I pericoli secondo Diogene Laerzio

Lasciava andare ogni cosa per il suo verso e non prendeva alcuna precauzione, ma si mostrava indifferente verso ogni pericolo che gli occorreva, fossero carri o precipizi o cani.

Notare i pericoli di allora. Oggi sono i prodotti non biologici, il riscaldamento globale e la disoccupazione. Ieri carri, precipizi o…cani (!).

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IX, 62

La restaurazione del XX secolo

Come definire gli ultimi vent’anni del secolo, se non come la seconda Restaurazione? Constatiamo, in ogni caso, che questi anni sono ossessionati dal numero. Dato che una restaurazione altro non è se non il momento della Storia che dichiara impossibili e abominevoli le rivoluzioni, nonché naturale quanto eccellente la superiorità dei ricchi, è comprensibile che essa adori il numero, che è anzitutto numero degli scudi, dei dollari o degli euro […]. Ma, in senso più profondo, ogni restaurazione ha orrore del pensiero e non ama che le opinioni, in particolare l’opinione dominante, riassunta una volta per tutte nell’imperativo di Guizot: “Arricchitevi!”. Il reale, correlato obbligato del pensiero, viene (non senza buone ragioni) considerato dagli ideologi delle restaurazioni come qualcosa di sempre pronto a sfociare nell’iconoclastia politica, quindi nel Terrore. Una restaurazione è innanzitutto un’asserzione circa il reale, nel senso che è preferibile non averci nulla a che fare.

Alain Badiou, Il secolo, p. 39, Feltrinelli, Milano 2006.

Gli inesistenti

In un mondo strutturato dallo sfruttamento e dall’oppressione, vi sono masse di persone che, propriamente parlando, non possiedono alcuna esistenza. Non contano nulla. Nel mondo di oggi, per esempio, non è praticamente africano che conti qualcosa. Diciamo che queste persone sono presenti nel mondo ma assenti dal suo senso e dalle decisioni sul suo avvenire. Diciamo che sono l’inesistente del mondo. Soltanto un’oligarchia lontana ma onnipresente riesce a collegare la successione degli episodi di vita delle persone al parametro unificato del profitto, e a nutrirsi di questo.
E diremo allora che un cambiamento del mondo è reale quando un inesistente del mondo comincia a esistere in questo stesso mondo con un’intensità massima. E’ esattamente quello che dicono ora le persone che stanno scendendo in piazza in Egitto. E’ la liberazione dell’esistenza: i poveri non sono diventati ricchi, in fondo non è cambiato niente. Quello che è successo invece è che l’esistenza dell’inesistente è stata liberata grazie a quello che io chiamo un evento, che in se stesso è quasi sempre inafferrabile. Che cosa osserviamo oggettivamente? Nel giro di pochi anni una piazza del Cairo si conquista una celebrità planetaria. La cosa veramente straordinaria è che la potenza di questo fenomeno è tale da far inchinare tutto il mondo, persino i suoi nemici più accaniti e nascosti.
I rivoltosi radunati in una piazza del Cairo sono dunque il “popolo egiziano”? Ma, in tutta questa faccenda, che fine fa il dogma democratico, il sacrosanto suffragio universale? Non è pericoloso? Tutto sommato, fossero anche un milione, non sono ancora tanti rispetto agli ottanta milioni di egiziani. In termini di cifre elettorali, è un fiasco garantito! Ma questo stesso milione di persone presenti sul posto vale tantissimo se cominciamo a non misurare più l’impatto politico dal numero inerte e separato, come si fa con i voti. La sua forza risiede nell’intensificazione dell’energia soggettiva (le persone si sentono indispensabili giorno e notte, tutto è entusiasmo e passione) e nella localizzazione spaziale della propria presenza (le persone si radunano in luoghi diventati imprevedibili, piazze, università, viali, fabbriche…). E’ la prova che nel caso di queste configurazioni – le rivolte storiche che aprono a possibilità nuove – è presente un elemento di universalità prescrittiva.

Alain Badiou, Il risveglio della storia, pp. 59-62, Ponte alle Grazie, Bergamo 2012.

Pasolini contra multiculturalismo

La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una «tolleranza reale» sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si «tolleri» qualcuno è lo stesso che lo si «condanni». Infatti il «tollerato» si dice di far quello che vuole, cha ha il pieno diritto si seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua «diversità» resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Quindi il negro potrà essere negro, cioè vivere liberamente la propria diversità, anche fuori da «ghetto» fisico, tuttavia la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Egli può uscire da lì solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza

Cos’è, una critica al multiculturalismo? No, non era ancora nato:

Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, in paragrafo terzo: ancora sul tuo pedagogo, pp. 35-36, Garzanti, Milano 2010.

L’antifascismo di Pasolini

In realtà ci siamo comportati coi fascisti razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti. E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di loro ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione

Pier Paolo PasoliniIl Potere senza volto, in Scritti corsari, p. 49, Garzanti Milano 2011. 

Ricordi di Falcone

Lo ricordo come fosse ieri. Eravamo tutti a casa dei miei zii per la comunione di mio cugino, e poi d’improvviso l’edizione speciale del TG, e l’elicottero che sorvolava il cratere sull’A29, che mi ricordava la Solfatara. Io volevo solo vedere Devilman. Per me, cresciuto guardando, tra le altre cose, “La Piovra” o “All’ombra del Vesuvio”, fu una cosa normalissima, e lì per lì non ci vidi nulla di straordinario: era quello che facevano “loro”. Neanche immaginavo cosa fosse “La trattativa”, non c’erano ancora state le bombe a Via dei Georgofili a Firenze, le 3 bombe del luglio ‘93, nè la bomba fuori allo Stadio Olimpico durante Lazio-Udinese. Però capii subito che era successo qualcosa di grave dagli sguardi terrorizzati, allibiti e sconfitti degli adulti. E dal silenzio, un silenzio tremendo. Quello che mi terrorizza adesso, a distanza di 20 anni esatti, è l’assoluta naturalezza e l’innocenza di bambino con la quale osservai la scena e giustificai l’accaduto, convinto che non ci fosse nulla di strano in 500kg di tritolo: in TV si vedeva di peggio. Quello che mi terrorizza adesso è il ricordo dello sguardo degli adulti. Quelli che non avevano le mani tra i capelli o il volto in lacrime ci mandarono di là a giocare per non farci capire. Per non farci capire, guardandoli negli occhi, che avevano paura di aver perso la guerra. Per non farci scoprire, guardandoli negli occhi, che avevano paura di farci crescere in un mondo in cui perfino la speranza era saltata in aria in quel pomeriggio di maggio.

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