Ho sparato per sbaglio: quis custodiet ipsos custodes?

image

Vorrei tanto leggere qualcosa che metta a confronto i fattacci di Ferguson con Rione Traiano. Scovarci le differenze sostanziali e i punti in comune.

Una differenza sostanziale forse non c’è, perché se nella cittadella americana abbiamo a che fare con “negri”, nel quartiere napoletano abbiamo a che fare con “tamarri” e “malamenti”. Se lì è razzismo, qui è classismo.

Forse la differenza sostanziale tra Ferguson e Rione Traiano (nomino il quartiere e non la città perché così non rischio di evocare la retorica della “Napoli violenta”) risiede nella differente sicurezza di sé delle due istituzioni. Un poliziotto degli Stati Uniti mai si sognerebbe di affermare che un colpo diretto nel petto di una persona disarmata sia “partito per sbaglio”: oltre ad essere una palese bugia, non farebbe certamente onore a colui che lo afferma. Sarebbe come se un corridore facesse una buona gara “per sbaglio”. Un poliziotto statunitense, più repressivo e orgoglioso di uno italiano per temperanza e storia nazionale, troverebbe assurdo sostenere di non aver avuto il controllo della propria arma. Un americano che sentisse ammettere da un poliziotto connazionale di aver sparato per sbaglio sarebbe come un italiano che sentisse da un connazionale ammettere di aver cucinato un’ottima pasta “senza farlo apposta”. Il poliziotto americano ha la lungimiranza di dire, con disonestà, che “è stata legittima difesa”, tanto sa che la sua “Arma” lo difenderà sempre.
Un italiano invece la stupidità di non ammetterlo, pur sapendo che in ogni caso la farebbe franca. Perché l’Arma, il corpo della Polizia, lo stato di polizia in generale in tutte le parti del mondo sono insieme dentro e nello stesso tempo al di fuori della legge. Perché? Perché a differenza del cittadino comune, che poliziotto non è, il poliziotto la legge deve farla rispettare.

Qui in Italia, tra i vari Aldrovandi e Cucchi, a differenza degli Stati Uniti c’è l’esautorazione del gesto: non volevo sparare. Quasi come se una pistola di quasi un chilo di peso sparasse da sola. Negli Stati Uniti c’è la virile responsabilità dell’azione, a sua volta vilmente giustificata (“ero in pericolo di vita”).

Questi avvenimenti, accaduti in contesti differenti tra loro, che sia un “negro” o un “tamarro-malamente” a rimetterci le cuoia, rivelano l’elemento fondamentale in comune, il fattore che rivela come un lampo la vera natura dello stato di polizia: sarà sempre al di sopra della legge, per cui se reagisce eccessivamente, commettendo un omicidio non necessario, può scegliere se perseguirsi oppure no, e state sicuri che sceglierà sempre, per puro istinto di conservazione, di non perseguirsi. Quando la polizia, il carabiniere, commettono un omicidio “per sbaglio” si pongono di fronte a un dilemma non da poco: mi auto-perseguo, applicando su di me la legge che applico sugli altri ma minando la mia stessa funzione (come applicare la legge se chi la applica commette illeciti come l’omicidio?), oppure mi auto-escludo dal giudizio legislativo a costo di perdere credibilità ma mantenendo la legittimità del mio mestiere?

È questo il dilemma a cui si sottopone ogni polizia del mondo quando commette una cazzata. È questo il motivo per cui è così vile quando si tratta di essere giudicata: in quanto polizia, non può fare altrimenti. I fascistelli dell’ultima o della prima ora che sono dalla parte del poliziotto in ogni fatto di questo tipo seguono coscientemente o no questa logica.
Tra legittimità e credibilità, la polizia di tutto il mondo deve sempre scegliere la prima se vuole continuare ad esercitare la sua funzione. 

Da qui la domanda capitale, a cui ancora non c’è una risposta: quis custodiet ipsos custodes? si domandava Giovenale. Who watch the Watchmen? ha ripetuto più recentemente Alan Moore.

La reazione esagerata del carabiniere è una vecchia questione, secolare, legata alla natura stessa dello stato di polizia: la polizia o il carabiniere è una figura morale in bilico. Protegge e castra, sorveglia e sopprime, salva e uccide. Esattamente come la legge.

Fumare marjiuana?

image

In un editoriale sul New York Times pubblicato a gennaio e che ora scopro grazie a Il Post, il columnist David Brooks spiega le ragioni che lo hanno spinto in gioventù a rinunciare a fumare marijuana.
Chiariamo subito, fumare marijuana è bello, dice Brooks, ho bei ricordi legati a quei momenti. I motivi per cui ha smesso, da bravo anglo-giornalista, Brooks li riassume in quattro punti.

1. Troppi incidenti imbarazzanti. Gli è accaduto che a scuola, in un discorso pubblico, non riusciva ad accocchiare due parole, episodio che a volte sogna ancora la notte (si può già intuire che l’episodio sia stato L’episodio che l’ha spinto a smettere, caro aspirante giornalista di allora). 

2. Un suo amico, «forse il più intelligente di tutti noi», «è sprofondato in una vita da fattone». Deduco che questo amico non sia diventato schizofrenico, né abbia avuto alcun serio problema neurologico, piuttosto che fumando tanto -e ciò vale per tutte quelle passioni che monopolizzano il proprio interesse e i propri argomenti di conversazione- semplicemente non aveva più molto da dire a Brooks.

3. È una forma di piacere semplice e ripetitiva. Ci sono piaceri più sofisticati, afferma Brooks, che alla fine mi hanno spinto a smettere. Come a dire: è indubbio che fumare sia piacevole, ma alla lunga, come andare solo e sempre al cinema, stufa, abbrutisce e trasforma il modo con il quale ti godi questo momento di piacere, non rendendolo più solo un piacere.

Infine il quarto punto, quello rivelatore, la ragione alla base del quale l’editorialista del New York Times David Brooks ha smesso di fumare:
4. «Ho la vaga sensazione» (quindi la certezza tradotto dalla retorica) che fumare non ti renda orgoglioso di te, non ti renda coerente, né sia una cosa che la gente ammiri.
Da qui la considerazione finale: smettere o fumare sporadicamente ti dà la possibilità di essere più integrato e interessante. Legalizzarla, conclude, dà una maggiore libertà personale ma anche una maggiore possibilità di creare comunità che rinunciano alle proprie ambizioni personali.

                                                       ***

È giusto fumare erba? Brooks risponde che in fondo è una domanda sbagliata. È ingiusto fumare erba, è giusto fumare erba, la questione dipende da troppe cose per esigere una risposta sempre valida.
È interessante osservare la morale di fondo di Brooks, particolarmente articolata al di là dell’apparenza libertaria e vincente da american way of life. Per Brooks la domanda migliore è: è giusto per me fumare marijuana? Fumarla tanto, poco?
Da un lato, nella sua personale esperienza con la marijuana, Brooks arriva a conclusioni profondamente conservatrici, utilitariste e libertarie: smettere di fumare (o farlo occasionalmente) ti dà più possibilità di essere una persona di successo in un mondo in cui la trasgressione non è ben vista. In pratica Brooks ha smesso perché nel lavoro che voleva fare e tra la gente che voleva frequentare la marijuana non è ben vista. Non solo, Brooks non fuma più perché ha scoperto che non farlo gli dà più autostima e lo rende più soddisfatto di sé, condizione necessaria per parlare in pubblico e per scrivere editoriali letti da migliaia di persone.
La questione se fumare o non fumare si risolve fumando “quando è il momento”. Però fumare “quando non è il momento” è l’apice della trasgressione, e la cosa provoca un certo piacere. Perciò se hai un rapporto un po’ infantile con ciò che è proibito (tipo trasgredire sempre e comunque per il piacere di trasgredire e non per la necessità o i vantaggi che questa trasgressione porta con se) la canna sarà sempre un piacere per te, ma anche un po’ una dannazione: io DEVO fumare.
Brooks ha smesso di fumare perché quella canna all’ora di pranzo, prima dell’intervento pubblico in classe, è stata fantastica: trasgressione e piacere. Ma gli ha fatto pagare un prezzo troppo caro: rinunciare ad un discorso pubblico brillante per uno mediocre. Una mediocrità inaccettabile per l’aspirante giornalista Brooks che per mestiere deve parlare agli altri e farsi piacere. Brooks ha così preferito l’ascetismo all’equilibrio, perché probabilmente, conoscendosi, sapeva che delle canne avrebbe sempre abusato (è sempre il “momento giusto” per fumare, no?) e non sarebbe mai riuscito a fumare “al momento giusto”.

image

C’è anche una morale più profonda nelle motivazioni di Brooks, qualcosa di involontario anche per lui, qualcosa che va al di là del banale arrivismo all’americana, seppur nello stesso tempo questa morale la troviamo proprio scavando in questa visione del mondo colonialista e imperialista: “sii ricco e felice e non domandarti come sia possibile che non tutti sono ricchi e felici”.
In un mondo in cui l’imperativo della società è «Godi!», godere sta diventando una cosa molto più simile al dovere che al piacere. Godi acquistando il prodotto giusto. Godi realizzando il lavoro che hai sempre sognato. Godi costruendoti la famiglia che tutti vorrebbero. Da qualche decennio a questa parte l’esercizio del piacere in società è diventato qualcosa di poco piacevole: godere perché è quello che l’Altro (la legge, la famiglia, la pubblicità, la società) si aspetta da me.
È il tunnel del divertimento, come dice Caparezza.
Negli Stati Uniti, se la legalizzazione della marijuana continuerà stato per stato, lo spinello diventerà un’altra di quelle cose che DEVI provare e soprattutto acquistare. «Le leggi modellano profondamente la cultura, e quindi che genere di comunità vogliamo che le nostre leggi promuovano?» si chiede Brooks. È la stessa Legge, un po’ più avanti nell’articolo, che risponde per bocca di Brooks: «Direi che nelle società sane i governi vogliono impercettibilmente far pendere la bilancia dalla parte dei cittadini moderati, prudenti e autonomi», in pratica buoni consumatori rispettosi della legge. Siamo quindi ancora nella morale della Legge, e di conseguenza dell’imperialista americano. Ma ecco la svolta che, partendo dall’ideologia libertaria, approda a una morale più autentica. «Legalizzando l’erba -conclude Brooks- i cittadini del Colorado [che hanno da poco legalizzato l’uso della marijuana] stanno accrescendo le libertà individuali, ma stanno anche promuovendo un’ecologia morale in cui è un po’ più difficile essere il genere di persona che la maggior parte di noi vuole essere». 
Ecco il rovesciamento interno alla stessa morale conformista e conservatrice di Brooks. Va bene fumare, ma una comunità di fumatori non è certo quello da cui aspettarci una qualche sorta di cambiamento se le cose iniziano a prendere una brutta piega, tipo la società ossessionata dal controllo e dai consumi quale quella in cui viviamo oggi. Cosa è più facile controllare, domanda implicitamente Brooks, una comunità di fumatori o una comunità di non fumatori/fumatori occasionali? Brooks dà un’avvertenza molto importante: la trasgressione non è nel fumare ma nella scelta di fumare. Perciò scegliere di non fumare, in una società schizofrenicamente permissiva e autoritaria, può costituire, se non una forma di trasgressione, per lo meno una scelta emancipatrice.

—-

Nella seconda immagine, Peter Kohut, Super Ego, 2012, olio su tela.

Il cinismo del venerdì

Cosa fa oggi Cristina D’Avena?
«Concerti per l’Italia, centri commerciali. Conduco karaoke per bambini. Ho lanciato una mia linea di sneakers. Vado negli ospedali a far visita ai malati».

Un ricordo legato all’ospedale?
«Ho cantato I Puffi per un ragazzo in coma».

Si è risvegliato?
«No».

—-
Il cinismo del Venerdì di oggi di Repubblica. 

La superiorità dei palestinesi

image

«La più grande vittoria del sionismo -una vittoria che regge da oltre un secolo- è l’aver persuaso gli ebrei e gli altri che il “ritorno” a una terra disabitata rappresenta la giusta, anzi la sola soluzione ai dolori del genocidio e dell’antisemitismo. Dopo aver passato anni a vivere, studiare e militare nella lotta per i diritti palestinesi, sono più convinto che mai che abbiamo del tutto trascurato lo sforzo -l’umano sforzo- necessario a dimostrare al mondo l’immoralità di ciò che ci è stato fatto: credo che sia questo il compito che oggi, come popolo, abbiamo di fronte […]. Se non mobilitiamo le nostre voci in modo da smascherare con sistematicità il progetto sionista per ciò che è ed è stato, non potremo mai aspettarci che nella nostra condizione di popolo inferiore e dominato cambi qualcosa […]. La nostra lotta contro il sionismo va vinta innanzitutto a livello morale, per essere poi combattuta nei negoziati da una posizione di forza morale, dato che sul piano militare ed economico noi saremo sempre più deboli di Israele e dei suoi sostenitori».

Edward Said, La questione palestinese, The End of the Peace Process. Oslo and After, Pantheon Book, New York 2000, pp. 93-94, via.

                                                       ***

Il ragionamento di Said potrebbe costituire un’ossatura teorica, un chiavistello politico, anzi, il grimaldello politico con il quale il conflitto israelo-palestinese possa trovare, se non una soluzione (i conflitti, checché ne dica Hegel, non hanno sempre in-sé e per-sé la propria soluzione), quantomeno un’epistemica (ἐπιστήμη, epì-, «su», histemi, «stare», «porre», «stabilire». Quindi, «che si tiene su da sé») da cui partire. Ovvero: le cose stanno così, esse costituiscono un fatto.
Qual è questo fatto, anzi, quali sono questi fatti?

1. La superiorità militare di Israele finché gli Stati Uniti restano impero.
2. La natura coloniale della costituzione dello stato di Israele.

Questo significa che per risolvere il conflitto, Israele e i suoi otto milioni di abitanti devono andare semplicemente via? Assolutamente no. La frittata ormai è fatta, una marcia indietro è impossibile, e questo costituisce il terzo fatto:

3. È impossibile eliminare, proprio perché “Stato”, lo stato di Israele.

Il discorso di Said è raffinato e difficile da trasformare in atto pratico perché non impegna nella semplice relazione oppositiva amico-nemico, in nome del quale si sceglie da che parte stare e si vuole semplicemente che l’Altro scompaia (nella storia nessuna guerra è mai finita così. Il vincitore prende tutto, ma il perdente resta. Hegel aveva ragione: ogni negazione dell’opposto non è mai un’abolizione ma sempre una mediazione). Per fare un esempio concreto, è la strategia che si vuole abbia adottato Mandela: spalla a spalla con il bianco colonizzatore per ottenere molto più di quello che si può ottenere facendogli la guerra.
Se abbiamo stabilito che c’è un’imprescindibile superiorità militare di una delle due parti (almeno finché gli Stati Uniti saranno un impero), quale scellerato proclamerebbe una lotta armata profondamente impari se non per promuovere velatamente i suoi interessi? È questo il punto nel quale gli interessi privati di un palestinese qualunque coincidono con gli interessi borghesi dell’intellettuale occidentale “filo-palestinese”.
È quindi la diplomazia l’unica strada percorribile. Ma non quella delle rappresentanze internazionali, perché queste portano alla ribalta gli interessi particolari degli stati-nazione. Piuttosto sono gli interessi particolari delle rappresentanze locali a costituire in questo caso una rivendicazione universale, cioè quella di un popolo che proclama la propria autodeterminazione non su un’evanescente “Palestina” -concetto anch’esso di proprietà borghese-occidentale- ma su una moltitudine di “etnie” e interessi particolari uniti tutti sotto un’unica condizione, quella di una moltitudine sottomessa.
L’intifada ha qui la sua forza concreta, quando mostra una lotta profondamente impari, come lo sono tutte le lotte di emancipazione. Un bambino contro un carrarmato, un sasso contro un cannone. La lotta più inutile che si possa fare dato l’esito scontato, eppure proprio per questo necessaria perché mostra l’evidenza di un’ingiustizia, di una sopraffazione senza alcuna possibilità di replica.
Cosa dice Said? Che la pratica politica per risolvere il conflitto ha la sua chiave nella moralità. Che significa? Che finché le richieste dei “palestinesi” (la moltitudine di popoli che vivono in quella zona) non vengono affermate su un piano morale, resteranno per sempre lettera morta. Ciò non significa che gli abitanti di questa zona del mondo che non sono israeliani devono affermare la propria superiorità morale rispetto all‘“assassino colonialista”, quanto piuttosto affermare il diritto all’autodeterminazione in un contesto evidentemente coloniale.
La conseguenza di questo punto di arrivo è di nuovo l’improponibile punto di partenza: se sono un colono, smetterò di esserlo quando il colonizzatore sparirà. C’è quindi un loop, un circolo che alla fine ti riporta sempre qui. Per questo il conflitto israelo-palestinese è diventato la questione palestinese: come risolvere l’impasse di uno stato inventato contro un altro stato inventato?

image

L’impasse sta nel fatto che siamo di fronte a due nazioni inventate, ma in realtà tutte le nazioni, proprio in quanto nazioni, sono inventate. Ciò che abbiamo imparato dall’avventura coloniale, ciò che gli studi postcoloniali hanno dimostrato, è proprio l’insostenibile naturalità di uno stato. Ogni stato, come afferma Homi Bhabha, è disseminato. Non è un’entità chiusa ma un’interstizio (per usare un termine caro allo strutturalismo antropologico) aperto; un’entità fragile quando si racchiude in un nucleo “originario”, “vero”, “autentico”, incredibilmente forte quando si disperde in tutte le sue particolarità interne. Viviamo in un mondo in cui il diritto naturale di una nazione ad esistere è semplicemente ridicolo. Siamo tutti consapevoli oggi che ogni nazione ha dietro di sé una storia fatta di sopraffazioni e invenzioni culturali atte a giustificare, nascondere e armonizzare l’orrore fondativo, il violento strappo con il quale un popolo afferma sé stesso e nello stesso tempo distanzia sé stesso da questo atto (il “nakba” -l’esodo forzato e indiretto di non meno di 700mila persone per fare spazio allo stato di Israele- è l’atto fondativo di Israele che gli israeliani non possono ammettere come proprio perché atto criminale).
Seguendo questo ragionamento disillusorio sul concetto di nazione, si arriva alla conclusione che tanto il sionismo quanto l’anti-sionismo rappresentano una tremenda ingenuità, perché entrambi si rifanno all’ingenuo e premoderno concetto di “nazione” come entità naturale, fissa e immutabile. Quindi chi si dice sionista è uno stupido? No, semplicemente opportunista, porta avanti interessi particolari, di classe, che poco hanno a che vedere con questioni nazionali. È quello che Said afferma quando dice che bisogna «smascherare con sistematicità il progetto sionista», mostrare quindi gli interessi privati e tutt’altro che romantici dietro l‘“amore per la propria terra” (che non c’entra niente con la “terra promessa” biblica). Non è un caso che proprio nel momento storico del tramonto (attenzione, un tramonto del genere può durare secoli) delle nazioni come entità naturali -di cui i nazionalsocialismi rappresentano l’ultimo baluardo- sia seguito il rigurgito conservatore del sionismo.
Per questo l’abolizione dello stato di Israele è ipocrita e “borghese”: l’unica soluzione in questo senso è abolire non lo stato di Israele ma ogni stato. Ma questo ancora nessuno è disposto a farlo.
Said non propone una soluzione (non è detto che un conflitto del genere possa mai risolversi), piuttosto un piano empirico evidente su cui i popoli che lottano contro l’oppressore possano riconoscersi: la loro superiorità morale, fintantoché resteranno oppressi, nei confronti dell’oppressore. Questa superiorità morale va mantenuta però in una complicata consapevolezza: io Israele non ho alcun diritto naturale da reclamare così come coloro ai quali ho usurpato la terra non hanno alcun diritto naturale di cacciarmi.
La finalità di questa superiorità morale è puramente comunicativa: devono saperlo tutti, tutti devono rendersi conto della condizione di oppressi in cui vivono i popoli di quella zona che non sono israeliani. E quelli che devono convincersi più di tutti sono soprattutto l’opinione pubblica dell’impero che rende possibile la superiorità militare di Israele sugli altri popoli confinanti: gli Stati Uniti.

Vedere il negro dove non c’è

image

In questi giorni di delusioni (ormai quasi scemate) da eliminazione mondiali, vorrei segnalare due post che hanno brillato per faciloneria e superficialità. Due articoli che personalmente si sono guadagnati il trofeo di “Ok, sei antirazzista, ma lo stai facendo nel modo sbagliato”.

La lezione di Mario di Giacomo Giubilini.
La pratica del negro sacrificale di Quit the Doner.

C’è stato Roberto Baggio nel ‘94, Luigi Di Biagio nel 1998 (chi se lo ricorda?), lo sputo di Francesco Totti del 2002, la gomitata di De Rossi del 2006 (ma lì abbiamo vinto il mondiale quindi non vale) e infine il pessimo rendimento di Fabio Quagliarella nel 2010. Quattro espliciti esempi di capi espiatori com’è da tradizione nella letteratura calcistica più raffinata.
Con Mario Balotelli è lecito chiedersi, visto che ha la pelle di colore nera, se il suo essere diventato capo espiatorio nel raffinato opinionismo calcistico sia dovuto al suo essere nero. La risposta è no perché Balotelli (come Baggio, Di Biagio, Totti e Quagliarella) rispetta almeno uno dei tre requisiti per essere un capo espiatorio: alte aspettative deluse, pessimo rendimento, mancanza di conclusione in occasione da gol. 
Amen.
Ok che scrivere un post antirazzista fa sempre figo (come d’altronde sto facendo io adesso). Ma vi garantisco che in questo caso parlarne è una forma di witz, di lapsus, di rivelazione inconscia: Balotelli ha giocato male, più o meno come gli altri, per questo è un facile bersaglio. Se credi che sia un facile bersaglio perché è nero, allora sei tu che vedi il nero dove non c’è.
Farla finita col razzismo nel calcio significa mangiare la banana, ignorare proprio il fatto che sia nero.

Guerra alla droga, la storia di una madre che non si è suicidata

image

La “battaglia” dell’ex prefetto Antonio Reppucci si rifà ad una vecchia guerra, così clamorosamente fallita che anche l’Onu ha dovuto ammetterlo: la “guerra alla droga”, la campagna lanciata da Nixon nel 1971 e non ancora finita, proprio perché da sempre già fallita (come può, una guerra nata già fallita, fallire di nuovo?). 

È questa la cultura del prefetto di Perugia, rimasta quarant’anni indietro ma ancora attuale per i nostri standard italiani da amatori radiotelevisivi. Ma la realtà delle cose è ben diversa da una semplificazione bigotta.
Una volta ci si scandalizzava per un bacio, ora siamo incredibilmente spregiudicati in fatto di sesso. Ma sulla droga, chissà perché, ancora ci piace pensarla come una specie di Male con gli occhi bianchi quando è da sempre, e lo sarà per sempre, in mezzo a noi.

All’indomani di un’offesa paternalista e sessista lanciata contro “le madri”, il Guardian ci racconta (immagino casualmente) una storia esemplare per tutte le madri che hanno un tossico in famiglia. È la storia di Martha Fernback (foto a sinistra), ragazza inglese morta un anno fa a 15 anni dopo aver scelto in autonomia e coscienza l’MDMA giusto per provare la troca. Aveva studiato la cosa in totale solitudine, con coscienziosità, scegliendo la pasticca giusta, quella meno costosa ma di buona qualità. Alla fine aveva scelto proprio quella giusta, ma aveva sbagliato la dose: 91% di MDMA invece di una media “da strada” del 58%. Oggi sua madre, Anne-Marie Cockburn (foto a destra), a un anno dalla morte di sua figlia, non ha inveito impotente contro la troca, o contro la televisione e le cattive compagnie, ma si è rivolta al governo, con un’iniziativa semplice, da persona istruita e al corrente dei fatti: una campagna per spingere il governo a legalizzare e regolamentare l’uso delle droghe. Il ragionamento di Anne-Marie è anch’esso semplice, imbarazzante per la sua verità: è il governo, con la sua “lotta alla droga”, che ha messo sua figlia nelle condizioni di scegliere in clandestinità e totale solitudine.

[ Un punto di partenza importante per comprendere l’inutilità di un concetto quale quello di “lotta alla droga”. L’illegalità è una condizione determinata che coesiste alla legalità, come l’altra faccia della medaglia: tolto uno, scompare l’altro, e viceversa. L’illegalità non è il resto, lo scarto che avanza una volta stabilito cosa è lecito, ma al contrario è il principio che permette l’inclusione del legale: se stabilisco cosa è giusto, stabilisco implicitamente o esplicitamente cosa è sbagliato. Se stabilisco una legge, stabilisco anche cosa la vìola. È un’errore madornale, da abc della giurisprudenza, credere che il diritto sia l’articolazione esclusiva della legalità (cosa farebbero i poliziotti senza i cattivi, e i cattivi senza i poliziotti?), il diritto è una certa articolazione tra legale e illegale]

La mossa di Marta è stata coscienziosa ma stupida, troppo rischiosa. Marta pensava che da sola avrebbe calcolato tutti i rischi. Se ci fosse stato lo Stato, al contrario, con i suoi meccanismi di controllo sul mercato, se non di monopolio, Marta non sarebbe stata sola. Avrebbe avuto più possibilità di valutare i rischi, arrivando a sperimentare l’esperienza con maggior sicurezza, o addirittura (visto che non sarebbe stata sola), arrivare a convincersi che non ne sarebbe valsa la pena.

Del periodo della guerra alla droga ci è rimasto un gruppo, che sia chiama appunto The War on Drugs. Il genere che fanno è rivelatore: ineffabile new wave.

Che cosa (non) è il male

image

«Se non conosciamo la storia di chi compie atti atroci, se non conosciamo la storia di chi sceglie il male, come possiamo conoscere il bene? Come possiamo scegliere il bene? Ma – affermano gli sdegnati censori – Napoli è il sole, il mare, la cultura, i frutti di mare e la pizza più buona del mondo, le canzoni, Enrico Caruso e Villa Pignatelli. Caravaggio e San Domenico Maggiore. Parla di questo no?
Rispondo che queste bellezze fanno parte della sua stupenda complessità. Tra l’altro ogni meraviglia appena citata porta con sé sudore, sangue, sporcizia, corruzione. La bellezza di Napoli, isolata e cantata per promuovere l’immagine è il modo migliore per renderla sterile».

Roberto SavianoPerché sono tutti cattivi nella Gomorra che va in tv, La Repubblica, anno 39, n. 135, martedì 10 giugno 2014.

                                                       ***

La novità che ha rappresentato Breaking Bad, una delle migliori serie televisive degli ultimi anni, è stata quella di raccontare il male alla luce del sole, nel sole cocente e desertico di Albuquerque. La questione che braking bad pone, cocente e attualissima, è: come raccontare il male nel posto dove non dovrebbe stare. Come raccontare il male nel posto più difficile dove raccontarlo, in una soleggiata cittadina del New Mexico, in un’ordinaria middle-class americana.
Lo sforzo è notevole, quasi impossibile, perché si tratta di mostrare il nascosto (ciò che non si fa, ciò che non si deve fare, ciò che non si deve sapere né assolutamente vedere) nella sua manifestazione più chiara e cristallina. In psicoanalisi sarebbe far parlare l’inconscio. Far parlare, quindi, proprio ciò che non si esprime se non in un linguaggio pieno zeppo di metafore, slittamenti, censure e metonimie, quindi incomprensibile. Eppure non smettiamo mai di far parlare l’inconscio, sia quando andiamo in analisi che quando facciamo una confidenza a un amico.
La cronaca giornalistica potrebbe sembrare un ottimo strumento per raccontare la realtà del male. La cronaca può raccontare il male. La cronaca non smetterebbe mai di raccontare proprio questo male, quello piccolo piccolo, ordinario. L’Italia del giornalismo ha raccontato tantissimo le varie Franzoni, i vari piccoli Pacciani. Storie di personaggi ordinari che diventano straordinari. Insospettabili madri che si rivelano all’improvviso persone orribili, dei mostri. Ebbene, il punto è proprio che il male non è niente di tutto ciò. Non c’è rivelazione nel male, il male non si rivela all’improvviso, è sempre già lì, dove dovrebbe stare. La cronaca al contrario ha invitato la Franzoni a piangere in tv poche settimane dopo aver fracassato la testa di suo figlio. La cronaca purtroppo non potrà mai raccontarci la verità di un delitto perché fissa qualunque storia nelle briglie della narrazione spettacolare, riducendo ogni particolare esistenza al lietmotiv schizofrenico ordinario-straordinario, dolce-amaro, commovente-rabbioso. Il suo interesse non è la verità, cioè dire le cose come stanno, ma incastonare il racconto, qualunque racconto, nel dualismo spettacolare che fissa male e bene come due squadre di calcio da supportare.
Ma allora che cos’è il male?
image

Potevo essere io, Elliot Rodger, afferma Brian Levinson su Slate in un bellissimo articolo sulla strage di Isla Vista. Il giornalista si riconosce nel timido Rodger, che scarrozzava sulla sua Bmw postando noiosissimi video su youtube dove raccontava la sua solitudine. Levinson e tante altre persone nel mondo hanno vissuto quello che ha vissuto Rodger. Ma se la maggior parte di noi non ha deciso un giorno di sparare dalla propria automobile è solo perché l’adolescenza, con il suo turbine di narcisismo, frustrazione e solitudine, prima o poi finisce.
Quindi, che cos’è il male? Come conoscerlo, come vederlo per quello che è, veramente, realmente? Il paradosso è che la verità dell’orrore del male verrà sempre dalla finzione di una sceneggiatura scritta con grande maestria. E questo non perché vogliamo che la vita di questi esseri malvagi diventi inverosimile per essere vera, ma al contrario perché, per essere sopportabile nel loro orrore, deve essere raccontata, deve essere sceneggiata. Per esempio, la verità del delitto di Cogne è che si tratta della storia di una donna che ha ucciso suo figlio per farne un altro, magari migliore, magari meno difficile di come si è rivelato Samuele. Annamaria Franzoni è lontanissima da Medea: l’omicidio non è lo strumento per punire sé e il suo compagno, la verità è molto più banale, come il male. Lo uccide perché non vuole un figlio così. È terribile, ma è la verità, è la verità di un pensiero che passa per la testa di parecchie madri, con la differenza che il gesto folle lo fanno in pochi.
Spiegato così, brutalmente, mostrando una donna che sostituisce un bimbo con la stessa razionalità con cui compriamo un oggetto, è una cosa insopportabile. Una cosa che si può dire, ma in una forma diversa. L’unico modo per sopportare una tale verità è prendendone le distanze, farla apparire sullo schermo, su un libro. La storia è la stessa: una donna che uccide suo figlio per farne un altro “migliore”. Ma a questo soggetto si aggiungerà la sceneggiatura, la scenografia, la regia. Un’imbellettatura necessaria per rendere il tutto più digeribile.
L’unico modo per sopportare una verità indicibile è non dirla, o meglio non dirla così com’è, nuda e cruda, così com’è accaduta, ma al contrario sceneggiarla. La conseguenza è notevole: non crediamo che tutto quello che vediamo sia finto, o almeno non solo, tutt’al più sappiamo bene che tutto ciò che viene messo in scena è vero. La verità è un Reale insopportabile, traumatico, deve essere mediato in qualche modo.
image

Adorno aveva ragione nel dire che è impossibile scrivere poesie dopo l’Olocausto. Abbiamo scoperto che c’è la possibilità e una volontà di trattare gli uomini come corpi da buttare. Abbiamo conosciuto l’uomo senza vestiti, senza simboli, senza dignità. Abbiamo conosciuto l’uomo che subisce il male nel modo più radicale, e questo male ci ha fatto scoprire che l’uomo così com’è, l’uomo con soltanto il suo corpo, è una cosa orribile e insopportabile. Ma la tesi di Adorno, per quanto vera, va oggi rinforzata e rovesciata. Ci siamo resi conto che non possiamo raccontare nulla di così orribile come il male, ma ci siamo anche resi conto che l’unico modo per rapportarci ad esso senza l’illusione di liberarcene e senza il rischio di subirne una fascinazione è proprio quello di farcelo raccontare, con l’onestà di chi sa bene che la rappresentazione è un’arma a doppio taglio: può mostrare e occultare, disincantare e illudere.

Per concludere con Napoli. L’illusione è proprio quella di credere che pizza e mandolino non siano illusioni, ma il cuore vero della città di Napoli. La verità è al contrario che pizza e mandolino sono le vere illusioni che rendono bella questa città. 
Se la verità della camorra è la fascinazione antisistema è quindi ovvio che “affrontarla” per “sconfiggerla” è la cosa più stupida che si possa fare, perché perpetua proprio la lotta oppositiva che la costituisce, rafforzando le posizioni antagoniste, radicalizzando una finta lotta tra bene e male, quando la verità della camorra è proprio il suo illudersi di essere un elemento antisistema. La camorra è un sistema, lo sappiamo tutti. Ma se la camorra non è un elemento antisistema, ma sistema tanto quanto è “sistema” il mercato, qual è il Reale della camorra, qual è la sua verità? La camorra è credere di vivere una vita antisistema, quando altro non è che un modo come un altro per mantenere un potere e creare profitto. Il Reale della camorra è che non è assolutamente Il Male, ma l’articolazione tra illegale e legale che costituisce l’essenza stessa della legge. Ma questa è un’altra storia. 

Nella prima foto, Elliot Rodger, nella seconda la Columbine High School vista dall’alto.

Il finto anticapitalismo dell’ultras

image

Chi è Marek Hamsik. Chi è quando va a “mediare” con la curva mentre fuori lo stadio si sparano? E’ ancora un giocatore, o qualcos’altro? Con chi parla? Che funzione ha? Che potere ha l’interlocutore anonimo che si confronta con un giocatore di calcio che guadagna 500 volte lo stipendio annuale di una qualunque persona presa a caso sugli spalti?
La Formula 1 è invece roba da aristocratici.
Cosa sono gli ultras, cosa fanno? Come sono organizzati, come interloquiscono con la squadra che supportano? Chi sono i capi carismatici che notoriamente fanno affari con i dirigenti delle società sportive?
Una volta si chiamava violenza negli stadi. Ora c’è tutta una struttura fuori il campo. Esattamente dove finisce la linea del fuori, inizia un mondo fatto di affari, fondamentalmente affari, mascherato da un finto anticapitalismo su cui parecchi amici ci cascano, affascinati dal caos della curva e dal bisogno di aggregazione.
Così va in scena il teatro della finta opposizione poliziotti-fasci contro ultras-emarginati, salvo poi assistere a solidi rapporti tra capi ultras e dirigenze calcistiche fatti di scambi di favori, mediazioni con gli ingaggi, merchandising.

It’s business.

image

Dov’è l’anticapitalismo? Dov’è la spinta antisistema del tifo da stadio? Cosa fanno le curve per gli emarginati, gli sfruttati, gli ultimi?
I giornali generalisti, per non parlare di quelli sportivi, seguono a gran voce la retorica del buon devastatore. Il Mattino oggi titola “Perché gli ultras battono lo Stato”. A me sembra piuttosto che mai come in questo periodo il rapporto Stato-Ultras vada a gonfie vele, più o meno come quello tra Stato e Mafia.
La polizia picchia, il DASPO scatta, il ragazzetto muore. Per non parlare dell’estetismo della curva (la curva è oggettivamente bella, sempre). L’opinionista si appella al ritorno delle famiglie negli stadi, al buon imborghesimento del pubblico, “come in Inghilterra”. E sembra di tornare agli anni ‘70, a quando c’erano nemici e salvatori. 

La nostalgia crea fumo negli occhi.

A Napoli si dice fare ammuina quando si devono nascondere gli affari sporchi, si deve far scappare il ladro inseguito dai poliziotti. E’ l’occasione dell’ultimo momento. Facimm ammuina! La gente si distrae e si possono fare con relativa tranquillità i propri affari. A Napoli, per tutto il tempo della partita in casa, il codice della strada è sospeso. 
E’ entusiasmante. Elettrizza. Ma tutto questo non c’entra niente con la lotta, con le dinamiche di emancipazione, che è fondamentalmente il motivo per cui gli amici di buona famiglia come me adorano andare in curva.
L’altro ieri sera un amico mio, che da buon proletario di buona famiglia coltiva la sua terra e porta le uova delle sue galline in giro sulla sua Ypsilon 10, ha ritrovato la sua auto devastata dopo che l’aveva lasciata parcheggiata in una strada che si era trasformata a parata del caos. Non hanno rubato niente, l’hanno solo devastata.
Non è una questione di ordine pubblico. Se si continua a metterlo su questo piano andrà sempre in onda la farsa della lotta. Scenderà in campo la polizia, e di nuovo daccapo a prendere parte, mentre di nascosto la dirigenza delle squadre di calcio e quella delle curve hanno la loro relazione politico-affaristica.

Facimm ammuina!

E’ una questione di istruzione, di interessi, di passioni, di hobby, di appagamento sessuale, di amicizia. Se manca tutto questo, resta solo la voglia di sfasciare tutto, facendosi abbindolare da una finta aggregazione.
Davvero abbiamo ancora voglia di ergere un’anarchia che si nutre di frustrazione, apatia e ossessione per i soldi (I’m a gangsta) a lotta antisistema?