Dani Alves, psicanalista

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In psicanalisi si chiama ripetizione, ovvero la persistenza di un concetto o di una sensazione. E’ il punto di ancoraggio del nevrotico, l’allucinazione dello psicotico, o la semplice ansia, l’angoscia, il chiodo fisso per quelli a cui prima o poi passa. E’ in sostanza l’ossessione, la persistenza dell’identico che ritorna, inesorabilmente, incessantemente. Può rappresentare una fonte di ispirazione, ma anche un incubo. E’ la morte, l’orrore del corpo freddo, l’ineluttabile destino di tutte le cose viventi che, nella loro infinita varietà dinamica e mutevole, vanno inesorabilmente verso la cessazione di ogni movimento. Ripetizione è la nausea sartriana della persistenza dell’esistenza.
Dani Alves, giocatore del Barcellona, ha applicato senza saperlo questo principio all’antirazzismo, rendendolo devastante per efficacia. Il 27 aprile, contro il Villareal, gli hanno lanciato una banana. Senza battere ciglio Alves l’ha presa, gli ha dato un morso, l’ha gettata a terra e ha battuto un calcio d’angolo. Il gesto è diventato virale, con tantissimi narcisi che non aspettavano altro per farsi un selfie finalmente diverso, con una banana in mano per esempio. 
L’efficacia antirazzista del gesto del giocatore del Barça sta tutta nella ripetizione. Alves non ha reagito per opposizione (protestando, offendendosi) ma al contrario per affermazione, ripetendo il gesto che ha subìto. Dagli spalti l’invito era chiaro, con tutto il carico di invenzioni che caratterizza l’offesa razzista: “Tu, negro, che sei un gradino sotto la scala evolutiva dell’essere umano [invenzione], mangiati questa banana come fanno le scimmie [invenzione]”. A questo sobrio, scherzoso e leggero messaggio, Dani ha risposto come risponderebbe ogni persona serena in un contesto come quello del gioco: ha accolto l’invito razzista, smontando di fatto ogni possibile provocazione.

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E’ quello che fanno gli afroamericani del ghetto quando tra di loro si chiamano negri (niggernigga). Pronunciano la stessa parola con lo stesso significato ma in un altro contesto: rispettano la sintassi, la semantica, ma non la pragmatica. Il trucco sta nel ripetere, senza badare a chi proferisce, e a proferirla non è più il carnefice, ma la vittima. Attraverso la ripetizione, la parola viene sradicata e riutilizzata nel suo significato più puro, neutro. Il suo senso viene ribaltato, pur mantenendosi inalterato: negri sono e negri rimangono. Con la differenza che il gesto, la profanazione, la profonda offesa della parola nigger viene presa alla lettera: nigger è un termine neutro di origine spagnola che indica la persona con la pelle scura. “Sono io!” afferma il negro ingenuo che non sa cosa nigger significhi, se non, appunto, con-la-pelle-scura. Così il “negro” detto “fra negri” non è più discriminante, anzi lo è (se c’è un negro, è perché c’è un bianco), ma al contrario: sono io, negro, che mi distinguo da te, bianco. E nigga diventa solidarizzante, comunitarizzante. Nigger è tra pari sinonimo di fratello, mentre tra schiavo e padrone indica al contrario il nemico (ancora oggi non conviene a un bianco apostrofare un negro, a meno che non gli sei amico, con un hey nigga!). In entrambi i casi, però, il significato è esattamente lo stesso, non viene alterato. Quando viene ripetuta alla lettera, persistendo identica a se stessa in un nuovo contesto, una parola muore nel suo uso corrente (“negro” è una parolaccia; le banane le mangiano i negri e i finocchi) per svelarsi nel suo proprio significato (“negro” significa “con-la-pelle-scura”; la banana è un frutto che si mangia). La persistenza della ripetizione è la parola nella sua identità propria.
Dani Alves, come tutti i nigger, come tutti gli esseri umani di tutto il pianeta terra, mangia le banane. E quando gli hanno offerto una banana si è limitato a mangiarla, capovolgendo il messaggio:

– “Mangia la tua banana, negro”
– “Ok. Mh, buona”

Quale carceriere non andrebbe su tutte le furie?
Per concludere, il gesto di Alves, ripetendo il movimento vitale dell’offesa razzista, di fatto arresta e annulla l’efficacia del gesto, ammazza il razzismo mettendogli di fronte uno specchio. E l’ondata di selfie con banana al seguito sta lì a sottolinearlo: rafforza e ripete la ripetizione fino alla nausea, fino alla morte.
Il razzismo nello sport – il razzismo urlato per attirare l’attenzione, non quello utilizzato scientificamente per attaccare e isolare una minoranza (come invece ha fatto Donald Sterling proprio negli stessi giorni) – non si combatte con l’antirazzismo, ma assumendo su di sé la sua banalità, il semplicistico e antiscientifico ragionamento che sta alla base di ogni offesa razzista. 
Negli stadi il gioco del razzismo viene preso troppo seriamente, aumentando enormemente il suo impatto sull’opinione pubblica, più di quanto vorrebbe colui che ha lanciato una banana. Dani Alves ha riportato la questione sul terreno che gli compete, fuori dalle trasmissioni tv del pomeriggio e dalle conferenze stampa degli allenatori, piuttosto inchiodandola lì dove nasce.
In questi contesti la ripetizione del gesto razzista da parte di chi subisce l’ingiuria smaschera l’ingenuità dell’ingiuria, la banalità del ragionamento dietro l’offesa. La banalità della banana.

Caterina Simonsen e il confronto casuale senza filtri

Il caso di Caterina Simonsen è un buon esempio della bassa qualità che può raggiungere un dibattito (in questo caso un non dibattito) sul web. L’opinione pubblica “del web” è n’è più ne meno che la classica opinione pubblica, definibile a differenza di quella “classica” come una nuova articolazione del confronto casuale senza filtri. Cos’è un confronto casuale senza filtri? E’ quando parli con il tuo vicino di autobus, quando al semaforo scambi quattro chiacchiere con il motorino di fianco al tuo, quando disquisisci al supermercato su quale bottiglia di rosso acquistare. E’ la chiacchiera da bar, vero cemento dei rapporti sociali. E’ il più e il meno, il discorso che non conclude nulla, senza filtri, quello che non impegna a responsabilizzare chi parla ma al contrario dà la libertà di poter dire boiate senza essere un idiota.
Il confronto casuale senza filtri permette di scongelare le tensioni, archiviare i rancori. E’ un fattore fondamentale nelle relazioni tra gli abitanti di uno stesso paese, di una stessa città, di una nazione. Vi è in gioco l’identità di chi parla, il principio di appartenenza e una buona dose di felicità (cosa c’è di meglio di un inconcludente scambio di battute in fila alla posta per sentirsi meglio?). Sono discorsi dalle grandi potenzialità, perché possono portare molto in alto, ma anche molto in basso. La filosofia ha un termine specifico per definire il confronto casuale senza filtri: senso comune. Senso comune è l’humus del ragionamento, il punto di partenza per ogni discorso. Lasciato lì dov’è si perde nel qualunquismo, ma affinato e lavorato porta al comizio politico, al salotto radical chic, al discorso della classe dirigente, finanche al pensiero filosofico, purché sia frutto di un confronto determinato e voluto, anziché casuale, mediato nei toni e fondato sul rispetto reciproco degli interlocutori, che insomma responsabilizza chi parla impegnandolo a dare il meglio di sé. C’è quindi una salita per gradi: dal senso comune al discorso ragionato, dal confronto casuale senza filtri al confronto voluto e responsabile.
Il senso comune è quindi un terreno neutro da cui può nascere di tutto: riflessioni barbare, pregiudizi storici e brillanti sillogismi. Il senso comune è merda nel senso proprio del termine: può finire nel buco del water ma anche nel terreno di un nuovo orto.
Cosa c’entra tutto questo con il caso di Caterina Simonsen? C’entra nel senso che è un perfetto esempio di confronto casuale senza filtri che non è decollato. C’è un tema importante, la sperimentazione animale, che non ha fatto un passo verso l’argomentazione visto che si è accontentato degli strumenti facili della pietà e della compassione. Ma Caterina, consapevolmente o no, ha sollevato un tema profondo e attuale.

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Osserviamo questa immagine e decifriamo tutti i messaggi contenuti, sia quelli espliciti che impliciti, facendo caso alla schizofreniadi un messaggio che genera necessariamente sentimenti contrastanti. C’è una ragazza che controbilancia con un’espressione buffa la serietà della maschera che indossa. La faccia ti dice: ho un tubo in faccia ma ci sono abituata fin da piccola, soffro ora ma soffro da sempre, ci convivo, ci gioco anche se le cose sono serie. Quindi: sorrido e soffro, gioco e faccio sul serio. E’ questo il piano formale di articolazione del discorso, la “confezione” con cui si presenta, che nasconde però al suo interno un altro messaggio, quello scritto sul cartello, di tutt’altra specie, molto duro, perentorio: io vivo grazie alla vera ricerca, che è quella che sperimenta sugli animali. Una differenza netta: c’è la vera ricerca e la falsa ricerca. Che significa? Che non c’è semplicemente una ricerca adatta a curare la malattia di Caterina, ma che da un lato c’è quella di cui gode Caterina che è l’unica ricerca che può curare l’essere umano, quella basata sulla sperimentazione animale, dall’altro un tipo di ricerca, quella che non sperimenta sugli animali, che non solo non è vera, ma addirittura falsa, pseudoscienza, quindi di fatto ricerca non scientifica. Caterina, volente o nolente, dichiara quindi che la ricerca scientifica è quella che passa per le cavie animali. In una sola, semplice affermazione (“grazie alla vera ricerca”) c’è quindi un giudizio molto forte, autoritario. La durezza del messaggio viene controbilanciata dalla faccia innocente di una ragazza di 25 anni, creando apparentemente un certo equilibrio semantico: con questa faccia posso permettermi di dire quello che voglio. Ma alla fine si tratta dell’immagine del narciso ai tempi di facebook, trapiantato però nel letto di ospedale: nonostante la mia malattia altamente debilitante, io Caterina sono carina, simpatica e non do alcuna legittimità scientifica a chi al contrario di me crede di potersi curare senza sperimentazione animale.
Il fatto è che Caterina ha ragione: storicamente, le cure passate per la sperimentazione animale sono quelle che hanno avuto efficacia e successo. Non solo hanno allungato le aspettative di vita generali dell’umanità, ma anche salvato la vita di chi in un altro periodo storico non avrebbe avuto alcuna speranza di farcela. Cos’è che insomma Caterina non ha detto, qual è la potenzialità del suo messaggio che lei stessa non ha saputo cogliere: che la cavia è connaturata alla medicina moderna, che la verità inaccettabile della ricerca scientifica è la morte di altre vite “minori”. Caterina quindi non ha scelto la strada della constatazione storica, non ha scelto di rivelare lo scandalo della medicina moderna, lasciando così lo spazio al dibattito tra cosa sia una medicina moderna etica e cosa no. Ha preferito invece saltare il passaggio scegliendo già da che parte stare, scegliendo il dogma pseudoscientifico che gli ha permesso di vivere. Se la scienza ha sempre funzionato così, ragiona Caterina, allora è giusto che vada avanti così, la crudeltà è il prezzo da pagare, il fine giustifica i mezzi.
L’unica risposta accettabile per Caterina sarebbe stata un messaggio identico ma in forma invertita: una donna della sua stessa età, nelle sue stesse condizioni, ma che dichiarasse l’esatto contrario: “Grazie alla vera ricerca, quella che non sperimenta sugli animali, io sono viva”. Sarebbe stata l’unica risposta possibile all’intransigenza di Caterina, che avrebbe messo in scacco non solo Caterina ma anche se stessa, rivelando due posizioni antiscientifiche perché dogmatiche:
– “Vera ricerca è quella che passa per la vita degli animali”.
– “No, vera ricerca è quella che non gli torce un capello!”.
La questione da discutere è semplice: attualmente il sistema scientifico delle cure funziona attraverso le cavie, non esiste una cura efficace che non sia passata per una scimmia. Questo non significa che Caterina ha ragione, è questo l’errore da non commettere, significa soltanto constatare uno stato di fatto: finora si è scelto di avere una medicina di questo tipo. Perché? Perché il metodo della cavia, oltre ad essere l’unico pensato finora, è quello più efficace immediato, ma certo non si può dire che sia un metodo giusto. Un’economia basata sullo sfruttamento di risorse e di uomini è sempre stata storicamente quella più efficace, ma potremmo dire che si tratta di un’economia giusta e verasoltanto perché è sempre stata così?
Si deve poter pensare che può esistere una medicina che non sacrifichi la vita per salvare le vite, questa è la verità. Che si sostenga che l’unica possibile sia quella della sperimentazione animale, o che l’unica possibile è quella che queste sperimentazioni non le fa (detto poi certamente da persone che scienziati non sono) significa non fare un passo verso il cuore della questione, ma fermarsi in superficie, al bar sport, un bar fatto di decine di migliaia di condivisioni che scatenano le emozioni più elementari della compassione e dell’innocenza perduta.

Che cos’è Google, e come criticarlo senza cadere nel “piove governo ladro”

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Recentemente ho letto un interessante post di Massimo Mantellini che raccontava come in due ore di scrolling sui risultati di ricerca Google per “La grande bellezza” abbia trovato i primi link interessanti soltanto dopo il 120° risultato. L’analisi arriva a criticare una presunta perdita di una «capacità automagica» avuta in passato da parte di Big G nel “leggerti nel pensiero” quando cerchi, ovvero di avere subito, diciamo nei primi dieci risultati, quello che cerchi. «Google non funziona più come un tempo» afferma Mantellini, «il suo vecchio magico pagerank» «non sembra più in grado di filtrare alcunché», «i tempi cambiano, le mamme invecchiano, abbiamo bisogno di un nuovo motore» conclude il blogger di Manteblog.
La riflessione di Mantellini è importante perché ci fa notare com’è cambiata, nel giro di pochi anni, la nostra percezione del motore di ricerca per antonomasia: da “magico pagerank” a “mamma invecchiata”. Il che è vero: Google, nato per consuetudine il 15 settembre 1997, è passato da brillante e rivoluzionaria risorsa del web a, soprattutto dopo lo scandalo NSA, pesante, potente e necessaria multinazionale. Insomma, è ormai noto che non c’è più niente di amorevole in Google, anche se pare che non possiamo farne a meno.
Ma una critica di questo tipo ad un motore di ricerca è in realtà soltanto una critica a metà, perché manca di tutta una questione che solo di recente è stata sollevata: la responsabilità di chi cerca e di chi crea i siti. Lamentarsi del fatto di trovare una prima recensione interessante soltanto dal 120° risultato in poi senza tenere conto che la ricerca è stata fatta sulla base di una frase-chiave incompleta quale “la grande bellezza”, e non con un più preciso e ovvio “recensione la grande bellezza”, significa lamentarsi di non trovare subito la ricetta del sorbetto al limone se si scrive “limone”. E’ la logica che, semplificata al massimo, ti porta a dire “piove governo ladro”.
Google per fortuna non crea i siti che indicizza, per cui se si pretende da lui una maggiore efficacia bisogna anche pretendere la maggior efficacia possibile da parte di due entità: il ricercatore (aggiungere “recensione” alla chiave di ricerca se si cerca una recensione è un ottimo inizio) e il sito. Trovare l’equilibrio giusto tra questi due fattori, qualità della ricerca e ottimizzazione dei contenuti che aspettano solo di essere trovati, è la chiave per avere un motore di ricerca onesto, giusto, equilibrato e selettivo. Il SEO dovrebbe essere colui che si occupa di tutto questo. Dovrebbe in teoria non preoccuparsi soltanto di fare un sito “a misura di Google”, ma anche far coincidere le esigenze interne di un sito con quello che Google ti chiede per essere interessante. A seconda di come lo si guardi, SEO può essere semplicemente un’attività di puro marketing nel caso di un sito e-commerce, o anche un ottimizzatore di contenuti nel caso di un giornale online, un ruolo non troppo diverso dal titolista dei giornali di carta. In entrambi i casi la domanda che il gestore del sito si deve fare è sempre la stessa: come adattare i contenuti ai motori di ricerca senza sacrificare la loro qualità?image

La “magia” di Google è sparita perché, fortunatamente, è sparita la “magia” messianica del web, passato da rivoluzionario spazio di condivisione di tutte le menti in un più ridimensionato luogo virtuale non tanto diverso da qualunque altro luogo fisico: nella piazza manifesti, soffochi le sommosse, celebri la caduta dei dittatori e vai a vedere il concerto di Laura Pausini. Le stesse cose le fai navigando nel web. Come il mondo, il web è insomma tante cose, anzi è tutte le cose: la definizione di mondo è proprio questa. Ma, attenzione, “mondo”, ci dice la filosofia, non è un’entità. Esiste mica qualcosa che puoi incontrare per strada e dire: “Hey, ciao mondo!”? L’ente “mondo” non esiste, esiste un insieme che contiene tutte le entità fisiche del pianeta, e questo insieme si chiama “mondo”, ma non esiste di per sé. Per un’innata predisposizione del genere umano, ci sarà sempre l’ineliminabile desiderio di fare esistere questo ente “mondo”. E’ il desiderio della “globalizzazione” e sappiamo bene dove ci sta portando: la riduzione di un ente come “mondo” alla sua economia. “Mondo” però non è l’economia mondiale, giusto? Per questo la globalizzazione non funziona, o almeno funziona se fai parte di quelli che nonostante la crisi (o proprio grazie alla crisi) continuano a fare un sacco di soldi. Ma questa è un’altra storia. Tutto questo per dire che quel messianico, confortante e inquietante slogan dell‘“ora cambia tutto” tanto caro ai produttori di smartphone è quindi un’affermazione puramente neutrale, non dice nulla finché non viene “riempita” da cinque questioni di base: chi, cosaquando, come e perché si debba determinare questo cambiamento globale? Lo si vuole per incrementare la ricchezza economica delle nazioni o anche per qualcos’altro?
E’ una fortuna che non ci sia più la “magia” di Google, perché vuol dire che cominciamo a guardarlo per quello che è davvero: un semplice motore di ricerca, oppure, a seconda di come la si vede, non soltanto un semplice motore di ricerca. La responsabilità dei risultati di ricerca non pende solo dalla parte di chi indicizza i siti, ma anche da chi crea i contenuti da indicizzare, visto che si tratta di due elementi separati che insieme permettono a Google di funzionare. Edward Snowden ce l’ha fatto capire con chiarezza cristallina: dobbiamo smetterla di credere che basta accontentare chi ti indicizza per avere il web delle meraviglie, perché chi indicizza non opera solo nel testo di un sito ma anche e necessariamente sul lettore. Per questo Google sarà sempre un’azienda, un privato, un ente interessato a sapere tutto quello che fai non perché è un voyeur ma perché deve indicizzare alla grande! La sua responsabilità è quindi anche la nostra responsabilità. Libertà è partecipazione oppure no?
Come funziona Big G? Cosa vuole? Cosa vuole da un sito per ottimizzare la baraonda di parole che lo compone? Ma anche: cosa vuoi tu che crei un sito, lo fai solo a scopo di lucro o anche per qualcos’altro? Google è chiamato in causa ad una maggiore responsabilità. E noi lo siamo altrettanto.

La natura extraparlamentare di Berlusconi

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I dati sulle presenze alle votazioni del Parlamento dell’ex senatore Silvio Berlusconi esplicitano la sua natura extraparlamentare: una su 1803 sedute, lo 0,06%. Sono le presenze da votante, non le presenze generali in aula.

Berlusconi non è un politico, se per politico si intende colui che si occupa della cosa pubblica. Non ha mai considerato lo Stato e la sua attività (il Parlamento) come lo strumento con il quale esercitare il potere della cosa pubblica, ma come quello con cui esercitarlo da privato, che significa occuparsi solo degli affari propri (politico è colui che beneficia personalmente di una cosa di cui beneficiano tutti: è perché ne beneficiano tutti che ne benefici anche tu, mai il contrario).
La natura di Berlusconi è extrapolitica. Egli non considera i tre poteri dello Stato (esecutivo, legislativogiudiziario) come qualcosa in cui è incluso, ma come qualcosa da cui ne è escluso. Li ha adoperati o influenzati nel loro esercizio, ma non vi a mai fatto parte: giudica ma non vuole essere giudicato, legifera ma non è uguale davanti alla legge, ha sempre applicato la legge fuorché non gli convenisse. E’ letteralmente un fuori-legge. Per questo ogni azione giudiziaria è sempre stata inefficace. Per questo ogni esercizio del suo potere, da presidente del Consiglio, da uomo di Stato, tende a demolire l’istituzione che lo rappresenta: perché lo esercita senza riconoscersi, sempre da fuori. Per questo è soprannominato il caimano: quando sembra sconfitto, fuori dal potere che esercita, ecco che ritorna più feroce, perché non ha mai perso l’esercizio di un potere da cui si pone fuori.

La sua decadenza da Senatore gli toglie quindi un certo potere, ma non lo estromette dal suo esercizio, per esempio nella forma indiretta del partito. E’ una contraddizione difficile da sostenere, eppure non si può negare che da oggi c’è una sedia vuota in Parlamento che è sempre stata vuota.

Omofobia, la scarsa qualità del dibattito italiano

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Quindi, se ho capito bene:

I gay che non si sono suicidati da ragazzi dicono ai potenziali adolescenti suicidi di non suicidarsi perché la vita è bella. Addirittura c’è chi scrive una lettera aperta ai potenziali gay suicidi – pubblicata su La Repubblica di oggi – che dice sostanzialmente: ”Non ucciderti, essere gay è come tifare la propria squadra del cuore!”. Insomma, in Italia la qualità del dibattito pubblico sull’omofobia ha raggiunto livelli invidiabili.

C’è uno stridore logico e una cacofonia semantica degna dei migliori programmi televisivi del primo pomeriggio nel dire “suicida perché gay”, e il fatto che l’equazione la utilizzino quotidiani e rotocalchi, giornali scandalistici e generalisti, è un segnale forte: cari ragazzi, dovete avere il culo di nascere in una famiglia dalla mentalità aperta, perché se aspettate che qualcun altro vi possa far capire cosa vi sta succedendo vi sbagliate di grosso. Se poi a questo aggiungiamo le buone intenzioni di un personaggio pubblico quale il comico Carlo Giuseppe Gabardini che riduce la complessità dell’identità di genere al tifo calcistico, all’amore per un autore di romanzi, il risultato è qualcosa di assolutamente orribile. L’intenzione è encomiabile. E’ quella che vuole alleggerire la questione, ma la forma con la quale la presenta è terribile perché pone l’adolescente – così confuso, in un momento della sua vita in cui decide qui e ora cosa sarà per tutta la vita – come un ragazzetto, un piccolo bambino. «Ma dai, stai tranquillo – sembra dire Gabardini – l’omosessualità è come stare davanti al televisore e gridare: “NAPOLI! NAPOLI!”». Ma che risposta è?! Io voglio baciare i ragazzi, il mio pene diventa duro quando vedo bei visi scolpiti, non so cosa cazzo significa e se è una cosa naturale oppure no, e tu mi sai soltanto dire “Sorridi! Essere gay è bellissimo!”?

La verità fondamentale sull’omosessualità è questa: essere gay o essere eterosessuale è la stessa cosa. Si tratta ovviamente di una contraddizione: o si è gay o etero, amare l’altro sesso non è amare lo stesso sesso. Ma se in entrambi i casi si ama, allora essere gay è la stessa cosa di essere eterosessuale. Per questo l’editoriale di Gabardini afferma che essere gay è bellissimo. Ma se non spieghi il perché , dicendo solo come – e un “come” con esempi degni di una puntata di Bim Bum Bam – il messaggio che passa è purtroppo una cosa molto banale. Caro Gabardini, non si può affermare il messaggio rivoluzionario, fondamentale (essere gay o eterosessuale non fa differenza) con il linguaggio di Camera Café. Ma la colpa più grossa è della redazione di un quotidiano da centinaia di migliaia di copie che decide di pubblicarlo. Sarebbe meglio consigliare La vita di Adele e basta, film che dice tutto quello che Gabardini avrebbe voluto dire, soltanto in modo autentico, e senza dire proprio niente.

Nun se po’ sentì

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«Nun se po sentì un nobile declassato che non solo abusa di un “compagno”, ma che addirittura l’appella a un tizio di cui avrà ascoltato sì e no due canzoni sfrecciando con la Jaguar di papà sulla costa Azzurra. No, in nome di quel briciolo di dignità che è rimasto alla sinistra, in nome di Lenin, Marx e di un eroinomane newyorkese che cantava l’amore trans nella capitale del capitalismo underground, no». Questo avranno pensato i Wu Ming.

Così fan tutti

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In un mondo post-atomico, post-moderno, dove ideali quali uguaglianza, fratellanza e libertà sono buoni per vendere qualcosa. In un mondo dove addirittura la Chiesa ha capito che deve strizzare l’occhio alla modernità se vuole entrare nel XXI secolo, fa strano vedere la Merkel indignarsi e sbattere i pugni su un tavolo che non è più di sua proprietà da un pezzo, e fare l’offesa strizzando l’occhio a un “popolo” iscritto per di più a Facebook.