Non abbiamo intenzione di annunciarlo, non abbiamo intenzione di annunciare quando avremo intenzione di annunciarlo, e non abbiamo intenzione di annunciare una strategia circa il suo annuncio e neanche circa quando avremo intenzione di annunciarla, o circa la strategia di comunicazione che circonda l’annuncio della strategia

Strauss Zelnick, Take-Two boss sull’uscita di GTA V

Ogni uomo storico conosce l’essere immediatamente, senza tuttavia riconoscerlo come tale. Ma tanto è decisa l’immediatezza di questa conoscenza dell’essere, tanto raramente si riesce davvero a pensarlo. Non è che questo pensiero sia difficile o esiga particolari preparativi per essere messo in atto. La difficoltà consiste semmai nel fatto che pensare l’essere è la cosa più semplice, tuttavia proprio ciò che è semplice a noi riesce quanto mai difficile.
Per pensare l’essere non occorrono né la solenne pomposità che fa uso di una complicata erudizione, né gli stati singolari ed eccezionali quali gli sprofondamenti mistici e le estasi in un’assorta pensosità. C’è bisogno, invece, solo del semplice risvegliarsi nella vicinanza di un qualsiasi ente inappariscente, un risveglio che vede improvvisamente che l’ente «è».

Martin Heidegger, Parmenide, Adelphi, Milano 2005, p. 266.

L’Esserci, in quanto è, ha il modo di essere dell’essere-assieme. Questo non può essere inteso come il risultato della somma di più «soggetti». L’esperienza di una molteplicità sommabile di «soggetti» è possibile solo in quanto gli altri, che innanzi tutto si incontrano nel loro con-Esserci, sono successivamente trattati solo come «numeri» […]. Questo con-essere «irriguardoso», «conta» gli altri senza «contare su di loro» seriamente e senza voler «avere a che fare» con loro.

[In altre parole: la democrazia rappresentativa]

Martin Heidegger, Il con-Esserci degli altri e il con-essere quotidiano, in Essere e tempo, Longanesi, Padova 2011, p. 157.

Viaggio in Italia

Vitri le François, qua sentimmo tre notizie memorabili. […] [Una] riguarda un tal Germano, pure vivente, persona di umile estrazione senz’arte né parte, che sino a ventidue anni d’età era stato una ragazza vista e conosciuta da tutti gli abitanti del luogo e nota per avere sul mento un po’ più di pelo delle altre, tanto che la si chiamava Maria la barbuta. Un giorno, compiendo uno sforzo per saltare, le si produssero gli attributi virili, e il cardinale di Lenoncourt, allora vescovo di Chalons, gli diede il nome di Germano. Tuttavia non s’è sposato; ha una gran barba molto folta […]. Nella città corre ancora sulla bocca delle ragazze una canzoncina nella quale si avvertono a vicenda di non spiccare mai grandi salti, nel timore di diventar maschi come Maria-Germano. Assicurano che la presente notizia venne inserita da Ambrogio Paré nel proprio libro di chirurgia, che è certissima, e in tal senso fu testimoniata al signor de Montaigne dalle prime autorità del luogo.

Michel de Montaigne, Viaggio in Italia, Bur, Milano 2003, p. 109

I pericoli secondo Diogene Laerzio

Lasciava andare ogni cosa per il suo verso e non prendeva alcuna precauzione, ma si mostrava indifferente verso ogni pericolo che gli occorreva, fossero carri o precipizi o cani.

Notare i pericoli di allora. Oggi sono i prodotti non biologici, il riscaldamento globale e la disoccupazione. Ieri carri, precipizi o…cani (!).

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IX, 62

La restaurazione del XX secolo

Come definire gli ultimi vent’anni del secolo, se non come la seconda Restaurazione? Constatiamo, in ogni caso, che questi anni sono ossessionati dal numero. Dato che una restaurazione altro non è se non il momento della Storia che dichiara impossibili e abominevoli le rivoluzioni, nonché naturale quanto eccellente la superiorità dei ricchi, è comprensibile che essa adori il numero, che è anzitutto numero degli scudi, dei dollari o degli euro […]. Ma, in senso più profondo, ogni restaurazione ha orrore del pensiero e non ama che le opinioni, in particolare l’opinione dominante, riassunta una volta per tutte nell’imperativo di Guizot: “Arricchitevi!”. Il reale, correlato obbligato del pensiero, viene (non senza buone ragioni) considerato dagli ideologi delle restaurazioni come qualcosa di sempre pronto a sfociare nell’iconoclastia politica, quindi nel Terrore. Una restaurazione è innanzitutto un’asserzione circa il reale, nel senso che è preferibile non averci nulla a che fare.

Alain Badiou, Il secolo, p. 39, Feltrinelli, Milano 2006.

Gli inesistenti

In un mondo strutturato dallo sfruttamento e dall’oppressione, vi sono masse di persone che, propriamente parlando, non possiedono alcuna esistenza. Non contano nulla. Nel mondo di oggi, per esempio, non è praticamente africano che conti qualcosa. Diciamo che queste persone sono presenti nel mondo ma assenti dal suo senso e dalle decisioni sul suo avvenire. Diciamo che sono l’inesistente del mondo. Soltanto un’oligarchia lontana ma onnipresente riesce a collegare la successione degli episodi di vita delle persone al parametro unificato del profitto, e a nutrirsi di questo.
E diremo allora che un cambiamento del mondo è reale quando un inesistente del mondo comincia a esistere in questo stesso mondo con un’intensità massima. E’ esattamente quello che dicono ora le persone che stanno scendendo in piazza in Egitto. E’ la liberazione dell’esistenza: i poveri non sono diventati ricchi, in fondo non è cambiato niente. Quello che è successo invece è che l’esistenza dell’inesistente è stata liberata grazie a quello che io chiamo un evento, che in se stesso è quasi sempre inafferrabile. Che cosa osserviamo oggettivamente? Nel giro di pochi anni una piazza del Cairo si conquista una celebrità planetaria. La cosa veramente straordinaria è che la potenza di questo fenomeno è tale da far inchinare tutto il mondo, persino i suoi nemici più accaniti e nascosti.
I rivoltosi radunati in una piazza del Cairo sono dunque il “popolo egiziano”? Ma, in tutta questa faccenda, che fine fa il dogma democratico, il sacrosanto suffragio universale? Non è pericoloso? Tutto sommato, fossero anche un milione, non sono ancora tanti rispetto agli ottanta milioni di egiziani. In termini di cifre elettorali, è un fiasco garantito! Ma questo stesso milione di persone presenti sul posto vale tantissimo se cominciamo a non misurare più l’impatto politico dal numero inerte e separato, come si fa con i voti. La sua forza risiede nell’intensificazione dell’energia soggettiva (le persone si sentono indispensabili giorno e notte, tutto è entusiasmo e passione) e nella localizzazione spaziale della propria presenza (le persone si radunano in luoghi diventati imprevedibili, piazze, università, viali, fabbriche…). E’ la prova che nel caso di queste configurazioni – le rivolte storiche che aprono a possibilità nuove – è presente un elemento di universalità prescrittiva.

Alain Badiou, Il risveglio della storia, pp. 59-62, Ponte alle Grazie, Bergamo 2012.