Tutte le intelligenze sono uguali

classe

Ma ecco allora tutta un’altra storia. Il folle – il fondatore, come lo chiamano i suoi seguaci – entra in scena con il suo Télémaque – un libro, una cosa. Prendi e leggi, dice al povero. – Non so leggere, risponde questi. Come potrei comprendere quanto vi è scritto sul libro? – Come hai compreso ogni altra cosa fino a questo momento: paragonando due fatti. Ecco, ti dico un fatto: Calypso ne pouvant se consoler du départ de Ulysse. Ripeti: Calypso, Calypso ne…Ecco ora un secondo fatto: le parole sono scritte là. Non riconosci nulla? La prima parola che ho pronunciato è Calypso, non sarà allora anche la prima scritta su un foglio? Guardala bene, fino a che non sarai sicuro di riconoscerla sempre tra una folla di altre parole. A tal fine è necessario che tu mi dica tutto ciò che vedi. Vi sono là dei segni che una mano ha tracciato sulla carta, di cui una mano ha assemblato gli stampi in stamperia. Raccontami questa parola […]. Raccontami la forma di ogni lettera nello stesso modo in cui descriveresti le forme di un oggetto o di un luogo sconosciuto. Non dire che non puoi. Sai vedere, sai parlare, sai mostrare, puoi ricordare. Cos’altro serve? Un’attenzione assoluta per vedere e rivedere, dire e ridire. Non cercare di ingannarmi e di ingannarti. E’ davvero questo ciò che hai visto? Cosa ne pensi? Non sei forse un essere pensante? O credi forse di essere tutto corpo?.

Joseph JacototJournal de l’émancipation intellectuelle, 1835 – 1836, p. 15, cit. in Jacques RancièreIl maestro ignorante, pp. 51-52, Mimesis, Milano 2008.  

Figlio della Rivoluzione Francese, artigliere, pedagogo e insegnante di retorica, il signor Jacotot si mise in testa di insegnare senza sapere. Fu esiliato dai Borboni in Belgio e ottenne dal re dei Paesi Bassi un posto da professore di francese. Lì si trovo di fronte a qualcosa di insolito, l’inizio di una straordinaria avventura intellettuale. La classe a cui doveva insegnare non spiccicava una parola di francese, solo olandese. Un bel grattacapo. Decise così di distribuire un giornale bilingue dell’epoca, Télémaque, che aveva su un fronte il testo in olandese, sull’altro la traduzione in francese. Chiese alla classe di imparare il testo straniero per mezzo della traduzione nella lingua madre e quando giunsero a metà della rivista gli chiese di ripetere incessantemente quanto avevano appreso, contendantosi di leggere il testo quel tanto che bastava per essere in grado di raccontarlo in francese. «Si aspettava orrendi barbarismi, forse financo un’incapacità assoluta – racconta Félix et Victor Ratier nel Journal de philosophie panéstique – non importa! Bisognava verificare ove li avesse condotti questa via aperta del caso, quali fossero i risultati di un tale esperimento disperato. Quanto fu sorpreso egli stesso di scoprire che quegli allievi, lasciati a se stessi, s’erano tratti da tale difficile prova altrettanto bene di quanto avrebbero potuto molti francesi?». L’esperimento riuscì, alla grande: gli allievi spiegavano in francese il contenuto della rivista, il tutto grazie a un solo metodo, anzi due: comparazione e ripetizione.

Jacotot scoprì di non aver insegnato niente, eppure stava insegnando qualcosa. Cosa? L’attenzione, perché di null’altro si ha bisogno quando si vuole imparare qualcosa. Il presupposto di base è che tutte le intelligenze sono uguali, quella che insegna e quella che impara. Un’affermazione inaudita, rivoluzionaria, lontana anni luce dal metodo di insegnamento usuale che presuppone al contrario un sapiente e un ignorante, rapporto di relazione che dalla scuola si riproduce a tutti i livelli della società. E’ rivoluzionario perché emancipa, per esempio come nel caso del padre contadino analfabeta che può verificare se suo figlio stia imparando a leggere. Come? Verificando. «Leggimi il testo, raccontami di cosa parla» dirà il padre che non ha altro strumento che quello dell’attenzione, la stessa attenzione che trasmetterà al figlio.

Il fatto è questo: non è vero che c’è chi sa e chi non sa, chi può e chi non può, non è vero insomma che le intelligenze sono diverse. Certo, non è vero neanche il contrario, che tutti sanno e tutti possono. Ma state pur certi, come afferma Rancière, che è vero questo: forse le intelligenze sono uguali. Perché il punto fondamentale è che nel cercare ciò che si vuol sapere non si smetta mai di cercare, ovvero non si smetta mai di volerlo. L’intelligenza è pura volontà di vigilare, di essere attenti. Chi – magari perché umile, perché povero, perché non si sente capace di farlo – non crede che l’attenzione basti per imparare tutto, ma proprio tutto ciò che si vuole sapere allora sappia che non si rispetta, tradisce sé stesso, manca di volontà. Perché la ragione è la cosa più naturale che c’è. 

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