne parte.

Forse, di questi tre episodi citati, l’unico che potrebbe rappresentare un prolifico punto di riflessione “sulla sinistra” è il terzo, se non fosse che ad esso si aggiungerebbero festanti neoliberali d’assalto che aumenterebbero la confusione, non aspettano altro che la sparizione dell’ultimo gruppo rappresentativo dei lavoratori per fare i loro porci comodi.

Che il sindacato in Italia rappresenti ormai pensionati senza futuro e non precari senza contratto che sono l’ossatura lavorativa attuale, è un punto fermo. Se non fosse che il sindacato in Italia da un lato davvero rappresenta i lavoratori italiani: pensionati. L’Italia è un paese per vecchi e se il sindacato rappresenta lavoratori che difendono contratti a tempo indeterminato che ormai nessuno ha più è semplicemente perché sono la miglior rappresentazione dell’Italia del lavoro che si possa fare: vecchia e inserita in un contesto globale che il contratto indeterminato l’ha semplicemente liquidato.

Piuttosto è la natura della rappresentatività politica dei lavoratori a dover cambiare. Il lavoro è cambiato, strutturalmente, dopo decenni di neoliberismo sfrenato. La rappresentatività in Italia è rimasta inchiodata invece a dinamiche che non esistono più, così nei sindacati sono rimasti solo i pensionati, gli unici che possono dare importanza all’articolo 18 e al contratto a tempo indeterminato di cui godono solo ultra-quarantenni. Ma, di nuovo, sono loro i lavoratori in Italia, a differenza del resto del mondo.

Stiamo dimenticando gli inesistenti. Sono anche lorol’ossatura lavorativa italiana. Precari, contratti a progetto, a tempo determinato. Ma, come il lavoro nero, semplicemente non sono calcolati, appunto perché non rappresentati. Dov’è il sindacato dei precari? Dovrebbe essere questo il sindacato del futuro in Italia, se non fosse una contraddizione in termini.

Piove, google ladro!

«Se ci viene voglia di criticare le banche, passiamo per avversari del capitalismo e di Wall Street, contrari al suo salvataggio da parte dei contribuenti: un punto di vista ormai così banale da far sbadigliare. Invece, criticare la Silicon Valley, significa essere ritenuti dei tecnofobi, stupidoni nostalgici dei bei tempi andati prima dell’iPhone. Allo stesso modo, qualunque critica politica ed economica formulata contro il settore delle tecnologie informatiche e i suoi legami con l’ideologia neoliberista è subito considerata una critica culturale alla modernità. E il suo autore è dipinto come nemico del progresso, desideroso di raggiungere Martin Heidegger nella Foresta nera per guardare tristemente il cemento senz’anima delle dighe idroelettriche».

Evgeny Morozov, Dall’utopia digitale al caos sociale, Le monde diplomatique, n. 9, anno XXI, settembre 2014.

In realtà anche la critica alla Silicon Valley e al settore delle tecnologie informatiche fa sbadigliare, evidente com’è ormai anche lì il feroce capitalismo imprenditoriale che li guida. Non più di cinque anni fa, almeno in Italia, etichettare Google, Apple e Amazon come multinazionali senza scrupoli era da complottista, oggi è un buon argomento di discussione per l’aperitivo, e domani lo sarà anche per il bar di paese.

La verità è che non essendoci modelli alternativi in economia non ci resta che analizzare, criticare e discutere con obiettività la verità di questi “nuovi modelli economici” che “cambieranno tutto” (nemmeno Apple usa più slogan così, ormai ridicoli). Ed è la ragione per cui oggi a spopolare tra i best seller non è più Stephen King ma Slavoj Zizek e Morozov. È il segno dei tempi: siamo impotenti e non ci resta altro che parlare di quello che non possiamo cambiare. È il segno della vittoria del modello capitalista in tutte le nazioni, e che ora si avvia a realizzare il suo sogno di trionfare su tutta la terra. Ma per farlo dovrà fare in modo che il consumatore non senta proprio tutto l’ombrello che gli hanno infilato su per il sedere. (Quando sentiremo gridare ”piove, Google ladro”, quel momento sarà arrivato). Anzi, che il consumatore lo senta tutto questo ombrello, basta che non avverta il momento in cui questo sarà aperto: per questo ci pensa la condivisione dei dati, il finto comunitarismo con cui si travestono le multinazionali del web da quando è arrivato Facebook.

Il cambiamento, in corsivo non tra virgolette (cambiamento del modello economico in primis, a cui seguirà necessariamente tutto il resto) non arriverà da un editoriale che cambia la coscienza di chi già queste cose le sa o le intuisce, ma da un evento casuale che tutti sposeranno. Avverrà quando gli invisibili, quelli tagliati fuori dal modello economico attuale, gli emarginati, gli sfruttati, i poveri (quindi nessuno di quelli a cui, me compreso, piace leggere questi articoli) non vorranno più entrare nel mondo degli affari per affermare pretestuosamente di volerlo cambiare, ma quando vorranno entrarci per distruggerlo, o addirittura distruggerlo senza nemmeno entrarci.

Che cosa significa essere di sinistra

image

«Che il capitale – inteso sia nel senso di logica sociale che di gruppo di interesse – miri al controllo totale, deriva dallo stesso processo di accumulazione, che per natura è infinito. Nel suo concetto non entra alcun limite – il che significa che i soli limiti che è suscettibile di conoscere possono venire dall’esterno: dall’esaurimento delle risorse naturali o dall’opposizione politica. In mancanza di questo, il processo è destinato a proliferare come un cancro, uno sviluppo mostruoso per intensità ed estensione. Per intensità, attraverso l’infinita produttività. Per estensione, sia con l’invasione di nuovi territori e aree geografiche finora non raggiunte – dopo l’Asia, l’Africa aspetta il turno -, sia con la mercificazione di sempre più vasti ambiti del reale.

Il capitale è una potenza. E ha una potenza sufficiente a perseguire all’infinito il proprio slancio d’affermazione finché non incontra una potenza più forte e di segno opposto che lo determini al contrario e lo tenga a freno. Ecco perché, in assenza di un’opposizione significativa, non c’è dubbio che il capitale non abbia altro obiettivo che il controllo di tutta la società – cioè la tirannia, certo dolce, zuccherata dal consumo e dal divertimento, ma pur sempre tirannia. A partire da questo, è facile dedurre cosa sia la sinistra. La sinistra è una posizione rispetto al capitale. Essere di sinistra significa porsi in un certo modo rispetto al capitale. E più esattamente in un modo che rifiuti la sovranità del capitale, a partire dall’idea dell’uguaglianza e della vera democrazia, e con la consapevolezza che il capitale è una tirannia potenziale che impedisce a quell’idea di farsi realtà. Ecco: essere di sinistra vuol dire non lasciar regnare il capitale».

Frédéric LordonLa sinistra non può morire, Le Monde Diplomatique, n. 9, anno XXI, settembre 2014.

—-

L’assurdità dei discorsi -post da “fine delle ideologie” verranno ricordati con un sorriso per la loro ingenuità. Discorsi pronunciati tanto da “quello di sinistra” che da “quello di destra”, perciò li affermano tanto l’ingenuo disilluso che davvero crede che non è più il tempo delle politiche di emancipazione, e lo afferma allo stesso modo quello ben consapevole di cosa significhi (finalmente!) la fine delle ideologie, della sinistra e della destra. Spazio agli affari!

Della sinistra non ci si libera così. Ha vinto il capitale, per ora, che sta affermando la sua egemonia, ma la barricata che vuole un giammai la sinistra agitandolo come un fantasma nostalgico, sappiate che apparterrà sempre a una delle due categorie sopracitate: o è un ingenuotto o il cattivone. A volte tutte e due le cose insieme. Perché il male, come si sa, è stupido e banale. Ma sempre male.

Nella foto in alto, l’attuale primo ministro della Francia Manuel Valls.

Giornalismo e filosofia (si può parlare di guerra fredda?)

image

La verità è nel mezzo. O meglio, ci vuole sempre tempo per dire la verità, per dire le cose come sono. E la maggior parte delle volte pur dicendo la verità, le cose come sono, si tratta sempre di un cenno di capo, un’indicare le cose come sono. In una parola: parlarne.

Per questo il giornalismo quotidiano è odiato dalla filosofia. Il giornale pretende di dire le cose come sono subito. Anzi il prima possibile, quasi prima che accadano, perché la notizia non aspetta, va data adesso. Proprio tutto il contrario della riflessione ponderata e attenta che arriva come una testuggine dritta dritta verso la verità.

È questa la spiegazione dietro la metafora della nottola di Minerva di Hegel. Il filosofo tedesco afferma: la nottola di Minerva spicca il suo volo sul far del crepuscolo. Significa: quello che è successo oggi lo capiamo (Minerva/Atena è la dea della saggezza simboleggiata da una civetta che vola) solo alla fine della giornata. È quello che fa lo storico, quello che fa il filosofo. La comprensione di ciò che è avviene soltanto quando ciò che è è stato. Prima che una cosa accade, come posso saperla? Non solo. Anche quando è accaduta, se non do il tempo al mio cervello di capirla come posso pretendere di capirla mentre accade? Al giornalismo tutto questo non piace. Al giornalismo quotidiano la civetta sta sulle scatole. Ma il giornalismo quotidiano si difende bene: non ha la presunzione di dirti la comprensione di quel che succede, ma solo quel che succede, la comprensione sarà una scelta successiva del lettore. Come quando ti capitano le cose senza che ancora non hai capito cosa sta succedendo. Ecco il giornalismo, io ti do quello che accade, senza comprensione. Pensate alle torri gemelle: sapevamo quello che stava succedendo quando accadeva e nei giorni immediatamente successivi? Ancora adesso non abbiamo capito del tutto cosa è successo, ma nel 2014 sappiamo molto più di quello che sapevamo nel 2001. La verità ha bisogno di tempo.

C’è una nuova guerra fredda in atto tra Stati Uniti e Russia, ma non è quella che vorrebbero i giornali con i loro titoli. Questa riproposta nei titoli dei giornali è la classica guerra fredda ante anni ‘90, quella fatta di ideologia politica e religioni, di apparati statali e capitali diversi. Ovvio che qualunque storico e filosofo inorridirebbe a questa sintesi arruffona, sempliciona e fuorviante, allarmista e sensazionalista. Un metodo non senza interesse questo del titolo strillato: il giornale quotidiano, oggi, strilla più di prima perché questo strillo è un urlo di agonia: “Leggetemi!”. Il giornale quotidiano non grida più la notizia ma la sua condizione di giornale quotidiano in crisi. Per questo parecchio giornalismo quotidiano di oggi non fa più giornalismo quotidiano, non ti dice più quello che accade ma scrive articoli che chiedono disperatamente di essere letti.

Ma questo non deve portare a odiare il giornalismo quotidiano, piuttosto la superficialità è la sua condanna e la sua esistenza una necessità. Si deve essere superficiali se si vuole dire quello che accade adesso senza saperlo. Il giornalismo quotidiano deve scegliere: o ti mostra quello che accade o ti dice la verità, ma a quel punto non è più giornalismo quotidiano ma inchiesta, storia, filosofia. 

image

Ma non è vero neanche che non siamo di fronte a una nuova guerra fredda. Sarebbe altrettanto fuorviante anche un giudizio così. Un altro eccesso, un’altra semplificazione. È come quando si dice che non essendoci più la sinistra ci si deve accontentare di questo capitalismo, sforzandosi soltanto di renderlo più “etico” e “amichevole”, rendere più etica e amichevole questa economia mondiale basata sullo sfruttamento degli uomini e delle risorse.

Possiamo dire che c’è una nuova guerra fredda in atto senza per questo titolarla? Senza dire con questo la verità?

Si può dire che c’è una nuova guerra fredda, ma per capire che significa ci vuole tempo, non basta allacciarsi con un salto temporale a trent’anni fa, perché trent’anni son passati e non torneranno più.

È innegabile che l’oligarchia russa stia reagendo all’isolamento lento e inesorabile a cui era condannata. Gli Stati Uniti hanno vinto e preso tutto e la Russia semplicemente non ci sta più (proprio perché ne è passata acqua sotto i ponti da quando è caduto il Muro) ad accettare la persistenza americana fin quasi ai confini (ex) sovietici.

E allora di quale guerra fredda si tratta visto che non può più essere la guerra fredda (quella dei libri di storia)? Allora non dovrebbe chiamarsi più guerra fredda perché genererebbe confusione. Ma neanche ci si dovrebbe sforzare troppo a trovare un altro nome, perché qualcosa in comune con la vecchia guerra fredda questa guerra fredda di oggi dovrà averla, altrimenti correremmo lo stesso errore di considerare l’economia mondiale attuale un‘“altra economia”. La new economy, ricordate?

È una guerra, non c’è dubbio, perché ci sono i militari e la gente muore. È fredda perché non ci sono invasioni. Forse la differenza è nelle fazioni: non ci sono più due fazioni contrapposte, forse non ci sono proprio più fazioni. C’è prima di tutto un modello economico a cui aderiscono entrambe, a cui aderisce tutto il mondo. Così cade la differenza ideologica, l’ideologia politica alla base: Stati Uniti e Russia investono e accumulano profitti allo stesso modo, negli stessi posti, con le stesse persone. Tutto il mondo accumula, investe e fa profitto allo stesso modo e nello stesso luogo. È la globalizzazione baby!

Poi, essendosi sciolto il dualismo oppositivo ideologico e politico, sono fioriti tanti altri interessi particolari che prima venivano semplicemente soffocati dai due blocchi: prima del 1989 la parola Medio Oriente era un modo per dire petrolio, oggi è un modo per dire tantissime cose diverse.

La verità è allora che non c’è una sola guerra fredda, ma tante piccole guerre fredde.

La Russia reagisce come un cane che non vuole essere messo all’angolo. Un cane forte che vuole stabilire nuovi confini per aggiornare i punti strategici del gas e della geografia. Forse anche gli Stati Uniti reagiscono come un cane, più forte, ma sempre più messo all’angolo dalla moltitudine di stati che non può più controllare come in passato.

È sbagliato parlare di nuova guerra fredda, così com’è sbagliato dire che non si può più parlare di guerra fredda. La verità sta nel mezzo, e ancora non l’ho trovata.

Che cos’è una politica di emancipazione

image

«Bisognerebbe evitare di farci intrappolare nel gioco progressista di “quanta tolleranza nei confronti dell’altro possiamo permetterci”: dovremmo tollerare che si picchino le donne, che si obblighino i figli a matrimoni combinati, che si brutalizzino i gay e così via? Messa in questi termini, naturalmente, non siamo mai abbastanza tolleranti, oppure siamo sempre troppo tolleranti, perché trascuriamo i diritti delle donne.

L’unico modo per uscire da questa impasse è proporre un progetto positivo universale condiviso da tutti i partecipanti e lottare per la sua realizzazione. Proprio per questo, un compito cruciale di chi oggi combatte per l’emancipazione è superare il semplice rispetto per gli altri e avviarsi verso una vera Leitkultur [cultura dominante] emancipatrice, la sola che può sostenere un’autentica coesistenza e mescolanza di culture diverse.
Il nostro assioma dovrebbe essere che la lotta contro il neocolonialismo occidentale così come la lotta contro il fondamentalismo, la lotta di Wikileaks e di Edward Snowden così come la lotta contro l’antisemitismo così come la lotta contro il sionismo aggressivo sono parte di una stessa e unica lotta universale. Se ci perdiamo nei compromessi, la nostra vita non merita di essere vissuta».

Slavoj Zizek, Rotherham e i limiti della società multiculturale, Internazionale 5/11 settembre 2014, n. 1067, p. 35.

—-

Il discorso del filosofo sloveno coglie due punti sostanziali relativi all’efficacia delle politiche di emancipazione.

1. I principi universali non possono essere induttivi ma soltanto deduttivi. Non ci si può “mettere d’accordo” sulla base delle identità delle comunità umane concrete che coesistono in uno stesso territorio. Così facendo si determina soltanto il gioco infinito delle classi dominanti con la loro concezione della tolleranza, la loro leitkultur, ovvero esattamente quello che accade oggi, con l’aggravante che questo “gioco delle tolleranze” è travestito da un finto multiculturalismo, una politica pseudo-egualitaria che resta tale fintantoché non tocca gli interessi di chi la promuove.
Invece i principi universali di una sana convivenza multiculturale sono, purtroppo, deduttivi. Dico purtroppo perché sono per forza di cose campati in aria: idee, principi, assiomi etici che solo in un secondo momento vanno “indotti” ovvero, come dice Zizek, “condivisi da tutti i partecipanti”, “lottando per la loro realizzazione”. Lottando per la loro realizzazione? “Ma basta con le guerre e la violenza, vogliamo la pace” afferma chi è già emancipato. “Anche noi vogliamo la pace, ma per ottenerla dobbiamo lottare” replicano quelli che non sono emancipati. Il concetto di lotta porta al secondo punto sostanziale per realizzare una politica di emancipazione su principi universali dedotti.

2. C’è un’universalità di fondo in tutte le eterogenee lotte di emancipazione a cui assistiamo in questi anni. Non si tratta però di un’universalità che balza agli occhi, sostanziale, evidente, ma di un’universalità nascosta che va tirata fuori per i capelli. È un’universalità partecipativacoattiva: questa universalità la dobbiamo trovare, non è lei che trova noi.
Ora però il punto 1, che i principi universali di emancipazione sono essenzialmente deduttivi, rischia di restare un postulato astratto se non prende spunto da qualcosa di concreto. L’eterogeneità delle lotte di emancipazione moderne potrebbe essere la concretezza di cui hanno bisogno i principi di emancipazione universale. L’eterogeneità di eventi quali la primavera araba, le lotte di Wikileaks per la libertà di informazione, il sacrificio di Edward Snowden per la libertà dei cittadini occidentali, la lotta delle Pussy riot contro l’establishment russo, ma anche le proteste di Ferguson contro la polizia che spara ai negri, sono tutte lotte che hanno qualcosa in comune tra loro, pur rivendicando interessi politici diversi, finanche interessi di classe, di lobby, di mestieri, differenti.

Scoprire quale sia questo qualcosa di comune, riordinarlo in un quadro di principi universali da negoziare tra le comunità umane, è lo scopo di ogni politica di emancipazione. Questi principi, essendo dedotti idealmente e non indotti praticamente, non possono che essere massimamente generici ma proprio per questo massimamente etici:

• Il profitto è il valore dello sfruttamento.
• I soldi sono uno strumento, non lo scopo (tecnicamente è merda vitale).
• La finanza attuale non può più essere tollerata come strumento per arricchirsi, va limitata e regolamentata, oppure eliminata, perché il concetto di ricchezza che concepisce non è di tipo distributivo ma speculativo, basato su un finto liberalismo che rivendica una finta propria ricchezza fatta di finti solitari sforzi quando in realtà sono il frutto degli sforzi anche di altri, i quali prendono le briciole, se non nulla (vedi profitto come valore di sfruttamento).

Una volta tutti questi principi si raccoglievano nel concetto di “comunismo”. Ma c’è un tempo anche per le parole. Fortunatamente non per i principi che in esso sono contenuti, che sono immortali.

Riordinare i principi universali e negoziarli tra le comunità umane per una sana convivenza sono il fondamentalmente passo che l’umanità, da quando è nato il comunismo, ha sempre mancato di fare. Fallendo, grandiosamente o miseramente, proprio un attimo prima.

Il Movimento 5 Stelle ha detto qualcosa di sinistra

C’è il determinismo economico:
L’Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse.

L’antropologia economica:
I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno.

La riflessione di sinistra:
Una digressione su Mattei è d’obbligo, se non altro per capire quanto, dall’invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine
.

Citazionismo di sinistra, nientemeno che da France Culture:
In “La verità nascosta sul petrolio” Eric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”

Uno schietto e sempreverde spirito sessantottino:
Il denaro è sempre denaro!

Uno j’accuse anti-antiterrorismo in pieno stile antiamericano:
L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila.

Un accenno di filosofia politica sul rapporto tra economia e politica:
Comprare F35 mentre l’Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

L’analisi geopolitica:
La messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica

E per finire la battuta sulla logica del terrorismo, quella ripresa dai giornali:
Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano […]

—-
Nell’articolo firmato dal deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista la parola capitalismo/capitalista” viene ripetuta ben nove volte. Meraviglia! Un applauso al compagno Di Battista
Il post è incredibilmente lungo e mette sul piatto due questioni complesse impossibili da esaurire in un articolo: l’analisi geopolitica e la questione energetica. Insomma, è un autentico articolo politico scritto da un politico. 
Di Battista fa, necessariamente semplificando, una breve storia del dopoguerra mediorentale, soffermandosi (fortunatamente) sul solo Iraq. Poi saltella un po’ qui e un po lì tra complotti della CIA e dittatori fantoccio. Sul finale, da vero membro di partito di opposizione, si lancia in altissime proposte politiche tra conferenze di pace, bandi alla vendita delle armi, ridiscussione dei confini degli stati -chiamando in causa il ruolo dell’Europa, vera assente politica- e come ultimo punto una messianica proposta sulla fine dell’economia basata sul petrolio.
Roba da mandare in brodo di giuggiole qualunque nostalgico di sinistra.
Già prevedo l’articolato dibattito tutto italiano, che si dividerà tra:

1) Vabbé, Di Battista ha scoperto l’acqua calda
2) Terrorista
3) Chi è questo Gianbattista
4) Lo avevo detto che c’entravano le scie chimiche

La superiorità dei palestinesi

image

«La più grande vittoria del sionismo -una vittoria che regge da oltre un secolo- è l’aver persuaso gli ebrei e gli altri che il “ritorno” a una terra disabitata rappresenta la giusta, anzi la sola soluzione ai dolori del genocidio e dell’antisemitismo. Dopo aver passato anni a vivere, studiare e militare nella lotta per i diritti palestinesi, sono più convinto che mai che abbiamo del tutto trascurato lo sforzo -l’umano sforzo- necessario a dimostrare al mondo l’immoralità di ciò che ci è stato fatto: credo che sia questo il compito che oggi, come popolo, abbiamo di fronte […]. Se non mobilitiamo le nostre voci in modo da smascherare con sistematicità il progetto sionista per ciò che è ed è stato, non potremo mai aspettarci che nella nostra condizione di popolo inferiore e dominato cambi qualcosa […]. La nostra lotta contro il sionismo va vinta innanzitutto a livello morale, per essere poi combattuta nei negoziati da una posizione di forza morale, dato che sul piano militare ed economico noi saremo sempre più deboli di Israele e dei suoi sostenitori».

Edward Said, La questione palestinese, The End of the Peace Process. Oslo and After, Pantheon Book, New York 2000, pp. 93-94, via.

                                                       ***

Il ragionamento di Said potrebbe costituire un’ossatura teorica, un chiavistello politico, anzi, il grimaldello politico con il quale il conflitto israelo-palestinese possa trovare, se non una soluzione (i conflitti, checché ne dica Hegel, non hanno sempre in-sé e per-sé la propria soluzione), quantomeno un’epistemica (ἐπιστήμη, epì-, «su», histemi, «stare», «porre», «stabilire». Quindi, «che si tiene su da sé») da cui partire. Ovvero: le cose stanno così, esse costituiscono un fatto.
Qual è questo fatto, anzi, quali sono questi fatti?

1. La superiorità militare di Israele finché gli Stati Uniti restano impero.
2. La natura coloniale della costituzione dello stato di Israele.

Questo significa che per risolvere il conflitto, Israele e i suoi otto milioni di abitanti devono andare semplicemente via? Assolutamente no. La frittata ormai è fatta, una marcia indietro è impossibile, e questo costituisce il terzo fatto:

3. È impossibile eliminare, proprio perché “Stato”, lo stato di Israele.

Il discorso di Said è raffinato e difficile da trasformare in atto pratico perché non impegna nella semplice relazione oppositiva amico-nemico, in nome del quale si sceglie da che parte stare e si vuole semplicemente che l’Altro scompaia (nella storia nessuna guerra è mai finita così. Il vincitore prende tutto, ma il perdente resta. Hegel aveva ragione: ogni negazione dell’opposto non è mai un’abolizione ma sempre una mediazione). Per fare un esempio concreto, è la strategia che si vuole abbia adottato Mandela: spalla a spalla con il bianco colonizzatore per ottenere molto più di quello che si può ottenere facendogli la guerra.
Se abbiamo stabilito che c’è un’imprescindibile superiorità militare di una delle due parti (almeno finché gli Stati Uniti saranno un impero), quale scellerato proclamerebbe una lotta armata profondamente impari se non per promuovere velatamente i suoi interessi? È questo il punto nel quale gli interessi privati di un palestinese qualunque coincidono con gli interessi borghesi dell’intellettuale occidentale “filo-palestinese”.
È quindi la diplomazia l’unica strada percorribile. Ma non quella delle rappresentanze internazionali, perché queste portano alla ribalta gli interessi particolari degli stati-nazione. Piuttosto sono gli interessi particolari delle rappresentanze locali a costituire in questo caso una rivendicazione universale, cioè quella di un popolo che proclama la propria autodeterminazione non su un’evanescente “Palestina” -concetto anch’esso di proprietà borghese-occidentale- ma su una moltitudine di “etnie” e interessi particolari uniti tutti sotto un’unica condizione, quella di una moltitudine sottomessa.
L’intifada ha qui la sua forza concreta, quando mostra una lotta profondamente impari, come lo sono tutte le lotte di emancipazione. Un bambino contro un carrarmato, un sasso contro un cannone. La lotta più inutile che si possa fare dato l’esito scontato, eppure proprio per questo necessaria perché mostra l’evidenza di un’ingiustizia, di una sopraffazione senza alcuna possibilità di replica.
Cosa dice Said? Che la pratica politica per risolvere il conflitto ha la sua chiave nella moralità. Che significa? Che finché le richieste dei “palestinesi” (la moltitudine di popoli che vivono in quella zona) non vengono affermate su un piano morale, resteranno per sempre lettera morta. Ciò non significa che gli abitanti di questa zona del mondo che non sono israeliani devono affermare la propria superiorità morale rispetto all‘“assassino colonialista”, quanto piuttosto affermare il diritto all’autodeterminazione in un contesto evidentemente coloniale.
La conseguenza di questo punto di arrivo è di nuovo l’improponibile punto di partenza: se sono un colono, smetterò di esserlo quando il colonizzatore sparirà. C’è quindi un loop, un circolo che alla fine ti riporta sempre qui. Per questo il conflitto israelo-palestinese è diventato la questione palestinese: come risolvere l’impasse di uno stato inventato contro un altro stato inventato?

image

L’impasse sta nel fatto che siamo di fronte a due nazioni inventate, ma in realtà tutte le nazioni, proprio in quanto nazioni, sono inventate. Ciò che abbiamo imparato dall’avventura coloniale, ciò che gli studi postcoloniali hanno dimostrato, è proprio l’insostenibile naturalità di uno stato. Ogni stato, come afferma Homi Bhabha, è disseminato. Non è un’entità chiusa ma un’interstizio (per usare un termine caro allo strutturalismo antropologico) aperto; un’entità fragile quando si racchiude in un nucleo “originario”, “vero”, “autentico”, incredibilmente forte quando si disperde in tutte le sue particolarità interne. Viviamo in un mondo in cui il diritto naturale di una nazione ad esistere è semplicemente ridicolo. Siamo tutti consapevoli oggi che ogni nazione ha dietro di sé una storia fatta di sopraffazioni e invenzioni culturali atte a giustificare, nascondere e armonizzare l’orrore fondativo, il violento strappo con il quale un popolo afferma sé stesso e nello stesso tempo distanzia sé stesso da questo atto (il “nakba” -l’esodo forzato e indiretto di non meno di 700mila persone per fare spazio allo stato di Israele- è l’atto fondativo di Israele che gli israeliani non possono ammettere come proprio perché atto criminale).
Seguendo questo ragionamento disillusorio sul concetto di nazione, si arriva alla conclusione che tanto il sionismo quanto l’anti-sionismo rappresentano una tremenda ingenuità, perché entrambi si rifanno all’ingenuo e premoderno concetto di “nazione” come entità naturale, fissa e immutabile. Quindi chi si dice sionista è uno stupido? No, semplicemente opportunista, porta avanti interessi particolari, di classe, che poco hanno a che vedere con questioni nazionali. È quello che Said afferma quando dice che bisogna «smascherare con sistematicità il progetto sionista», mostrare quindi gli interessi privati e tutt’altro che romantici dietro l‘“amore per la propria terra” (che non c’entra niente con la “terra promessa” biblica). Non è un caso che proprio nel momento storico del tramonto (attenzione, un tramonto del genere può durare secoli) delle nazioni come entità naturali -di cui i nazionalsocialismi rappresentano l’ultimo baluardo- sia seguito il rigurgito conservatore del sionismo.
Per questo l’abolizione dello stato di Israele è ipocrita e “borghese”: l’unica soluzione in questo senso è abolire non lo stato di Israele ma ogni stato. Ma questo ancora nessuno è disposto a farlo.
Said non propone una soluzione (non è detto che un conflitto del genere possa mai risolversi), piuttosto un piano empirico evidente su cui i popoli che lottano contro l’oppressore possano riconoscersi: la loro superiorità morale, fintantoché resteranno oppressi, nei confronti dell’oppressore. Questa superiorità morale va mantenuta però in una complicata consapevolezza: io Israele non ho alcun diritto naturale da reclamare così come coloro ai quali ho usurpato la terra non hanno alcun diritto naturale di cacciarmi.
La finalità di questa superiorità morale è puramente comunicativa: devono saperlo tutti, tutti devono rendersi conto della condizione di oppressi in cui vivono i popoli di quella zona che non sono israeliani. E quelli che devono convincersi più di tutti sono soprattutto l’opinione pubblica dell’impero che rende possibile la superiorità militare di Israele sugli altri popoli confinanti: gli Stati Uniti.

La Germania ha paura

image

È davvero una coincidenza che abbia scoperto questa poesia del poeta e docente di letteratura Franco Buffoni il giorno dopo che la Germania ha ottenuto la qualificazione alla finale dei Mondiali. O forse non c’è alcuna coincidenza. 
In ogni caso, la posto perché riassume, come solo una poesia può fare, un secolo breve di storia appena passata che ritorna incessantemente. Perché ritorna se è passata? Perché è ancora irrisolta. Sto parlando del nazionalsocialismo tedesco e delle politiche totalitarie succedutesi in Europa tra il 1922 (anno della nascita dell’Italia Fascista e dell’Unione Sovietica) e il 1975 (fine dell’ultima dittatura, quella di Franco in Spagna). 
La pedagogia storica semplifica questo periodo storico all’orrore indicibile dell’Olocausto. Così la (breve) storia degli imperi europei del XX secolo è diventata un fantasma, un morto vivente che ritorna incessantemente. Che cos’è un morto vivente? È una cosa che non sa di essere morta, che dovrebbe essere morta ma che ancora non lo è. Come Dio che, quando muore, se non si è fatto i conti con se stessi, si incarna in una potenza ancora più devastante dell’onnipotenza divina.
Cos’è la riduzione della politica nazionalsocialista tedesca all’Olocausto senza una riflessione sulla sua politica, che tanto diversa dalla logica politica attuale – quella fatta di eccezioni, decreti e profitto – non è? È questo il morto vivente della storia che ancora ci terrorizza nonostante sia passato tanto tempo e tante commemorazioni: quella storia tanto passata, tanto lontana in realtà non lo è affatto.

Braaaaaaaaaains.

                                                        ***

Ecco la poesia di Buffoni, una conversazione tra la Germania (testo corsivo) e il resto dell’Europa:

Siamo tra la crisi del ventinove
E la nomina di Hitler alla Cancelleria,
Siamo qui nell’interim
A cavalcare
Nel timore di farci scavalcare…

Da Atene Roma Madrid e Lisbona?

No, da Berlino Nord Sud Est e Ovest.

Ma non volevate dominare il mondo?
E adesso che l’Europa l’avete conquistata…

Cercate di capire, il primo e il secondo
Dei nostri recenti tentativi
Non sono stati propriamente sbagliati:
Li abbiamo solo messi in atto
Con mezzi sbagliati.

E adesso
Che i mezzi sono quelli che funzionano,
Adesso che ci avete conquistati
Non ci volete più,
Non la volete più l’Europa?

Adesso abbiamo paura. Angst, nur Angst…

Dunque, fateci capire: l’Europa la volete
Ma non fisicamente…
Ne desiderate solo l’anima,
Il resto dobbiamo tenercelo
Nutrendolo come possiamo…

Ach so…

(source)

—-

Nella foto, una scena del film Zombie (Dawn of the Dead), di George A. Romero.

La tecnica del populista opportunista

Mauro Covacich sul Corriere della Sera di oggi (qui trovate la rassegna) fa una splendida analisi di un recente feed di Matteo Salvini su Facebook, questo qui:

image

È stato postato il 30 giugno, commentando nello stesso giorno la notizia del ritrovamento del peschereccio con 30 morti in stiva. L’account di Salvini scrive con l’efficace tecnica comunicativa del populista opportunista, ovvero compiacendo apparentemente quanta più gente possibile, ma in realtà limitandosi a raccogliere consensi per la conservazione del partito, un partito che con pochi elettori è riuscito ad avere negli ultimi dieci anni un potere enorme. Il feed di Salvini, o di chi per esso, dimostra una certa abilità nel ponderare un linguaggio scandaloso, velenoso e bugiardo ma che, grazie alla forza della moderazione (non c’è una parolaccia) e dell‘“altruismo” (aiutiamoli a casa loro) vuole risultare convincente. Ecco l’analisi di Covacich.

«La nave sta entrando in porto con trenta persone soffocate nella stiva. Ad aspettarla sul molo ci sarebbero il primo ministro e il ministro degli Interni in maniche di camicia, imbrattati di sangue. Due complici presi con le mani nel sacco, è questa l’immagine evocata ad arte dal tweet di Salvini. Va detto subito che non è l’unico politico ad adottare questa tecnica comunicativa (benché i leghisti ne siano forse per tradizione i veri maestri). Nell’immaginario comune, essere scorretti significa innanzitutto non essere ordinari, polverosi, conformisti, filistei, significa parlare come si mangia, significa mostrare la propria irriverenza contro i dispositivi del potere e quindi non esserne parte. 
È una soluzione che ti compra subito: tutti noi amiamo pensarci come individui anticonformisti, uomini e donne “contro”. Ma si tratta di un equivoco. Non basta seppellire il politichese per diventare antagonisti, tutt’al più basta per diventare qualunquisti. La scelta sacrosanta di smettere il politichese, inteso come il linguaggio misterico dei privilegiati, non comporta per necessità il disprezzo della correttezza politica, anzi.
Forse questo linguaggio da teppisti ha fatto il suo tempo (tanti anticonformisti creano un nuovo conformismo). Salme, ebeti e tutti gli altri insulti della scorsa campagna elettorale non aiutano il rispetto. La vera trasgressione ora è tornare al politicamente corretto. Ecco un bambino portatore di handicap. Ecco una signora affetta da disturbi psichici. Ecco una ragazza di colore. Emerito ministro, lei secondo me si sbaglia. Eccetera eccetera. Quando tutto è in frantumi sono le parole a tenerci uniti. I sassi e le sassate non fanno che peggiorare la situazione. Il linguaggio è la casa in cui siamo nati, la nostra vera comune. Non ci vuole tanto a capire che bisogna averne cura».

Mauro Covacich, Il politicamente scorretto che ci rovina, Corriere della Sera di martedì 1 luglio 2014.

                                                       ***

Ovviamente Covacich non sta dicendo che lanciare sassi è controproducente in generale. Lo scrittore smaschera piuttosto uno pseudo anticonformismo che lascia ben poco spazio al cambiamento e molto al mantenimento dello status quo. Perché è dello status quo che si tratta ogni volta che c’è da lanciare una pietra. È in gioco il cambiamento, ovvero scompaginare i privilegi. Il conservatore, l’antagonista che impedisce la realizzazione di un progetto politico di emancipazione, si è appropriato di questo linguaggio, per questo è difficile essere anticonformisti oggi senza risultare conformisti. Così si crede di veder scagliare pietre, quando in realtà sono solo ami per raccogliere consensi.