Chi sono i terroristi/5 – Universalismo

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[Ripubblico un pezzo scritto l’11 settembre 2014 sull’universalismo. Lo spunto fu allora un articolo di Slavoj Žižek sul caso di Rotherham. Universalismo è il contrario di relativismo e della tolleranza volteriana. Il primo è una specie di sofismo infinito che annichilisce ogni diversità, la seconda, allo stesso modo ma all’inverso, tollera chiunque, anche gli intolleranti. In entrambi i casi è buonismo che maschera ignavia, incapacità di prendere posizione. Universalismo è invece la selezione di valori da parte di una cultura dominante. Sembra esattamente la concezione colonialista dell’umanismo che ci ha portato in questo disastro, ma la differenza sta nella definizione di “cultura dominante”: non è la cultura dei bianchi ricchi ma al contrario l’Europa multiculturale che chiede a tutti cosa sia universale e cosa no. Se l’universalismo umanista storico dell’Europa è esclusivo, questo è inclusivamente selettivo: tutti possono parteciparvi, a patto però che si voglia la partecipazione di tutti. È uno sforzo complicato, pericoloso (perché si dovranno scardinare i privilegi), ma più onesto e autentico di un generico universalismo umanista che non è altro che colonialismo mascherato. Questo universalismo pratico, positivo, è lo sforzo di dettare diritti al fine di emancipare tutti. Ma se questa cultura dominante include gli emancipati, su cosa domina? Su chi vorrebbe una società divisa tra sfruttati e sfruttatori, che resterà sempre un’alternativa allettante. Attenzione, vi domina culturalmente, non economicamente, altrimenti non sarebbe nuovamente che la divisione tra sfruttati e sfruttatori. L’universalismo di cui si parla è frastagliato e frastorna chiunque vi partecipa mettendo in discussione i privilegi di cui gode]

«Bisognerebbe evitare di farci intrappolare nel gioco progressista di “quanta tolleranza nei confronti dell’altro possiamo permetterci”: dovremmo tollerare che si picchino le donne, che si obblighino i figli a matrimoni combinati, che si brutalizzino i gay e così via? Messa in questi termini, naturalmente, non siamo mai abbastanza tolleranti, oppure siamo sempre troppo tolleranti, perché trascuriamo i diritti delle donne.

L’unico modo per uscire da questa impasse è proporre un progetto positivo universale condiviso da tutti i partecipanti e lottare per la sua realizzazione. Proprio per questo, un compito cruciale di chi oggi combatte per l’emancipazione è superare il semplice rispetto per gli altri e avviarsi verso una vera Leitkultur [cultura dominante] emancipatrice, la sola che può sostenere un’autentica coesistenza e mescolanza di culture diverse.
Il nostro assioma dovrebbe essere che la lotta contro il neocolonialismo occidentale così come la lotta contro il fondamentalismo, la lotta di Wikileaks e di Edward Snowden così come la lotta contro l’antisemitismo così come la lotta contro il sionismo aggressivo sono parte di una stessa e unica lotta universale. Se ci perdiamo nei compromessi, la nostra vita non merita di essere vissuta».

Slavoj ŽižekRotherham e i limiti della società multiculturale, Internazionale 5/11 settembre 2014, n. 1067, p. 35.

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Il discorso del filosofo sloveno coglie due punti sostanziali relativi all’efficacia delle politiche di emancipazione.

1. I principi universali non possono essere induttivi ma soltanto deduttivi. Non ci si può “mettere d’accordo” sulla base delle identità delle comunità umane concrete che coesistono in uno stesso territorio. Così facendo si determina soltanto il gioco infinito delle classi dominanti con la loro concezione della tolleranza, la loro leitkultur, ovvero esattamente quello che accade oggi, con l’aggravante che questo “gioco delle tolleranze” è travestito da un finto multiculturalismo, una politica pseudo-egualitaria che resta tale fintantoché non tocca gli interessi di chi la promuove.
Invece i principi universali di una sana convivenza multiculturale sono, purtroppo, deduttivi. Dico purtroppo perché sono per forza di cose campati in aria: idee, principi, assiomi etici che solo in un secondo momento vanno “indotti” ovvero, come dice Zizek, “condivisi da tutti i partecipanti”, “lottando per la loro realizzazione”. Lottando per la loro realizzazione? “Ma basta con le guerre e la violenza, vogliamo la pace” afferma chi è già emancipato. “Anche noi vogliamo la pace, ma per ottenerla dobbiamo lottare” replicano quelli che non sono emancipati. Il concetto di lotta porta al secondo punto sostanziale per realizzare una politica di emancipazione su principi universali dedotti.

2. C’è un’universalità di fondo in tutte le eterogenee lotte di emancipazione a cui assistiamo in questi anni. Non si tratta però di un’universalità che balza agli occhi, sostanziale, evidente, ma di un’universalità nascosta che va tirata fuori per i capelli. È un’universalità partecipativacoattiva: questa universalità la dobbiamo trovare, non è lei che trova noi.
Ora però il punto 1, che i principi universali di emancipazione sono essenzialmente deduttivi, rischia di restare un postulato astratto se non prende spunto da qualcosa di concreto. L’eterogeneità delle lotte di emancipazione moderne potrebbe essere la concretezza di cui hanno bisogno i principi di emancipazione universale. L’eterogeneità di eventi quali la primavera araba, le lotte di Wikileaks per la libertà di informazione, il sacrificio di Edward Snowden per la libertà dei cittadini occidentali, la lotta delle Pussy riot contro l’establishment russo, ma anche le proteste di Ferguson contro la polizia che spara ai negri, sono tutte lotte che hanno qualcosa in comune tra loro, pur rivendicando interessi politici diversi, finanche interessi di classe, di lobby, di mestieri, differenti.

Scoprire quale sia questo qualcosa di comune, riordinarlo in un quadro di principi universali da negoziare tra le comunità umane, è lo scopo di ogni politica di emancipazione. Questi principi, essendo dedotti idealmente e non indotti praticamente, non possono che essere massimamente generici ma proprio per questo massimamente etici:

• Il profitto è il valore dello sfruttamento.
• I soldi sono uno strumento, non lo scopo (tecnicamente è merda vitale).
• La finanza attuale non può più essere tollerata come strumento per arricchirsi, va limitata e regolamentata, oppure eliminata, perché il concetto di ricchezza che concepisce non è di tipo distributivo ma speculativo, basato su un finto liberalismo che rivendica una finta propria ricchezza fatta di finti solitari sforzi quando in realtà sono il frutto degli sforzi anche di altri, i quali prendono le briciole, se non nulla (vedi profitto come valore di sfruttamento).

Una volta tutti questi principi si raccoglievano nel concetto di “comunismo”. Ma c’è un tempo anche per le parole. Fortunatamente non per i principi che in esso sono contenuti, che sono immortali.

Riordinare i principi universali e negoziarli tra le comunità umane per una sana convivenza sono il fondamentalmente passo che l’umanità, da quando è nato il comunismo, ha sempre mancato di fare. Fallendo, grandiosamente o miseramente, proprio un attimo prima.

Chi sono i terroristi/4 – Il desiderio del fondamentalista

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di Slavoj Žižek

[Questo articolo è uscito su The New Statesman il 10 gennaio 2015 e tradotto in italiano da Le parole e le cose]

Ora, mentre siamo tutti sotto choc dopo la furia omicida negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare. Dovremmo, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà e farlo senza riserve nascoste (del tipo «comunque Charlie Hebdo provocava e umiliava troppo i Musulmani»). Ma questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo pensare più a fondo.
Pensare più a fondo non ha nulla a che fare con la relativizzazione a buon mercato del crimine (il mantra «chi siamo noi occidentali, perpetratori di massacri terribili nel Terzo Mondo, per condannare atti simili»). Ha ancora meno a che fare con la paura patologica di molta sinistra liberal occidentale: rendersi colpevole di islamofobia. Per questa falsa sinistra ogni critica verso l’Islam è espressione di islamofobia occidentale: Salman Rushdie fu accusato di aver provocato inutilmente i Musulmani e quindi di essere responsabile, almeno in parte, della fatwa che lo ha condannato a morte, eccetera. Il risultato di una simile posizione è quello che ci può aspettare in questi casi: più la sinistra liberal occidentale esprime la propria colpevolezza, più viene accusata dai fondamentalisti di ipocrisia che nasconde odio per l’Islam. Questa costellazione riproduce perfettamente il paradosso del Super-io: più obbedisci a ciò che l’Altro ti chiede, più sei colpevole. Più tolleri l’Islam, più la pressione su di te è destinata a crescere.

Ecco perché trovo insufficienti i richiami alla moderazione sulla falsariga dell’appello di Simon Jenkins («The Guardian», 7 gennaio), secondo il quale il nostro compito è quello di «non reagire eccessivamente, di non pubblicizzare eccessivamente le conseguenze dell’accaduto. È invece quello di trattare ogni evento come un episodio di orrore passeggero». L’attacco a Charlie Hebdo non è stato un mero «episodio di orrore passeggero»: seguiva un preciso piano religioso e politico e, come tale, era parte di uno schema molto più ampio. Certo: non dobbiamo reagire eccessivamente se per questo si intende soccombere a una cieca islamofobia – dovremmo però analizzare questo piano in modo spregiudicato.

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Chi sono i terroristi/3 – Conversazione tra Badiou e Hazan

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[Il 24 dicembre 2008, sulla rivista Politis, è stato pubblicato un articolo, riportato dal collettivo francese Le parole sono importanti, firmato dal filosofo Alain Badiou e dello scrittore Eric Hazan a proposito della parola terrorismo. Lo spunto allora era il caso dell’ex prefetto di Var, in Francia, Jean-Charles Marchiani, riconosciuto prima colpevole di abuso di beni aziendali – per commissioni guadagnate illegalmente per un importo di 10 milioni di franchi -, incriminato per aver preso parte a un traffico di armi con l’Angola e infine graziato dal presidente Sarkozy dopo soli sei mesi di carcere. «Mentre Julien Coupat – osserva il collettivo Le parole – ancora langue in carcere senza processo, perché è semplicemente sospettato di aver sabotato delle sospensioni a catenaria dei treni di Stato della SNCF. Soltanto per questo motivo, questo presunto sabotaggio è stato elevato dallo Stato sarkozyano al rango di atto terrorista, qualificazione che giustifica – e non serve che a questo – qualsiasi misura preventiva e qualsiasi trattamento d’eccezione». Il testo di Badiou e Hazan potete leggerlo in francese qui]

«Impresa individuale o collettiva finalizzata a turbare gravemente l’ordine pubblico attraverso l’intimidazione o il terrore».

Questa è la definizione di terrorismo nel codice penale [francese]. Una tale impresa, concertata e di grande ampiezza, è condotta sotto i nostri occhi da mesi. I sistemi di intimidazione sono molti e vari: riconoscimento visivo per strada, nella metropolitana ronde minacciose di GPSR (Groupes de protection et de sécurisation des réseaux) con i loro cani da guardia, filtraggio delle uscite della città da parte della polizia, monitoraggio delle periferie dal cielo da droni con visori notturni. Senza contare l’intimidazione dei giornalisti, minacciati di perdere il loro posto con una telefonata “dall’alto”.

In termini di terrore, la recente irruzione all’alba in un piccolo villaggio in Corrèze di forze speciali incappucciate e armate, è stata filmata e fotografata in modo che tutta la Francia poteva immaginare il terrore dei bambini davanti la comparsa di questi extra-terrestri.

Non abbiamo dimenticato la morte di Chulan Zhang Liu, la ragazzina cinese che si è gettata dalla finestra l’anno scorso, tanto era terrorizzata da un controllo di polizia che cercava i sans papiers.

Né gli adolescenti in carcere che spingono la loro indisciplina fino al punto di suicidarsi.

Né le ragazze del collegio di Marciac terrorizzate dai cani poliziotto.

Senza dimenticare il terrore dei malati di mente che popolano le carceri e le panchine nella stagione fredda, e al quale il capo dello Stato ha promesso appropriate misure tecno-mediche per la minaccia che rappresentano.

La lotta antiterrorismo, con le sue sorelle minori che sono la lotta all’immigrazione clandestina e la lotta alla droga, sono lotte che non hanno nulla a che vedere con ciò che pretendono di combattere. Questi sono esercizi di governo, modalità di controllo della popolazione attraverso intimidazione e terrore. Coloro che oggi hanno in mano l’apparato statale sono consapevoli della impopolarità senza precedenti di quello che loro chiamano riforme. Sanno che una scintilla può avviare un incendio. Hanno creato un sistema terroristico per prevenire e trattare i gravi problemi che provocano. Gli eventi in Grecia vanno a rafforzare le loro paure, il che può far pensare che sono sufficientemente giustificate. Infatti, com’è scritto nell’articolo 35 della Costituzione del 1793:

«Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri».


Nella foto in alto, un momento del blitz del 9 gennaio 2015 all’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, Parigi. Grazie a Edoardo Acotto per la segnalazione del pezzo e la consulenza nella traduzione.

Chi sono i terroristi/2 – Il funerale dell’Europa

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Questo corteo funebre per gli attentati di Charlie Hebdo è ambivalente. Inquietante. Cecchini sparsi sui tetti scortano i leader del mondo fino al loro ritorno in auto che le faranno marciare blindatati e solitari verso l’Eliseo. Poi il vero corteo, quello fatto di persone, potrà marciare liberamente.

Una schiera di incravattati in nero, silenziosi. Abituati come sono a protocollare i loro incontri, deve essere stata un po’ imbarazzante la cosa. È un po’ il funerale dell’Europa, ma di quale? Il funerale di quell’idea di Europa greco-classica ecumenica? laica?, illuminata?, che mai abbiamo neanche provato a costruire?

Obama non c’era. Ed è giusto che sia così. Sono affari nostri.

Sarebbe bello costruire da domani proprio quell’Europa ecumenica al limite dell’euroasiaticità con tutte quelle bandiere palestinesi e turche che sventolavano oggi a Parigi. Possiamo dirci anti-imperialisti e volere un’Europa che la faccia finita con questo eterno dopoguerra, che sia una volta per tutte indipendente dagli Stati Uniti, per poi renderci conto che il colonialismo lo abbiamo inventato noi e loro stanno solo prendendo esempio dai padri.

La verità è che siamo depressi. Un attentato così arriva per darci il colpo di grazia in un momento in cui sono anni che chiudiamo gli occhi di fronte alla necessità di costruire un’alternativa a questo modello economico liberal-coloniale. Assassini europei che uccidono europei. European fighters, altro che foreign. Non è certo la prima volta che succede e non è certo perché c’è uno scontro di civiltà in atto con nemici lontani e indefiniti, al massimo che queste civiltà in scontro ci appartengono, che un po’ ce la siamo cercata. Ma togliamoci dalla bocca la parola civiltà per piacere, che è una cosa che si coltiva, quando l’abbiamo usata per di più per falciare. Questo terrorismo non è causa del “male”, ma effetto di qualcosa che non vogliamo vedere, perché sarebbe l’orrore, la messa in discussione di tanto benessere economico mascherato da Occidente. Ma sono opinioni che l’opinione pubblica neutralizzerà nell’anti-europeismo fascista.

Ci attendono altri anni di psicosi del controllo, di pratiche immunitarie militari per difendere un corpo politico in perenne crisi. Gli aeroporti esacerberanno la loro isteria. E Snowden che cacchio si è sacrificato a fare?

Funerali simbolici come questo non sono come i funerali reali, dove ci sono corpi di cui occuparsi. Possono durare tantissimo, si può vivere morendo se non hai corpo. Come il capitalismo, che della crisi semplicemente se ne frega perché già gli appartiene. Ci convinceremo che le pratiche immunitarie sono la soluzione – le stesse che si esercitano sulle banlieue, sugli invisibili e gli inesistenti – quando sono la causa di quello da cui crediamo di doverci difendere.


Per approfondimenti sulle fonti di questo editoriale. Alain Badiou, Il risveglio della storia. Roberto Esposito, Immunitas.

Tre consigli ai complottisti

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All’indomani dell’attentato di Charlie Hebdo ci stiamo tutti domandando cosa sia successo e perché gli attentatori, come sempre già conosciuti dai servizi segreti, non siano stati fermati in tempo. Vorrei dare tre consigli di metodo di analisi dei fatti a tutti quelli che non riescono a non pensare che sia tutto, in qualche modo, orchestrato e voluto (da chi?) come un film.

1. Esistono le fonti primarie (documenti scritti e testimonianze orali) e le fonti secondarie (web, tv, giornali).
2. Se vuoi spiegarmi come sono andate veramente le cose, non puoi smentirmi le fonti secondarie utilizzando fonti secondarie, dimostrandomi l’inattendibilità dei fatti da fonti di cui tu stesso diffidi (per esempio riferendoti a un documentario, un articolo, un editoriale per dirmi come i governi, che parlano ai giornali, dicono cazzate).
3. Sul metodo, infine. Piuttosto che seguire la scuola del “è tutto preparato” – quella che vuole il laissez faire per i terroristi, la scuola che nasconde una spaventosa etica de-responsabilizzante nella quale i controllori sono talmente sopravvalutati da somigliare a Dio – preferisco quella della “dittatura dell’incompetenza” sulla base della quale vengono orchestrate le forme di controllo. Se c’è una forma di controllo, non ti credere che sia infallibile. Allo stesso modo, se c’è un attentatore, non ti credere che sia Silvester Stallone. È una dittatura dell’incompetenza nella quale figurano buoni e cattivi.

La serietà di quello che dici viene dai contatti che hai, dall’essere direttamente coinvolto in quello che racconti. È vero che ci raccontano un sacco di balle, i nostri genitori ci hanno mentito per anni su Babbo Natale quindi figurati cosa può raccontarci il mondo. Ma non bisogna dimenticare che la verità non è trascendente: per sapere le cose come stanno ci vuole veramente poco, solo che questo poco richiede un lungo lavoro. Edward Snowden non ha rivelato la Volontà vogliosa di un gruppo politico-economico che spia il nostro account Facebook, ma lo strumento dei metadati nelle mani sbagliate. E Snowden era un impiegato medio della NSA che ha inviato un’email al Guardian che se ci pensava cinque minuti di più non gliela inviava proprio. Bisogna andare alla fonte primaria, alla sorgente, dove sgorga viva la fattualità delle cose. Bisogna annoiarsi e perdere un sacco di tempo sui documenti e le testimonianze. Ma soprattutto, più di tutto, non dimenticare mai che i cattivi non sono più intelligenti dei buoni ma stupidi altrettanto.

Chi sono i terroristi/1 – Dissacramento

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Illustrazione di Lucille Clerc (forse), inizialmente attribuita a Banksy

Alzi la mano chi non ha mai scherzato e fatto battute su Dio fin dalle medie. Un’attività che si perfeziona man mano che si arriva all’adolescenza, dove l’insofferenza verso l’autorità trova il suo miglior sfogo nel dissacramento religioso. Quando poi vieni a sapere che è dall’Illuminismo che le religioni hanno avviato un lento processo di secolarizzazione ancora in corso, ti rendi conto di come la satira religiosa sia uno sport che, pur restando divertente, è fondamentalmente usurato, talmente inflazionato che oggi appare più sovversivo porsi in posizione di interesse che di critica nei confronti di una confessione (magari per criticarla, in modo molto più efficace, dall’interno, come un antropologo). L’insofferenza nei confronti delle autorità religiose è un buon test per misurare il grado di maturità intellettuale di una persona. Non tanto accertando la quantità di battute che fa quanto la serietà che ripone in esse: più crede di essere dissacrante minore sarà la sua sensibilità. In altre parole, quanto più ti rendi conto che i capi religiosi – soprattutto quelli inventati come Maometto e Cristo – sono l’ultimo dei tuoi problemi in fatto di lotta all’autorità, tanto più le tue energie intellettuali si rivolgono su bersagli più efficaci, per esempio l’ordine economico-politico. Sia chiaro, governi e multinazionali hanno sempre a che fare con gli ordini religiosi, e viceversa, ma sono secoli che l’ordinamento del mondo non è più trascendente ma immanente, con finalità fisiologiche, economiche più che spirituali. (Questo per dire, sostanzialmente, che lo sport del “dio non esiste” è ormai uno stanco esercizio retorico che rivela piuttosto il terrore che proviamo verso questa verità. Molto più produttivo oggi sarebbe dirigere queste energie sovversive verso, per esempio, un “il denaro non esiste” o un “l’egoismo liberale è una menzogna”)

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La prima pagina di Charlie Hebdo del 7 novembre 2012

Charlie Hebdo rappresenta per la Francia pura libertà di espressione. Pura libertà di scoreggiare battute, letteralmente. È una satira fisica, prettamente francese. Cosa c’entra la satira becera su Maometto sbattuta in prima pagina con la critica della religione musulmana? Alzi la mano, tra i francesi, chi ha avuto illuminanti consapevolezze sul ruolo e il significato di una confessione leggendo Charlie Hebdo. Questo giornale non ha a che fare con la libertà di critica delle religioni ma con la libertà di critica e basta. Sembra una rivendicazione infantile, e infatti è esattamente questo: libertà di espressione. Se a vignette con contenuti e battute dissacranti si risponde con una mitragliata di kalashnikov il problema non risiede certamente nel giornale. La vignetta che più di tutte ha sintetizzato meglio questa sproporzione, realizzata a caldo poche ore dopo il massacro di rue Nicola Appert 10, è quella di David Pope sul Canberra Times:

David Pope, Canberra Times

Ha iniziato prima lui, in un gioco di parole intraducibile in italiano dove drew sta per estratto/tratto/iniziato. Una vignetta che mostra la totale irrazionalità di quello che è successo. Un esempio di come la penna sia più potente della spada, fintantoché non si incontrano. È stato un gioco, un disegno, un tratto, un drew finito male. Uno scontro tra un gruppo di giornalisti satirici e un gruppo di satiri folli che credono di agire in nome della religione. Charlie Hebdo, da quando ha pubblicato il 6 febbraio 2006 la vignetta “blasfema” del giornale danese Jylland Posten, sapeva benissimo a chi si rivolgeva: c55b3ba6-7ae1-4e07-89cd-5760f20f4e89_ORIGINAL A nessun imam o califfato, ma proprio a loro, a Said e Chérif Kouachi, ai terroristi, agli psicotici. Charlie Hebdo non stuzzicava ferocemente ayatollah e muezzin ma la pazienza di organizzazioni estremiste armate.

«C’est peut-être un peu pompeux ce que je vais dire, mais je préfère mourir debout que vivre à genoux».

«Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio» disse Stéphane Charbonnier nel 2012 a SkyTg24. Hai ragione, sei pomposo, eri solo un vignettista, sei meno virtuoso di Laura Poitras, con la fondamentale libertà di dire cazzate che danno da pensare. Charb sapeva di scherzare col fuoco, ma sapeva bene che è la paura quella che ci fotte, che ci rende manipolabili e vulnerabili. Controllabili in nome della lotta al terrorismo, in nome della sicurezza, della privacy e della libertà. Limitare la nostra libertà in nome della libertà, ecco il regalo più grande che facciamo al terrore. Charb non avrebbe dovuto disegnare quelle maledette vignette. Perché non avrebbe dovuto? In nome di cosa: della “sobrietà” che fa rima con conformismo orwelliano? Non è l’orgoglio dell’Occidente contro l’inciviltà d’Oriente. Potrebbe essere questa la conclusione di questa difesa della libertà di espressione. E infatti la “libertà” e la “democrazia” sono le due categorie, i due cartelli, le due foglie di fico che hanno giustificato le guerre coloniali di questi ultimi decenni come il colonialismo di due secoli fa. Ma all’inverso potrebbe anche essere l’orgoglio di dire quello che si vuole e basta. La libertà di fare satira, di dire cazzate, la libertà di dire quello che si vuole. Si potrebbe dire che Charlie Hebdo ha attizzato il fuoco. Eccoci qui: attizzato il fuoco di chi? Provocato chi? L'”Islam”? Gli “estremisti”? Quanto vaga può essere una tale definizione dei provocati? Torniamo di nuovo al punto sottolineato da David Pope: una provocazione che merita morte per fucilazione. Per mano di chi?

La soluzione di Troisi allo pseudofemminismo

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Ah, l’ammerica, terra di permissivismo e bigottismo. Come questo interessante video realizzato da Hollaback!, un’organizzazione specificamente orientata contro le molestie delle donne per strada (avete sentito bene). Dieci ore di camminata in cui un’avvenente ragazza si sorbisce impassibile fior fior di complimenti dai passanti.

Lo pseudo-femminismo grida allo scandalo, mostrando un’inaudita cecità al linguaggio del corpo. Che la mise nera e la ripresa grandangolare non ingannino: la donna qui “mette in mostra” il proprio corpo sottolineando le proprie belle curve in un’elegante tenuta monocolore che non può che esaltarne la sensualità. Le tette della ragazza sono belle grosse e alte, presumo che il sedere, che non si vede, sia un booty ass. Perciò scandalizzarsi di fronte a questo documento sarebbe un po’ come dire: voglio essere sexy (quindi piacere) e non voglio che la gente mi dica quanto sono sexy.

L’autentica denuncia del video, che lo rende interessante, è il sottile e costante rischio che l’avance si trasformi in molestia, fino al serio rischio che la molestia si trasformi in violenza.

Ma il video chiede anche qualcosa di ambivalente, schizoide: una certa formalità, un desiderio contraddittorio: piacere senza che me lo si venga comunicato. Sono tosta, lasciami in pace.

Un’isteria che dimentica la sessualità connaturata al corpo, di cui il femminile ne è, per storia e ruolo, il simbolo. Che questa sensualità sia quella esplicitamente mostrata “in occidente” o quella apparentemente nascosta “dell’oriente” (in verità celata, raddoppiata dal velo che funziona da operatore di identificazione: io sono una donna), poco importa. In Occidente il corpo femminile è potenza materna che radica un desiderio sessuale in un permissivismo osceno e disturbante, in Oriente vi è un’impossibilità materiale di guardare che non può che voyeuristicamente incuriosire. L’Occidente non ha fantasia sul corpo femminile, tanto ne è nauseato, l’Oriente riesce ancora a fantasticare. In entrambi i casi il desiderio sessuale non viene sopito ma anzi in modo inverso stimolato.

Cosa vuole Hollaback!Cosa vuole una donna chegira per strada vestita in modo tale che il suo corpo dica, esplicitamente, guardami e nello stesso tempo non guardarmi?

Immaginiamo un mondo dove anche gli uomini si vestano esaltando il proprio corpo. No, non è il mondo dei metrosexual, ma qualcosa di più. Sono uomini che dovrebbero vestirsi come l’attore napoletano Massimo Troisi in Non ci resta che piangere, quando gira con il pacco in bella mostra. L’imbarazzo del personaggio è l’imbarazzo dell’uomo trattato come una donna-oggetto.

Ecco smascherato il mondo narciso delle Hollaback! che chiede una confusa parità tra sessi: un mondo popolato da galli che esaltano la sensualità del proprio corpo senza che nessuno possa dirsi l’un l’altro, francamente, quanto ti scoperei.

La casualità tragica del bullismo

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Uno psicoanalista taglierebbe corto e direbbe che l’intenzione inconscia del ragazzo che a Napoli oggi ha sfondato il colon a un suo coetaneo infilandogli un compressore nel culo era quella di ucciderlo. Niente di grave, stiamo parlando di inconscio, intenzioni che nessuno ammetterebbe, un campo nel quale la legge non può intervenire, soltanto il chiaroscuro moralmente scandaloso dell’analisi. È la ragione per cui il ragazzo-bullo ha tutto il diritto di difendersi dall’accusa di tentato omicidio e non verrà invece giudicato da un processo popolare. Ed è il motivo per cui è molto probabile che non verrà condannato per tentato omicidio.

Quello che è successo oggi a Pianura mi ha fatto venire in mente il film Codice d’onore (A Few Good Men, 1992) che racconta un processo nel quale una coppia di marines sono accusati dell’omicidio di un commilitone (Santiago), punito – a causa della sua disponibilità a cantare un altro commilitone – con un nonnismo finito male.

Santiago era troppo debole e insicuro per la dura vita da militare, così come il ragazzo di Napoli era troppo goffo agli occhi profondamente insicuri dei tre bulli di periferia (davvero di periferia, di Pianura). Entrambi i gruppi di bulli (i due commilitoni del film e i tre ragazzi di circa 24 anni) si sentivano sicuri nel posto dove si sono svolti i fatti: i militari erano coperti dai loro superiori sulla base del “codice rosso” (un provvedimento disciplinare non ufficiale) e i tre ragazzi dal fatto che almeno uno di loro era imparentato con il proprietario dell’autolavaggio, così da sentirsi liberi di abbassare i pantaloni della vittima, prendere un compressore e infilarglielo con accuratezza nel culo.

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C’è una casualità tragica nel bullismo, una linea molto sottile tra la vita e la morte, un’ingenuità molto potente nell’atto: non puoi immaginare quanto fragile possa essere un corpo. Gli adolescenti giocano con il proprio corpo, tutti ci abbiamo giocato almeno una volta, non che tutti siamo stati bulli ma tutti, da adolescenti con un corpo in continuo cambiamento, almeno una volta abbiamo sperimentato la vicinanza di questo confine, vuoi sbronzandoci pesantemente, vuoi tuffandoci in acqua da quindici metri, vuoi sperimentando la potenza di un compressore nell’orifizio di un’altra persona. La casualità sta nell’ubriacarsi nel posto e con le persone giuste, nell’entrare in acqua con l’angolo corretto, e nell’infilare un compressore ovunque, ma non nel buco del culo di una persona, a meno che – e qui lo scandalo della psicoanalisi è rivelatore – non vuoi la sua morte.

I quotidiani non sanno come prendere la notizia. L’episodio è bizzarro perché i genitori dei carnefici possono essere interpellati fino a un certo punto: i carnefici sono appunto maggiorenni. Ma la necessità di irrigidire le posizioni è troppo forte per il giornalismo quotidiano: così compare il “branco” e il “povero ciccione”. La domanda è, seguendo il tragicomico stereotipo: come avranno fatto a trovare il buco del culo?

In questo racconto surreale i genitori dei carnefici impersonano il colonnello Nathan R. Jessep (Nicholson): nonostante i loro figli siano colpevoli, sostengono (e non smetteranno mai di farlo) che si è trattato di un gioco finito male. È vero, è stato solo un gioco, ma giocato senza conoscere le regole visto che non mi sembra che sapessero bene quanto potente possa essere un compressore utile a gonfiare ruote che devono sostenere un’auto pesante qualche quintale. Immagino la faccia che avevano quando si sono resi conto di quello che hanno fatto, qualcosa di molto simile ai due stupidi militari che credevano che infilando uno straccio in bocca a Santiago non l’avrebbero soffocato. 

Codice d’onore finisce con i due imputati militari accusati di omicidio scagionati dalla volontarietà del crimine ma congedati con disonore, seguendo il filone classico hollywoodiano della giusta giustizia: non sei colpevole agli occhi della legge ma non per questo agli occhi della società resterai per sempre un vile.

Giornalismo e filosofia (si può parlare di guerra fredda?)

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La verità è nel mezzo. O meglio, ci vuole sempre tempo per dire la verità, per dire le cose come sono. E la maggior parte delle volte pur dicendo la verità, le cose come sono, si tratta sempre di un cenno di capo, un’indicare le cose come sono. In una parola: parlarne.

Per questo il giornalismo quotidiano è odiato dalla filosofia. Il giornale pretende di dire le cose come sono subito. Anzi il prima possibile, quasi prima che accadano, perché la notizia non aspetta, va data adesso. Proprio tutto il contrario della riflessione ponderata e attenta che arriva come una testuggine dritta dritta verso la verità.

È questa la spiegazione dietro la metafora della nottola di Minerva di Hegel. Il filosofo tedesco afferma: la nottola di Minerva spicca il suo volo sul far del crepuscolo. Significa: quello che è successo oggi lo capiamo (Minerva/Atena è la dea della saggezza simboleggiata da una civetta che vola) solo alla fine della giornata. È quello che fa lo storico, quello che fa il filosofo. La comprensione di ciò che è avviene soltanto quando ciò che è è stato. Prima che una cosa accade, come posso saperla? Non solo. Anche quando è accaduta, se non do il tempo al mio cervello di capirla come posso pretendere di capirla mentre accade? Al giornalismo tutto questo non piace. Al giornalismo quotidiano la civetta sta sulle scatole. Ma il giornalismo quotidiano si difende bene: non ha la presunzione di dirti la comprensione di quel che succede, ma solo quel che succede, la comprensione sarà una scelta successiva del lettore. Come quando ti capitano le cose senza che ancora non hai capito cosa sta succedendo. Ecco il giornalismo, io ti do quello che accade, senza comprensione. Pensate alle torri gemelle: sapevamo quello che stava succedendo quando accadeva e nei giorni immediatamente successivi? Ancora adesso non abbiamo capito del tutto cosa è successo, ma nel 2014 sappiamo molto più di quello che sapevamo nel 2001. La verità ha bisogno di tempo.

C’è una nuova guerra fredda in atto tra Stati Uniti e Russia, ma non è quella che vorrebbero i giornali con i loro titoli. Questa riproposta nei titoli dei giornali è la classica guerra fredda ante anni ‘90, quella fatta di ideologia politica e religioni, di apparati statali e capitali diversi. Ovvio che qualunque storico e filosofo inorridirebbe a questa sintesi arruffona, sempliciona e fuorviante, allarmista e sensazionalista. Un metodo non senza interesse questo del titolo strillato: il giornale quotidiano, oggi, strilla più di prima perché questo strillo è un urlo di agonia: “Leggetemi!”. Il giornale quotidiano non grida più la notizia ma la sua condizione di giornale quotidiano in crisi. Per questo parecchio giornalismo quotidiano di oggi non fa più giornalismo quotidiano, non ti dice più quello che accade ma scrive articoli che chiedono disperatamente di essere letti.

Ma questo non deve portare a odiare il giornalismo quotidiano, piuttosto la superficialità è la sua condanna e la sua esistenza una necessità. Si deve essere superficiali se si vuole dire quello che accade adesso senza saperlo. Il giornalismo quotidiano deve scegliere: o ti mostra quello che accade o ti dice la verità, ma a quel punto non è più giornalismo quotidiano ma inchiesta, storia, filosofia. 

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Ma non è vero neanche che non siamo di fronte a una nuova guerra fredda. Sarebbe altrettanto fuorviante anche un giudizio così. Un altro eccesso, un’altra semplificazione. È come quando si dice che non essendoci più la sinistra ci si deve accontentare di questo capitalismo, sforzandosi soltanto di renderlo più “etico” e “amichevole”, rendere più etica e amichevole questa economia mondiale basata sullo sfruttamento degli uomini e delle risorse.

Possiamo dire che c’è una nuova guerra fredda in atto senza per questo titolarla? Senza dire con questo la verità?

Si può dire che c’è una nuova guerra fredda, ma per capire che significa ci vuole tempo, non basta allacciarsi con un salto temporale a trent’anni fa, perché trent’anni son passati e non torneranno più.

È innegabile che l’oligarchia russa stia reagendo all’isolamento lento e inesorabile a cui era condannata. Gli Stati Uniti hanno vinto e preso tutto e la Russia semplicemente non ci sta più (proprio perché ne è passata acqua sotto i ponti da quando è caduto il Muro) ad accettare la persistenza americana fin quasi ai confini (ex) sovietici.

E allora di quale guerra fredda si tratta visto che non può più essere la guerra fredda (quella dei libri di storia)? Allora non dovrebbe chiamarsi più guerra fredda perché genererebbe confusione. Ma neanche ci si dovrebbe sforzare troppo a trovare un altro nome, perché qualcosa in comune con la vecchia guerra fredda questa guerra fredda di oggi dovrà averla, altrimenti correremmo lo stesso errore di considerare l’economia mondiale attuale un‘“altra economia”. La new economy, ricordate?

È una guerra, non c’è dubbio, perché ci sono i militari e la gente muore. È fredda perché non ci sono invasioni. Forse la differenza è nelle fazioni: non ci sono più due fazioni contrapposte, forse non ci sono proprio più fazioni. C’è prima di tutto un modello economico a cui aderiscono entrambe, a cui aderisce tutto il mondo. Così cade la differenza ideologica, l’ideologia politica alla base: Stati Uniti e Russia investono e accumulano profitti allo stesso modo, negli stessi posti, con le stesse persone. Tutto il mondo accumula, investe e fa profitto allo stesso modo e nello stesso luogo. È la globalizzazione baby!

Poi, essendosi sciolto il dualismo oppositivo ideologico e politico, sono fioriti tanti altri interessi particolari che prima venivano semplicemente soffocati dai due blocchi: prima del 1989 la parola Medio Oriente era un modo per dire petrolio, oggi è un modo per dire tantissime cose diverse.

La verità è allora che non c’è una sola guerra fredda, ma tante piccole guerre fredde.

La Russia reagisce come un cane che non vuole essere messo all’angolo. Un cane forte che vuole stabilire nuovi confini per aggiornare i punti strategici del gas e della geografia. Forse anche gli Stati Uniti reagiscono come un cane, più forte, ma sempre più messo all’angolo dalla moltitudine di stati che non può più controllare come in passato.

È sbagliato parlare di nuova guerra fredda, così com’è sbagliato dire che non si può più parlare di guerra fredda. La verità sta nel mezzo, e ancora non l’ho trovata.