Storie della filosofia

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«Credevo di dover contrapporre la storia della filosofia, quale è scritta dai filosofi, alla storia di noi storici, che all’occasione trattiamo anche di idee, e rilevavo la nostra confusione di fronte a quel modo di dare alla luce concetti allo stato puro che, spesso, gli storici si limitano con benevolenza a descriverci, senza alcun riferimento alle condizione economiche, politiche o sociali delle varie epoche: concetti usciti, verrebbe di pensare, da intelligenze disincarnate, che vivono una vita del tutto irreale nella sfera delle idee pure».

Lucien Febvre, Pour une histoire à part entière, EHESS, Paris 1962, p. 844, cit. in Élisabeth Roudinesco, Jacques Lacan, profilo di una vita storia di un sistema di pensiero, Raffaello Cortina, Milano 1995, pp. 99-100.

Morire per un pugno di figa

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Supponete, dice Kant, che per mettere un freno agli eccessi di un lussurioso si realizzi la situazione seguente. C’è, in una camera, una signora verso cui lo portano momentaneamente i suoi desideri. Gli si lascia la libertà di entrare nella camera per soddisfare il suo desiderio, o il suo bisogno, ma alla porta d’uscita c’è la forca a cui sarà impiccato. Ma non è tutto qui, non è questo il fondamento della moralità di Kant. Vedrete dove sta la forza della dimostrazione. Per Kant non fa una grinza che la forca rappresenti un’inibizione sufficiente: è escluso che un individuo possa andare a fottere pensando che all’uscita lo aspetta la forca. Poi, stessa situazione per quanto riguarda l’esito tragico, ma abbiamo un tiranno che offre a qualcuno la scelta tra la forca e il suo favore, a condizione che faccia una falsa testimonianza contro un amico […]. Seguendolo su questo terreno, c’è tuttavia una cosa che sembra sfuggirgli: è che dopotutto non è escluso che, a certe condizioni, il soggetto della prima scena, non dico che si offra al supplizio, ma che possa prendere in considerazione l’eventualità di offrirsi a esso […]. Il nostro filosofo di Königsberg, questo simpatico personaggio, non sembra affatto considerare quella che Freud chiamerebbe sublimazione dell’oggetto […]. Kant, dunque, non sembra affatto considerare che in certe condizioni di sublimazione quell’oltrepassamento sia concepibile, tanto che si può dire che non è affatto impossibile che un signore vada a letto con una donna essendo sicuro di essere sgozzato all’uscita, dalla forca o da qualcos’altro, non è affatto impossibile che questo signore consideri freddamente quella fine che lo aspetta all’uscita, solo per il piacere di tagliare a pezzi la signora, per esempio. 

Jacques Lacan, Il seminario VII, l’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2008, pp. 130-131. 

Harpo

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Le cose di cui si tratta qui […] sono le cose in quanto mute. E le cose mute non sono affatto la stessa cosa delle cose che non hanno alcun rapporto con le parole. Basta evocare la figura che chiunque di voi avrà presente, quella del terribile muto dei quattro Marx Brothers, Harpo. C’è forse qualcosa che possa porre una questione in un modo più presente, più pressante, più coinvolgente, più sconvolgente, più nauseante, più fatto per gettare nell’abisso e nel nulla tutto ciò che succede in sua presenza, di quella faccia segnata da un sorriso di cui non si sa se sia quello della più estrema perversità o della stupidità più completa, la faccia di Harpo Marx? 

Jacques Lacan, Il seminario VIII, l’etica della psicoanalisi 1959-60, Einaudi Torino 2008, p. 65.

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Delle azioni, alcune sono rette, altre sono errate, altre non sono né una cosa né l’altra. Sono azioni rette le seguenti: aver senno, essere saggi, agire giustamente, gioire, beneficiare, vivere prudentemente. Sono azioni errate: agire dissennatamente, essere intemperanti, agire ingiustamente, essere tristi, rubare e, in generale, fare cose contrarie alla retta ragione. Né rette né cattive sono: parlare, fare domande, rispondere, passeggiare, emigrare e simili

Stobeo, 2, 96, 18 = Johannes von Arnim, Stoicorum veterum fragmenta, in aedibus Teubneri, Lipsiae 1903-38, vol. II, p.501. Citato in Giorgio Agamben, Opus Dei, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 83.  

Democrazia online, e altri nomi per un buon spot

La democrazia on-line è una delle ultime catastrofiche conseguenze dello strapotere dell’economia nelle decisioni politiche. E’ come la socialità e la condivisione online, nomi evocativi che servono soltanto a pubblicizzare meglio il prodotto. 

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Ultimamente in Italia la parola campeggia nel flusso mediatico. Pare che ci sia chi ne parla seriamente, raccomandando magari Zeitgeist, il documentario che ti indottrina dicendoti di non farti indottrinare. In realtà è tutta propaganda elettorale: chi sbandiera la democrazia online è il primo a non crederci. Che non si agiti la paura della dittatura online, lo spauracchio di un Nuovo Ordine Mondiale Facista proveniente da un movimento che è al contrario il primo partito della storia italiana che si ricordi dopo la fine del PCI e dei vecchi democristiani: ideologia e decisione.

Pericolosa oggi non è tanto la possibile deriva autoritaria di un movimento, quanto un fenomeno che non è iniziato ieri: lo svuotamento etimologico della parola “democrazia”. Oggi a parole cadute in disuso come “uguaglianza”, “emancipazione”, si preferisce la parola che tutto risolve: democrazia, scambiando così il genere per la specie. “Sono democratico” amano dire oggi i politici, che è un po’ come dire “sono una brava persona”. Democratica è soltanto una forma di governo, quella al cui interno devono essere presenti tutte le rappresentanze possibili, e dove quelli che non sono rappresentati a dovere devono imporsi anche con la forza. Proprio il fraintendimento della parola “democrazia” è alla base della sfiducia di cui oggi tristemente gode questa parola, scambiata come orientamento politico quando in realtà viene prima della stessa politica essendo il contenitore al cui interno risiedono gli orientamenti politici. 

La democrazia online è una delle più estreme svendite della politica. La convinzione che per fare basta cliccare, che per dire qualcosa a qualcuno basta scrivergli, poco importa se dall’altro lato ci sia qualcuno pagato dal mittente per rispondere al suo posto. Con questa parola M5S rischia di avvilupparsi in una grossa contraddizione, quella su cui ha giocato tutta la sua campagna elettorale: la rappresentanza diretta. Internet ha annulato il fattore tempo in molte decisioni, ma non è il luogo al cui interno si possa realizzare tanto l’organizzazione che azione. Ha esponenzialmente accelerato la prima, giammai la seconda, che si farà sempre alla buon vecchia maniera, lenta e inesorabile. E’ forse questa la grossa sfida che il web sta affrontando: convincere le persone che, per quanto la grafica dei siti sia deliziosa, non ci sia tutto ciò di cui si ha bisogno. 

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Il termine “democrazia online” fa sorridere quanto un gergo giovanile dalla longevità semestrale. Non esiste, sarebbe come parlare di “felicità online”. (La vendita online, quella è fortissima). L’unica consolazione allo scenario di un parlamento online sarà che finalmente non firmeremo più solo petizioni contro lo scuoiamento dei cani

E così eccoci a una delle ultime svendite della parola “democrazia” dopo il suo fraintendimento per specie. Essa è al contrario un genere, come “femminile” e “maschile”, al cui interno ci sono gli orientamenti. E’ un contenitore al cui interno puoi trovare moderati ed estremisti. E che succede quando si scambia questa forma di governo per orientamento politico e la si mette online? E’ la tremenda realizzazione di un processo già in atto da tempo: la politica che viene scambiata per cifre, le persone ridotte alla loro numerabilità e il consenso come ciò che si conta. Il tutto corollato da splendidi banner. Insomma, un mercato come un altro.

Ma scusate, non sapevo, da quando il mercato si occupa della politica? Da parecchio, da quando, caduto un muro, sono scappate tutte le ideologie e abbiamo creduto così di stare al riparo dalle loro derive autoritarie. Abbiamo creduto che si potesse fare politica senza violenza, che è un po’ come partorire senza dolore: sarebbe bello ma non si può fare. Ma questo non vuol dire che le donne sono masochiste. E così abbiamo affidato tutto alla neutralità apparente del mercato, quello penetrato in profondità ovunque perché se n’è sempre fregato delle ideologie, e questo ci rassicurava. E ora la politica Occidentale si ritrova nelle mani di una follia impersonale e astratta, dominata da equazioni contorte che nessuno sa fare, ma che tutti utilizzano. Una cosa non molto diversa dai banali gerarchi nazisti che “eseguivano soltanto gli ordini”, con la differenza che il tutto è eticamente accettabile. Ma questa mano invisibile non sa neanche quello che vuole, perché non è stata creata per governare. 

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La vita umana è inoperosa e senza scopo, ma proprio questa argia e questa assenza di scopo rendono possibile l’operosità incomparabile della specie umana. L’uomo si è votato alla produzione e al lavoro, perché è nella sua essenza affatto privo di opera, perché egli è per eccellenza un animale sabatico […]. Questa inoperosità è la sostanza politica dell’Occidente, il nutrimento glorioso di ogni potere. Per questo festa e oziosità tornano incessantemente ad affiorare nei sogni e nelle utopie politiche dell’Occidente e altrettanto in essi fanno naufragio. Esse sono i relitti enigmatici che la macchina economico-teologica abbandona sulla battigia della civiltà e sui quali gli uomini tornano ogni volta inutilmente e nostalgicamente a interrogarsi. Nostalgicamente, perché sembrano contenere qualcosa che appartiene gelosamente all’essenza umana; inutilmente, perché non sono in realtà che le scorie del combustibile immateriale e glorioso che il motore della macchina ha bruciato nel suo inarrestabile giro. 

Giorgio Agamben, Il Regno e la Gloria, Neri Pozza Vicenza 2007, pp. 268-269.

Nella foto, Etimasia, mosaico, XII secolo. Roma, San Paolo fuori le mura, abside.

E’ tutta colpa della signora Rinascente

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La retorica dell’emergenza è talmente radicata a Napoli da costituire la sua stessa identità. E’ una vera piaga, molto più grave della camorra e della spazzatura perché strozza ogni tentativo di cambiamento. Il meccanismo viene alla luce ogni volta che succede qualcosa, qualunque cosa. Ieri è stato il giorno delle catastrofi che non vengono mai da sole e in meno di ventiquattr’ore sono venuti giù l’angolo di un palazzo e il più importante polo culturalscientifico della città. E così la retorica dell’emergenza è esplosa in tutto il suo splendore.

E’ esplosa nel posto che oggi più di tutti raccoglie gli umori delle persone: i social network. Si sa quanto valgono gli umori, quanto quelli di un bar sport: lì non si va per cambiare le cose, soltanto per prendersi un caffé. Ma non per questo il bar, la bacheca, il commento, resta un posto dove gli umori restano, e covano. Leggendo i feeds delle ultime ore da parte dei miei concittadini che commentano questi ultimi due eventi, emergono i tratti in comune del napoletano amareggiato che tende a ridurre tutto alla terribile retorica dell’emergenza. “Maledetti”, “La colpa è di noi che restiamo fermi”, “Che il Comune si prenda le sue responsabilità”. Il perito non è stato neanche telefonato ma i napoletani sanno già quali sono le cause. E’ l’ineliminabile piove governo ladro, l’immancabile generalizzazione verso ogni causa di quello che viene semplicemente chiamato “male”.

Non può essere ogni volta un’emergenza, altrimenti è l’emergenza stessa che smette di avere senso. E’ un meccanismo micidiale, soprattutto perché, trattandosi di retorica, ci cadono tutti, anche chi vuol dire qualcosa in buona fede. Purtroppo questa città è già stata divorata dal lupo, da un bel pezzo, anzi, è la città dove i lupi possono venire, perché verranno sempre accolti come agnelli. Napoli è forse l’unica città d’Italia dove nel 2013 valgono ancora gli slogan del dopoguerra. Annunci epici come “Rialzati!”, “Liberiamola!”, “Rinasci”, “Scacciamo il Male”. Se vuoi essere eletto sindaco, vieni armato di queste parole e anche tu una possibilità potrai averla, giacché verrai prima guardato con diffidenza, poi la gente inizierà ad entusiasmarsi. Il risultato paradossale è di trovarsi circondati da tanti “al lupo!”, senza accorgersi che il lupo non è mai esistito.

Piove, sale un nuovo sindaco, c’è un convegno internazionale, un cane si gratta, vinciamo lo scudetto, il concerto di capodanno, un palazzo crolla, un edificio brucia. L’evento può avere una qualunque natura, qualunque origine, non importa, la reazione è sempre la stessa, viene sempre chiamata in causa la città tutta intera. Ogni volta viene scomodata questa entita che non esiste, la città, svuotando anche il contenuto del suo concetto. C’è Delusione, Rabbia, Aspettative, Speranze, Gloria, Onore, Rispetto. Ma sopratutto, più di tutte, Rinascita e Inferno, i due temi su cui è sempre stata orientata la campagna elettorale del Sindaco di Napoli.

Nel centro una facciata di un palazzo è crollata, molto probabilmente a causa della cattiva manutenzione dell’edificio e della terribile lentezza nei lavori di stabilizzazione. Nello stesso giorno Città della Scienza è sparita tra le fiamme. E’ ancora presto per scoprire le cause, ma il sospetto è caduto comunque sulla signora Rinascente