L’Uomo che Fuma felicità

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E voi cosa date loro?

Noi diamo loro la felicità, e loro ci conferiscono autorità.

L’autorità di privarli della libertà con la scusa della democrazia.

L’uomo non sarà mai libero perché è debole, corrotto, insignificante e inquieto. Il popolo crede nell’autorità, è stanco di attendere misteri e miracoli. La scienza è la sua religione, non c’è altra spiegazione al di sopra di essa. La maggior parte degli uomini ha smesso di credere in Dio.

Perché?

Perché Dio non ha miracoli con cui conquistare la loro fede.

E pensa che quando un uomo smette di credere nei miracoli neghi anche Dio?

Certamente.

Ma voi li governate nel nome di Dio.

Non credono in lui, eppure lo temono ancora. Non osano non farlo perché hanno paura della libertà.

E voi date loro la felicità?

Noi plachiamo la loro coscienza. Chiunque plachi la coscienza di un uomo si impossessa della sua libertà.

Dialogo tra Jeremiah Smith e l’Uomo che Fuma (qui una parte).
Da X-Files, Il guaritore (Talitha cumi), S03E24, 1996.

Identità, stabilità, comunità sono i tre pilastri del Mondo nuovo. Anche nel romanzo di Huxley vi è una dialettica tra libertà e felicità, o meglio, all’opposto, un’incompatibilità: quella tra miserevoli, liberi selvaggi e felici, inconsapevoli abitanti del nuovo mondo. Come se la possibilità per l’uomo di vivere felice in mezzo ad altri uomini dipendesse dalla sua trasformazione in un automa. Parrebbe che una società all’insegna della libertà corra il rischio di autodistruggersi in un cocktail micidiale di tecnica e biopolitica, e che la felicità sia la necessaria “morte celebrale” della comunità al prezzo della sua identità, stabilità, comunità, come nell’ecologico e pacifico totalitarismo compiuto del Mondo nuovo (questo in sostanza sostiene il governatore del mondo Mustapha Mond nella scena del confronto con Bernardo Marx).

Libertà è un concetto usurato, parziale, storico, coloniale, con radici limitate alla Grecia del IV secolo avanti cristo; felicità è l’invenzione di un certo modo di vivere la città, quella del benestante. Libertà/felicità è un’opposizione logica ma tutta moderna: non è propria dell’uomo ma dell’uomo dal XV secolo in poi, quando scopriva Aristotele, la politica e i caratteri mobili.

In realtà non esiste una scelta tra libertà e felicità, perché chiunque la propini ha già scelto la seconda e giustifica questa scelta, retroattivamente, come quella esclusiva tra libertà e felicità. Più che di felicità sarebbe più adatto parlare di autorità, come indica l’Uomo che Fuma, con la felicità come prodotto: quanto più i governati non avvertono l’azione dei governanti tanto più sono felici. Identità stabilità comunità. Felicità è un concetto derivato dal perfetto equilibrio, ideale e impossibile, tra libertà e coercizione, tra il pensiero e le necessità naturali. Felicità è un’impossibile, come vivere senza vecchiaia.

Alla base di tutto c’è un atto di fede: l’uomo è buono, allora può essere libero; l’uomo è cattivo, allora deve essere governato come una bestia da soma. Ma è impossibile sapere se l’uomo è buono o cattivo perché si tratta solo di una sua propria ossessione: nessuno potrà mai saperlo perché qualunque risposta verrà sempre da un uomo. È come la risposta certa alla vita nell’universo prima ancora di incontrare un extraterrestre: una questione statisticamente irrilevante finché esisterà soltanto il caso Terra. Considerarsi buono o cattivo è una necessità morale innaturale, nel senso che è una cosa di cui la natura se ne frega. E quelle volte in cui si è stati quasi certi del valore-uomo si sono giustificate le azioni più terribili, mascherate da cose “al di là del bene e del male”. Così Nietzsche sarebbe un cattivone e ispirerebbe nazismo, piuttosto siamo di fronte a un uso ipocrita della scoperta dell’inesistenza, nella natura, della morale. Non è tanto il fatto che visto che la morale non esiste allora possiamo essere cattivi (come pensa l’Uomo che Fuma) ma, al contrario, visto che la morale è una cosa che il pianeta terra e l’universo considerano insignificante, a maggior ragione non possiamo permetterci di essere cattivi perché non c’è ormai più nessuno a giudicarci, non c’è più nessuna mamma o papà a mettere a posto i casini che combiniamo. Diffidiamo quindi anche di chi ci propina la scelta tra buono e cattivo: in realtà ha già scelto di essere cattivo.

Siamo alle soglie della modernità, un luogo dal quale non ci muoviamo da secoli. Il popolo crede nell’autorità, è stanco di attendere misteri e miracoli, dice l’Uomo che Fuma. Una giustificazione potentissima, come dargli torto? L’uomo è stanco di attendere l’arrivo di Cristo, del comunismo, della fine della Storia e dello Stato. La tragedia è che non dovrebbe essere stanco, altrimenti la gente come l’Uomo che Fuma vince. Per questo la società è sempre più cupa: perdiamo pezzi di trascendenza, siamo stanchi. E così l’uomo avrebbe per sempre bisogno di essere governato. 

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