Guerra alla droga, la storia di una madre che non si è suicidata

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La “battaglia” dell’ex prefetto Antonio Reppucci si rifà ad una vecchia guerra, così clamorosamente fallita che anche l’Onu ha dovuto ammetterlo: la “guerra alla droga”, la campagna lanciata da Nixon nel 1971 e non ancora finita, proprio perché da sempre già fallita (come può, una guerra nata già fallita, fallire di nuovo?). 

È questa la cultura del prefetto di Perugia, rimasta quarant’anni indietro ma ancora attuale per i nostri standard italiani da amatori radiotelevisivi. Ma la realtà delle cose è ben diversa da una semplificazione bigotta.
Una volta ci si scandalizzava per un bacio, ora siamo incredibilmente spregiudicati in fatto di sesso. Ma sulla droga, chissà perché, ancora ci piace pensarla come una specie di Male con gli occhi bianchi quando è da sempre, e lo sarà per sempre, in mezzo a noi.

All’indomani di un’offesa paternalista e sessista lanciata contro “le madri”, il Guardian ci racconta (immagino casualmente) una storia esemplare per tutte le madri che hanno un tossico in famiglia. È la storia di Martha Fernback (foto a sinistra), ragazza inglese morta un anno fa a 15 anni dopo aver scelto in autonomia e coscienza l’MDMA giusto per provare la troca. Aveva studiato la cosa in totale solitudine, con coscienziosità, scegliendo la pasticca giusta, quella meno costosa ma di buona qualità. Alla fine aveva scelto proprio quella giusta, ma aveva sbagliato la dose: 91% di MDMA invece di una media “da strada” del 58%. Oggi sua madre, Anne-Marie Cockburn (foto a destra), a un anno dalla morte di sua figlia, non ha inveito impotente contro la troca, o contro la televisione e le cattive compagnie, ma si è rivolta al governo, con un’iniziativa semplice, da persona istruita e al corrente dei fatti: una campagna per spingere il governo a legalizzare e regolamentare l’uso delle droghe. Il ragionamento di Anne-Marie è anch’esso semplice, imbarazzante per la sua verità: è il governo, con la sua “lotta alla droga”, che ha messo sua figlia nelle condizioni di scegliere in clandestinità e totale solitudine.

[ Un punto di partenza importante per comprendere l’inutilità di un concetto quale quello di “lotta alla droga”. L’illegalità è una condizione determinata che coesiste alla legalità, come l’altra faccia della medaglia: tolto uno, scompare l’altro, e viceversa. L’illegalità non è il resto, lo scarto che avanza una volta stabilito cosa è lecito, ma al contrario è il principio che permette l’inclusione del legale: se stabilisco cosa è giusto, stabilisco implicitamente o esplicitamente cosa è sbagliato. Se stabilisco una legge, stabilisco anche cosa la vìola. È un’errore madornale, da abc della giurisprudenza, credere che il diritto sia l’articolazione esclusiva della legalità (cosa farebbero i poliziotti senza i cattivi, e i cattivi senza i poliziotti?), il diritto è una certa articolazione tra legale e illegale]

La mossa di Marta è stata coscienziosa ma stupida, troppo rischiosa. Marta pensava che da sola avrebbe calcolato tutti i rischi. Se ci fosse stato lo Stato, al contrario, con i suoi meccanismi di controllo sul mercato, se non di monopolio, Marta non sarebbe stata sola. Avrebbe avuto più possibilità di valutare i rischi, arrivando a sperimentare l’esperienza con maggior sicurezza, o addirittura (visto che non sarebbe stata sola), arrivare a convincersi che non ne sarebbe valsa la pena.

Del periodo della guerra alla droga ci è rimasto un gruppo, che sia chiama appunto The War on Drugs. Il genere che fanno è rivelatore: ineffabile new wave.

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