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Articoli scritti da: La materia non è solida

Ho creato un giornale online che redigo, Informazioni Marittime (informazionimarittime.it). Ho collaborato con Repubblica, Nazione Indiana, Linkiesta. Collaboro con NOT, Il Post, Corriere del Mezzogiorno. Studio chitarra classica. Questo blog esiste su Tumblr dal 2007. Nel 2014 si è trasferito su Wordpress. Qui scrivo di politica, cultura e filosofia di Maria Elena Boschi.

Marx: “Non siamo abbastanza pigri”

Intervista al politologo tedesco. “Matrix mi è piaciuto molto”

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Potremmo già non lavorare più, nessuno, e vivere tutti nell’ozio, lasciando fare tutto alle macchine. Ma come potremmo arricchirci altrimenti, accumulare e mantenere privilegi? Così abbiamo avuto la genialata di far diventare gli operai macchine: devono avere il ritmo sempre più vicino possibile a quello di una macchina, devono lavorare più di quando lavoravano senza macchine! Il mondo è connesso ma cazzo non abbiamo un minuto libero. Sembrerebbe un paradosso ma tutto si spiega col fatto che lasciando lavorare le macchine poi noi non avremmo nulla da fare.

Poi dite che Matrix è un brutto film.

È la fine della storia. Siamo alle soglie della fine della storia ma non vogliamo farla finire, vogliamo continuare a fare economia come ci piace a noi

Karl Marx intervistato da Tiziano Terzani, La Repubblica 18 brumaio 1973


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L’Uomo che Fuma felicità

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E voi cosa date loro?

Noi diamo loro la felicità, e loro ci conferiscono autorità.

L’autorità di privarli della libertà con la scusa della democrazia.

L’uomo non sarà mai libero perché è debole, corrotto, insignificante e inquieto. Il popolo crede nell’autorità, è stanco di attendere misteri e miracoli. La scienza è la sua religione, non c’è altra spiegazione al di sopra di essa. La maggior parte degli uomini ha smesso di credere in Dio.

Perché?

Perché Dio non ha miracoli con cui conquistare la loro fede.

E pensa che quando un uomo smette di credere nei miracoli neghi anche Dio?

Certamente.

Ma voi li governate nel nome di Dio.

Non credono in lui, eppure lo temono ancora. Non osano non farlo perché hanno paura della libertà.

E voi date loro la felicità?

Noi plachiamo la loro coscienza. Chiunque plachi la coscienza di un uomo si impossessa della sua libertà.

Dialogo tra Jeremiah Smith e l’Uomo che Fuma (qui una parte).
Da X-Files, Il guaritore (Talitha cumi), S03E24, 1996.

Identità, stabilità, comunità sono i tre pilastri del Mondo nuovo. Anche nel romanzo di Huxley vi è una dialettica tra libertà e felicità, o meglio, all’opposto, un’incompatibilità: quella tra miserevoli, liberi selvaggi e felici, inconsapevoli abitanti del nuovo mondo. Come se la possibilità per l’uomo di vivere felice in mezzo ad altri uomini dipendesse dalla sua trasformazione in un automa. Parrebbe che una società all’insegna della libertà corra il rischio di autodistruggersi in un cocktail micidiale di tecnica e biopolitica, e che la felicità sia la necessaria “morte celebrale” della comunità al prezzo della sua identità, stabilità, comunità, come nell’ecologico e pacifico totalitarismo compiuto del Mondo nuovo (questo in sostanza sostiene il governatore del mondo Mustapha Mond nella scena del confronto con Bernardo Marx).

Libertà è un concetto usurato, parziale, storico, coloniale, con radici limitate alla Grecia del IV secolo avanti cristo; felicità è l’invenzione di un certo modo di vivere la città, quella del benestante. Libertà/felicità è un’opposizione logica ma tutta moderna: non è propria dell’uomo ma dell’uomo dal XV secolo in poi, quando scopriva Aristotele, la politica e i caratteri mobili.

In realtà non esiste una scelta tra libertà e felicità, perché chiunque la propini ha già scelto la seconda e giustifica questa scelta, retroattivamente, come quella esclusiva tra libertà e felicità. Più che di felicità sarebbe più adatto parlare di autorità, come indica l’Uomo che Fuma, con la felicità come prodotto: quanto più i governati non avvertono l’azione dei governanti tanto più sono felici. Identità stabilità comunità. Felicità è un concetto derivato dal perfetto equilibrio, ideale e impossibile, tra libertà e coercizione, tra il pensiero e le necessità naturali. Felicità è un’impossibile, come vivere senza vecchiaia.

Alla base di tutto c’è un atto di fede: l’uomo è buono, allora può essere libero; l’uomo è cattivo, allora deve essere governato come una bestia da soma. Ma è impossibile sapere se l’uomo è buono o cattivo perché si tratta solo di una sua propria ossessione: nessuno potrà mai saperlo perché qualunque risposta verrà sempre da un uomo. È come la risposta certa alla vita nell’universo prima ancora di incontrare un extraterrestre: una questione statisticamente irrilevante finché esisterà soltanto il caso Terra. Considerarsi buono o cattivo è una necessità morale innaturale, nel senso che è una cosa di cui la natura se ne frega. E quelle volte in cui si è stati quasi certi del valore-uomo si sono giustificate le azioni più terribili, mascherate da cose “al di là del bene e del male”. Così Nietzsche sarebbe un cattivone e ispirerebbe nazismo, piuttosto siamo di fronte a un uso ipocrita della scoperta dell’inesistenza, nella natura, della morale. Non è tanto il fatto che visto che la morale non esiste allora possiamo essere cattivi (come pensa l’Uomo che Fuma) ma, al contrario, visto che la morale è una cosa che il pianeta terra e l’universo considerano insignificante, a maggior ragione non possiamo permetterci di essere cattivi perché non c’è ormai più nessuno a giudicarci, non c’è più nessuna mamma o papà a mettere a posto i casini che combiniamo. Diffidiamo quindi anche di chi ci propina la scelta tra buono e cattivo: in realtà ha già scelto di essere cattivo.

Siamo alle soglie della modernità, un luogo dal quale non ci muoviamo da secoli. Il popolo crede nell’autorità, è stanco di attendere misteri e miracoli, dice l’Uomo che Fuma. Una giustificazione potentissima, come dargli torto? L’uomo è stanco di attendere l’arrivo di Cristo, del comunismo, della fine della Storia e dello Stato. La tragedia è che non dovrebbe essere stanco, altrimenti la gente come l’Uomo che Fuma vince. Per questo la società è sempre più cupa: perdiamo pezzi di trascendenza, siamo stanchi. E così l’uomo avrebbe per sempre bisogno di essere governato. 

Il decadentismo di Star Wars

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Il dilagare di citazionismi starwarseschi da parte delle istituzioni, dai cattolici italiani ai democratici americani, non è una cosa divertente. È la conferma che questa prima parte del XXI secolo sarà ricordata come l’epoca dell’isteria della cultura pop, in una curva ascendente direttamente proporzionale alla fine della sua energia creatrice: quando sono i vertici dei quadri a fare proprie, per la massa, tutta una serie di temi cari alla sottocultura, ad andarsene a quel paese è proprio il valore propulsivo di una sottocultura, la sua capacità di emancipare gli oppressi, i secchioni, i piscioni, gli underdog, quelli che di sottocultura si nutrono e che non sono mai la massa. Tipo il rap che diventa popolare, tipo Jay-Z che, nato poveraccio, oggi non è più la voce del ghetto. Fagocitata dal merchandaising e dal serial-cinematografismo, la sottocultura nerd è ormai definitivamente tramontata, soppiantata da tempo dal più socievole e normalizzato geek (una contraddizione in termini, pensateci: un disadattato cool, un sociopatico socievole, praticamente un autistico perfettamente inserito nella società, come si vorrebbero gli autistici).

La conferma che viviamo in un periodo di decadenza delle sottoculture, ridotte a un residuo fatto di splendore estetico (come per il Tardo Impero romano), arriva dal capovolgimento di senso di Star Wars, che da opera di pace in tempi di pace degli episodi IV-V-VI (1977-83), dopo la fase intermedia, autocritica, degli episodi I-II-III (1999-2005), è diventata opera di guerra in tempi di guerra con gli episodi VII-VIII-IX (2015-19). È il segno dei tempi di una politica mondiale senza più blocchi continentali, guerre fredde, buoni e cattivi, ma sempre più egemone, sempre più orientata a destra, sempre più concentrata sulla difesa dell’Impero contro i Ribelli, sempre meno concentrata sugli affari sociali e sempre più diretta al mantenimento dei privilegi e delle differenze di censo, di ceto, di classe. Non sto dicendo che lo Star Wars di oggi è propaganda neoliberale, piuttosto che è la propaganda neoliberale ad essersi appropriata ormai anche di Star Wars: potremmo parlare di Star Wars in modo diverso, meno di Dart Vader e più di Leila, ma abbiamo scelto di fissarci col primo.

Sforniamo mitopoiesi come se non ci fosse un domani. Il citazionismo è ovunque. Ma diciamo la verità, tutto questo pullulare di spade laser e flash mob militari non è rassicurante. Non può entusiasmare un cinema pieno di gente in divisa e facce allegre. Non è nostalgia, inquieta e basta. Un entusiasmo che puzza di marcio perché è nei confronti di una storia lunga, complicata, un’epopea di fantascyenza che richiede passione, non tifo. È bellissimo vedere quanta voglia di sottocultura abbiamo nel XXI secolo, ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: non è voglia di sottocultura ma è un certo uso che della sottocultura si fa per giustificare le egemonie culturali disinnescandone la carica sovversiva, come per l’hipster: un amante della tecnologia “buona”, quella meccanica e difficilmente manipolabile, ridotto ad amante della barba e delle camicie a quadroni.

Il nuovo Star Wars, esattamente come il vecchio, compiace i desideri del pubblico: la differenza è che il pubblico di allora era più ricco, più entusiasta, più ottimista, più emancipato di quello di oggi che è depresso e deve entusiasmarsi per questa nuova formidabile trilogia scritta da un fan ad uso e consumo dei fan. Il problema è che questo entusiasmo, prova provata della contaminazione reciproca tra cultura bassa e alta, è la triste messa in scena del modo in cui il linguaggio politico si appropria di espressioni popolari per adattarli al proprio uso. Il nuovo Star Wars è un ammiccamento continuo. A cosa, non si sa. Come il vecchiardo che per fare lo splendido ammicca e sorride al giovane. E il giovane si chiede: ma questo che vuole?

 

We’ll route them out

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Lacrimogeni sui manifestanti della COP21. Parigi, 1 dicembre 2015

Chissà cosa scriveranno i libri di storia della “lotta al terrorismo”, del termine con il quale i governi occidentali giustificano azioni eterogenee fra loro.

Crollano le Torri gemelle e muoiono migliaia di persone.

We’ll route them out annunciava George W. Bush. E giù con il caos politico in Afghanistan.

Poi in Spagna esplodono dieci zaini.

E quindi giù di nuovo con il caos politico in Iraq.

Poi bombe su autobus e treni a Londra.

E quindi giù con i droni.

Poi a Parigi muore la redazione di un giornale e qualche mese dopo a un concerto se ne vanno in 89, più qualche altra decina di persone per strada. E il presidente socialista, talmente moscio da essere soprannominato dai connazionali flambie, proclama la guerra, la modifica della costituzione e il bombardamento di un paese a migliaia di chilometri in risposta a un attentato compiuto da francesi e belgi.

“Li staneremo”, di nuovo. E quindi giù con le perquisizioni. Bruxelles col coprifuoco per una settimana per arrestare alla fine 17 persone di cui 16 rilasciate dopo poche ore.

Li staneremo. E quindi giù a dare randellate agli ambientalisti in occasione del COP21, con i poliziotti che per raggiungere i crani dei manifestanti calpestano e distruggono i memoriali.

Quindi cominci a pensare che le due cose, azione e reazione, boomwe’ll route them out, sono totalmente slegate. Così ti rendi conto che è qui che risiede la forza di ascensione politica della destra, in questo scollamento tra attacco subìto e difesa attiva, in questa condizione di apparente incompetenza. Per questo un lasciate fare a noi che lo sappiamo fare risulta rassicurante, spingerebbe a votare a destra anche chi in genere non vota a destra. È sparare sulla croce rossa insomma, quello che Salvini ha capito da anni. Come sarebbe altrimenti di fronte al totale disinteresse dei governi occidentali di affrontare un terrorismo proprio: organizzato (almeno in parte) e compiuto da occidentali nati, cresciuti ed emarginati in casa? “Se proprio dobbiamo trasformare i governi da democratici ad autoritari, che a farlo siano chi ste cose le ha già fatte”. No? Almeno così la smettono di stanare sto cazzo.

Avere segreti

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Bernard Marx interpretato da Bud Cort nel film-tv Brave new world (1980)

 

La mania, per esempio, di fare le cose in segreto. Che equivale, in pratica, a non far nulla. Che cos’è infatti, che si può fare in segreto? (A parte, si capisce, l’andare a letto: e del resto non è una cosa che si può fare sempre). Già, cosa dunque. Assai poco.

Lenina Crowne riflette sulle stranezze di Bernard Marx in Aldous Huxley, Il mondo nuovo, capitolo VI.

Nel 1932, un anno prima della salita al potere in Germania dello NSDAP di Hitler, 17 anni prima di Orwell, Huxley pubblicava il romanzo sulla società delle caste e della totale libertà sessuale, sul controllo totale della procreazione e dell’educazione, e della grande ecologia. Brave new world. Il mio terapeuta dice che è più paradigmatico di Orwell. C’ha ragione. Orwell è la distopia del XIX secolo, Huxley quella del XXI.

Cabeza de Vaca e gli Indi

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Deserto del Kanab, Grand Canyon, Mohave County, Arizona. William Henry Holmes, 1877.

Dall’isola di Malfato, tutti gl’Indi che in quel paese vedemmo hanno per usanza, dal giorno che le donne loro si sentono gravide, non dormono con esse finché sieno passati duoi anni dall’aver creati i figliuoli, i quali elle allattano finché sono d’età di dodeci anni, che già sono da sapersi da se stessi procacciar da mangiare. Dimandavamoli noi per qual cagione così gli nodrissero, e ci rispondevano che lo faceano per la molta fame che era in quel paese, dove, come noi vedevamo, alcune volte conveniva star tre e alcune volte quattro giorni senza mangiare: e per questo gli lasciavano allattare, perché in quei tempi non morisser di fame; e se pure ancora alcuni ne fussero scampati, sarebbero stati troppo delicati e di poca forza […].

Tutti costoro hanno usanza di separarsi dalle mogli loro quando tra loro non è conformità o accordo, e si rimaritano essi ed esse con chi vogliono: e questo si fa tra i giovani, ma quei che già hanno figliuoli non lasciano mai le lor mogli. E quando contendono con altri popoli e fanno questioni un con l’altro, si danno pugni e bastonate finché sono molto stanchi, e allora si spartono, e alcuna volta gli spartono le donne entrando tra loro, perché uomini non entrano a spartirtli: e per qualsivoglia colera o passione che abbiano, non combattono con archi né frezze. E dipoi che si hanno dati pugni e bastonate e finita la mischia, prendono le case e le donne loro e se ne vanno a vivere per i campi e separati dagli altri, finché lor si passa lo sdegno e la colera; e quando già stanno così senza colera, se ne tornano alla gente loro, e da indi inanti sono amici come se mai non fusse stata tra lor cosa alcuna, né è bisogno che altri s’interponga a far le paci o l’amicizie, perché in questa guisa le fanno da se stessi […].

Tutti sono gente di guerra, e usano tanta astuzia per guardarsi da’ lor nemici, come farebbono se fussero nodriti in Italia e in continua guerra.

Álvar Núñez Cabeza de Vaca, Naufragi, cap. XIV, Finisterrae, Mantova 2008

Mac Demarco, hipster fuori, autore dentro

Mac Demarco

Mac Demarco

Kurt Cobain era incazzato nero per via del nuovo ordine mondiale che si andava profilando all’inizio degli anni ’90. Ventuno anni dopo che l’ordine mondiale è rimasto sostanzialmente lo stesso – e fa pure schifo – Kurt Cobain è diventato Mac DeMarco. La rabbia si è trasformata in goliardia, la musica si è calmata, e il sovversivo nichilismo autodistruttivo è diventato pura dementia. L’unica cosa rimasta, la trascuratezza.

Classe 1990, canadese, pare fumi parecchie sigarette. Gli piacciono tanto le musicassette, i suoi album li registra così. Il primo, YING YANG, un lavoro rock dove si intuisce già il Mac Demarco che sarà (non l’ho ascoltato molto, per cui accontentatevi di questo cliché), dovrebbe essere una demo perché è autoprodotto, ma è un album a tutti gli effetti. Il secondo, anche questo si maschera dietro un “EP”, si chiama Rock and Roll Night Club, il lavoro con cui Mac viene conosciuto dal mondo. Un album fatto male, non c’è dubbio, nel senso che è registrato proprio male. Intervallato da incursioni radiofoniche finte, è un mix di ritmiche blues con cantate tra il soul e il brit-pop (la voce richiama Damon Albarn).

Urla alla camera con un cappello di lana in testa che ci saranno trenta gradi. Ha uno spazio tra gli incisivi frontali che sembra fatto apposta per renderlo più punk. È brillo di birra economica quel tanto che basta per essere allegro, ma non troppo da impedirgli di suonare. Tanto strimpella (non è vero, questo articolo è pieno di ironie, scovatele!). Tanto, non siamo mica negli anni ’90 che bisogna per forza stare incazzati. Non avendo niente di tragico da raccontare della sua infanzia, si diverte a fare il punkettone mandando bacetti. È proprio il figlio dei nostri tempi, dove la dissoluzione estetica e politica del rock anni ’90 ci ha permesso di apprezzare Elio e le Storie Tese. Mac Demarco è un incrocio tra un appassionato blues-rocker, il più classico degli hipster analogici e Maccio Capatonda. Una miscela che trasfigura il moscio low-fi in un’arte originale, ricca della leggerezza dell’ironia.

Cosa suona Mac Demarco? A missare i suoi pezzi, aggiungendo un minimo di pulizia del suono, uscirebbero suoni più banali, la sua forza sta infatti in un’ottima tecnica blues-rock combinata ad una sciatta postproduzione. La prima volta che l’ho ascoltato (grazie a quella meravigliosa Pitchfork app di Spotify che bastava cliccare sulle copertine per ascoltare al volo le nuove uscite ma che poi è stata eliminata mortacci loro) era perché mi incuriosiva la copertina di Rock and Roll Night Club: un uomo che si sparge rossetto sulla bocca con aria disinvolta e per nulla gayofila. Si intuiva subito la minchiaggine, così volevo vedere di che musica si trattava. Premo play e mi parte una cosa registrata male. Fu amore a prima vista.

https://www.youtube.com/watch?v=SI2gPvreoG4

È questo gioco di contrasti che ci piace, tra lo spessore musicale, la pessima registrazione e una personalità da adolescente demente. Quello che avremmo sempre voluto chiedere alla nostalgia musicale del low-fi: l’autoironia. È un certo uso del low-fi ad essere il suo asso nella manica, quel genere che andava forte negli anni ’00, nel post-post rock, quando ci si era talmente sganasciati i maroni di definire i generi musicali che ormai ci si scocciava pure di post produrli. Solo che Mac il low-fi non lo fa perché si porta, o perché è “dolcissimo e bellissimo”, ma perché così gli viene. Insomma, Mac Demarco è indie, ma non è colpa sua, e non gliene importa. È un mix irresistibile di estetismo grunge, rhythm and blues e dementia. È l’esempio più schietto che in natura niente si crea dal nulla, soprattutto in musica. Ed ha un sound inconfondibile. Ti basta ascoltare pochi secondi, manco fossero gli U2, per dirti ah, sì, è un Mac. Un autore.

Dopo Rock and Roll Night Club è seguito II, con in copertina un ragazzo che stringendo una brutta chitarra elettrica fa il segno della vittoria con un cappello della Standa in testa. Ridicolo, ma non la musica. Un’estetica che è il suo guscio, utile forse a proteggere la sua preziosa creatività dalle etichette facili. Anche II è sporco e sognante quanto Rock and Roll. Li ho ascoltati insieme, non ho avuto il tempo di digerirli singolarmente perciò li percepisco come un’unica striscia creativa, tra l’altro sono usciti a distanza di qualche mese l’uno dall’altro. La terza fatica, Salad Days, esce due anni dopo, nel 2014, ed è il suo lavoro minore. L’errore è stato quello di missare i pezzi dando più presenza alla batteria, e il risultato non è stato un granché: troppo pulito, asciutto, poco significativo. Così il suo entrourage si sarà reso conto che è meglio restare se stessi: trascurati. E infatti la sua quarta fatica, uscita un mese fa, è un ritorno alle sciatte origini (per usare un cliché, solo che ho aggiunto “sciatto”). Si chiama Another one, a sottolineare una prolifica attività musicale: quattro album in tre anni. È il lavoro più scanzonato. Parla d’amore. L’album più leggero che l’artista canadese che veste grunge, suona blues e registra male abbia fatto finora.

Bassa fedeltà e cazzeggio. Un connubio che ancora nessuno aveva fatto all’indomani del post-post-post-rock. Grande Mac, ti vogliamo bene. Un abbraccio da parte mia e di Gianni Morandi, che anche se non ti conosce sono sicuro che ti abbraccerebbe se glielo chiedessi. Tanto lui abbraccia tutti.

Vi saluto con questa ultima clip, montata male.

Aristotele, Platone, Sacks e il misticismo scientifico

Iniezione di salvarsan (o arsfenamina) in un ospedale da campo per la malaria a Cividale, in Friuli

Iniezione di salvarsan (o arsfenamina) in un ospedale da campo per la malaria a Cividale, in Friuli

La nozione di «sostanze mistiche» sorge dalla reductio ad absurdum di due concezioni del mondo che, se applicate in modo legittimo, hanno grande eleganza e potenza: una è la concezione a mosaico, o topista, associata alle filosofie dell’empirismo e del positivismo; l’altra è una concezione olistica, o monistica. Esse derivano, rispettivamente, dalla metafisica di Aristotele e da quella di Platone. Usate con saggezza, e con una piena comprensione dei loro poteri e limiti, hanno offerto la base per scoperte fondamentali della fisiologia e della psicologia negli ultimi duecento anni.

Il misticismo nasce quando si prendono analogie per identità, quando si trasformano similitudini e metafore («è come se») in assoluti («è»), convertendo così un’epistemologia utile in «verità totale». Il topismo mistico sostiene che il mondo consiste in una moltitudine di punti, di luoghi, di particelle o di pezzi, senza alcuna relazione intrinseca tra l’uno e l’altro, ma «estrinsecamente» correlati da un «nesso causale»; lo sostiene in modo esclusivo e conclusivo: è «la verità». Data una simile concezione, si può immaginare la possibilità di influenzare un singolo punto o una singola particella, senza esercitare il minimo effetto su quelle circostanti: si dovrebbe, ad esempio, poter eliminare un punto con assoluta precisione e specificità. Il corollario terapeutico di questo misticismo è il concetto di un farmaco specifico perfetto, che ha esattamente l’effetto voluto escludendo la possibilità di qualsiasi altra conseguenza. Un esempio famoso di un tale supposto elisir è l’arsfenamina, studiata da Ehrlich per la cura della sifilide. Le dichiarazioni modeste e realistiche dello stesso Ehrlich furono subito distorte da desideri e tendenze assolutistiche, e l’arsfenamina fu presto definita «la pallottola magica». Questo dunque è il genere di medicina mistica, il cui primo scopo è la ricerca sempre nuova di «pallottole magiche».

L’olismo mistico, invece, asserisce che il mondo è una massa completamente uniforme e indifferenziata di «materia primigenia» o plasma. Di tale fisiologia mistico-olistica si trova un buon esempio in un detto attribuito a Flourens: «Il cervello è omogeneo come il fegato; il cervello secerne pensieri come il fegato secerne la bile». Corollario terapeutico di questo misticismo monista è il concetto di un farmaco per-tutti-gli-scopi, una panacea, un estratto quintessenziale di Materia Primigenia o di Materia Cerebrale, Bontà o Divinità imbottigliate in forma assolutamente pura, l’estasi portatile di De Quincey racchiusa in una bottiglietta rosa

Oliver Sacks, Risvegli, Adelphi, Milano 2014, nota 31 a pagina 48.

Il selvaggio West e l’Altro

Il Petrified Forest National Park, Arizona, USA

Il Petrified Forest National Park, Arizona, USA

Il Sudovest è la parte meno americana degli Stati Uniti; come osservava la guida Wpa del New Mexico nel 1940, «in alcuni luoghi la vernice dell’americanizzazione è davvero sottile». Per questo motivo la regione attira dalla moderna America anglosassone e dall’Europa persone che sono alla ricerca di ciò che gli antropologi chiamano l’Altro. Il Sudovest consente di incontrare due categorie fondamentali dell’Altro, gli indiani e gli ispanici, senza neppure lasciare il Paese, ed è dunque un logico punto di partenza. Nel 1970 non lo sapevo ancora, ma era anch’io un fuggitivo. Per il momento il mio disagio nei confronti della cultura dominante mi aveva soltanto fatto capire che non volevo vivere in città. Non ero «un uomo da marciapiede» come affermava Georgia O’Keeffe, un altro membro del gruppo. Ma nei successivi venticinque anni, l’interesse per l’Altro, il desiderio di reinventare me stesso all’interno di una cultura alternativa, mi avrebbero portato a viaggiare in tutto il mondo. Le persone che si avventurano in una ricerca di questo genere hanno quattro mete privilegiate: il Sudovest americano, l’Amazzonia, l’Africa e il Tibet. Io le avrei visitate tutte, tornando nel Sudovest più di dodici volte. Il Sudovest sarebbe stato il termine di paragone su cui avrei valutato i miei progressi, e lì avrei incontrato o conosciuto indirettamente altri individui di cultura anglosassone come me, anime affini, compagni di fuga che erano stati attirati da questa assolata e mistica parte del mondo, dove molte zone non sono sintonizzate sulla lunghezza d’onda degli Stati Uniti. E fu nel Sudovest che compresi finalmente come la mia ricerca partisse da un presupposto sbagliato, poiché non esiste un’alterità indipendente dalle proiezioni di ciascuno, e la abbandonai. A quel punto avevo viaggiato così tanto che nulla mi sembrava esotico. Avevo capito che nessun modello sociale è privo di aspetti venali. Potremmo dire che avevo incontrato l’Altro, e l’Altro ero io.

Alex Shoumatoff, Leggende del deserto americano, Einaudi, Torino 2015, p. 16.