Per ciò che concerne le idee di Lacan, penso che egli metta in atto un’immaginazione molto pertinente nella ricerca del significante e si disinteressi del significato. Ora, un discorso scientifico, in quanto branca del sapere, non può permetterselo senza risultare mutilo. Per questo, quando leggo i suoi testi, non posso fare a meno di pensare: parole, parole, parole. Nonostante io ami e ammiri Mallarmé

Lettera di Rudolph Loewenstein a Jean Miel, 12 settembre 1967, The Collectiona of the Manuscript Division, Library of Congress, Washington.

Morire per un pugno di figa

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Supponete, dice Kant, che per mettere un freno agli eccessi di un lussurioso si realizzi la situazione seguente. C’è, in una camera, una signora verso cui lo portano momentaneamente i suoi desideri. Gli si lascia la libertà di entrare nella camera per soddisfare il suo desiderio, o il suo bisogno, ma alla porta d’uscita c’è la forca a cui sarà impiccato. Ma non è tutto qui, non è questo il fondamento della moralità di Kant. Vedrete dove sta la forza della dimostrazione. Per Kant non fa una grinza che la forca rappresenti un’inibizione sufficiente: è escluso che un individuo possa andare a fottere pensando che all’uscita lo aspetta la forca. Poi, stessa situazione per quanto riguarda l’esito tragico, ma abbiamo un tiranno che offre a qualcuno la scelta tra la forca e il suo favore, a condizione che faccia una falsa testimonianza contro un amico […]. Seguendolo su questo terreno, c’è tuttavia una cosa che sembra sfuggirgli: è che dopotutto non è escluso che, a certe condizioni, il soggetto della prima scena, non dico che si offra al supplizio, ma che possa prendere in considerazione l’eventualità di offrirsi a esso […]. Il nostro filosofo di Königsberg, questo simpatico personaggio, non sembra affatto considerare quella che Freud chiamerebbe sublimazione dell’oggetto […]. Kant, dunque, non sembra affatto considerare che in certe condizioni di sublimazione quell’oltrepassamento sia concepibile, tanto che si può dire che non è affatto impossibile che un signore vada a letto con una donna essendo sicuro di essere sgozzato all’uscita, dalla forca o da qualcos’altro, non è affatto impossibile che questo signore consideri freddamente quella fine che lo aspetta all’uscita, solo per il piacere di tagliare a pezzi la signora, per esempio. 

Jacques Lacan, Il seminario VII, l’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2008, pp. 130-131. 

Harpo

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Le cose di cui si tratta qui […] sono le cose in quanto mute. E le cose mute non sono affatto la stessa cosa delle cose che non hanno alcun rapporto con le parole. Basta evocare la figura che chiunque di voi avrà presente, quella del terribile muto dei quattro Marx Brothers, Harpo. C’è forse qualcosa che possa porre una questione in un modo più presente, più pressante, più coinvolgente, più sconvolgente, più nauseante, più fatto per gettare nell’abisso e nel nulla tutto ciò che succede in sua presenza, di quella faccia segnata da un sorriso di cui non si sa se sia quello della più estrema perversità o della stupidità più completa, la faccia di Harpo Marx? 

Jacques Lacan, Il seminario VIII, l’etica della psicoanalisi 1959-60, Einaudi Torino 2008, p. 65.

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Delle azioni, alcune sono rette, altre sono errate, altre non sono né una cosa né l’altra. Sono azioni rette le seguenti: aver senno, essere saggi, agire giustamente, gioire, beneficiare, vivere prudentemente. Sono azioni errate: agire dissennatamente, essere intemperanti, agire ingiustamente, essere tristi, rubare e, in generale, fare cose contrarie alla retta ragione. Né rette né cattive sono: parlare, fare domande, rispondere, passeggiare, emigrare e simili

Stobeo, 2, 96, 18 = Johannes von Arnim, Stoicorum veterum fragmenta, in aedibus Teubneri, Lipsiae 1903-38, vol. II, p.501. Citato in Giorgio Agamben, Opus Dei, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 83.  

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La vita umana è inoperosa e senza scopo, ma proprio questa argia e questa assenza di scopo rendono possibile l’operosità incomparabile della specie umana. L’uomo si è votato alla produzione e al lavoro, perché è nella sua essenza affatto privo di opera, perché egli è per eccellenza un animale sabatico […]. Questa inoperosità è la sostanza politica dell’Occidente, il nutrimento glorioso di ogni potere. Per questo festa e oziosità tornano incessantemente ad affiorare nei sogni e nelle utopie politiche dell’Occidente e altrettanto in essi fanno naufragio. Esse sono i relitti enigmatici che la macchina economico-teologica abbandona sulla battigia della civiltà e sui quali gli uomini tornano ogni volta inutilmente e nostalgicamente a interrogarsi. Nostalgicamente, perché sembrano contenere qualcosa che appartiene gelosamente all’essenza umana; inutilmente, perché non sono in realtà che le scorie del combustibile immateriale e glorioso che il motore della macchina ha bruciato nel suo inarrestabile giro. 

Giorgio Agamben, Il Regno e la Gloria, Neri Pozza Vicenza 2007, pp. 268-269.

Nella foto, Etimasia, mosaico, XII secolo. Roma, San Paolo fuori le mura, abside.

La Gloria dei media

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Se i media sono così importanti nelle democrazie moderne, ciò non è, infatti, perché essi permettono il controllo e il governo dell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto perché amministrano e dispensano la Gloria, quell’aspetto acclamativo e dossologico del potere che nella modernità sembrava scomparso. La società dello spettacolo – se chiamiamo con questo nome le democrazie contemporanee – è, da questo punto di vista, una società in cui il potere nel suo aspetto «glorioso» diventa indiscernibile dall’oikonomia [economia] e dal governo. Aver identificato integralmente Gloria e oikonomia nella forma acclamatoria del consenso è, anzi, la prestazione specifica delle democrazie contemporanee e del loro government by consent, il cui paradigma originale non è scritto nel greco di Tucidide, ma nell’arido latino dei trattati medievali e barocchi sul governo divino nel mondo.

Giorgio Agamben, Il Regno e la Gloria, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 10-11. 

La democrazia rotta

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Il principio democratico della divisione dei poteri è oggi venuto meno. Il potere esecutivo ha di fatto assorbito, almeno in parte, il potere legislativo. Il parlamento non è più l’organo sovrano cui spetta il potere esclusivo di obbligare i cittadini attraverso la legge: esso si limita a ratificare i decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico, la Repubblica non è più parlamentare, ma governamentale. Ed è significativo che una simile trasformazione dell’assetto costituzionale oggi in corso in misura diversa in tutte le democrazie occidentali, benché sia perfettamente nota ai giuristi e ai politici, rimanga del tutto inosservata da parte dei cittadini. Proprio nel momento in cui vorrebbe dar lezioni di democrazia a culture e tradizioni diverse, la cultura politica dell’Occidente non si rende conto di averne del tutto smarrito il canone.

Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Borighieri, Torino 2003, p. 28.

La tecnica rotta

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Tra il 1924 e il 1926, il filosofo Sohn-Rethel abitava a Napoli. Osservando il contegno dei pescatori alle prese con le loro barchette a motore e degli automobilisti che cercavano di far partire le loro vecchissime vetture, egli formulò una teoria della tecnica che definì scherzosamente “filosofia del rotto”. Secondo Sohn-Rethel, per un napoletano le cose cominciano a funzionare soltanto quando sono inadoperabili. Ciò vuol dire che egli comincia a usare veramente gli oggetti tecnici  solo dal momento in cui essi non funzionano più; le cose intatte, che funzionano bene per conto loro, lo indispettiscono e gli sono invise. E, tuttavia, ficcando un pezzo di legno nel punto giusto o assestando loro un colpo al momento opportuno, egli riesce a far funzionare il dispositivo secondo i suoi desideri. Questo comportamento, commenta il filosofo, contiene un paradigma più alto di quello corrente: la vera tecnica comincia non appena l’uomo è capace di opporsi all’automatismo cieco e ostile delle macchine e impara a spostarle in territori e usi imprevisti, come quel ragazzo che in una via di Capri aveva trasformato un motorino da motocicletta rotta in una apparecchio per montare la panna.

Giorgio Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2010, pp. 140-141.

Scoreggie musicali

Alcuni imitano i versi degli uccelli, degli animali e le voci degli altri uomini che non è possibile non esserne ingannati; altri, poi, emettono dall’ano a loro piacimento e senza alcun cattivo odore così tanti e così vari suoni, che sembrano quasi cantare con quella parte del corpo

Aurelio Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, XIV, 24.