Che cos’è Google, e come criticarlo senza cadere nel “piove governo ladro”

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Recentemente ho letto un interessante post di Massimo Mantellini che raccontava come in due ore di scrolling sui risultati di ricerca Google per “La grande bellezza” abbia trovato i primi link interessanti soltanto dopo il 120° risultato. L’analisi arriva a criticare una presunta perdita di una «capacità automagica» avuta in passato da parte di Big G nel “leggerti nel pensiero” quando cerchi, ovvero di avere subito, diciamo nei primi dieci risultati, quello che cerchi. «Google non funziona più come un tempo» afferma Mantellini, «il suo vecchio magico pagerank» «non sembra più in grado di filtrare alcunché», «i tempi cambiano, le mamme invecchiano, abbiamo bisogno di un nuovo motore» conclude il blogger di Manteblog.
La riflessione di Mantellini è importante perché ci fa notare com’è cambiata, nel giro di pochi anni, la nostra percezione del motore di ricerca per antonomasia: da “magico pagerank” a “mamma invecchiata”. Il che è vero: Google, nato per consuetudine il 15 settembre 1997, è passato da brillante e rivoluzionaria risorsa del web a, soprattutto dopo lo scandalo NSA, pesante, potente e necessaria multinazionale. Insomma, è ormai noto che non c’è più niente di amorevole in Google, anche se pare che non possiamo farne a meno.
Ma una critica di questo tipo ad un motore di ricerca è in realtà soltanto una critica a metà, perché manca di tutta una questione che solo di recente è stata sollevata: la responsabilità di chi cerca e di chi crea i siti. Lamentarsi del fatto di trovare una prima recensione interessante soltanto dal 120° risultato in poi senza tenere conto che la ricerca è stata fatta sulla base di una frase-chiave incompleta quale “la grande bellezza”, e non con un più preciso e ovvio “recensione la grande bellezza”, significa lamentarsi di non trovare subito la ricetta del sorbetto al limone se si scrive “limone”. E’ la logica che, semplificata al massimo, ti porta a dire “piove governo ladro”.
Google per fortuna non crea i siti che indicizza, per cui se si pretende da lui una maggiore efficacia bisogna anche pretendere la maggior efficacia possibile da parte di due entità: il ricercatore (aggiungere “recensione” alla chiave di ricerca se si cerca una recensione è un ottimo inizio) e il sito. Trovare l’equilibrio giusto tra questi due fattori, qualità della ricerca e ottimizzazione dei contenuti che aspettano solo di essere trovati, è la chiave per avere un motore di ricerca onesto, giusto, equilibrato e selettivo. Il SEO dovrebbe essere colui che si occupa di tutto questo. Dovrebbe in teoria non preoccuparsi soltanto di fare un sito “a misura di Google”, ma anche far coincidere le esigenze interne di un sito con quello che Google ti chiede per essere interessante. A seconda di come lo si guardi, SEO può essere semplicemente un’attività di puro marketing nel caso di un sito e-commerce, o anche un ottimizzatore di contenuti nel caso di un giornale online, un ruolo non troppo diverso dal titolista dei giornali di carta. In entrambi i casi la domanda che il gestore del sito si deve fare è sempre la stessa: come adattare i contenuti ai motori di ricerca senza sacrificare la loro qualità?image

La “magia” di Google è sparita perché, fortunatamente, è sparita la “magia” messianica del web, passato da rivoluzionario spazio di condivisione di tutte le menti in un più ridimensionato luogo virtuale non tanto diverso da qualunque altro luogo fisico: nella piazza manifesti, soffochi le sommosse, celebri la caduta dei dittatori e vai a vedere il concerto di Laura Pausini. Le stesse cose le fai navigando nel web. Come il mondo, il web è insomma tante cose, anzi è tutte le cose: la definizione di mondo è proprio questa. Ma, attenzione, “mondo”, ci dice la filosofia, non è un’entità. Esiste mica qualcosa che puoi incontrare per strada e dire: “Hey, ciao mondo!”? L’ente “mondo” non esiste, esiste un insieme che contiene tutte le entità fisiche del pianeta, e questo insieme si chiama “mondo”, ma non esiste di per sé. Per un’innata predisposizione del genere umano, ci sarà sempre l’ineliminabile desiderio di fare esistere questo ente “mondo”. E’ il desiderio della “globalizzazione” e sappiamo bene dove ci sta portando: la riduzione di un ente come “mondo” alla sua economia. “Mondo” però non è l’economia mondiale, giusto? Per questo la globalizzazione non funziona, o almeno funziona se fai parte di quelli che nonostante la crisi (o proprio grazie alla crisi) continuano a fare un sacco di soldi. Ma questa è un’altra storia. Tutto questo per dire che quel messianico, confortante e inquietante slogan dell‘“ora cambia tutto” tanto caro ai produttori di smartphone è quindi un’affermazione puramente neutrale, non dice nulla finché non viene “riempita” da cinque questioni di base: chi, cosaquando, come e perché si debba determinare questo cambiamento globale? Lo si vuole per incrementare la ricchezza economica delle nazioni o anche per qualcos’altro?
E’ una fortuna che non ci sia più la “magia” di Google, perché vuol dire che cominciamo a guardarlo per quello che è davvero: un semplice motore di ricerca, oppure, a seconda di come la si vede, non soltanto un semplice motore di ricerca. La responsabilità dei risultati di ricerca non pende solo dalla parte di chi indicizza i siti, ma anche da chi crea i contenuti da indicizzare, visto che si tratta di due elementi separati che insieme permettono a Google di funzionare. Edward Snowden ce l’ha fatto capire con chiarezza cristallina: dobbiamo smetterla di credere che basta accontentare chi ti indicizza per avere il web delle meraviglie, perché chi indicizza non opera solo nel testo di un sito ma anche e necessariamente sul lettore. Per questo Google sarà sempre un’azienda, un privato, un ente interessato a sapere tutto quello che fai non perché è un voyeur ma perché deve indicizzare alla grande! La sua responsabilità è quindi anche la nostra responsabilità. Libertà è partecipazione oppure no?
Come funziona Big G? Cosa vuole? Cosa vuole da un sito per ottimizzare la baraonda di parole che lo compone? Ma anche: cosa vuoi tu che crei un sito, lo fai solo a scopo di lucro o anche per qualcos’altro? Google è chiamato in causa ad una maggiore responsabilità. E noi lo siamo altrettanto.

Tutti a casa! (Se i forconi manifestassero il desiderio di manifestare)

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Non è un movimento, non ha rappresentanze. Anzi, proprio perché non ci sono rappresentanze, gli spettri delle rappresentanze passate sperano di ritrovare, nell’impresentabilità di un movimento che non è un movimento, una loro presentabilità.
Non ha slogan (“Tutti a casa” è lo slogan di chi non ha slogan). Non ha un programma. Insomma, non è un movimento.
Dentro ci trovi di tutto. I telegiornali enfatizzano l’estremismo proto-fascista, ragionevole a vedere quelli che si fanno intervistare. Ma il movimento dei forconi non è solo la Jaguar di Danilo Calvani, il naturalismo contadino di Mariano Ferro o lo stile da rock toscano anni ‘90 di Andrea Zunino. Non verrà ricordato per queste icone posticce, ma perché è frammentato, eterogeneo, disordinato, e vuoto.
La metafora del forcone è perfetta: cosa fanno gli abitanti insofferenti di un piccolo paesino in un immaginario mondo rurale dove la vita della comunità non è scandita dal ritmo delle istituzioni ma dal sorgere del sole? Prendono il forcone. Disordinatamente, incessantemente, si mettono al posto del boia, fanno un casino pazzesco confondendo buoni e cattivi e non risparmiano nessuno. E’ una vecchia metafora illuminista, quella del volgo che lasciato a se stesso, senza un’educazione razionale, si abbandona in una caccia alle streghe infinita. “Tutti a casa” significa svuotare le istituzioni per non lasciarci nessuno, giusto il tempo per dare al primo della classe in populismo l’occasione di occupare la poltrona lasciata vuota. Una specie di socialismo storico che implode in un rigurgito restauratore.

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Non si può dire che al giorno d’oggi manifestare abbia una sua efficacia. Ve lo ricordate Occupy Wall Street? Chiedeva una cosa rivoluzionaria: la fine dell’ingerenza della finanza nella politica. “We are the 99%”, uno slogan che ritorce l’uso del numero contro chi riduce tutto ai numeri, al profitto calcolato e al consenso numerato. Una richiesta forte, stravolgente, un ritorno a tempi dimenticati, quando politica ed economia finanziaria erano due mondi separati che dovevano restare separati. Insomma, un movimento importante, con le palle, che chiedeva una vera rivoluzione. I marxisti ci hanno visto addirittura un prolegomeno a future sommosse a macchia di leopardo all’insegna dei fasti del 1848. Per ora però, di questo movimento ricordiamo solo la sua estetica e i bellissimi libri di Slavoj Zizek pieni di citazioni cinefile. Un’inefficacia ingiusta, dovuta più al fatto che non innesca, o non ha ancora innescato, il passaggio alla consapevolezza istituzionale. Chissà, forse è questione di tempo, di una generazione. Ma una cosa è chiara, c’è un’estetizzazione molto potente della manifestazione, un estetismo della protesta che minaccia la sua stessa efficacia. E non è un caso che quelli che vogliono ottenere visibilità dal movimento dei forconi sono quelli che vivono un’ideologia ridotta alla sua estetica, ad un’attività politica che si esercita nella figura dell’ultras.
A Napoli si dice fare ammuina quando, non sapendo come fare quello che si vuole fare, si fa qualunque cosa in ogni caso, basta che non si sta fermi. Lasciando stare le prospettive, le inquietudini, le metafore e l’estremismo retorico, alla fine cosa resta dei forconi? Un movimento frammentato ed eterogeneo che desidera un sacco di cose, troppe, anche cose che magari lo “Stato” non ha mai dato né mai darà. E’ un movimento che vuole. Vuole un “fortissimamente vuole” rovesciato, lapalissiano, retrocesso: vuole solo volere, vuole manifestare e basta, visto che non sa più come si fa né a che serve.

La natura extraparlamentare di Berlusconi

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I dati sulle presenze alle votazioni del Parlamento dell’ex senatore Silvio Berlusconi esplicitano la sua natura extraparlamentare: una su 1803 sedute, lo 0,06%. Sono le presenze da votante, non le presenze generali in aula.

Berlusconi non è un politico, se per politico si intende colui che si occupa della cosa pubblica. Non ha mai considerato lo Stato e la sua attività (il Parlamento) come lo strumento con il quale esercitare il potere della cosa pubblica, ma come quello con cui esercitarlo da privato, che significa occuparsi solo degli affari propri (politico è colui che beneficia personalmente di una cosa di cui beneficiano tutti: è perché ne beneficiano tutti che ne benefici anche tu, mai il contrario).
La natura di Berlusconi è extrapolitica. Egli non considera i tre poteri dello Stato (esecutivo, legislativogiudiziario) come qualcosa in cui è incluso, ma come qualcosa da cui ne è escluso. Li ha adoperati o influenzati nel loro esercizio, ma non vi a mai fatto parte: giudica ma non vuole essere giudicato, legifera ma non è uguale davanti alla legge, ha sempre applicato la legge fuorché non gli convenisse. E’ letteralmente un fuori-legge. Per questo ogni azione giudiziaria è sempre stata inefficace. Per questo ogni esercizio del suo potere, da presidente del Consiglio, da uomo di Stato, tende a demolire l’istituzione che lo rappresenta: perché lo esercita senza riconoscersi, sempre da fuori. Per questo è soprannominato il caimano: quando sembra sconfitto, fuori dal potere che esercita, ecco che ritorna più feroce, perché non ha mai perso l’esercizio di un potere da cui si pone fuori.

La sua decadenza da Senatore gli toglie quindi un certo potere, ma non lo estromette dal suo esercizio, per esempio nella forma indiretta del partito. E’ una contraddizione difficile da sostenere, eppure non si può negare che da oggi c’è una sedia vuota in Parlamento che è sempre stata vuota.

Che cos’è il fascismo

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«Il fascismo ignobile e il fascismo in quanto estremo rimedio del capitale, il fascismo miserabile era anche un tentativo di rispondere – miserabilmente, ignobilmente – al regno già instaurato, già soffocante della società. Fu un sussulto grottesco o abietto di un’ossessione della comunione che cristallizzò il motivo della sua sedicente perdita e la nostalgia dell’immagine della sua fusione. Il fascismo, in questo senso, fu una convulsione del cristianesimo che affascinò in fondo tutta la cristianità moderna».

Jean-Luc NancyLa comunità inoperosa, Cronopio, Napoli 2013, pp. 46-47.

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Fascio è ciò che unisce. Totale è l’organizzazione della società dei totalitarismi. Dov’è l’uomo in tutto ciò? Non l’uomo dell’avvenire, ma quello del capriccio e della passione (Bataille)? Non c’è. Non c’è spazio per l’uomo se tutto ciò che conta, tutto ciò che ha senso, è l’unità in una nebulosa idea, quella della “gloria” dell’Impero Romano (un’autentica nostalgia sarebbe stata improponibile visto che avrebbe incluso Nerone). La riflessione del filosofo francese costituisce il terreno per ogni possibile giudizio su ciò che ha rappresentato il fascismo per la società (quello che ha rappresentato e tuttora rappresenta per noi italiani è un discorso differente, anche se il punto di partenza è lo stesso). Il fascismo è grottesco perché all’organizzazione totale della società vi si oppone con la stessa natura: la produzione totale. Quello che l’estrema destra ancora non ha capito, o fa populisticamente finta di non capire, è che il fascismo è un finto anticapitalismo, semmai la più irrazionale, potente e imprevedibile arma della produzione totale.

T-1000, ovvero il popolo

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«Se dovessi indicare, nelle lettere di Paolo, un lascito politico immediatamente attuale, credo che il concetto di resto non potrebbe non farne parte. Esso permette, in particolare, di dislocare in una prospettiva nuova le nostre antiquate e, tuttavia, forse non rinunciabili nozioni di popolo e democrazia. Il popolo non è né il tutto né la parte, né la maggioranza né la minoranza. Esso è, piuttosto, ciò che non può mai coincidere con se stesso, né come tutto né come parte, ciò che infinitamente resta o resiste in ogni divisione, e – con buona pace di coloro che ci governano – non si lascia mai ridurre a una maggioranza o a una minoranza. E questo resto è la figura o la consistenza che il popolo prende nell’istanza decisiva – e, come tale, esso è l’unico soggetto politico reale»

Giorgio AgambenIl tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 58-59.

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Per questo “populismo” non è un termine che attiene al “popolo”. Per questo “essere eletto dal popolo” significa tutto fuorché essere eletto dal popolo. Il popolo non esiste, non è identificabile. E nel momento in cui ti sembra di averlo trovato, ecco che rispunta da un’altra parte. Se lo vuoi acchiappare e imbrigliare, ti ritroveresti con un T-1000, il cyborg indistruttibile di Terminator 2: puoi farlo a pezzetti all’infinito, ma egli sarà sempre lì, ritornerà sempre, perché non è un tutto che se separi distruggi, ma una parte che, in quanto già parte, è già separata, quindi inseparabile, quindi indistruttibile. Se l’ostinazione dovesse prendere il sopravvento a tal punto da convincerti che il popolo è qualcosa che si può identificare, imbrigliare e comandare, vedresti ciò che Lacan chiama il Reale: tanti piccoli pezzetti che ritornano insieme, incessantemente, inesorabilmente, infinitamente. Senza fessure. Vedresti un T-1000 che si ricompone, indifferente a te a tal punto che farlo a pezzi non sembra badargli molto, perché non c’è differenza tra intero e parte, in entrambi i casi è sempre un resto. Un popolo recintato non esiste, sarebbe l’organizzazione totale del lavoro e della politica, tutt’altro che “popolo”.

Morti viventi

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«Malgrado la fatica degli storici, degli scribi e degli archivisti di ogni specie, la quantità di ciò che va irrimediabilmente perduto è infinitamente più grande di ciò che può essere raccolto negli archivi della memoria. In ogni istante, lo scialo ontologico che portiamo in noi stessi eccede di gran lunga la pietà dei nostri ricordi e della nostra coscienza. Ma questo caos informe del dimenticato non è inerte né inefficace. Vi sono una forza e un’operazione del dimenticato, che non possono essere misurate in termini di memoria cosciente né accumulate come sapere, ma la cui consistenza determina il rango di ogni sapere e di ogni conoscenza. Ciò che il perduto esige, non è di essere ricordato e commemorato, ma di restare in noi e con noi in quanto dimenticato, in quanto perduto – e unicamente per questo, indimenticabile […].

L’alternativa qui non è fra dimenticare e ricordare, essere inconsapevole e prendere coscienza: decisiva è la capacità di rimanere fedeli a ciò che – pur incessantemente dimenticato – deve restare indimenticabile, esigere di rimanere in qualche modo con noi, di essere ancora – per noi – in qualche modo possibile […]. Se, invece, rifiutiamo questa esigenza, se perdiamo ogni relazione con la massa del dimenticato che ci accompagna come un golem silenzioso, allora essa si manifesterà in noi in modo distruttivo e perverso, nella forma di ciò che Freud chiamava il ritorno del rimosso, cioè il ritorno dell’impossibile come tale». 

Giorgio AgambenIl tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 43-44.

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Pensiamo all’Olocausto. La paura di dimenticarlo – ora che stiamo avvicinandoci alla prima generazione cresciuta senza “uomini che hanno vissuto la guerra” – è cocente. Ma, seguendo Agamben, non vi deve essere alcuna paura di dimenticare se, seguendo Freud, ciò che dimentichiamo è ciò su cui abbiamo lavorato, se ciò che stiamo per dimenticare sappiamo che è qualcosa di possibile, ogni giorno, tutti i giorni. La paura non è di dimenticare l’Olocausto ma di vederlo ripetersi. Ma se un oblio dovesse determinare il ripetersi di ciò che è accaduto, non è perché si dimentica ciò che è accaduto, ma perché si dimentica ciò che ha significato. Si dimentica che è qualcosa con cui abbiamo a che fare ogni volta in forme diverse, non necessariamente quelle del lager: Di nuovo, è sempre qualcosa di possibile. Se non prendiamo coscienza di questo, c’è il ritorno del rimosso, quello che la filmografia moderna ha ben rappresentato con la figura dello zombie: deve essere morto, trapassato; allora perché continua a persistere? Si dimentica ciò che si fa proprio, e che in quanto proprio non c’è bisogno di portare alla mente ogni volta. Questo è l’oblio che cancella l’ossessione di ricordare, elimina la necessità di fissare immagini, forme, senza badare a sostanze e contenuti. Se non si ricorda l’Olocausto in quanto possibile, se non lo si ricorda come ciò che ha significato per noi, la sua crudeltà ritorna e persiste come un’inammissibile morto vivente.

Proletariato, cent’anni dopo

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«Dov’è dunque la possibilità positiva dell’emancipazione […]? Risposta: nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile che non è una classe della società civile, di uno Stand, che è la dissoluzione di tutti gli Stände […], che non rivendica nessun diritto particolare, poiché su di essa viene esercitata non un’ingiustizia particolare, ma l’ingiustizia assoluta […]; di una sfera, infine, che non può emanciparsi, senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società e senza emancipare quindi tutte le altre sfere della società – che, in una parola, è la perdita totale dell’uomo e che potrà raggiungere se stessa solo riscattando integralmente l’uomo. Questa dissoluzione della società come Stand particolare è il proletariato.

Karl Marx e Friedrich EnglesWerke, I, Dietz, Berlin p. 390, in Giorgio AgambenIl tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 34-35.   

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Non mi pare le cose siano cambiate tanto. Anzi, i proletari di oggi sono più proletari di quelli di ieri. Siamo più veri dei veri. Non a caso “proletariato” è oggi una parola anacronistica. Una parola ha bisogno del suo contrario per esistere, altrimenti decade. E’ come in un mondo di pazzi. Siamo tutti proletari.

Ma il Capitale, non aveva vinto? Sì, però funziona che la ricchezza è distribuita male. Poi ti spiego.

La differenza con i vecchi proletari è che noi oggi vogliamo questa catena radicale, questa perdita totale, la desideriamo come il nuovo tablet che cambierà tutto, tranne la propria condizione sociale. Alcuni hanno addirittura sostenuto, e ancor di più altri sostengono ancora oggi, che non desideriamo più questi oggetti, ma già ne godiamo: le rate insomma son roba vecchia, ora puoi già ottenere (goderne) ciò che desideri, senza bisogno di lavorare. Il lavoro non rende più liberi, ma questo già si sapeva da un pezzo. Ogni oggetto da consumare non sarà mai al di sopra delle proprie possibilità perché già si vive al di sopra delle proprie possibilità, e quell’oggetto, quel feticcio, quella merce, è sempre già nelle tue possibilità.Il “Godi! Godi! Godi!” della generazione che non resiste più a niente si è sostituito a quel “Resistere! Resistere” Restistere!” della generazione che voleva soltanto godere.

Negazionismo e governo dei corpi

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Il 15 ottobre la Commissione Giustizia del Senato ha approvato un emendamento presentato dal senatore Felice Casson (PD) che modifica l’articolo 414 del codice penale (istigazione a delinquere) prevedendo un aggravio di pena del cinquanta per cento «se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo, crimini di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra. La stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità». In questi giorni la stessa Commissione sta discutendo un emendamento all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 – presentato in origine da Silvana Amati del Pd il 16 ottobre dell’anno scorso (il 16 ottobre del 1943 avvenne il rastrellamento del ghetto di Roma) – che prevede tre anni di reclusione e una multa fino a 10mila euro a chi nega l’esistenza di genocidi. La legge del ‘75 è la ricezione della Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Entrambi gli interventi in Commissione riguardano il cosiddetto “reato di negazionismo”, su cui in questi giorni se ne discute parecchio. Il primo che propose in Italia un progetto di legge di questo tipo, seguendo l’esempio di diversi paesi europei che già lo adottano da decenni, fu nel 2007 l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, e prevedeva condanna e reclusione a chi negava l’esistenza della Shoah. Alla proposta di Mastella seguirono diverse reazioni contrarie. La più famosa fu quella di un gruppo di 197 storici universitari italiani che in una specie di manifesto dello storicismo affermarono che il progetto di legge di Mastella avrebbe sostituito «a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge». infine, l’11 ottobre è morto il capitano delle SS Erich Priebke, il “boia delle Fosse Ardeatine”, manco a farlo apposta appena due giorni prima del settantaseiesimo anniversario del rastrellamento di Roma.

La tempesta perfetta.

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Il negazionismo è una brutta bestia, ma una legge che ne certifichi il reato non è necessaria, è anzi l’ammissione di un’impotenza. Come spiegano i 197 storici italiani nel documento del 2007, si offrirebbe in primo luogo «ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà». Ma la cosa più grave, afferma il gruppo di storici italiano, è che si imporrebbe «una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato». La preoccupazione degli storici è attuale e scottante. Oltre a contenere implicitamente un’autocritica – gli storici denunciano proprio la mancanza di una “pratica educativa”, “una coscienza comune sulla verità storica della Shoah”, altrimenti non verrebbe in mente a nessuno di discutere seriamente una legge di questo tipo, né a 197 professori di intervenire così – il documento degli universitari è prezioso, afferma il paradossale effetto del reato di negazionismo: la delegittimazione della cultura storica, l’esautorazione dell’educazione scolastica e della sensibilità intellettuale dal determinare una coscienza storica dell’Olocausto. Per affrontare il negazionismo, afferma una buona fetta del mondo accademico italiano, non è necessaria la forza bruta della legge, ma un sano dibattito pubblico. David Irving ha scontato 400 giorni di prigione non solo perché negazionista, ma soprattutto perché colpevole di razzismo e apologia del nazismo, e la sua opinione non ha mai contato nulla. In Francia, Belgio, Germania e Austria (i paesi più colpiti dalle deportazioni) la negazione dell’Olocausto è reato, mentre in Israele, Portogallo e Spagna è addirittura punita qualsiasi negazione di un genocidio. Sono armi in più contro l’oblio della storia, ma quella principale resterà sempre la conoscenza storica, l’unico strumento capace di sconfiggere qualunque propaganda.

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Esiste una legge contro chi afferma l’esistenza di scie chimiche o di una corporazione di alieni che ci governa da millenni? No, perché sono una serie di evocative balle che si smontano semplicemente col buon senso. Il dibattito tra cospirazionisti e cacciatori di bufale non rafforza né le posizioni dell’uno né dell’altro, esalta soltanto la potenza del confronto razionale. Lo stesso discorso dovrebbe valere per chi nega la Shoah. E’ una realtà oggettiva che tra il 1933 e il 1941 la Germania nazionalsocialista ha pianificato e quasi portato a termine l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei d’Europa. Che poi Irving abbia sostenuto che le camere a gas servivano per sterminare i pidocchi è soltanto la libertà di spararle grosse. Se poi ci si sente a tal punto offesi da avere il bisogno di tappargli la bocca allora vuol dire che il revisionismo opportunista di questi individui tocca un nervo scoperto.

E’ il rischio di oblio della storia, la verità che con i totalitarismi noi europei non ci abbiamo ancora fatto i conti. Sotto lo stress di un trauma, tendiamo a cristallizzare questo periodo storico come un capitolo che vogliamo chiuso ad ogni costo, forte di una lettura storica ai limiti dell’interpretazione religiosa: il momento in cui Male ha fatto la sua comparsa sulla terra. Per questo il negazionismo fa paura, perché ha la forza liberatoria dell’antidogmatismo, la stessa che troviamo nella teoria del complotto. Ma perché mai l’Olocausto deve essere un dogma? Abbiamo la storia dalla nostra parte, sono fatti realmente accaduti, non abbiamo bisogno di una chiesa. La paura del negazionismo è la nostra preoccupazione storica più forte, quella della possibilità di un errore ermeneutico da parte delle generazioni future.

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Purtroppo l’Olocausto è stato un affare umano, troppo umano, è questa l’insopportabile verità che non dobbiamo dimenticare. Quella che svela come i totalitarismi del XX secolo siano stati il governo dei corpi in un vorticoso e avviluppante delirio, la conseguenza estrema di un governo in cui vita e politica sono tutt’uno a tal punto che sia la politica a decidere della vita e non il contrario. Da qui l’organizzazione totale dell’esistenza dell’uomo, da quando nasce a quando muore. Questo bisogna insegnare a scuola. Di questo dobbiamo parlare quando affrontiamo faccia a faccia gli orrori dei totalitarismi: il loro nuovo uso del corpo che inaugura l’indicibile verità della politica moderna.

La fusione di vita e politica non fa un animale politico ma un animale la cui vita si fa tutt’una con la politica a tal punto da scambiare la stessa vita per uno dei tanti elementi che compongono la polis. A tal punto da determinare il bisogno del diritto alla vita, di diritti umani. E’ questa la verità che l’Occidente tarda ad affrontare. E’ questa la vera negazione. C’è un filo rosso che collega l’ideologia totalitaria di allora con l’organizzazione totale dell’economia capitalista di oggi. Discutiamo di questo. Difficile parlarne, perché è scandaloso, come l’Olocausto. Ma limitarsi a paventare l’Olocausto dei totalitarismi senza vedere il nuovo uso dei corpi che c’è alla sua base, alle sue fondamenta, è la più grande ingiustizia che si possa fare alle sue vittime, quella che si limita a ricordare, ci costringe a non dimenticare.

La politica è come acquistare una lavatrice

«Abbiamo già provato tutto. Abbiamo provato il re, non ha funzionato. Dopo, abbiamo provato il socialismo con Nasser, e, persino all’apice del socialismo, c’erano ancora i pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Dopo, abbiamo provato il centro, poi il capitalismo […] E non funziona. Potremmo benissimo provare i Fratelli musulmani, adesso, vedere se questo funziona. Comunque, non abbiamo nulla da perdere».

Un tassista allo scrittore egiziano Khaled al-Khamissi.

Mi ricorda tanto il discorso di alcuni italiani che votavano Berlusconi.