Le parole e le cose

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Pronunciate la parola «leone», scrive [Hegel] nella Filosofia dello spirito jenese, e avrete creato il leone ex nihilo, abolendone la realtà sensibile. Pronunciate la parola «cane», chiosa Kojève, e avrete ucciso il cane reale, che abbaia e agita la coda. Pronunciate la parola «gatto», continua Blanchot, ed ecco che «la morte parla». Pronunciate la parola «elefanti», conclude Lacan, ed ecco che una mandria di elefanti fa il suo ingresso, al gran completo, nella stanza  […].  

Mikkel Borch-Jacobsen, Lacan, il maestro assoluto, Einaudi, Torino 1999, pp. 232-233.

Rivoluzione

 alt e lac

L’avvenire: possono pensarci. Hanno Ragione. Ci saranno rivoluzioni che saranno per loro più amare o crudeli di quella per cui temono di perdere la loro posizione sociale, il loro reddito e il resto. E’ sempre possibile sfuggire agli effetti finanziari e sociali di una rivoluzione sociale. E non vale la pena, Dio gliene scampi!, di attraversare il mare…basta dare assicurazioni, garanzie, insomma conoscere le buone maniere […]. No. Parlo di un’altra rivoluzione, quella che lei prepara senza che lo sappiamo, quella da cui nessun mare al mondo potrà proteggerli, né alcuna rispettabilità, che sia capitalista o socialista: quella che li priverà della sicurezza del loro Immaginario e darà loro un giorno la possibilità […] di liberare il loro desiderio di uomini, che non ha il nome, non il nome di uomo, e quindi certamente non il nome di desiderio […], rivoluzione che darà loro un giorno la possibilità di liberare il loro “desiderio” d‘“uomini” dall’Immaginario della condizione sociale, religiosa, morale, matrimoniale ecc.   

Louis Althusser, corrispondenza con Jacques Lacan (lettera non spedita, Parigi, martedì 10 dicembre [1963] ore 18), in Sulla psicoanalisi, Freud e Lacan, Raffaello Cortina, Milano 1994, pp. 266-267.

Tutte le intelligenze sono uguali

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Ma ecco allora tutta un’altra storia. Il folle – il fondatore, come lo chiamano i suoi seguaci – entra in scena con il suo Télémaque – un libro, una cosa. Prendi e leggi, dice al povero. – Non so leggere, risponde questi. Come potrei comprendere quanto vi è scritto sul libro? – Come hai compreso ogni altra cosa fino a questo momento: paragonando due fatti. Ecco, ti dico un fatto: Calypso ne pouvant se consoler du départ de Ulysse. Ripeti: Calypso, Calypso ne…Ecco ora un secondo fatto: le parole sono scritte là. Non riconosci nulla? La prima parola che ho pronunciato è Calypso, non sarà allora anche la prima scritta su un foglio? Guardala bene, fino a che non sarai sicuro di riconoscerla sempre tra una folla di altre parole. A tal fine è necessario che tu mi dica tutto ciò che vedi. Vi sono là dei segni che una mano ha tracciato sulla carta, di cui una mano ha assemblato gli stampi in stamperia. Raccontami questa parola […]. Raccontami la forma di ogni lettera nello stesso modo in cui descriveresti le forme di un oggetto o di un luogo sconosciuto. Non dire che non puoi. Sai vedere, sai parlare, sai mostrare, puoi ricordare. Cos’altro serve? Un’attenzione assoluta per vedere e rivedere, dire e ridire. Non cercare di ingannarmi e di ingannarti. E’ davvero questo ciò che hai visto? Cosa ne pensi? Non sei forse un essere pensante? O credi forse di essere tutto corpo?.

Joseph JacototJournal de l’émancipation intellectuelle, 1835 – 1836, p. 15, cit. in Jacques RancièreIl maestro ignorante, pp. 51-52, Mimesis, Milano 2008.  

Figlio della Rivoluzione Francese, artigliere, pedagogo e insegnante di retorica, il signor Jacotot si mise in testa di insegnare senza sapere. Fu esiliato dai Borboni in Belgio e ottenne dal re dei Paesi Bassi un posto da professore di francese. Lì si trovo di fronte a qualcosa di insolito, l’inizio di una straordinaria avventura intellettuale. La classe a cui doveva insegnare non spiccicava una parola di francese, solo olandese. Un bel grattacapo. Decise così di distribuire un giornale bilingue dell’epoca, Télémaque, che aveva su un fronte il testo in olandese, sull’altro la traduzione in francese. Chiese alla classe di imparare il testo straniero per mezzo della traduzione nella lingua madre e quando giunsero a metà della rivista gli chiese di ripetere incessantemente quanto avevano appreso, contendantosi di leggere il testo quel tanto che bastava per essere in grado di raccontarlo in francese. «Si aspettava orrendi barbarismi, forse financo un’incapacità assoluta – racconta Félix et Victor Ratier nel Journal de philosophie panéstique – non importa! Bisognava verificare ove li avesse condotti questa via aperta del caso, quali fossero i risultati di un tale esperimento disperato. Quanto fu sorpreso egli stesso di scoprire che quegli allievi, lasciati a se stessi, s’erano tratti da tale difficile prova altrettanto bene di quanto avrebbero potuto molti francesi?». L’esperimento riuscì, alla grande: gli allievi spiegavano in francese il contenuto della rivista, il tutto grazie a un solo metodo, anzi due: comparazione e ripetizione.

Jacotot scoprì di non aver insegnato niente, eppure stava insegnando qualcosa. Cosa? L’attenzione, perché di null’altro si ha bisogno quando si vuole imparare qualcosa. Il presupposto di base è che tutte le intelligenze sono uguali, quella che insegna e quella che impara. Un’affermazione inaudita, rivoluzionaria, lontana anni luce dal metodo di insegnamento usuale che presuppone al contrario un sapiente e un ignorante, rapporto di relazione che dalla scuola si riproduce a tutti i livelli della società. E’ rivoluzionario perché emancipa, per esempio come nel caso del padre contadino analfabeta che può verificare se suo figlio stia imparando a leggere. Come? Verificando. «Leggimi il testo, raccontami di cosa parla» dirà il padre che non ha altro strumento che quello dell’attenzione, la stessa attenzione che trasmetterà al figlio.

Il fatto è questo: non è vero che c’è chi sa e chi non sa, chi può e chi non può, non è vero insomma che le intelligenze sono diverse. Certo, non è vero neanche il contrario, che tutti sanno e tutti possono. Ma state pur certi, come afferma Rancière, che è vero questo: forse le intelligenze sono uguali. Perché il punto fondamentale è che nel cercare ciò che si vuol sapere non si smetta mai di cercare, ovvero non si smetta mai di volerlo. L’intelligenza è pura volontà di vigilare, di essere attenti. Chi – magari perché umile, perché povero, perché non si sente capace di farlo – non crede che l’attenzione basti per imparare tutto, ma proprio tutto ciò che si vuole sapere allora sappia che non si rispetta, tradisce sé stesso, manca di volontà. Perché la ragione è la cosa più naturale che c’è. 

Il progresso

Intendiamo uomini di progresso nel senso letterale del termine: uomini che marciano, che non si occupano del rango sociale di colui che ha affermato tale o talaltra cosa, ma vanno a vedere da sé stessi se la cosa affermata è vera; viaggiatori che percorrono l’Europa alla ricerca di procedimenti, metodi ed istituti degni di essere imitati; che non vedono perché mai si dovrebbe si dovrebbe passare sei anni ad apprendere una cosa, se è provato che la si può apprendere in due soli; che pensano soprattutto che il sapere non è nulla, e che invece fare è tutto, che le scienze non sono fatte per essere spiegate ma per produrre delle nuove scoperte e delle invenzioni utili; che, quindi, quando sentono parlare di invenzioni profittevoli, non si accontentano di lodarle o commentarle, ma offrono, se possibile, la loro fabbrica o la loro terra, i loro capitali o la loro dedizione, per farne la prova.

Jacques Rancière, Il maestro ignorante, Mimesis, Milano 2008, p. 124.

Non abbiamo intenzione di annunciarlo, non abbiamo intenzione di annunciare quando avremo intenzione di annunciarlo, e non abbiamo intenzione di annunciare una strategia circa il suo annuncio e neanche circa quando avremo intenzione di annunciarla, o circa la strategia di comunicazione che circonda l’annuncio della strategia

Strauss Zelnick, Take-Two boss sull’uscita di GTA V

Ogni uomo storico conosce l’essere immediatamente, senza tuttavia riconoscerlo come tale. Ma tanto è decisa l’immediatezza di questa conoscenza dell’essere, tanto raramente si riesce davvero a pensarlo. Non è che questo pensiero sia difficile o esiga particolari preparativi per essere messo in atto. La difficoltà consiste semmai nel fatto che pensare l’essere è la cosa più semplice, tuttavia proprio ciò che è semplice a noi riesce quanto mai difficile.
Per pensare l’essere non occorrono né la solenne pomposità che fa uso di una complicata erudizione, né gli stati singolari ed eccezionali quali gli sprofondamenti mistici e le estasi in un’assorta pensosità. C’è bisogno, invece, solo del semplice risvegliarsi nella vicinanza di un qualsiasi ente inappariscente, un risveglio che vede improvvisamente che l’ente «è».

Martin Heidegger, Parmenide, Adelphi, Milano 2005, p. 266.

Che cos’è la filosofia?

La filosofia ha in realtà una doppia origine […], come tanti altri mostri è nata due volte. E’ nata una prima volta con tutti quelli che chiamiamo presocratici: Parmenide, Eraclito, Empedocle. Ma tutti loro erano dei poeti, dunque la filosofia è nata una prima volta nella poesia. E’ nata una seconda volta, probabilmente con Platone, o con Socrate, e questa seconda nascita era contraria alla prima. La seconda nascita è una critica della prima. Cosa è in gioco in questa disputa? L’argomento. Il poeta parla in suo nome, parla mediante l’autorità della parola […], un tono molto vicino alla parola sacra. Chiamiamo parola sacra semplicemente quella parola che dichiara che la sua verità è legata a colui che parla.

La seconda nascita è invece la critica radicale di questo punto e comporta un’idea completamente diversa: l’idea che la verità di ciò che viene detto non deve dipendere da colui che parla, la parola della verità non è parola sacra, bensì parola che deve essere provata […]. Si tratta di un conflitto molto profondo perché riguarda l’origine stessa della verità. La verità è ispirazione soggettiva? Oppure è un sistema di dimostrazioni e argomenti che chiunque può far proprio, riprodurre e discutere?

[…] Poiché la filosofia ha questa doppia nascita, essa mantiene un rapporto ambiguo con tutto ciò […]. La filosofia è dunque impura, una sorta di bastardo che appartiene a due famiglie diverse. Si può dire questo in modo molto semplice: la filosofia deve proporre argomenti dialettici secondo il modello della razionalità, ma deve anche convincere i giovani, deve attirarli, e li si giocano operazioni di transfert amoroso.

Alain Badiou, Del capello e del fango, riflessioni sul cinema, pp. 52-54, Pellegrini editore, Cosenza 2009.

In questa splendida riflessione del filosofo francese vivente Alain Badiou si mette in luce la radice della filosofia domandandogli “da dove vieni?”. Quando era agli albori, quando si basava su un dialogo tra due persone che non la pensavano allo stesso modo, la filosofia giocava sulla sana presunzione di convincere l’altro che sto dicendo non la mia ma la verità.

Filein-sofia è amore per la conoscenza. Essa non ama ciò che conosce ma il fatto stesso di conoscere. Che amore strano, senza oggetto, senza legami. Conoscere porta a sapere, sapere è conoscere le cose come stanno. Ciò che si sa quando si sa come stanno le cose è sapere la verità. Cos’è la verità? E’ ciò che era coperto e ora non lo è più, ciò che si svela. Fare filosofia è giocare a carte scoperte.

Il pensiero a volte riflette per senso comune, non si sforza di sapere le cose come stanno. Poi riflette sul senso comune e inizia a fare filosofia. Per dirla alla greca, è quando si riflette sull’opinione, sul “si dice”, che si inizia a fare filosofia. Succede infatti che l’opinione si rompe, il pensiero devia, la riflessione smette di impigrirsi, taglia la questione e arriva al “che vuoi dire?”; allora, senza neanche accorgersene si sta già facendo filosofia. Non è una scienza, non ci vuole una conoscenza particolare, solo un po’ di tecnica e nessun secondo fine. Proprio quando non ci si nasconde dietro al pensiero, ma lo si mostra per metterlo alla prova – perché ciò che conta è la verità che non ha proprietà – che si fa filosofia. Perché essa è amore.

La filosofia quindi non è legata a nessun sapere. Cos’è che a niente è legato? La libertà. La filosofia è pensiero libero. Ma non essere legato a niente non vuol dire essere senza legami, significa scegliere liberamente a cosa o a chi legarsi, come quando si sceglie su cosa riflettere, come quando si ama. La libertà del pensiero sta in questo gioco del legarsi senza essere legati.

Amare il pensiero che conosce è amare un movimento sempre libero e insieme ordinato, scegliere di legarsi a questo movimento. Badiamo bene quindi: la libertà, come la filosofia, è senza fondamento, non è un sapere. Filein-sofia è l’amore per il pensiero che conosce liberamente per scelta.

L’Esserci, in quanto è, ha il modo di essere dell’essere-assieme. Questo non può essere inteso come il risultato della somma di più «soggetti». L’esperienza di una molteplicità sommabile di «soggetti» è possibile solo in quanto gli altri, che innanzi tutto si incontrano nel loro con-Esserci, sono successivamente trattati solo come «numeri» […]. Questo con-essere «irriguardoso», «conta» gli altri senza «contare su di loro» seriamente e senza voler «avere a che fare» con loro.

[In altre parole: la democrazia rappresentativa]

Martin Heidegger, Il con-Esserci degli altri e il con-essere quotidiano, in Essere e tempo, Longanesi, Padova 2011, p. 157.

Viaggio in Italia

Vitri le François, qua sentimmo tre notizie memorabili. […] [Una] riguarda un tal Germano, pure vivente, persona di umile estrazione senz’arte né parte, che sino a ventidue anni d’età era stato una ragazza vista e conosciuta da tutti gli abitanti del luogo e nota per avere sul mento un po’ più di pelo delle altre, tanto che la si chiamava Maria la barbuta. Un giorno, compiendo uno sforzo per saltare, le si produssero gli attributi virili, e il cardinale di Lenoncourt, allora vescovo di Chalons, gli diede il nome di Germano. Tuttavia non s’è sposato; ha una gran barba molto folta […]. Nella città corre ancora sulla bocca delle ragazze una canzoncina nella quale si avvertono a vicenda di non spiccare mai grandi salti, nel timore di diventar maschi come Maria-Germano. Assicurano che la presente notizia venne inserita da Ambrogio Paré nel proprio libro di chirurgia, che è certissima, e in tal senso fu testimoniata al signor de Montaigne dalle prime autorità del luogo.

Michel de Montaigne, Viaggio in Italia, Bur, Milano 2003, p. 109