Perché voto Tsipras (dei libri e del bicchiere mezzo pieno)

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[Questo articolo è uscito a maggio 2014, in occasione delle elezioni europee. Ci argomentavo la scelta di votare L’altra Europa con Tsipras.
Lasciando stare l’impossibilità strutturale di avere anche in Italia qualcosa di simile a
Syriza, questo articolo continua a mantenersi attuale, perché non si parla di noi, ma di noi, di un’Europa politica da costruire. La convinzione è che se andassimo a votare partiti con il programma che ha oggi Syriza, le cose cambierebbero davvero. È la vittoria della speranza, una cosa molto diversa da quel rabbioso tutti a casa che nasconde una pastosa ambiguità fatta di pesanti conflitti di classe senza alcuna volontà di risolverli. Speranza è la gioia di fare politica, l’interesse a chiamare le cose come sono (due parole su tutto: capitale e liberismo economico), e la volontà di risolvere i conflitti di classe partendo da una considerazione falsa ma massimamente raggiungibile: siamo tutti uguali. Un’uguaglianza che significa grosse responsabilità e sacrifici]

Alle elezioni europee di maggio ho scelto di votare la lista Tsipras. Non per Tsipras, ma per quelli che appoggiano Tsipras. Non è tanto l’uomo che seguo, ma l’onda (piccola o grande che sia) che sta provocando. Lo so, detta così la cosa sembra irrazionale, ma alla base ci sono solidi motivi, sacrosanti direi, che risiedono nella natura delle persone che finora si sono fatte avanti appoggiando apertamente il leader di Syriza.
In Italia sono Stefano Rodotà e Barbara Spinelli, all’estero Slavoj Žižek e Srécko Horvat. Ce ne sono tanti altri, altri che non conosco, ma questi quattro già bastano per rendere chiara l’idea di quale onda sto parlando. Dietro queste persone ci sono un’idea e un pensiero.

Con la cultura se magna

L’idea è che con la cultura se magna, tanto, e pure bene. Questa gente, Rodotà, Spinelli, Žižek, Horvat, legge molto, e io mi fido della gente che legge molto. Leggere, lo dice pure la pubblicità, fa bene, dà una grande forza. Non la forza del radicalchicchismo bibliofilo, non quella de “la cultura è importante (collezionale tutte!)”, quanto la forza della lettura come disciplina ascetica. Leggere richiede dedizione, è un lavoro. L’idea che con la cultura se magna è l’idea che la disciplina e il sacrificio sono ciò che costituisce propriamente il lavoro (su di sé, sul mondo).

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Chi sono i terroristi/6 – Gli editoriali di Fallaci e Terzani

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Il 29 novembre del 2001 usciva sul «Corriere» un editoriale di Oriana Fallaci intitolato La rabbia e l’orgoglio. Si racconta che fu l’allora direttore del giornale, Ferruccio De Bortoli, a chiedere alla Fallaci, che viveva a New York, di scrivere qualcosa. All’editoriale della giornalista risposero in tanti, ma la risposta che tutti ricordano è quella di Tiziano Terzani, del 7 ottobre 2001, sullo stesso giornale, Il Sultano e San Francesco.

Tiziano scriveva guardando le montagne dell’Himalaya, Oriana da un grattacielo che guardava altri grattacieli, alcuni dei quali in fiamme. Il primo era immerso nel silenzio e nella pace, il secondo a New York, nel pieno del caos.

La vera radicalità di una scelta non viene dettata dall’orgoglio ferito ma dal coraggio di farsi domande. Essere orgogliosi e rabbiosi è facile, ma rivela miopia dell’autocoscienza, la volontà di mantenere le cose come sono, senza capire, senza cambiare, arroccandosi nei propri privilegi. Domandarsi perché, invece, mette tutto in discussione, rivoluziona le prospettive e apre alla possibilità di un mondo migliore, fregandosene se sia più sicuro: se un mondo è migliore perché più giusto, a che serve domandarsi se sia al sicuro? Chi vuole sicurezza sa di essere in torto.

Voglio riprendere, alternandoli, i passi degli editoriali di Fallaci e Terzani che più mi hanno colpito. Creare una specie di confronto, fittizio, arbitrario, ma capace di mostrare come da un lato con la Fallaci ci sia la facile polarità della discussione, menzognera, impegnata com’è a difendere il più forte. Dall’altro con Terzani una saggezza dispersiva, responsabile, tosta, molto più difficile dei nervi tesi e logorati della Fallaci perché capace di chiedersi, ancora una volta, perché.

Se c’è un elemento che fa la differenza tra i due scrittori/giornalisti, è senza dubbio lo studio, delle persone e delle cose di cui è fatto il mondo.

Riproporre oggi questi passi mostra come in poco più di tredici anni poco o nulla sia cambiato. Bastano due vecchi editoriali del Corriere per comprendere le strutture narrative che ci aspettano nei prossimi mesi. I quotidiani da FLASH/BREAKING NEWS già sottolineano la “nuova era” e il “nuovo fronte europeo” che si è aperto con l’attentato di Charlie Hebdo, quando all’opposto il peggio che ci possa capitare non è che lo status quo, inaugurato il 26 ottobre 2001, giorno della firma del Patriot Act, promulgato da Obama per altri quattro anni il 26 maggio 2011.

(L’editoriale di Fallaci lo trovate qui, quello di Terzani qui)

F: Sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso.

T: Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia» […]. Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.

F: Più una società è democratica e aperta, più è esposta al terrorismo. Più un paese è libero, non governato da un regime poliziesco, più subisce o rischia i dirottamenti o i massacri che sono avvenuti per tanti anni in Italia in Germania e in altre regioni d’ Europa. E che ora avvengono, ingigantiti, in America. Non per nulla i paesi non democratici, governati da un regime poliziesco, hanno sempre ospitato e finanziato e aiutano i terroristi.

T: “Dateci qualcosa di più carino del capitalismo”, diceva il cartello di un dimostrante in Germania.

F: A me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà c’è Omero […], l’antica Grecia e la sua scoperta della Democrazia. C’è l’ antica Roma con la sua grandezza […] e il suo concetto della Legge. C’è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell’ amore e della giustizia […]. E infine c’ è la Scienza, perdio. Una scienza che ha capito parecchie malattie e le cura. Una scienza che ha inventato macchine meravigliose. Il treno, l’automobile, l’aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto andremo chissàddove […].
Dietro all’altra cultura che c’ è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso. Arafat ci trova anche i numeri e la matematica. Di nuovo berciandomi addosso, di nuovo coprendomi di saliva, nel 1972 mi disse che la sua cultura era superiore alla mia, molto superiore alla mia, perché i suoi nonni avevano inventato i numeri e la matematica. Ma Arafat ha la memoria corta. Per questo cambia idea e si smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non hanno inventato i numeri e la matematica. Hanno inventato la grafia dei numeri che anche noi infedeli adoperiamo, e la matematica è stata concepita quasi contemporaneamente da tutte le antiche civiltà. In Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto, tra i Maya.

T: Certo non è l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure “un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da’ di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui si tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo.

T: L’immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del “nemico” da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’Afghanistan, ordina l’attacco alle Torri Gemelle; è l’ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo [Warren Anderson, presidente della Union Carbide, accusato dall’India di essere responsabile dell’esplosione nel 1984 della fabbrica chimica di Bhopal: 16mila morti]. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sara’ difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.

F: L’ America è per me un amante anzi un marito al quale resterò sempre fedele […].  Gli voglio bene e m’ è simpatico. Mi piace ad esempio il fatto che quando arrivo a New York e porgo il passaporto col Certificato di Residenza, il doganiere mi dica con un gran sorriso: Welcome home. Benvenuta a casa.

T: La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.

Chi sono i terroristi/5 – Universalismo

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[Ripubblico un pezzo scritto l’11 settembre 2014 sull’universalismo. Lo spunto fu allora un articolo di Slavoj Žižek sul caso di Rotherham. Universalismo è il contrario di relativismo e della tolleranza volteriana. Il primo è una specie di sofismo infinito che annichilisce ogni diversità, la seconda, allo stesso modo ma all’inverso, tollera chiunque, anche gli intolleranti. In entrambi i casi è buonismo che maschera ignavia, incapacità di prendere posizione. Universalismo è invece la selezione di valori da parte di una cultura dominante. Sembra esattamente la concezione colonialista dell’umanismo che ci ha portato in questo disastro, ma la differenza sta nella definizione di “cultura dominante”: non è la cultura dei bianchi ricchi ma al contrario l’Europa multiculturale che chiede a tutti cosa sia universale e cosa no. Se l’universalismo umanista storico dell’Europa è esclusivo, questo è inclusivamente selettivo: tutti possono parteciparvi, a patto però che si voglia la partecipazione di tutti. È uno sforzo complicato, pericoloso (perché si dovranno scardinare i privilegi), ma più onesto e autentico di un generico universalismo umanista che non è altro che colonialismo mascherato. Questo universalismo pratico, positivo, è lo sforzo di dettare diritti al fine di emancipare tutti. Ma se questa cultura dominante include gli emancipati, su cosa domina? Su chi vorrebbe una società divisa tra sfruttati e sfruttatori, che resterà sempre un’alternativa allettante. Attenzione, vi domina culturalmente, non economicamente, altrimenti non sarebbe nuovamente che la divisione tra sfruttati e sfruttatori. L’universalismo di cui si parla è frastagliato e frastorna chiunque vi partecipa mettendo in discussione i privilegi di cui gode]

«Bisognerebbe evitare di farci intrappolare nel gioco progressista di “quanta tolleranza nei confronti dell’altro possiamo permetterci”: dovremmo tollerare che si picchino le donne, che si obblighino i figli a matrimoni combinati, che si brutalizzino i gay e così via? Messa in questi termini, naturalmente, non siamo mai abbastanza tolleranti, oppure siamo sempre troppo tolleranti, perché trascuriamo i diritti delle donne.

L’unico modo per uscire da questa impasse è proporre un progetto positivo universale condiviso da tutti i partecipanti e lottare per la sua realizzazione. Proprio per questo, un compito cruciale di chi oggi combatte per l’emancipazione è superare il semplice rispetto per gli altri e avviarsi verso una vera Leitkultur [cultura dominante] emancipatrice, la sola che può sostenere un’autentica coesistenza e mescolanza di culture diverse.
Il nostro assioma dovrebbe essere che la lotta contro il neocolonialismo occidentale così come la lotta contro il fondamentalismo, la lotta di Wikileaks e di Edward Snowden così come la lotta contro l’antisemitismo così come la lotta contro il sionismo aggressivo sono parte di una stessa e unica lotta universale. Se ci perdiamo nei compromessi, la nostra vita non merita di essere vissuta».

Slavoj ŽižekRotherham e i limiti della società multiculturale, Internazionale 5/11 settembre 2014, n. 1067, p. 35.

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Il discorso del filosofo sloveno coglie due punti sostanziali relativi all’efficacia delle politiche di emancipazione.

1. I principi universali non possono essere induttivi ma soltanto deduttivi. Non ci si può “mettere d’accordo” sulla base delle identità delle comunità umane concrete che coesistono in uno stesso territorio. Così facendo si determina soltanto il gioco infinito delle classi dominanti con la loro concezione della tolleranza, la loro leitkultur, ovvero esattamente quello che accade oggi, con l’aggravante che questo “gioco delle tolleranze” è travestito da un finto multiculturalismo, una politica pseudo-egualitaria che resta tale fintantoché non tocca gli interessi di chi la promuove.
Invece i principi universali di una sana convivenza multiculturale sono, purtroppo, deduttivi. Dico purtroppo perché sono per forza di cose campati in aria: idee, principi, assiomi etici che solo in un secondo momento vanno “indotti” ovvero, come dice Zizek, “condivisi da tutti i partecipanti”, “lottando per la loro realizzazione”. Lottando per la loro realizzazione? “Ma basta con le guerre e la violenza, vogliamo la pace” afferma chi è già emancipato. “Anche noi vogliamo la pace, ma per ottenerla dobbiamo lottare” replicano quelli che non sono emancipati. Il concetto di lotta porta al secondo punto sostanziale per realizzare una politica di emancipazione su principi universali dedotti.

2. C’è un’universalità di fondo in tutte le eterogenee lotte di emancipazione a cui assistiamo in questi anni. Non si tratta però di un’universalità che balza agli occhi, sostanziale, evidente, ma di un’universalità nascosta che va tirata fuori per i capelli. È un’universalità partecipativacoattiva: questa universalità la dobbiamo trovare, non è lei che trova noi.
Ora però il punto 1, che i principi universali di emancipazione sono essenzialmente deduttivi, rischia di restare un postulato astratto se non prende spunto da qualcosa di concreto. L’eterogeneità delle lotte di emancipazione moderne potrebbe essere la concretezza di cui hanno bisogno i principi di emancipazione universale. L’eterogeneità di eventi quali la primavera araba, le lotte di Wikileaks per la libertà di informazione, il sacrificio di Edward Snowden per la libertà dei cittadini occidentali, la lotta delle Pussy riot contro l’establishment russo, ma anche le proteste di Ferguson contro la polizia che spara ai negri, sono tutte lotte che hanno qualcosa in comune tra loro, pur rivendicando interessi politici diversi, finanche interessi di classe, di lobby, di mestieri, differenti.

Scoprire quale sia questo qualcosa di comune, riordinarlo in un quadro di principi universali da negoziare tra le comunità umane, è lo scopo di ogni politica di emancipazione. Questi principi, essendo dedotti idealmente e non indotti praticamente, non possono che essere massimamente generici ma proprio per questo massimamente etici:

• Il profitto è il valore dello sfruttamento.
• I soldi sono uno strumento, non lo scopo (tecnicamente è merda vitale).
• La finanza attuale non può più essere tollerata come strumento per arricchirsi, va limitata e regolamentata, oppure eliminata, perché il concetto di ricchezza che concepisce non è di tipo distributivo ma speculativo, basato su un finto liberalismo che rivendica una finta propria ricchezza fatta di finti solitari sforzi quando in realtà sono il frutto degli sforzi anche di altri, i quali prendono le briciole, se non nulla (vedi profitto come valore di sfruttamento).

Una volta tutti questi principi si raccoglievano nel concetto di “comunismo”. Ma c’è un tempo anche per le parole. Fortunatamente non per i principi che in esso sono contenuti, che sono immortali.

Riordinare i principi universali e negoziarli tra le comunità umane per una sana convivenza sono il fondamentalmente passo che l’umanità, da quando è nato il comunismo, ha sempre mancato di fare. Fallendo, grandiosamente o miseramente, proprio un attimo prima.

Chi sono i terroristi/4 – Il desiderio del fondamentalista

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di Slavoj Žižek

[Questo articolo è uscito su The New Statesman il 10 gennaio 2015 e tradotto in italiano da Le parole e le cose]

Ora, mentre siamo tutti sotto choc dopo la furia omicida negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare. Dovremmo, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà e farlo senza riserve nascoste (del tipo «comunque Charlie Hebdo provocava e umiliava troppo i Musulmani»). Ma questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo pensare più a fondo.
Pensare più a fondo non ha nulla a che fare con la relativizzazione a buon mercato del crimine (il mantra «chi siamo noi occidentali, perpetratori di massacri terribili nel Terzo Mondo, per condannare atti simili»). Ha ancora meno a che fare con la paura patologica di molta sinistra liberal occidentale: rendersi colpevole di islamofobia. Per questa falsa sinistra ogni critica verso l’Islam è espressione di islamofobia occidentale: Salman Rushdie fu accusato di aver provocato inutilmente i Musulmani e quindi di essere responsabile, almeno in parte, della fatwa che lo ha condannato a morte, eccetera. Il risultato di una simile posizione è quello che ci può aspettare in questi casi: più la sinistra liberal occidentale esprime la propria colpevolezza, più viene accusata dai fondamentalisti di ipocrisia che nasconde odio per l’Islam. Questa costellazione riproduce perfettamente il paradosso del Super-io: più obbedisci a ciò che l’Altro ti chiede, più sei colpevole. Più tolleri l’Islam, più la pressione su di te è destinata a crescere.

Ecco perché trovo insufficienti i richiami alla moderazione sulla falsariga dell’appello di Simon Jenkins («The Guardian», 7 gennaio), secondo il quale il nostro compito è quello di «non reagire eccessivamente, di non pubblicizzare eccessivamente le conseguenze dell’accaduto. È invece quello di trattare ogni evento come un episodio di orrore passeggero». L’attacco a Charlie Hebdo non è stato un mero «episodio di orrore passeggero»: seguiva un preciso piano religioso e politico e, come tale, era parte di uno schema molto più ampio. Certo: non dobbiamo reagire eccessivamente se per questo si intende soccombere a una cieca islamofobia – dovremmo però analizzare questo piano in modo spregiudicato.

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Chi sono i terroristi/2 – Il funerale dell’Europa

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Questo corteo funebre per gli attentati di Charlie Hebdo è ambivalente. Inquietante. Cecchini sparsi sui tetti scortano i leader del mondo fino al loro ritorno in auto che le faranno marciare blindatati e solitari verso l’Eliseo. Poi il vero corteo, quello fatto di persone, potrà marciare liberamente.

Una schiera di incravattati in nero, silenziosi. Abituati come sono a protocollare i loro incontri, deve essere stata un po’ imbarazzante la cosa. È un po’ il funerale dell’Europa, ma di quale? Il funerale di quell’idea di Europa greco-classica ecumenica? laica?, illuminata?, che mai abbiamo neanche provato a costruire?

Obama non c’era. Ed è giusto che sia così. Sono affari nostri.

Sarebbe bello costruire da domani proprio quell’Europa ecumenica al limite dell’euroasiaticità con tutte quelle bandiere palestinesi e turche che sventolavano oggi a Parigi. Possiamo dirci anti-imperialisti e volere un’Europa che la faccia finita con questo eterno dopoguerra, che sia una volta per tutte indipendente dagli Stati Uniti, per poi renderci conto che il colonialismo lo abbiamo inventato noi e loro stanno solo prendendo esempio dai padri.

La verità è che siamo depressi. Un attentato così arriva per darci il colpo di grazia in un momento in cui sono anni che chiudiamo gli occhi di fronte alla necessità di costruire un’alternativa a questo modello economico liberal-coloniale. Assassini europei che uccidono europei. European fighters, altro che foreign. Non è certo la prima volta che succede e non è certo perché c’è uno scontro di civiltà in atto con nemici lontani e indefiniti, al massimo che queste civiltà in scontro ci appartengono, che un po’ ce la siamo cercata. Ma togliamoci dalla bocca la parola civiltà per piacere, che è una cosa che si coltiva, quando l’abbiamo usata per di più per falciare. Questo terrorismo non è causa del “male”, ma effetto di qualcosa che non vogliamo vedere, perché sarebbe l’orrore, la messa in discussione di tanto benessere economico mascherato da Occidente. Ma sono opinioni che l’opinione pubblica neutralizzerà nell’anti-europeismo fascista.

Ci attendono altri anni di psicosi del controllo, di pratiche immunitarie militari per difendere un corpo politico in perenne crisi. Gli aeroporti esacerberanno la loro isteria. E Snowden che cacchio si è sacrificato a fare?

Funerali simbolici come questo non sono come i funerali reali, dove ci sono corpi di cui occuparsi. Possono durare tantissimo, si può vivere morendo se non hai corpo. Come il capitalismo, che della crisi semplicemente se ne frega perché già gli appartiene. Ci convinceremo che le pratiche immunitarie sono la soluzione – le stesse che si esercitano sulle banlieue, sugli invisibili e gli inesistenti – quando sono la causa di quello da cui crediamo di doverci difendere.


Per approfondimenti sulle fonti di questo editoriale. Alain Badiou, Il risveglio della storia. Roberto Esposito, Immunitas.

Chi sono i terroristi/1 – Dissacramento

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Illustrazione di Lucille Clerc (forse), inizialmente attribuita a Banksy

Alzi la mano chi non ha mai scherzato e fatto battute su Dio fin dalle medie. Un’attività che si perfeziona man mano che si arriva all’adolescenza, dove l’insofferenza verso l’autorità trova il suo miglior sfogo nel dissacramento religioso. Quando poi vieni a sapere che è dall’Illuminismo che le religioni hanno avviato un lento processo di secolarizzazione ancora in corso, ti rendi conto di come la satira religiosa sia uno sport che, pur restando divertente, è fondamentalmente usurato, talmente inflazionato che oggi appare più sovversivo porsi in posizione di interesse che di critica nei confronti di una confessione (magari per criticarla, in modo molto più efficace, dall’interno, come un antropologo). L’insofferenza nei confronti delle autorità religiose è un buon test per misurare il grado di maturità intellettuale di una persona. Non tanto accertando la quantità di battute che fa quanto la serietà che ripone in esse: più crede di essere dissacrante minore sarà la sua sensibilità. In altre parole, quanto più ti rendi conto che i capi religiosi – soprattutto quelli inventati come Maometto e Cristo – sono l’ultimo dei tuoi problemi in fatto di lotta all’autorità, tanto più le tue energie intellettuali si rivolgono su bersagli più efficaci, per esempio l’ordine economico-politico. Sia chiaro, governi e multinazionali hanno sempre a che fare con gli ordini religiosi, e viceversa, ma sono secoli che l’ordinamento del mondo non è più trascendente ma immanente, con finalità fisiologiche, economiche più che spirituali. (Questo per dire, sostanzialmente, che lo sport del “dio non esiste” è ormai uno stanco esercizio retorico che rivela piuttosto il terrore che proviamo verso questa verità. Molto più produttivo oggi sarebbe dirigere queste energie sovversive verso, per esempio, un “il denaro non esiste” o un “l’egoismo liberale è una menzogna”)

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La prima pagina di Charlie Hebdo del 7 novembre 2012

Charlie Hebdo rappresenta per la Francia pura libertà di espressione. Pura libertà di scoreggiare battute, letteralmente. È una satira fisica, prettamente francese. Cosa c’entra la satira becera su Maometto sbattuta in prima pagina con la critica della religione musulmana? Alzi la mano, tra i francesi, chi ha avuto illuminanti consapevolezze sul ruolo e il significato di una confessione leggendo Charlie Hebdo. Questo giornale non ha a che fare con la libertà di critica delle religioni ma con la libertà di critica e basta. Sembra una rivendicazione infantile, e infatti è esattamente questo: libertà di espressione. Se a vignette con contenuti e battute dissacranti si risponde con una mitragliata di kalashnikov il problema non risiede certamente nel giornale. La vignetta che più di tutte ha sintetizzato meglio questa sproporzione, realizzata a caldo poche ore dopo il massacro di rue Nicola Appert 10, è quella di David Pope sul Canberra Times:

David Pope, Canberra Times

Ha iniziato prima lui, in un gioco di parole intraducibile in italiano dove drew sta per estratto/tratto/iniziato. Una vignetta che mostra la totale irrazionalità di quello che è successo. Un esempio di come la penna sia più potente della spada, fintantoché non si incontrano. È stato un gioco, un disegno, un tratto, un drew finito male. Uno scontro tra un gruppo di giornalisti satirici e un gruppo di satiri folli che credono di agire in nome della religione. Charlie Hebdo, da quando ha pubblicato il 6 febbraio 2006 la vignetta “blasfema” del giornale danese Jylland Posten, sapeva benissimo a chi si rivolgeva: c55b3ba6-7ae1-4e07-89cd-5760f20f4e89_ORIGINAL A nessun imam o califfato, ma proprio a loro, a Said e Chérif Kouachi, ai terroristi, agli psicotici. Charlie Hebdo non stuzzicava ferocemente ayatollah e muezzin ma la pazienza di organizzazioni estremiste armate.

«C’est peut-être un peu pompeux ce que je vais dire, mais je préfère mourir debout que vivre à genoux».

«Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio» disse Stéphane Charbonnier nel 2012 a SkyTg24. Hai ragione, sei pomposo, eri solo un vignettista, sei meno virtuoso di Laura Poitras, con la fondamentale libertà di dire cazzate che danno da pensare. Charb sapeva di scherzare col fuoco, ma sapeva bene che è la paura quella che ci fotte, che ci rende manipolabili e vulnerabili. Controllabili in nome della lotta al terrorismo, in nome della sicurezza, della privacy e della libertà. Limitare la nostra libertà in nome della libertà, ecco il regalo più grande che facciamo al terrore. Charb non avrebbe dovuto disegnare quelle maledette vignette. Perché non avrebbe dovuto? In nome di cosa: della “sobrietà” che fa rima con conformismo orwelliano? Non è l’orgoglio dell’Occidente contro l’inciviltà d’Oriente. Potrebbe essere questa la conclusione di questa difesa della libertà di espressione. E infatti la “libertà” e la “democrazia” sono le due categorie, i due cartelli, le due foglie di fico che hanno giustificato le guerre coloniali di questi ultimi decenni come il colonialismo di due secoli fa. Ma all’inverso potrebbe anche essere l’orgoglio di dire quello che si vuole e basta. La libertà di fare satira, di dire cazzate, la libertà di dire quello che si vuole. Si potrebbe dire che Charlie Hebdo ha attizzato il fuoco. Eccoci qui: attizzato il fuoco di chi? Provocato chi? L'”Islam”? Gli “estremisti”? Quanto vaga può essere una tale definizione dei provocati? Torniamo di nuovo al punto sottolineato da David Pope: una provocazione che merita morte per fucilazione. Per mano di chi?

Gli invisibili

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In Italia ci sono 25 milioni di persone che nutrono l’economia italiana senza essere riconosciute. Sono immigrati, pensionati poveri, disoccupati, precari e neet (Not in Education, Employment or Training). Cinque categorie sociali ora bersagliate ora coccolate dalla propaganda politica. Cinque classi che insieme formano un’unica “maggioranza invisibile”, termine coniato da Emanuele Ferragina nel suo ultimo libro, La maggioranza invisibile (Rizzoli). Ferragina nasce a Catanzaro nel 1983, studia scienze politiche a Torino e si forma in giro per l’Europa tra Bordeaux, Parigi e un dottorato all’Università di Oxford dov’è attualmente lecturer nel dipartimento di Politiche Sociali. È un politologo, editorialista del Fatto quotidiano e membro della Fonderia Oxford, laboratorio politico formato da accademici italiani accomunati, si legge sul sito, «da un forte legame con l’Italia e dalla voglia di continuare a crescere (e magari tornare) in un paese più giusto, libero ed eguale».

La maggioranza invisibile è il suo secondo libro, con un lungo sottotitolo ad uso e consumo immediato: chi sono gli italiani per i quali la politica non fa nulla, e come potrebbero cambiare davvero l’Italia. In realtà è un testo a quattro mani realizzato insieme al collega connazionale Alessandro Arrigoni, anche lui ricercatore di Oxford.

Ferragina e Arrigoni utilizzano lo strumento concettuale della maggioranza invisibile per racchiudere unitariamente cinque classi sociali in conflitto. In questo scenario politico la distinzione tra destra e sinistra, secondo i giovani politologi, è prettamente nominale: la prima sarebbe noliberista, la seconda garantista, salvo poi annullarsi in una specie di socialismo blairesco da “Terza via”, figlio della Tatcher, che persegue indistintamente austerity e taglio del costo del lavoro. Una politica economica che in Italia va avanti da almeno trent’anni, con un’accelerata dopo Tangentopoli, che ha portato alla creazione di una maggioranza invisibile che secondo i calcoli di Ferragina e Arrigoni è fatta da 25 milioni di italiani, la metà del corpo elettorale. Il guaio è che non si tratta di operai uniti nella lotta ma immigrati, pensionati, precari, disoccupati e depressi che il più delle volte se le danno di santa ragione tra loro. Una grossa fetta della popolazione italiana che non può contare su assunzione e assistenza sociale e nello stesso tempo conta moltissimo per l’economia a basso costo.

La maggioranza invisibile, che riprende in un senso politicamente invertito la “maggioranza silenziosa” conservatrice che Nixon incitava a votare a favore della guerra in Vietnam, è praticamente il nuovo proletariato, con la differenza che siamo di fronte a frammenti sconclusionati di difficile se non impossibile rappresentanza. Nelle elezioni politiche del 2013 il MoVimento 5 Stelle è riuscito a raccogliere le istanze di questa classe liquida, salvo poi disperderla in una propaganda isterica.

La maggioranza invisibile è un libro di analisi elettorale italiana con elementi di storia del fordismo. Ti spiega come la polarità berlusconiana-antiberlusconiana ha rispecchiato una polarità culturale più che politica, nascondendo una natura economica unitaria che piuttosto che essere senza ideologie è semmai guidata dall’unica ideologia sopravvissuta alla crisi energetica del ’73 e alla caduta del Muro dell’89, quella neoliberista e monetarista, ossessionata dalle privatizzazioni e dal taglio del costo del lavoro. Ti racconta l’importanza del welfare state, della redistribuzione, del lavoro ben pagato e del potere di negoziazione contrattuale. Al centro un mostro informe che se soltanto si riuscisse a compattare e a essere solidale prima di tutto con se stesso determinerebbe grossi cambiamenti. Maggioranza invisibile, si legge alla fine del libro, è «profitto che finisce sempre nelle tasche di qualun altro», «ricerca vana di un asilo, è scelta fra la carriera e l’avere un bambino», «è studio non riconosciuto, è lavoro in un call center a 370 euro al mese, è figli a carico sostenuti a stento».

Emanuele, per chi hai scritto questo libro?

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La maggioranza invisibile

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La maggioranza invisibile è profitto che finisce sempre nelle tasche di qualun altro, è manodopera qualificata ma a basso costo, è elusione continua delle regole per far galleggiare un paese al collasso. La maggioranza invisibile è ricerca vana di un asilo, è scelta fra la carriera e l’avere un bambino. La maggioranza invisibile è studio non riconosciuto, è lavoro in un call center a 370 euro al mese, è figli a carico sostenuti a stento. La maggioranza invisibile è pause sigaretta, è caffè bevuti in serie alla macchinetta. La maggioranza invisibile è solitudine, è tensione precaria non protetta.

La maggioranza invisibile è una pensione da 500 euro, è un figlio disoccupato da mantenere, è un migrante che cerca fortuna. La maggioranza invisibile è raccolta di arance a 15 euro al giorno, è nottate passate in un capannone, è quattordici ore di lavoro sognando un futuro migliore. La maggioranza invisibile è il vicino colto che vive a stento, è tua sorella che lavora senza contratto celando il malcontento. La maggioranza invisibile è forza trainante dell’economia, è schiavitù legalizzata al soldo di chi non produce niente, è pagamento a rate postdatate per i lussi dei garantiti. La maggioranza invisibile è numero che cresce dimenticato, è gruppo sociale in potenza che continua a passare inosservato. La maggioranza invisibile è l’unica speranza per un paese stanco e vecchio. La maggioranza invisibile è la reincarnazione di antiche lotte, è storie di vita comune che un giorno potrebbero farsi racconto.

La maggioranza invisibile di Emanuele Ferragina citata qui (La maggioranza invisibile, Bur, Milano 2014, pp. 248-249), più che la “maggioranza silenziosa” di Nixon richiama gli inesistenti del filosofo francese maoista Alain Badiou. Questi sono molto più poveri di quelli. Sono i riot di Londra, i popoli della Primavera Araba, Occupy Hong Kong e Wall Street, i cittadini di Iguala scesi in strada per chiedere giustizia sugli studenti uccisi dal sindaco, gli indignados spagnoli. Ma invisibili e inesistenti hanno dalla loro diversi punti in comune. Nonostante l’impossibilità di essere visti, sono contati, nel senso che contano per la società, sono forza lavoro a basso costo di una certa importanza, quindi in comune hanno lo sfruttamento. Infine sono eterogenei tra loro, non appartengono a una classe specifica.

Quell’idiota di Derrida

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Un anno ho cercato di leggere Il capitale con un gruppo che seguiva il programma di lingue romanze della Johns Hopkins. Con mia immensa frustrazione, dedicammo quasi l’intero semestre al primo capitolo. Io ripetevo: «Dobbiamo andare oltre, per arrivare almeno alla trattazione della “Giornata lavorativa”», e la risposta era sempre: «No, no, no, dobbiamo chiarire bene. Cos’è il valore? Cosa dobbiamo intendere con denaro e merce? Cos’è il feticcio?» e così via. Usavano anche l’edizione tedesca per accertarsi della traduzione. Scoprii anche che essi si ispiravano a qualcuno che non avevo mai sentito nominare, che pensai dovesse essere un idiota dal punto di vista politico, se non addirittura da quello intellettuale, per aver diffuso un approccio simile. Questa persona era Jacques Derrida.

David HarveyIntroduzione al Capitale. 12 lezioni sul primo libro, La Casa Usher, Firenze 2012, p. 15.

Questa non è una pizza

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Nella sua ultima pubblicità Pizza Hut fa assaggiare le sue nuove pizze a dei vecchietti di Sorrento i quali, ovviamente, non apprezzano.

Eccola qui l’essenza del capitalismo: la qualità del prodotto non ha assolutamente importanza (la pizza giudicata non-pizza da chi la pizza l’ha creata), ciò che conta è che si produca il prodotto. La produzione prima della cosa da produrre, con la conseguenza che le cose sono senza contenuto, cosalità, brocche senza acqua, basta che siano prodotte e che qualcuno le compri. Folle catena che per essere giustificata deve essere costantemente rinnovata come le nuove pizze che giustificano questo spot. Tzè, questi anziani prigionieri del passato e dei loro stereotipi, largo alla nuovissima pizza di una catena di fast-food che produce lo stereotipo della pizza.

Così Pizza Hut è ironica (parliamoci chiaro, la nostra pizza non è un granché visto che quelli che ne capiscono non l’apprezzano) e nello stesso tempo autorevole: the tradition is king, change is bad si sente all’inizio dello spot. Ok, facciamo una pizza di merda ma, hey, diamoci un taglio con queste lamentele da vecchio, largo all’innovazione della pizza non-pizza subito pronta e poco costosa.

Quale pazzo si opporrebbe al mantra del cambiamento? Sì, ok, non c’entra con la pizza ma non deconcentrarti, lo spot si chiama the old world…capito dove voglio arrivare? Lo so, non c’è logica, fa nulla, mangia.

The old world sono i prodotti della terra, quelli di cui si nutrivano i nostri nonni e tutte le generazioni precedenti, insomma il cibo che si è mangiato negli ultimi undicimila anni e che oggi costa più di quello industriale e si chiama bio. Anzi, a esser più precisi è il cibo normale, quello semplicemente coltivato, ad esser diventato anch’esso industriale, un prodotto, una cosa svuotata e incatenata in un sistema di produzione e distribuzione. The old world è zappare, the new world is bio (la domanda del comunista è: chi sta zappando?).

Eccolo qui il capitalismo, che trasforma tutto in produzione, anche quello che non ha bisogno di essere prodotto, confezionato e distribuito. Eccolo qui il desiderio mortale dell’uomo che con la tecnica di produzione del capitalismo ottiene il luogo dove portare la tecnica alla sua essenzaprodurre natura. È la ragione per cui il capitalismo sta distruggendo il pianeta: per produrre nuova natura devi rinunciare a quella vecchia. Non vorrai opporti a tutto questo e fare la figura di un vecchiardo paternalista retrogrado come questi teneri nonni di Sorrento? The tradition is king, change is bad.

Lo so, è solo lo spot di una pizza, non esageriamo. E se vogliamo dirla tutta, la pizza di Pizza Hut is good, come sentenzia il vecchietto alla fine. Per poi precisare, dopo esser stato rimbeccato dalla moglie, but is not pizza.