Che cosa (non) è il male

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«Se non conosciamo la storia di chi compie atti atroci, se non conosciamo la storia di chi sceglie il male, come possiamo conoscere il bene? Come possiamo scegliere il bene? Ma – affermano gli sdegnati censori – Napoli è il sole, il mare, la cultura, i frutti di mare e la pizza più buona del mondo, le canzoni, Enrico Caruso e Villa Pignatelli. Caravaggio e San Domenico Maggiore. Parla di questo no?
Rispondo che queste bellezze fanno parte della sua stupenda complessità. Tra l’altro ogni meraviglia appena citata porta con sé sudore, sangue, sporcizia, corruzione. La bellezza di Napoli, isolata e cantata per promuovere l’immagine è il modo migliore per renderla sterile».

Roberto SavianoPerché sono tutti cattivi nella Gomorra che va in tv, La Repubblica, anno 39, n. 135, martedì 10 giugno 2014.

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La novità che ha rappresentato Breaking Bad, una delle migliori serie televisive degli ultimi anni, è stata quella di raccontare il male alla luce del sole, nel sole cocente e desertico di Albuquerque. La questione che braking bad pone, cocente e attualissima, è: come raccontare il male nel posto dove non dovrebbe stare. Come raccontare il male nel posto più difficile dove raccontarlo, in una soleggiata cittadina del New Mexico, in un’ordinaria middle-class americana.
Lo sforzo è notevole, quasi impossibile, perché si tratta di mostrare il nascosto (ciò che non si fa, ciò che non si deve fare, ciò che non si deve sapere né assolutamente vedere) nella sua manifestazione più chiara e cristallina. In psicoanalisi sarebbe far parlare l’inconscio. Far parlare, quindi, proprio ciò che non si esprime se non in un linguaggio pieno zeppo di metafore, slittamenti, censure e metonimie, quindi incomprensibile. Eppure non smettiamo mai di far parlare l’inconscio, sia quando andiamo in analisi che quando facciamo una confidenza a un amico.
La cronaca giornalistica potrebbe sembrare un ottimo strumento per raccontare la realtà del male. La cronaca può raccontare il male. La cronaca non smetterebbe mai di raccontare proprio questo male, quello piccolo piccolo, ordinario. L’Italia del giornalismo ha raccontato tantissimo le varie Franzoni, i vari piccoli Pacciani. Storie di personaggi ordinari che diventano straordinari. Insospettabili madri che si rivelano all’improvviso persone orribili, dei mostri. Ebbene, il punto è proprio che il male non è niente di tutto ciò. Non c’è rivelazione nel male, il male non si rivela all’improvviso, è sempre già lì, dove dovrebbe stare. La cronaca al contrario ha invitato la Franzoni a piangere in tv poche settimane dopo aver fracassato la testa di suo figlio. La cronaca purtroppo non potrà mai raccontarci la verità di un delitto perché fissa qualunque storia nelle briglie della narrazione spettacolare, riducendo ogni particolare esistenza al lietmotiv schizofrenico ordinario-straordinario, dolce-amaro, commovente-rabbioso. Il suo interesse non è la verità, cioè dire le cose come stanno, ma incastonare il racconto, qualunque racconto, nel dualismo spettacolare che fissa male e bene come due squadre di calcio da supportare.
Ma allora che cos’è il male?
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Potevo essere io, Elliot Rodger, afferma Brian Levinson su Slate in un bellissimo articolo sulla strage di Isla Vista. Il giornalista si riconosce nel timido Rodger, che scarrozzava sulla sua Bmw postando noiosissimi video su youtube dove raccontava la sua solitudine. Levinson e tante altre persone nel mondo hanno vissuto quello che ha vissuto Rodger. Ma se la maggior parte di noi non ha deciso un giorno di sparare dalla propria automobile è solo perché l’adolescenza, con il suo turbine di narcisismo, frustrazione e solitudine, prima o poi finisce.
Quindi, che cos’è il male? Come conoscerlo, come vederlo per quello che è, veramente, realmente? Il paradosso è che la verità dell’orrore del male verrà sempre dalla finzione di una sceneggiatura scritta con grande maestria. E questo non perché vogliamo che la vita di questi esseri malvagi diventi inverosimile per essere vera, ma al contrario perché, per essere sopportabile nel loro orrore, deve essere raccontata, deve essere sceneggiata. Per esempio, la verità del delitto di Cogne è che si tratta della storia di una donna che ha ucciso suo figlio per farne un altro, magari migliore, magari meno difficile di come si è rivelato Samuele. Annamaria Franzoni è lontanissima da Medea: l’omicidio non è lo strumento per punire sé e il suo compagno, la verità è molto più banale, come il male. Lo uccide perché non vuole un figlio così. È terribile, ma è la verità, è la verità di un pensiero che passa per la testa di parecchie madri, con la differenza che il gesto folle lo fanno in pochi.
Spiegato così, brutalmente, mostrando una donna che sostituisce un bimbo con la stessa razionalità con cui compriamo un oggetto, è una cosa insopportabile. Una cosa che si può dire, ma in una forma diversa. L’unico modo per sopportare una tale verità è prendendone le distanze, farla apparire sullo schermo, su un libro. La storia è la stessa: una donna che uccide suo figlio per farne un altro “migliore”. Ma a questo soggetto si aggiungerà la sceneggiatura, la scenografia, la regia. Un’imbellettatura necessaria per rendere il tutto più digeribile.
L’unico modo per sopportare una verità indicibile è non dirla, o meglio non dirla così com’è, nuda e cruda, così com’è accaduta, ma al contrario sceneggiarla. La conseguenza è notevole: non crediamo che tutto quello che vediamo sia finto, o almeno non solo, tutt’al più sappiamo bene che tutto ciò che viene messo in scena è vero. La verità è un Reale insopportabile, traumatico, deve essere mediato in qualche modo.
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Adorno aveva ragione nel dire che è impossibile scrivere poesie dopo l’Olocausto. Abbiamo scoperto che c’è la possibilità e una volontà di trattare gli uomini come corpi da buttare. Abbiamo conosciuto l’uomo senza vestiti, senza simboli, senza dignità. Abbiamo conosciuto l’uomo che subisce il male nel modo più radicale, e questo male ci ha fatto scoprire che l’uomo così com’è, l’uomo con soltanto il suo corpo, è una cosa orribile e insopportabile. Ma la tesi di Adorno, per quanto vera, va oggi rinforzata e rovesciata. Ci siamo resi conto che non possiamo raccontare nulla di così orribile come il male, ma ci siamo anche resi conto che l’unico modo per rapportarci ad esso senza l’illusione di liberarcene e senza il rischio di subirne una fascinazione è proprio quello di farcelo raccontare, con l’onestà di chi sa bene che la rappresentazione è un’arma a doppio taglio: può mostrare e occultare, disincantare e illudere.

Per concludere con Napoli. L’illusione è proprio quella di credere che pizza e mandolino non siano illusioni, ma il cuore vero della città di Napoli. La verità è al contrario che pizza e mandolino sono le vere illusioni che rendono bella questa città. 
Se la verità della camorra è la fascinazione antisistema è quindi ovvio che “affrontarla” per “sconfiggerla” è la cosa più stupida che si possa fare, perché perpetua proprio la lotta oppositiva che la costituisce, rafforzando le posizioni antagoniste, radicalizzando una finta lotta tra bene e male, quando la verità della camorra è proprio il suo illudersi di essere un elemento antisistema. La camorra è un sistema, lo sappiamo tutti. Ma se la camorra non è un elemento antisistema, ma sistema tanto quanto è “sistema” il mercato, qual è il Reale della camorra, qual è la sua verità? La camorra è credere di vivere una vita antisistema, quando altro non è che un modo come un altro per mantenere un potere e creare profitto. Il Reale della camorra è che non è assolutamente Il Male, ma l’articolazione tra illegale e legale che costituisce l’essenza stessa della legge. Ma questa è un’altra storia. 

Nella prima foto, Elliot Rodger, nella seconda la Columbine High School vista dall’alto.

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