Il finto anticapitalismo dell’ultras

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Chi è Marek Hamsik. Chi è quando va a “mediare” con la curva mentre fuori lo stadio si sparano? E’ ancora un giocatore, o qualcos’altro? Con chi parla? Che funzione ha? Che potere ha l’interlocutore anonimo che si confronta con un giocatore di calcio che guadagna 500 volte lo stipendio annuale di una qualunque persona presa a caso sugli spalti?
La Formula 1 è invece roba da aristocratici.
Cosa sono gli ultras, cosa fanno? Come sono organizzati, come interloquiscono con la squadra che supportano? Chi sono i capi carismatici che notoriamente fanno affari con i dirigenti delle società sportive?
Una volta si chiamava violenza negli stadi. Ora c’è tutta una struttura fuori il campo. Esattamente dove finisce la linea del fuori, inizia un mondo fatto di affari, fondamentalmente affari, mascherato da un finto anticapitalismo su cui parecchi amici ci cascano, affascinati dal caos della curva e dal bisogno di aggregazione.
Così va in scena il teatro della finta opposizione poliziotti-fasci contro ultras-emarginati, salvo poi assistere a solidi rapporti tra capi ultras e dirigenze calcistiche fatti di scambi di favori, mediazioni con gli ingaggi, merchandising.

It’s business.

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Dov’è l’anticapitalismo? Dov’è la spinta antisistema del tifo da stadio? Cosa fanno le curve per gli emarginati, gli sfruttati, gli ultimi?
I giornali generalisti, per non parlare di quelli sportivi, seguono a gran voce la retorica del buon devastatore. Il Mattino oggi titola “Perché gli ultras battono lo Stato”. A me sembra piuttosto che mai come in questo periodo il rapporto Stato-Ultras vada a gonfie vele, più o meno come quello tra Stato e Mafia.
La polizia picchia, il DASPO scatta, il ragazzetto muore. Per non parlare dell’estetismo della curva (la curva è oggettivamente bella, sempre). L’opinionista si appella al ritorno delle famiglie negli stadi, al buon imborghesimento del pubblico, “come in Inghilterra”. E sembra di tornare agli anni ‘70, a quando c’erano nemici e salvatori. 

La nostalgia crea fumo negli occhi.

A Napoli si dice fare ammuina quando si devono nascondere gli affari sporchi, si deve far scappare il ladro inseguito dai poliziotti. E’ l’occasione dell’ultimo momento. Facimm ammuina! La gente si distrae e si possono fare con relativa tranquillità i propri affari. A Napoli, per tutto il tempo della partita in casa, il codice della strada è sospeso. 
E’ entusiasmante. Elettrizza. Ma tutto questo non c’entra niente con la lotta, con le dinamiche di emancipazione, che è fondamentalmente il motivo per cui gli amici di buona famiglia come me adorano andare in curva.
L’altro ieri sera un amico mio, che da buon proletario di buona famiglia coltiva la sua terra e porta le uova delle sue galline in giro sulla sua Ypsilon 10, ha ritrovato la sua auto devastata dopo che l’aveva lasciata parcheggiata in una strada che si era trasformata a parata del caos. Non hanno rubato niente, l’hanno solo devastata.
Non è una questione di ordine pubblico. Se si continua a metterlo su questo piano andrà sempre in onda la farsa della lotta. Scenderà in campo la polizia, e di nuovo daccapo a prendere parte, mentre di nascosto la dirigenza delle squadre di calcio e quella delle curve hanno la loro relazione politico-affaristica.

Facimm ammuina!

E’ una questione di istruzione, di interessi, di passioni, di hobby, di appagamento sessuale, di amicizia. Se manca tutto questo, resta solo la voglia di sfasciare tutto, facendosi abbindolare da una finta aggregazione.
Davvero abbiamo ancora voglia di ergere un’anarchia che si nutre di frustrazione, apatia e ossessione per i soldi (I’m a gangsta) a lotta antisistema?

Ossessioni compulsive

A Genova si sono tolti la maglietta, ultimo di tanti tristi episodi del calcio italiano che non conoscono tregua. Povero sport, mangiato dal dio denaro! Maledetto mercato! Poveri genoani, umiliati da magnati straricchi che non pensano altro che hai soldi. Infatti gli stadi di Londra, città-tempio del mercato, sono luoghi infernali dove gli spettatori sono a pochi metri dal campo e non si sognerebbero mai di invaderlo. E che dire del Barcellona, la squadra più forte e forse più ricca al mondo, che ha una base finanziaria fondata sull’azionariato popolare: dev’essere un luogo terrificante.

Fortunatamente in Italia le cose sono diverse. Si pensa a fare affari con gente con una nevrosi ossessivo-compulsiva per il gioco del calcio, piuttosto che con quelli che lo reputano soltanto un gioco. 

Ma quali tifosi

Lasciate fuori il calcio nei terribili episodi di violenza ultras. E’ una questione legata alla criminalità, all’ordine pubblico. Si tratta di pazzi fottuti che picchiano e sfasciano. I problemi sono due: animali bavosi da un lato e la volontà di farli entrare negli stadi dall’altro. Un dibattito che mette insieme le due cose confonde tutti e giova a chi ha interesse che ci sia questa indistinzione. Porta a dire “il calcio è violenza”, eppure io sono un tifoso e non mi pare di essere violento, quindi la visione del gioco del calcio non porta alla violenza. Si tratta di animali che trombano poco e picchiano tanto e seguono il calcio per affermare la propria identità (non a caso ultras è aggregazione, non passione per lo sport). Il fatto che siano tifosi non è la causa scatenante della loro follia ma la causa accidentale: se non è il tifo è la fame, se non è la fame è la frustrazione sociale e se non è la frustrazione è la noia. Qual è il fatto grave: che hanno accoltellato delle persone o l’hanno fatto in quanto ultras? Se fosse stato uno sguardo storto o uno spintone il risultato sarebbe stato identico. La questione è annosa: la violenza come moneta, il denaro come violenza, la paura come controllo e potere.