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Articoli scritti da: La materia non è solida

Ho creato un giornale online che redigo, Informazioni Marittime (informazionimarittime.it). Ho collaborato con Repubblica, Nazione Indiana, Linkiesta. Collaboro con NOT, Il Post, Corriere del Mezzogiorno. Studio chitarra classica. Questo blog esiste su Tumblr dal 2007. Nel 2014 si è trasferito su Wordpress. Qui scrivo di politica, cultura e filosofia di Maria Elena Boschi.

Piove, google ladro!

«Se ci viene voglia di criticare le banche, passiamo per avversari del capitalismo e di Wall Street, contrari al suo salvataggio da parte dei contribuenti: un punto di vista ormai così banale da far sbadigliare. Invece, criticare la Silicon Valley, significa essere ritenuti dei tecnofobi, stupidoni nostalgici dei bei tempi andati prima dell’iPhone. Allo stesso modo, qualunque critica politica ed economica formulata contro il settore delle tecnologie informatiche e i suoi legami con l’ideologia neoliberista è subito considerata una critica culturale alla modernità. E il suo autore è dipinto come nemico del progresso, desideroso di raggiungere Martin Heidegger nella Foresta nera per guardare tristemente il cemento senz’anima delle dighe idroelettriche».

Evgeny Morozov, Dall’utopia digitale al caos sociale, Le monde diplomatique, n. 9, anno XXI, settembre 2014.

In realtà anche la critica alla Silicon Valley e al settore delle tecnologie informatiche fa sbadigliare, evidente com’è ormai anche lì il feroce capitalismo imprenditoriale che li guida. Non più di cinque anni fa, almeno in Italia, etichettare Google, Apple e Amazon come multinazionali senza scrupoli era da complottista, oggi è un buon argomento di discussione per l’aperitivo, e domani lo sarà anche per il bar di paese.

La verità è che non essendoci modelli alternativi in economia non ci resta che analizzare, criticare e discutere con obiettività la verità di questi “nuovi modelli economici” che “cambieranno tutto” (nemmeno Apple usa più slogan così, ormai ridicoli). Ed è la ragione per cui oggi a spopolare tra i best seller non è più Stephen King ma Slavoj Zizek e Morozov. È il segno dei tempi: siamo impotenti e non ci resta altro che parlare di quello che non possiamo cambiare. È il segno della vittoria del modello capitalista in tutte le nazioni, e che ora si avvia a realizzare il suo sogno di trionfare su tutta la terra. Ma per farlo dovrà fare in modo che il consumatore non senta proprio tutto l’ombrello che gli hanno infilato su per il sedere. (Quando sentiremo gridare ”piove, Google ladro”, quel momento sarà arrivato). Anzi, che il consumatore lo senta tutto questo ombrello, basta che non avverta il momento in cui questo sarà aperto: per questo ci pensa la condivisione dei dati, il finto comunitarismo con cui si travestono le multinazionali del web da quando è arrivato Facebook.

Il cambiamento, in corsivo non tra virgolette (cambiamento del modello economico in primis, a cui seguirà necessariamente tutto il resto) non arriverà da un editoriale che cambia la coscienza di chi già queste cose le sa o le intuisce, ma da un evento casuale che tutti sposeranno. Avverrà quando gli invisibili, quelli tagliati fuori dal modello economico attuale, gli emarginati, gli sfruttati, i poveri (quindi nessuno di quelli a cui, me compreso, piace leggere questi articoli) non vorranno più entrare nel mondo degli affari per affermare pretestuosamente di volerlo cambiare, ma quando vorranno entrarci per distruggerlo, o addirittura distruggerlo senza nemmeno entrarci.

Che cosa significa essere di sinistra

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«Che il capitale – inteso sia nel senso di logica sociale che di gruppo di interesse – miri al controllo totale, deriva dallo stesso processo di accumulazione, che per natura è infinito. Nel suo concetto non entra alcun limite – il che significa che i soli limiti che è suscettibile di conoscere possono venire dall’esterno: dall’esaurimento delle risorse naturali o dall’opposizione politica. In mancanza di questo, il processo è destinato a proliferare come un cancro, uno sviluppo mostruoso per intensità ed estensione. Per intensità, attraverso l’infinita produttività. Per estensione, sia con l’invasione di nuovi territori e aree geografiche finora non raggiunte – dopo l’Asia, l’Africa aspetta il turno -, sia con la mercificazione di sempre più vasti ambiti del reale.

Il capitale è una potenza. E ha una potenza sufficiente a perseguire all’infinito il proprio slancio d’affermazione finché non incontra una potenza più forte e di segno opposto che lo determini al contrario e lo tenga a freno. Ecco perché, in assenza di un’opposizione significativa, non c’è dubbio che il capitale non abbia altro obiettivo che il controllo di tutta la società – cioè la tirannia, certo dolce, zuccherata dal consumo e dal divertimento, ma pur sempre tirannia. A partire da questo, è facile dedurre cosa sia la sinistra. La sinistra è una posizione rispetto al capitale. Essere di sinistra significa porsi in un certo modo rispetto al capitale. E più esattamente in un modo che rifiuti la sovranità del capitale, a partire dall’idea dell’uguaglianza e della vera democrazia, e con la consapevolezza che il capitale è una tirannia potenziale che impedisce a quell’idea di farsi realtà. Ecco: essere di sinistra vuol dire non lasciar regnare il capitale».

Frédéric LordonLa sinistra non può morire, Le Monde Diplomatique, n. 9, anno XXI, settembre 2014.

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L’assurdità dei discorsi -post da “fine delle ideologie” verranno ricordati con un sorriso per la loro ingenuità. Discorsi pronunciati tanto da “quello di sinistra” che da “quello di destra”, perciò li affermano tanto l’ingenuo disilluso che davvero crede che non è più il tempo delle politiche di emancipazione, e lo afferma allo stesso modo quello ben consapevole di cosa significhi (finalmente!) la fine delle ideologie, della sinistra e della destra. Spazio agli affari!

Della sinistra non ci si libera così. Ha vinto il capitale, per ora, che sta affermando la sua egemonia, ma la barricata che vuole un giammai la sinistra agitandolo come un fantasma nostalgico, sappiate che apparterrà sempre a una delle due categorie sopracitate: o è un ingenuotto o il cattivone. A volte tutte e due le cose insieme. Perché il male, come si sa, è stupido e banale. Ma sempre male.

Nella foto in alto, l’attuale primo ministro della Francia Manuel Valls.

Giornalismo e filosofia (si può parlare di guerra fredda?)

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La verità è nel mezzo. O meglio, ci vuole sempre tempo per dire la verità, per dire le cose come sono. E la maggior parte delle volte pur dicendo la verità, le cose come sono, si tratta sempre di un cenno di capo, un’indicare le cose come sono. In una parola: parlarne.

Per questo il giornalismo quotidiano è odiato dalla filosofia. Il giornale pretende di dire le cose come sono subito. Anzi il prima possibile, quasi prima che accadano, perché la notizia non aspetta, va data adesso. Proprio tutto il contrario della riflessione ponderata e attenta che arriva come una testuggine dritta dritta verso la verità.

È questa la spiegazione dietro la metafora della nottola di Minerva di Hegel. Il filosofo tedesco afferma: la nottola di Minerva spicca il suo volo sul far del crepuscolo. Significa: quello che è successo oggi lo capiamo (Minerva/Atena è la dea della saggezza simboleggiata da una civetta che vola) solo alla fine della giornata. È quello che fa lo storico, quello che fa il filosofo. La comprensione di ciò che è avviene soltanto quando ciò che è è stato. Prima che una cosa accade, come posso saperla? Non solo. Anche quando è accaduta, se non do il tempo al mio cervello di capirla come posso pretendere di capirla mentre accade? Al giornalismo tutto questo non piace. Al giornalismo quotidiano la civetta sta sulle scatole. Ma il giornalismo quotidiano si difende bene: non ha la presunzione di dirti la comprensione di quel che succede, ma solo quel che succede, la comprensione sarà una scelta successiva del lettore. Come quando ti capitano le cose senza che ancora non hai capito cosa sta succedendo. Ecco il giornalismo, io ti do quello che accade, senza comprensione. Pensate alle torri gemelle: sapevamo quello che stava succedendo quando accadeva e nei giorni immediatamente successivi? Ancora adesso non abbiamo capito del tutto cosa è successo, ma nel 2014 sappiamo molto più di quello che sapevamo nel 2001. La verità ha bisogno di tempo.

C’è una nuova guerra fredda in atto tra Stati Uniti e Russia, ma non è quella che vorrebbero i giornali con i loro titoli. Questa riproposta nei titoli dei giornali è la classica guerra fredda ante anni ‘90, quella fatta di ideologia politica e religioni, di apparati statali e capitali diversi. Ovvio che qualunque storico e filosofo inorridirebbe a questa sintesi arruffona, sempliciona e fuorviante, allarmista e sensazionalista. Un metodo non senza interesse questo del titolo strillato: il giornale quotidiano, oggi, strilla più di prima perché questo strillo è un urlo di agonia: “Leggetemi!”. Il giornale quotidiano non grida più la notizia ma la sua condizione di giornale quotidiano in crisi. Per questo parecchio giornalismo quotidiano di oggi non fa più giornalismo quotidiano, non ti dice più quello che accade ma scrive articoli che chiedono disperatamente di essere letti.

Ma questo non deve portare a odiare il giornalismo quotidiano, piuttosto la superficialità è la sua condanna e la sua esistenza una necessità. Si deve essere superficiali se si vuole dire quello che accade adesso senza saperlo. Il giornalismo quotidiano deve scegliere: o ti mostra quello che accade o ti dice la verità, ma a quel punto non è più giornalismo quotidiano ma inchiesta, storia, filosofia. 

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Ma non è vero neanche che non siamo di fronte a una nuova guerra fredda. Sarebbe altrettanto fuorviante anche un giudizio così. Un altro eccesso, un’altra semplificazione. È come quando si dice che non essendoci più la sinistra ci si deve accontentare di questo capitalismo, sforzandosi soltanto di renderlo più “etico” e “amichevole”, rendere più etica e amichevole questa economia mondiale basata sullo sfruttamento degli uomini e delle risorse.

Possiamo dire che c’è una nuova guerra fredda in atto senza per questo titolarla? Senza dire con questo la verità?

Si può dire che c’è una nuova guerra fredda, ma per capire che significa ci vuole tempo, non basta allacciarsi con un salto temporale a trent’anni fa, perché trent’anni son passati e non torneranno più.

È innegabile che l’oligarchia russa stia reagendo all’isolamento lento e inesorabile a cui era condannata. Gli Stati Uniti hanno vinto e preso tutto e la Russia semplicemente non ci sta più (proprio perché ne è passata acqua sotto i ponti da quando è caduto il Muro) ad accettare la persistenza americana fin quasi ai confini (ex) sovietici.

E allora di quale guerra fredda si tratta visto che non può più essere la guerra fredda (quella dei libri di storia)? Allora non dovrebbe chiamarsi più guerra fredda perché genererebbe confusione. Ma neanche ci si dovrebbe sforzare troppo a trovare un altro nome, perché qualcosa in comune con la vecchia guerra fredda questa guerra fredda di oggi dovrà averla, altrimenti correremmo lo stesso errore di considerare l’economia mondiale attuale un‘“altra economia”. La new economy, ricordate?

È una guerra, non c’è dubbio, perché ci sono i militari e la gente muore. È fredda perché non ci sono invasioni. Forse la differenza è nelle fazioni: non ci sono più due fazioni contrapposte, forse non ci sono proprio più fazioni. C’è prima di tutto un modello economico a cui aderiscono entrambe, a cui aderisce tutto il mondo. Così cade la differenza ideologica, l’ideologia politica alla base: Stati Uniti e Russia investono e accumulano profitti allo stesso modo, negli stessi posti, con le stesse persone. Tutto il mondo accumula, investe e fa profitto allo stesso modo e nello stesso luogo. È la globalizzazione baby!

Poi, essendosi sciolto il dualismo oppositivo ideologico e politico, sono fioriti tanti altri interessi particolari che prima venivano semplicemente soffocati dai due blocchi: prima del 1989 la parola Medio Oriente era un modo per dire petrolio, oggi è un modo per dire tantissime cose diverse.

La verità è allora che non c’è una sola guerra fredda, ma tante piccole guerre fredde.

La Russia reagisce come un cane che non vuole essere messo all’angolo. Un cane forte che vuole stabilire nuovi confini per aggiornare i punti strategici del gas e della geografia. Forse anche gli Stati Uniti reagiscono come un cane, più forte, ma sempre più messo all’angolo dalla moltitudine di stati che non può più controllare come in passato.

È sbagliato parlare di nuova guerra fredda, così com’è sbagliato dire che non si può più parlare di guerra fredda. La verità sta nel mezzo, e ancora non l’ho trovata.

Essere Bill Murray

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«È una domanda difficile. Invito tutti noi a farci questa domanda proprio in questo momento. Come ci si sente a essere te? Sì, esatto. È bello essere te, vero? È bello, perché c’è una cosa che tu sei – solo tu sei la persona che sei, ok?

A volte ci confondiamo quando cerchiamo di entrare in competizione. Pensiamo “dannazione, qualcun altro sta cercando di essere me”. Ma non ho bisogno di armarmi contro questa idea, se solo riesco a rilassarmi e a metterla in questi termini, pensando: “tu quanto pesi?” Questa è una cosa che faccio spesso quando mi sento smarrito, e mi diverte. Quanto pesi? Pensate a quanto pesa ciascuna persona qui dentro, e provate a sentire il vostro peso proprio adesso, sul posto dove siete seduti. Bene, se riuscite a sentire quel peso nel vostro corpo, se riuscite a identificarvi personalmente e completamente, davvero, fino a dire: “Sono io. Questo sono io adesso. Io qui, proprio ora. Questo sono io adesso”, allora non sentite di dover andarvene, di dover essere là o andare laggiù, di essere da un’altra parte.

Quindi com’è essere come me? Potete chiedere a voi stessi “Com’è essere me?”. Sapete, il solo modo che conosciamo per essere noi stessi è fare il nostro meglio per essere noi stessi più spesso che possiamo, e ricordare a noi stessi: questa è casa nostra».

Bill Murray risponde alla domanda “Com’è essere Bill Murray” al Toronto Film Festival 2014, durante la presentazione del film St. Vincent. (via)

Che cos’è una politica di emancipazione

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«Bisognerebbe evitare di farci intrappolare nel gioco progressista di “quanta tolleranza nei confronti dell’altro possiamo permetterci”: dovremmo tollerare che si picchino le donne, che si obblighino i figli a matrimoni combinati, che si brutalizzino i gay e così via? Messa in questi termini, naturalmente, non siamo mai abbastanza tolleranti, oppure siamo sempre troppo tolleranti, perché trascuriamo i diritti delle donne.

L’unico modo per uscire da questa impasse è proporre un progetto positivo universale condiviso da tutti i partecipanti e lottare per la sua realizzazione. Proprio per questo, un compito cruciale di chi oggi combatte per l’emancipazione è superare il semplice rispetto per gli altri e avviarsi verso una vera Leitkultur [cultura dominante] emancipatrice, la sola che può sostenere un’autentica coesistenza e mescolanza di culture diverse.
Il nostro assioma dovrebbe essere che la lotta contro il neocolonialismo occidentale così come la lotta contro il fondamentalismo, la lotta di Wikileaks e di Edward Snowden così come la lotta contro l’antisemitismo così come la lotta contro il sionismo aggressivo sono parte di una stessa e unica lotta universale. Se ci perdiamo nei compromessi, la nostra vita non merita di essere vissuta».

Slavoj Zizek, Rotherham e i limiti della società multiculturale, Internazionale 5/11 settembre 2014, n. 1067, p. 35.

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Il discorso del filosofo sloveno coglie due punti sostanziali relativi all’efficacia delle politiche di emancipazione.

1. I principi universali non possono essere induttivi ma soltanto deduttivi. Non ci si può “mettere d’accordo” sulla base delle identità delle comunità umane concrete che coesistono in uno stesso territorio. Così facendo si determina soltanto il gioco infinito delle classi dominanti con la loro concezione della tolleranza, la loro leitkultur, ovvero esattamente quello che accade oggi, con l’aggravante che questo “gioco delle tolleranze” è travestito da un finto multiculturalismo, una politica pseudo-egualitaria che resta tale fintantoché non tocca gli interessi di chi la promuove.
Invece i principi universali di una sana convivenza multiculturale sono, purtroppo, deduttivi. Dico purtroppo perché sono per forza di cose campati in aria: idee, principi, assiomi etici che solo in un secondo momento vanno “indotti” ovvero, come dice Zizek, “condivisi da tutti i partecipanti”, “lottando per la loro realizzazione”. Lottando per la loro realizzazione? “Ma basta con le guerre e la violenza, vogliamo la pace” afferma chi è già emancipato. “Anche noi vogliamo la pace, ma per ottenerla dobbiamo lottare” replicano quelli che non sono emancipati. Il concetto di lotta porta al secondo punto sostanziale per realizzare una politica di emancipazione su principi universali dedotti.

2. C’è un’universalità di fondo in tutte le eterogenee lotte di emancipazione a cui assistiamo in questi anni. Non si tratta però di un’universalità che balza agli occhi, sostanziale, evidente, ma di un’universalità nascosta che va tirata fuori per i capelli. È un’universalità partecipativacoattiva: questa universalità la dobbiamo trovare, non è lei che trova noi.
Ora però il punto 1, che i principi universali di emancipazione sono essenzialmente deduttivi, rischia di restare un postulato astratto se non prende spunto da qualcosa di concreto. L’eterogeneità delle lotte di emancipazione moderne potrebbe essere la concretezza di cui hanno bisogno i principi di emancipazione universale. L’eterogeneità di eventi quali la primavera araba, le lotte di Wikileaks per la libertà di informazione, il sacrificio di Edward Snowden per la libertà dei cittadini occidentali, la lotta delle Pussy riot contro l’establishment russo, ma anche le proteste di Ferguson contro la polizia che spara ai negri, sono tutte lotte che hanno qualcosa in comune tra loro, pur rivendicando interessi politici diversi, finanche interessi di classe, di lobby, di mestieri, differenti.

Scoprire quale sia questo qualcosa di comune, riordinarlo in un quadro di principi universali da negoziare tra le comunità umane, è lo scopo di ogni politica di emancipazione. Questi principi, essendo dedotti idealmente e non indotti praticamente, non possono che essere massimamente generici ma proprio per questo massimamente etici:

• Il profitto è il valore dello sfruttamento.
• I soldi sono uno strumento, non lo scopo (tecnicamente è merda vitale).
• La finanza attuale non può più essere tollerata come strumento per arricchirsi, va limitata e regolamentata, oppure eliminata, perché il concetto di ricchezza che concepisce non è di tipo distributivo ma speculativo, basato su un finto liberalismo che rivendica una finta propria ricchezza fatta di finti solitari sforzi quando in realtà sono il frutto degli sforzi anche di altri, i quali prendono le briciole, se non nulla (vedi profitto come valore di sfruttamento).

Una volta tutti questi principi si raccoglievano nel concetto di “comunismo”. Ma c’è un tempo anche per le parole. Fortunatamente non per i principi che in esso sono contenuti, che sono immortali.

Riordinare i principi universali e negoziarli tra le comunità umane per una sana convivenza sono il fondamentalmente passo che l’umanità, da quando è nato il comunismo, ha sempre mancato di fare. Fallendo, grandiosamente o miseramente, proprio un attimo prima.

Ho sparato per sbaglio: quis custodiet ipsos custodes?

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Vorrei tanto leggere qualcosa che metta a confronto i fattacci di Ferguson con Rione Traiano. Scovarci le differenze sostanziali e i punti in comune.

Una differenza sostanziale forse non c’è, perché se nella cittadella americana abbiamo a che fare con “negri”, nel quartiere napoletano abbiamo a che fare con “tamarri” e “malamenti”. Se lì è razzismo, qui è classismo.

Forse la differenza sostanziale tra Ferguson e Rione Traiano (nomino il quartiere e non la città perché così non rischio di evocare la retorica della “Napoli violenta”) risiede nella differente sicurezza di sé delle due istituzioni. Un poliziotto degli Stati Uniti mai si sognerebbe di affermare che un colpo diretto nel petto di una persona disarmata sia “partito per sbaglio”: oltre ad essere una palese bugia, non farebbe certamente onore a colui che lo afferma. Sarebbe come se un corridore facesse una buona gara “per sbaglio”. Un poliziotto statunitense, più repressivo e orgoglioso di uno italiano per temperanza e storia nazionale, troverebbe assurdo sostenere di non aver avuto il controllo della propria arma. Un americano che sentisse ammettere da un poliziotto connazionale di aver sparato per sbaglio sarebbe come un italiano che sentisse da un connazionale ammettere di aver cucinato un’ottima pasta “senza farlo apposta”. Il poliziotto americano ha la lungimiranza di dire, con disonestà, che “è stata legittima difesa”, tanto sa che la sua “Arma” lo difenderà sempre.
Un italiano invece la stupidità di non ammetterlo, pur sapendo che in ogni caso la farebbe franca. Perché l’Arma, il corpo della Polizia, lo stato di polizia in generale in tutte le parti del mondo sono insieme dentro e nello stesso tempo al di fuori della legge. Perché? Perché a differenza del cittadino comune, che poliziotto non è, il poliziotto la legge deve farla rispettare.

Qui in Italia, tra i vari Aldrovandi e Cucchi, a differenza degli Stati Uniti c’è l’esautorazione del gesto: non volevo sparare. Quasi come se una pistola di quasi un chilo di peso sparasse da sola. Negli Stati Uniti c’è la virile responsabilità dell’azione, a sua volta vilmente giustificata (“ero in pericolo di vita”).

Questi avvenimenti, accaduti in contesti differenti tra loro, che sia un “negro” o un “tamarro-malamente” a rimetterci le cuoia, rivelano l’elemento fondamentale in comune, il fattore che rivela come un lampo la vera natura dello stato di polizia: sarà sempre al di sopra della legge, per cui se reagisce eccessivamente, commettendo un omicidio non necessario, può scegliere se perseguirsi oppure no, e state sicuri che sceglierà sempre, per puro istinto di conservazione, di non perseguirsi. Quando la polizia, il carabiniere, commettono un omicidio “per sbaglio” si pongono di fronte a un dilemma non da poco: mi auto-perseguo, applicando su di me la legge che applico sugli altri ma minando la mia stessa funzione (come applicare la legge se chi la applica commette illeciti come l’omicidio?), oppure mi auto-escludo dal giudizio legislativo a costo di perdere credibilità ma mantenendo la legittimità del mio mestiere?

È questo il dilemma a cui si sottopone ogni polizia del mondo quando commette una cazzata. È questo il motivo per cui è così vile quando si tratta di essere giudicata: in quanto polizia, non può fare altrimenti. I fascistelli dell’ultima o della prima ora che sono dalla parte del poliziotto in ogni fatto di questo tipo seguono coscientemente o no questa logica.
Tra legittimità e credibilità, la polizia di tutto il mondo deve sempre scegliere la prima se vuole continuare ad esercitare la sua funzione. 

Da qui la domanda capitale, a cui ancora non c’è una risposta: quis custodiet ipsos custodes? si domandava Giovenale. Who watch the Watchmen? ha ripetuto più recentemente Alan Moore.

La reazione esagerata del carabiniere è una vecchia questione, secolare, legata alla natura stessa dello stato di polizia: la polizia o il carabiniere è una figura morale in bilico. Protegge e castra, sorveglia e sopprime, salva e uccide. Esattamente come la legge.

Lascia stare i film, videogioco

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«I videogiochi forniscono un ambiente rivolto a persone che fanno cose che gratificano. L’essenza del game design è quindi quella di scoprire cosa stai cercando di creare: è questa una cosa divertente?».

John Romero, fondatore di id Software e primo game designer degli sparatutto in prima persona, intervistato da Develop.

La fredda matematica e la calda fisica

«Ammetto di aver acquisito, dopotutto, qualcosa di importante dallo studio della fisica. Prima, quando sedevo su una sedia e avvertivo una traccia del calore lasciato da chi mi aveva preceduto, ero solito rabbrividire leggermente. Ora è tutto finito, perché al riguardo la fisica mi ha insegnato che il calore è una cosa del tutto impersonale».

Albert Einstein riporta le parole del matematico Marcel Grossmann sull’esperienza di quest’ultimo nella collaborazione con il fisico tedesco. In Kip ThorneBuchi neri e salti temporali, Castelvecchi, Roma 2013, p. 113.

Roberto Bellarmino, eliocentrista

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«Dico che mi pare che V. P. et il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico. Perché il dire, che supposto che la terra si muova et il sole stia fermo si salvano tutte le apparenze meglio che non porre gli eccentrici e gli epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al mathematico: ma voler affermare che realmente il sole stia nel centro del mondo, e solo si rivolti in sé stesso senza correre dall’oriente all’occidente, e che la terra stia nel terzo cielo e giri con somma velocità intorno al sole, è cosa molto pericolosa non solo d’irritare tutti i filosofi e theologi scholastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante».

Roberto Bellarmino scrive al provinciale dei Carmelitani di Napoli Paolo Antonio Foscarini, in Opere, pp. 171 e ss, citato in Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, pp. 439-440.

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Possiamo vedere qui all’opera un fatto straordinario: come la Chiesa abbia in un certo senso, in virtù proprio del suo autoritarismo dogmatico, spinto la scienza a diventare dimostrabile e verificabile empiricamente, in una parola ad essere la scienza moderna che tutti noi riconosciamo, scollandola da quella che Bellarmino, riflettendo lo spirito dell’epoca, chiamava mathematica.
La mathematica è costituita da ipotesi non necessariamente dimostrabili. La scienza esatta è al contrario tale perché, grazie proprio al potente strumento della matematica (però senza “h”, ovvero quella del calcolo infinitesimale), rende possibile all’ipotesi di essere dimostrabile, quindi riproducibile, riproducibile a tal punto da render possibile la previsione degli eventi sulla base della conoscenza esatta dei fenomeni che li compongono (la scienza astronomica di allora aveva fatto enormi progressi con Tycho Brahe e Keplero, ma essendo solo “mathematica” stentava ancora nel prevedere i movimenti celesti).
La Chiesa, all’epoca del Sant’Uffizio, era circondata da eliocentrici, anche all’interno, si pensi ai domenicani (Giordano Bruno era domenicano). Ma le teorie che avrebbero dovuto dimostrare la certezza dell’ipotesi eliocentrica male si accordavano con la realtà delle cose. Salvavano i fenomeni, come dice lo stesso Bellarmino, semplificavano le cose, ma erano ancora piene di epicicli.
Bellarmino, almeno in questa lettera indirizzata a Foscarini, non rifiuta l’eliocentrismo perché falso, ma solo in quanto si tratta di un’ipotesi di lavoro appunto mathematica, quindi impossibile da dimostrare.
L’oscurantismo della Chiesa ha spinto la stessa neonata scienza moderna di allora ad essere non solo semplice (l’ellisse è molto meglio dell’epiciclo) ma anche esatta, affinché le sue argomentazioni fossero inconfutabili a tal punto da essere inattaccabili dalla Sacre Scritture. Una scienza esatta a tal punto da poter fare a meno delle Sacre Scritture, da essere indipendente dalla religione. Anzi capace, purtroppo, di demolirla fino a sostituirsi ad essa.

L’abbandono e l’amore

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Ho voglia di raccontarvi questa scena di Mud, film del 2012 diretto da un regista che mi piace tanto, Jeff Nichols (il resto della filmografia è Shotgun Stories e Take Shelter, entrambi interpretati da Michael Shannon). La scena costituisce secondo me l’apice del film, il momento di rottura in questo racconto di formazione che narra la crescita di Ellis, quattordicenne cresciuto nella paludosa e povera Arkansas attraversata dal Mississipi.

Ellis si è appena reso conto di quanto possano essere stronze le persone, e lo scopre nel modo peggiore, quello che se non ne capisci le ragioni di fondo ti porta a credere che sia una prerogativa soltanto femminile: ha preso un palo gigantesco da una ragazza più grande di cui si era invaghito, illudendosi di potersi addirittura fidanzare.

Così torna su un’isoletta per sfogarsi contro il fuggiasco ricercato (Matthew McConaughey, quello che interpreta da dio la parte del bugiardo tormentato) che insieme all’amico di Ellis, Neckbone (una specie di River Phoenix versione Stand by me degli anni ‘00), sta aiutando a far fuggire. Ellis molla un bel destro a Mud (nome fittizio che si è dato il fuggiasco) che pure gli aveva raccontato parecchie palle, e parte con la solfa del ragazzino “deluso dai grandi”.

Mud significa fango. E il fango è ciò che caratterizza questo film: il pantano letterale dove vivono questi ragazzini e il pantano metaforico della vita quando ti rendi conto a una certa età che devi farcela da solo, che più nessuno farà per te quello che ormai grande puoi e dovresti fare da solo.

Lei ti ha abbandonato e tu l’hai abbandonata, è questo quello che fanno tutti.

Ellis è incazzato nero. Con i suoi genitori che si stanno separando, con Mud in cui vedeva una figura paterna, con questa cazzo di vita che proprio a questa età diventa un calcio nei coglioni.

Tutto quello che mi hai detto è una bugia.

Ellis si è reso conto che la vita non continua ad infinitum così com’è stata fino all’adolescenza. Da qui in poi cambia tutto, ti senti abbandonato e mollato al destino e se non hai ricevuto un’educazione sufficiente a prepararti a tutto ciò, questa delusione arriverà a far parte della tua personalità, lasciandoti immaturo e irresponsabile.

La chiave per superare questa delusione, ed Ellis la troverà più avanti nel film, è che nessuno ti abbandona a un certo punto della vita. Né i tuoi genitori, né i tuoi amici. La verità è che sei da sempre abbandonato a te stesso. La vita è vivere nell’abbandono. La nascita è l’abbandono dell’utero e l’inizio di una vita di cui si prendono cura genitori a loro volta abbandonati da quando sono nati, e così via.

L’amore è ciò che ci permette di superare la scoperta dell’abbandono strutturale dell’essere umano. Ellis se ne renderà conto alla fine del film quando scoprirà che ci sono tante altre ragazze oltre a quella di cui si è invaghito. L’uomo è gettato nel mondo, ma non è niente di grave. L’uomo non sa perché è nato, né sa se dare un senso alla sua nascita possa cambiare l’assurdità della vita stessa (forse è questa l’essenza della libertà). Ma nonostante l’infinito abbandono che caratterizza la vita, amare ed essere amati annulla ogni insicurezza che la vita porta con sé, rende quasi insignificante il fatto che si nasce e si muore soli.

È questa la chiave per sopravvivere all’adolescenza e diventare uomini: scoprire che l’abbandono che caratterizza la vita non è niente di grave finché ami e vieni amato.