Fumare marjiuana?

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In un editoriale sul New York Times pubblicato a gennaio e che ora scopro grazie a Il Post, il columnist David Brooks spiega le ragioni che lo hanno spinto in gioventù a rinunciare a fumare marijuana.
Chiariamo subito, fumare marijuana è bello, dice Brooks, ho bei ricordi legati a quei momenti. I motivi per cui ha smesso, da bravo anglo-giornalista, Brooks li riassume in quattro punti.

1. Troppi incidenti imbarazzanti. Gli è accaduto che a scuola, in un discorso pubblico, non riusciva ad accocchiare due parole, episodio che a volte sogna ancora la notte (si può già intuire che l’episodio sia stato L’episodio che l’ha spinto a smettere, caro aspirante giornalista di allora). 

2. Un suo amico, «forse il più intelligente di tutti noi», «è sprofondato in una vita da fattone». Deduco che questo amico non sia diventato schizofrenico, né abbia avuto alcun serio problema neurologico, piuttosto che fumando tanto -e ciò vale per tutte quelle passioni che monopolizzano il proprio interesse e i propri argomenti di conversazione- semplicemente non aveva più molto da dire a Brooks.

3. È una forma di piacere semplice e ripetitiva. Ci sono piaceri più sofisticati, afferma Brooks, che alla fine mi hanno spinto a smettere. Come a dire: è indubbio che fumare sia piacevole, ma alla lunga, come andare solo e sempre al cinema, stufa, abbrutisce e trasforma il modo con il quale ti godi questo momento di piacere, non rendendolo più solo un piacere.

Infine il quarto punto, quello rivelatore, la ragione alla base del quale l’editorialista del New York Times David Brooks ha smesso di fumare:
4. «Ho la vaga sensazione» (quindi la certezza tradotto dalla retorica) che fumare non ti renda orgoglioso di te, non ti renda coerente, né sia una cosa che la gente ammiri.
Da qui la considerazione finale: smettere o fumare sporadicamente ti dà la possibilità di essere più integrato e interessante. Legalizzarla, conclude, dà una maggiore libertà personale ma anche una maggiore possibilità di creare comunità che rinunciano alle proprie ambizioni personali.

                                                       ***

È giusto fumare erba? Brooks risponde che in fondo è una domanda sbagliata. È ingiusto fumare erba, è giusto fumare erba, la questione dipende da troppe cose per esigere una risposta sempre valida.
È interessante osservare la morale di fondo di Brooks, particolarmente articolata al di là dell’apparenza libertaria e vincente da american way of life. Per Brooks la domanda migliore è: è giusto per me fumare marijuana? Fumarla tanto, poco?
Da un lato, nella sua personale esperienza con la marijuana, Brooks arriva a conclusioni profondamente conservatrici, utilitariste e libertarie: smettere di fumare (o farlo occasionalmente) ti dà più possibilità di essere una persona di successo in un mondo in cui la trasgressione non è ben vista. In pratica Brooks ha smesso perché nel lavoro che voleva fare e tra la gente che voleva frequentare la marijuana non è ben vista. Non solo, Brooks non fuma più perché ha scoperto che non farlo gli dà più autostima e lo rende più soddisfatto di sé, condizione necessaria per parlare in pubblico e per scrivere editoriali letti da migliaia di persone.
La questione se fumare o non fumare si risolve fumando “quando è il momento”. Però fumare “quando non è il momento” è l’apice della trasgressione, e la cosa provoca un certo piacere. Perciò se hai un rapporto un po’ infantile con ciò che è proibito (tipo trasgredire sempre e comunque per il piacere di trasgredire e non per la necessità o i vantaggi che questa trasgressione porta con se) la canna sarà sempre un piacere per te, ma anche un po’ una dannazione: io DEVO fumare.
Brooks ha smesso di fumare perché quella canna all’ora di pranzo, prima dell’intervento pubblico in classe, è stata fantastica: trasgressione e piacere. Ma gli ha fatto pagare un prezzo troppo caro: rinunciare ad un discorso pubblico brillante per uno mediocre. Una mediocrità inaccettabile per l’aspirante giornalista Brooks che per mestiere deve parlare agli altri e farsi piacere. Brooks ha così preferito l’ascetismo all’equilibrio, perché probabilmente, conoscendosi, sapeva che delle canne avrebbe sempre abusato (è sempre il “momento giusto” per fumare, no?) e non sarebbe mai riuscito a fumare “al momento giusto”.

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C’è anche una morale più profonda nelle motivazioni di Brooks, qualcosa di involontario anche per lui, qualcosa che va al di là del banale arrivismo all’americana, seppur nello stesso tempo questa morale la troviamo proprio scavando in questa visione del mondo colonialista e imperialista: “sii ricco e felice e non domandarti come sia possibile che non tutti sono ricchi e felici”.
In un mondo in cui l’imperativo della società è «Godi!», godere sta diventando una cosa molto più simile al dovere che al piacere. Godi acquistando il prodotto giusto. Godi realizzando il lavoro che hai sempre sognato. Godi costruendoti la famiglia che tutti vorrebbero. Da qualche decennio a questa parte l’esercizio del piacere in società è diventato qualcosa di poco piacevole: godere perché è quello che l’Altro (la legge, la famiglia, la pubblicità, la società) si aspetta da me.
È il tunnel del divertimento, come dice Caparezza.
Negli Stati Uniti, se la legalizzazione della marijuana continuerà stato per stato, lo spinello diventerà un’altra di quelle cose che DEVI provare e soprattutto acquistare. «Le leggi modellano profondamente la cultura, e quindi che genere di comunità vogliamo che le nostre leggi promuovano?» si chiede Brooks. È la stessa Legge, un po’ più avanti nell’articolo, che risponde per bocca di Brooks: «Direi che nelle società sane i governi vogliono impercettibilmente far pendere la bilancia dalla parte dei cittadini moderati, prudenti e autonomi», in pratica buoni consumatori rispettosi della legge. Siamo quindi ancora nella morale della Legge, e di conseguenza dell’imperialista americano. Ma ecco la svolta che, partendo dall’ideologia libertaria, approda a una morale più autentica. «Legalizzando l’erba -conclude Brooks- i cittadini del Colorado [che hanno da poco legalizzato l’uso della marijuana] stanno accrescendo le libertà individuali, ma stanno anche promuovendo un’ecologia morale in cui è un po’ più difficile essere il genere di persona che la maggior parte di noi vuole essere». 
Ecco il rovesciamento interno alla stessa morale conformista e conservatrice di Brooks. Va bene fumare, ma una comunità di fumatori non è certo quello da cui aspettarci una qualche sorta di cambiamento se le cose iniziano a prendere una brutta piega, tipo la società ossessionata dal controllo e dai consumi quale quella in cui viviamo oggi. Cosa è più facile controllare, domanda implicitamente Brooks, una comunità di fumatori o una comunità di non fumatori/fumatori occasionali? Brooks dà un’avvertenza molto importante: la trasgressione non è nel fumare ma nella scelta di fumare. Perciò scegliere di non fumare, in una società schizofrenicamente permissiva e autoritaria, può costituire, se non una forma di trasgressione, per lo meno una scelta emancipatrice.

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Nella seconda immagine, Peter Kohut, Super Ego, 2012, olio su tela.

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